01-06 giugno 2020 - Sito Sultabor

Vai ai contenuti

Menu principale:

01-06 giugno 2020

La Parola > Parola della settimana

RIFLESSIONI SULLA PAROLA
01-06 giugno 2020


Lunedì 01 giugno

Santi del giorno: B.V. Maria Madre della Chiesa

Dal libro della Genesi
[Dopo che l’uomo ebbe mangiato del frutto dell’albero,] il Signore Dio lo chiamò e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».
Allora il Signore Dio disse al serpente:
«Poiché hai fatto questo,
maledetto tu fra tutto il bestiame
e fra tutti gli animali selvatici!
Sul tuo ventre camminerai
e polvere mangerai
per tutti i giorni della tua vita.
Io porrò inimicizia fra te e la donna,
fra la tua stirpe e la sua stirpe:
questa ti schiaccerà la testa
e tu le insidierai il calcagno».
L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi.
Il brano si apre quando già il primo nucleo umano ha consumato il peccato originale, un peccato profondamente teologico, dovuto al fatto che i nostri progenitori, su ispirazione del serpente, che aveva voluto sfalsare l'immagine di Dio, dicendo loro che Egli li aveva ingannati, non hanno accettato il loro ruolo di creature, ma hanno voluto essere alternativa di Dio. Questo primo nucleo umano, che viene da Dio chiamato a rispondere di quello che ha fatto, ci mostra le tre conseguenze del peccato originale. Alla domanda di Dio, Adamo risponde: "Ho udito il tuo passo nel giardino ed ho avuto paura": la prima suggestione del nemico consiste nel metterci paura di Dio. Paolo stesso dirà: "Voi non avete ricevuto uno spirito per ricadere nella paura" e quando nella messa preghiamo il Signore perché ci liberi da ogni male, da ogni turbamento, usando questo termine gli chiediamo di liberarci dalla paura più profonda che è nell'uomo. Il secondo frutto è il traumatismo spirituale, che si prova quando il nemico, dopo averci attaccati e vinti, ci butta in faccia la nostra nudità. Non dimentichiamo che il libro della Genesi narra che Dio creò Adamo ed Eva nudi, ma essi non ne provavano vergogna, ciò non vuol dire che erano senza indumenti, ma che erano contenti del loro essere creature, e la loro era una dipendenza serena da Dio. Invece il nemico è specialista nel traumatizzare spiritualmente la nostra vita, nel farci vedere il nostro limite come una spira che ci soffoca. Ai primi due frutti ne segue un terzo, che possiamo cogliere nelle parole di Adamo: "E mi sono nascosto", alla paura di Dio segue quella di reggere la vita, la paura di noi stessi e, quindi, la necessità di nasconderci. Ecco il dramma dell'uomo, il dramma di ciascuno di noi.
Dio riprende: "Chi ti ha fatto sapere che eri nudo?", il Signore, che ama l'uomo, vuole sapere perché Adamo non vive più serenamente la sua nudità, il suo stato di creatura.
C'è una rivelazione che ci porta la vita, ed è la rivelazione che Dio fa per amore, e c'è una rivelazione d'inganno del nemico, che vuole distruggere la nostra vita, facendo diventare vita della nostra vita un'autodeterminazione spirituale e morale che uccide l'uomo. Il dramma dell'uomo dei nostri tempi consiste nell'aver escluso Dio dalle scelte della vita, nell'essere diventato legge a se stesso, dio a se stesso, per cui, appena commesso il peccato, appena scoperta la sua nudità in maniera traumatica, oltre ai tre doni malefici, paura di Dio, nascondimento e nudità, avverte anche la fine della relazione umana, Adamo, infatti, risponde: "La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato". Alla domanda del Signore, la donna risponde: "Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato". Quando il nemico attacca la nostra vita, distrugge la relazione profonda con Dio e, di conseguenza, mina le relazioni profonde e vere tra le persone ed annienta quella serenità che si trova nell'essere interlocutori di un Dio amore.
In questa Parola della Genesi, in cui Dio chiama in causa l'uomo, la donna e il serpente, ci saranno tre  sentenze: per il serpente, la condanna di strisciare e di mangiare polvere, per la donna di partorire con dolore, per l'uomo di lavorare con sudore, cioè l'uomo e la donna, insidiati dal nemico, vivranno una vita perennemente traumatizzata.
Ci potremmo chiedere perché, non avendo commesso il peccato originale, nasciamo ugualmente con esso e dobbiamo ricevere il Battesimo per ottenerne la cancellazione. Dio ha creato la storia solidale, non a compartimenti stagni, ed entrando in essa, siamo solidali con tutta la storia, con il bene e con il male. Abbiamo per padre Dio, ma anche Adamo, siamo figli di Dio e figli di Adamo. Nell'uomo c'è questa misteriosa solidarietà nel male, per cui nasciamo in una genealogia di male ed abbiamo bisogno che Dio ci liberi con la sua grazia.
In questo brano della Genesi compare il serpente, una figura mutuata dai miti circolanti attorno al mondo biblico, che vedevano in questo animale un simbolo della vita, in quanto, cambiando la pelle, era capace di rigenerarsi continuamente. Solo in seguito il serpente verrà riletto nella tradizione cristiana come l'immagine del demonio. L'autore biblico, attingendo da queste idee del suo tempo, introduce nella narrazione questo animale come simbolo di una vita ribelle a Dio, come istigatore ad una vita autonoma da Lui. Il serpente viene condannato a strisciare e a mangiare polvere, ugualmente l'idolo che vuol farsi dio è destinato a frantumarsi. Coloro che sposano gli idoli e che credono nell'ideologia dell'alternativa senza Dio, sono destinati a non essere  più capaci di vedere il cielo, ma a strisciare e a mangiare la polvere della storia.
La maledizione di Dio nei confronti del serpente continua: "Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno". I biblisti parlano di questo messaggio come di un proto evangelo, cioè il primo annuncio di un vangelo di salvezza, che risuona nelle primissime pagine della Genesi.
C'è qui l'annuncio della nascita in Dio di una nuova stirpe. Possiamo dare alla frase: "Io porrò inimicizia tra te e la donna" due significati: ecclesiologico e mariologico. La donna, prima di tutto, è la Chiesa, la nuova stirpe, la stirpe di tutti coloro che accettano di essere di Dio e che si contrappongono alla stirpe del serpente. Nella Chiesa, il membro più santo ed eminente è Maria, per cui la Chiesa, nel suo mistero, ha due facce: è mariana, cioè di Maria, ed è petrina, cioè dei pastori. La Chiesa è mariana, perchè ascolta umilmente il suo Dio ed è continuamente chiamata a schiacciare il nemico. La Parola dice anche che il serpente insidierà il calcagno della donna, e in questo gesto possiamo leggere tutte le prove storiche della Chiesa e di tutti noi, che siamo Chiesa. L'autore sacro specifica che il serpente insidierà il calcagno, perché il nemico vuole impedirci di camminare, il nemico ci vuole paralizzare, impaurire, far disperare, far nascondere.
Tutto ciò che viene da Dio è amore, misericordia e pace, tutto quello che non viene da Dio è trauma. Nell'Apocalisse leggiamo della donna che, nelle doglie del parto, sta per dare alla luce un figlio maschio, mentre il drago con sette teste, che le sta davanti, vuol divorare il bambino appena nato, si tratta anche in questo caso del nemico che vuole rendere presente nel mondo una sola genealogia, quella dei disperati, mentre Dio lavora per la genealogia dei salvati. Quando noi siamo Chiesa, facciamo parte della stirpe della donna che rompe la logica del nemico. Maria è l'unica creatura umana che è sempre stata di Dio, non è mai stata toccata dal peccato, perché è stata preredenta da Lui, in vista di diventare la madre del Signore Gesù. Dio ha voluto che Maria, una creatura  umana, fosse icona di quello che Lui aveva pensato per noi fin dall'inizio: quello che è Maria, lo eravamo tutti prima della colpa dei progenitori e lo saremo alla fine, quando andremo nella visione di Dio.


Martedì 02 giugno
Santi del giorno: santi Marcellino e Pietro



Mercoledì 03 giugno
Santi del giorno: san Giovanni XXIII

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo
Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio e secondo la promessa della vita che è in Cristo Gesù, a Timòteo, figlio carissimo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù Signore nostro.
Rendo grazie a Dio che io servo, come i miei antenati, con coscienza pura, ricordandomi di te nelle mie preghiere sempre, notte e giorno. Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza.
Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo, per il quale io sono stato costituito messaggero, apostolo e maestro. È questa la causa dei mali che soffro, ma non me ne vergogno: so infatti in chi ho posto la mia fede e sono convinto che egli è capace di custodire fino a quel giorno ciò che mi è stato affidato.

Paolo chiama Timoteo figlio carissimo e gli ricorda di ravvivare il suo dono di vescovo che ha ricevuto mediante l’imposizione delle mani. Ravvivare il dono di Dio è possibile quando nell’ossigeno della fede, della preghiera, dell’amore, rendiamo un dono di Dio, ricevuto cronologicamente molto tempo prima, viva contemporaneità della nostra vita. Occorre ravvivare il dono di Dio per ricordare che Egli ci ha salvati mediante il vangelo, che è eterno e non si corrompe. Paolo ci invita a non vergognarci della sofferenza per Gesù, perché Egli deve essere l’amore assoluto della nostra vita.
 
Pensiero del giorno: Signore, aiutaci a ravvivare i doni che abbiamo ricevuto nella nostra storia con la potenza dello Spirito, perché i tuoi doni sono contemporaneità fedele nel cammino dei miei giorni.


Giovedì 04 giugno
Santi del giorno: san Francesco Caracciolo, san Quirino

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo
Figlio mio,
ricòrdati di Gesù Cristo,
risorto dai morti,
discendente di Davide,
come io annuncio nel mio Vangelo,
per il quale soffro
fino a portare le catene come un malfattore.
Ma la Parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. Questa Parola è degna di fede:
Se moriamo con lui, con lui anche vivremo;
se perseveriamo, con lui anche regneremo;
se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà;
se siamo infedeli, lui rimane fedele,
perché non può rinnegare se stesso.
Richiama alla memoria queste cose, scongiurando davanti a Dio che si evitino le vane discussioni, le quali non giovano a nulla se non alla rovina di chi le ascolta. Sfòrzati di presentarti a Dio come una persona degna, un lavoratore che non deve vergognarsi e che dispensa rettamente la Parola della verità.

Paolo ci ricorda che sta soffrendo per il vangelo e porta le catene come un malfattore, ma la Parola di Dio non è incatenata, la Parola di Dio non conosce catene, rallentamenti e continua la sua corsa nella storia, accompagnata dagli uomini di Dio. Quando si accompagna la Parola, non ci si sostituisce ad essa, ma si diventa accompagnatori fedeli secondari di una grazia primaria che deve trionfare nella propria vita e in quella di coloro ai quali si porta questa Parola scatenata.
Paolo ha portato le catene per la Parola, noi oggi portiamo le catene dell’irrilevanza sociale e dell’emarginazione perché, quando mettiamo al centro la Parola, non siamo più graditi alla maggioranza che non conosce la bellezza della Parola, la salvezza della Parola, ma che vive di argomenti che durano lo spazio di un giorno. Soffrire per la Parola significa soffrire per l’amore grande alla verità che ci è stata rivelata e che la santa chiesa ci propone a credere e questa verità non è negoziabile, non è mutabile non è in svendita.   

Pensiero del giorno: Signore, voglio portare le catene dell’incomprensione per la tua Parola perché essa ha rubato il mio cuore e mi ricorda che, oltre gli argomenti umani, c’è una Parola eterna e vera che mi dà la vita.


Venerdì 05 giugno
Santi del giorno: san Bonifacio, san Pietro Spanò, san Franco


Sabato 06 giugno
Santi del giorno: san Norberto, san Claudio
Stampa

 
Torna ai contenuti | Torna al menu