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01 Aprile Giovedi Santo

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Giovedì 01 aprile 2021
Messa in Coena Domini


Prima Lettura        Es 12,1-8.11-14


La prima lettura ci descrive la pasqua ebraica, l’evento di liberazione di Israele dall’Egitto. Dobbiamo andare oltre la lettura storica perché, come dicono i Padri della Chiesa, il Nuovo Testamento è nascosto nell’Antico e l’Antico è gravido del Nuovo. La lettura spirituale ci dice che l’Eucaristia ci dona la grazia di diventare itineranti d’amore, non si fa Eucaristia se non si cammina, si cammina e si entra a far parte della processione del Signore, dell’esodo di Dio, capeggiato dal nuovo Mosè, che è Gesù Cristo, perché l’Eucaristia ha questa grazia particolare: ci vuole far alzare e far camminare, ci vuole dare il bastone e l’urgenza perché l’Egitto non inghiotta la nostra vita. L’Eucaristia è il cibo che si contrappone al cibo dell’Egitto: gli ebrei, con la loro memoria inguaribile, protestavano con Mosè perché li aveva fatti uscire dall’Egitto dove stavano seduti presso il fuoco a mangiare porri, cipolle e carne e questo bastava loro. Anche oggi l’Egitto è presente, il faraone è il diavolo con tutte le sue schiere e vuole darci da mangiare un cibo che non nutre, ma gonfia e rende oscuri la nostra mente, il nostro cuore, la nostra decisione. L’Eucaristia, invece, è il cibo degli itineranti e delle persone veramente libere. La prima grazia che ci dona è il volgerci con il nuovo Mosè, Cristo, verso il traguardo che Lui ha stabilito, cioè la vita eterna. L’Eucaristia è il pegno di un compimento che ancora non vediamo e avverrà nella pienezza dell’eternità. L’Eucaristia è un sacramento e un dono per le persone decise per Cristo, decise di non voltarsi indietro e di non venire infettate da nostalgie egiziane che fanno tornare indietro. Oggi molti cristiani ritengono l’Eucaristia qualcosa di molto facoltativo perché l’hanno sostituita con il loro buonismo, come conseguenza e intossicazione alimentare del cibo dell’Egitto, che sono le ideologie, i punti di vista, le filosofie, le ricerche esoteriche, le quali saziano questi cuori al punto tale che scartano l’Eucaristia perché pensano di diventare autoreferenziali davanti a Dio con la loro bontà.
L’Eucaristia è un sacramento di appartenenza perché, quando la riceviamo, veniamo segnati sulla fronte e sul cuore con il sangue preziosissimo di Gesù; nell’Eucaristia diventiamo figli nel sangue e il sangue dell’Agnello di Dio è il prezzo infinito di ogni anima. Il sangue è un segno e farà preservare dalla morte violenta dell’angelo sterminatore perché l’Eucaristia è il sacramento dell’appartenenza.
Durante la Messa, quando usciamo dal nostro posto per andare a ricevere l’Eucaristia, facciamo il cammino dall’Egitto, voltiamo le spalle a satana e ci decidiamo per Cristo. Ogni volta che, in grazia di Dio e nelle migliori disposizioni, mangiamo il Cristo, satana è accecato ed urla perché non è capace di ammaliarci con le nostalgie dell’Egitto.
Oggi anche nella chiesa c’è una grande lotta perché si vuole arrivare alla versione luterana dell’Eucaristia, cioè a togliere quella presenza reale di Gesù Cristo nelle specie del pane e del vino. Invece nell’Eucaristia mangiamo e beviamo il corpo e il sangue e ci comunichiamo con l’anima e con la divinità di nostro signore Gesù Cristo.
In una comunità in cui Gesù Eucaristia è il più abbandonato, il meno adorato, il più emarginato, allora quella comunità non è più in cammino con il corteo di Gesù, non c’è più la linfa perché l’Eucaristia è per i cuori decisi per Gesù.
Quand’è che siamo sicuri che l’Eucaristia sta facendo molto bene alla nostra anima? Quando il demonio ci mette in testa gli scrupoli della nostra indegnità di ricevere Gesù.
San Pier Giuliano Eynard diceva: “Quando arriva il momento della comunione, vedete le vostre macchie, ma andate perché Gesù cancella tutto”. E il santo curato d’Ars ripeteva ai suoi parrocchiani: “Venite alla comunione, non ne siete degni, ma ne avete bisogno”.
    

Seconda Lettura          1 Cor 11,23-26

Il brano di Paolo ai Corinzi è il più antico frammento sull’Eucaristia. L’apostolo lo scrisse 20 anni dopo la Pasqua di Gesù, quando ancora i vangeli non erano stati compilati. Qui c’è il cuore dell’Eucaristia, c’è la pulsione dell’Eucaristia ed è il racconto di quella notte in cui Gesù veniva tradito.
L’Eucaristia è un evento talmente forte d’amore che non è un ricordo, ma ogni volta che la celebriamo siamo contemporanei di quell’evento, che non ha tempo perché viene dall’eterno. Siamo dentro quell’evento, siamo lì presenti. La messa, allora, è entrare in questo cenacolo, in questo tradimento, in questo mistero, in questo amore. La messa prima di tutto e soprattutto è l’evento attualizzato del Calvario, il sacrificio che si ripresenta al Padre, perché il Calvario è stato celebrato una volta sola; ogni santa messa al Padre ripresentiamo quest’unico mirabile sacrificio, in cui Gesù dà ai simboli della cena ebraica un significato nuovo, il significato del suo corpo e del suo sangue.    
Paolo racconta questo evento e in esso colloca il tradimento e il traditore. Perché Giuda ha aspettato di tradire Gesù dopo che si è comunicato al mistero d’amore? Perché il mistero eucaristico è il mistero d’amore indifeso e anche oggi Gesù riceve tradimenti su tradimenti da tutti coloro che non vogliono restare nel Cenacolo, ma vogliono celebrare se stessi.
Quando io ricevo l’Eucaristia, ricevo la trasfusione piena del sangue di Gesù che mi guarisce dai mali fisici, psichici, spirituali profondi. Allora, se siamo innamorati di Gesù, dovremmo dire come i primi martiri cristiani: “Senza l’Eucaristia io non posso vivere”. Non posso vivere senza mangiare il mio Dio, senza l’Eucaristia non posso essere nella tensione di chi l’attende nella parusia e nella gloria del giudizio finale.


Vangelo         Gv 13,1-15

Giovanni in questo brano ci dà un’informazione molto preziosa: “Quando il diavolo aveva messo in cuore a Giuda di tradirlo”. È il diavolo che mette nel nostro cuore di tradire Gesù, perché il diavolo è traditore dal principio: ha tradito Dio, non si è sottomesso a Lui e vuole suscitare una genealogia di traditori lavorandoli nel cuore. Dobbiamo sempre custodire e vegliare sul nostro cuore, perché il diavolo ne vuole avere accesso perché tradiamo Gesù.
Quando Gesù vuole lavare i piedi a Pietro, l’apostolo protesta. Pietro è l’immagine della struttura chiesa che molte volte non lascia fare a Gesù quello che deve fare. Molte volte noi chiesa decidiamo che cosa deve fare o dire Gesù e mettiamo le mani su un mistero che non è nostro, ma che è Suo.
Inoltre non dobbiamo ridurre il gesto di lavare i piedi ad un gesto puramente orizzontale: Gesù ha voluto lavare i piedi come segno escatologico di un amore di Dio che lava i piedi di chi ha percorso i cammini sbagliati del peccato. Egli lava i piedi, non solo come gesto dello schiavo, ma per rendere i nostri piedi puri perché si realizzi quello che dice il profeta Isaia: “Come sono belli i piedi di coloro che annunciano un annuncio di pace. Sali su un alto monte tu che annunci la pace”. I piedi devono essere lavati, purificati, per percorrere la via di Dio, invece oggi nella chiesa c’è questo umanesimo, questo protagonismo, c’è poco spazio per Gesù.
Pietro vuole impedire al Signore la libertà della sua azione misteriosa poi, quando capisce il valore di quel gesto, diventa squilibrato ed esagerato. Anche la mediazione chiesa conosce questi due pericoli: il bloccare l’azione misteriosa di Gesù oppure il seguire l’emotività dell’onda.
Qualcuno ha visto nel gesto del lavare i piedi anche il sacramento della penitenza che lava i nostri piedi impolverati nelle strade misteriose del peccato e del nulla. Gesù che lava i piedi si capisce nel contesto eucaristico misterioso della grazia, altrimenti sarebbe fare una filantropia senza grazia. La lavanda è avvenuta nel mistero eucaristico e in ogni comunione Gesù lava i nostri piedi in silenzio e nell’umiltà.     


Prima Lettura        Es 12,1-8.11-14

L'Esodo, secondo libro del Pentateuco, narra l'uscita del popolo ebraico dall'Egitto. Questo brano narra solennemente la Pasqua d'Israele. Pasqua deriva da un termine aramaico che indicava in origine una festa ancestrale, pastorale, secondo la quale i pastori con le greggi si riunivano in una grande radura durante il plenilunio di primavera per celebrare la festa della fecondità, dei parti, della natura che si risvegliava. Nell'Esodo la Pasqua diventa un evento di liberazione, la notte nella quale Israele celebra il suo vero passaggio, ecco perché questa lettura potrebbe essere intitolata la notte della liberazione. Ancora oggi gli Ebrei celebrano la Pasqua a data fissa, il 14 del mese di Aprile, il primo mese dell'anno nel calendario biblico, invece la Pasqua cristiana si celebra nel plenilunio di primavera.
Questa Parola ci sfida perché ci dice che può celebrare la Pasqua solo chi si è fatto liberare da Dio. Noi non siamo capaci di liberarci, infatti il popolo degli Ebrei non sarebbe mai uscito dall’Egitto se Dio sull’Oreb, al roveto ardente, non avesse detto a Mosè di aver udito il grido del suo popolo e lo avesse mandato in Egitto a liberarlo. La libertà è dono di Dio e la libertà interiore dell’anima è un dono che Dio ci dà per i meriti di Gesù, perciò la Pasqua è la festa degli uomini liberati, degli uomini che permangono in questa libertà, delle persone che sono disponibili a seguire questa libertà.
Che atteggiamento bisogna assumere per lasciarci liberare dal Signore? Se vogliamo essere liberi, dobbiamo avere sempre i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano e dobbiamo mangiare in fretta questa Pasqua. La libertà di Dio ci rende precari e nomadici, perché nessuna esperienza ci possa catturare e possa rendere la nostra vita ancora una schiavitù dell’Egitto. Quando non ci lasciamo liberare da Dio, il primo faraone della nostra vita siamo noi stessi; quando non ci lasciamo liberare dalla grazia intelligente di Dio, il primo Egitto ed il primo tiranno siamo noi perché assolutizziamo ciò che è precario, ci rassegniamo a sederci su ciò che non è assoluto e non camminiamo, perciò in quella notte il Signore non potrà liberarci.
Quando non siamo liberi? Quando ci facciamo catturare e strumentalizzare da tutto ciò che è precario e il precario diventa il nostro dio. C’è una santa precarietà, dono di Dio, che è quella di essere liberi da tutto ciò che vorrebbe inghiottirci nell’assoluto relativo, c’è poi una precarietà che non viene da Dio e che consiste nel fissare la nostra vita su quello che è di natura precario e che noi rendiamo assoluto.
Dove si vedono i frutti di un Dio che passa nella notte del nostro cuore? Il primo frutto della libertà di Pasqua è il rapporto sereno e riconciliato che ciascuno di noi ha con se stesso. In noi ci sono due persone in eterno combattimento: la persona carnale e la persona spirituale; nella Pasqua abbiamo questa perfetta riconciliazione, perché nella Pasqua non facciamo fuori uno dei due, ma entrambi li mettiamo in cammino. Ecco perché la libertà di Dio è una libertà intelligente, paziente e fedele. Nella Pasqua si mangiano la carne arrostita, gli azzimi e le erbe amare; la carne arrostita simboleggia la potenza dell’Eucaristia, che viene resa incandescente con il fuoco dello Spirito. Nell’Eucaristia le erbe amare, cioè le amarezze della vita che tutti abbiamo, e il pane azzimo senza la saporosità di un sale che dà significato alla vita, cioè tutto diventa la Pasqua del Signore, a patto che cominciamo a camminare e a mangiare in fretta questa Pasqua. Quando siamo liberi in Dio, nella nostra vita inizia una corsa: la corsa dell’amore e la corsa dell’amore è necessaria perché solamente essa ci distanzia dalle truppe del faraone che ci vorrebbero portare indietro. Al tempo di Mosè tutto il popolo era entusiasta di partire dall’Egitto, ma durante il cammino voleva uccidere Mosè perché voleva tornare indietro e rimpiangeva del passato la carne, i porri, le cipolle e i cocomeri; in Egitto tutti erano sazi, felici e seduti. Che difficile è proseguire nella libertà! Quanto è facile tornare indietro! I tiranni gratificano con le certezze immediate, perché la libertà che essi danno è riempirci lo stomaco e svuotarci il cuore. Perciò una persona che accetta la Pasqua è una persona che viene contrassegnata dall’amore di Dio, simboleggiato dal sangue dell’Agnello. “Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore: io vedrò il sangue e passerò oltre” Quando Dio passa, crea due compagini: il popolo che segue la libertà e il popolo che viene sterminato, non tanto da Dio, ma dalla sua caparbietà a non essere libero. Quando non siamo liberi, moriamo e moriamo senza accorgercene, perché quando non seguiamo la libertà di Dio ci sembra di aver raggiunto tutto e invece il tiranno di turno, noi stessi o qualcuno, ci ha fatto sedere e ha fermato il nostro cammino.
Quando una persona è libera, cambia, diventa diversa e scandalizza chi la conosce, infatti corre perché è troppo grande l’amore che ha ricevuto e quando corre non si volta indietro. Quando siamo nella libertà di Dio, cambiamo volto, fisicità, modo di essere e modo di fare, scandalizzando gli egiziani di turno, perché la libertà di Dio non è qualcosa di astratto, ma libera nelle amicizie, nel modo di relazionare, nel modo di amare,  nel modo di essere, nel modo di donare.
La Pasqua è questo passaggio di Dio nella notte in cui dobbiamo decidere se vogliamo andare o se vogliamo rimanere. Se andiamo con Dio vivremo nel sogno di Dio e quando viviamo nel suo sogno egli ci precederà, ci farà camminare sull’acqua che si aprirà, le sue orme rimarranno invisibili, ma passeremo il Mar Rosso che è il punto di divisione tra il prima e il dopo. Chi vorrà inseguirci affonderà, perché chi ci insegue non ha accettato il sogno di Dio e vorrebbe riportarci a casa e metterci seduti. Chi va contro la libertà di Dio affoga se stesso nella sua arroganza di conquistare le anime, che devono rimanere libere. Saremo liberi e saremo pasquali quando il nostro passato non sarà più uno scheletro da rinchiudere in un armadietto o un argomento imbarazzante da passarci sopra, ma il passato rimarrà passato perché con Dio abbiamo iniziato una vita nuova, una storia nuova, una libertà nuova. La vera libertà raggiunge il suo zenit quando, entrando nella nostra interiorità, diventeremo amici non più giudici di noi stessi, quando non saremo più colui o colei che colleziona i fallimenti, gli errori, i sensi di colpa, i rimorsi, i massacri, ma quando la Pasqua di Dio, toccandoci dentro, ci porterà la grazia di essere liberi con noi stessi e non ci faremo massacrare dall’evidenza dei difetti o dei limiti, ma persevereremo nello sport che piace a Dio: la corsa d’amore.             


Seconda Lettura          1 Cor 11,23-26


La seconda Lettura ci propone il racconto di Paolo dell’istituzione dell’Eucaristia (“Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso”). È il frammento più antico sull’Eucaristia, scritto prima dei vangeli. C’è un parallelo con la prima lettura, anche qui viene sottolineata la “notte in cui veniva tradito” perché l’Eucaristia è il perenne esodo di Gesù che attraversa le nostre comunità, perché il frutto dell’Eucaristia è il portarci alla libertà. Il Signore ci ha detto che l’Eucaristia è per noi: “Questo pane, questo è il mio corpo che è per voi”, nell’Eucaristia io ricevo il Signore che ha scelto come destinatario me. In ogni Eucaristia la libertà perfetta di Gesù viene dentro di me per diventare la mia libertà perfetta. L’Eucaristia è il sacramento nel quale Gesù è lo stesso ieri, oggi e sempre e i commensali sono accolti uno ad uno nella loro diversità.
L’Eucaristia non è un sacramento che costruisce una comunità, perché comunità è un termine strutturale di assembramento, l’Eucaristia è invece la costruzione instancabile di Gesù in ogni anima. Solamente l’Eucaristia raccoglie le anime, perché nell’Eucaristia la mia anima affamata e assetata viene saziata e dissetata da Colui che mi dice: “Questo corpo è per te”.
Nell’Eucaristia il Signore viene in me per darmi la forza e la gioia di essere libero. Ecco perché nella messa il momento più importante dopo la consacrazione, che è l’evento dell’attualizzazione dell’ultima cena, è quello nel quale dovrebbe scendere un grande silenzio perché Gesù sta parlando con ciascuno di noi; è il momento dell’amore, il momento delle confidenze, il momento nel quel Lui raccoglie quel sigillo e quella segretezza  che ciascuno di noi si porta dentro. L’Eucaristia è per me, è per ciascuno di noi, noi siamo i destinatari di questo corpo e di questo sangue, che si spezza per amore. Gesù, quando entra in noi, conserva tutta la sua misura divina, ma si adegua alla nostra misura umana e lo spezzarsi di Cristo è il grande dono che Gesù fa in ogni messa di assumere la mia capacità di misura nella sua infinita capacità di  misura. In ogni Eucaristia io vengo inebriato di un amore folle di Dio e l’Eucaristia è talmente potente che è capace di bruciare anche i peccati non mortali che noi quotidianamente commettiamo, perché il fuoco dell’amore eucaristico, appena entra in un’anima, brucia tutto e ci rende carne arrostita dall’amore, quella carne citata nel libro dell’Esodo. La mia vita diventa bruciata dall’amore, impregnata dell’amore.
Nessuno comprende totalmente l’Eucaristia, come tutti i doni di Dio, e l’Eucaristia non è la spiegazione di una ritualità, ma è questo passaggio di Gesù nella comunità che lo celebra e che lo desidera. L’Eucaristia è la guarigione del mondo e la potenza dell’Eucaristia, venendo in me, viene trasmessa al mondo perché, quando riceviamo l’Eucaristia da innamorati folli di Gesù, Egli si comunica misteriosamente e per grazia agli amori che trova dentro di noi. Tutto quello che Gesù trova dentro il nostro cuore viene impregnato della potenza eucaristica.
Il sacramento dell’Eucaristia è andato talmente in crisi per quanto riguarda la modalità di darlo, di prepararlo, di riceverlo che tanti cristiani hanno deciso che ne possono fare a meno e si sentono a posto e buoni cristiani, ma non saranno mai uomini e donne eucaristici. Molte volte siamo stati noi che abbiamo fatto un cattivo servizio all’Eucaristia, perché l’Eucaristia non è un evento comunitario, ma è lasciare libero Gesù di restare in mezzo a cuori e ad anime che lo desiderano. L’Eucaristia non crea dinamiche comunitarie inesistenti, ma l’Eucaristia crea cuori innamorati. L’Eucaristia produce i piromani dell’amore, l’Eucaristia ci dà il fuoco eucaristico con il quale possiamo incendiare una comunità. In questi anni, invece, la centralità eucaristica è svanita per la complementarietà e la disposizione del mobilio e della servitù.
Il contorno non serve all’Eucaristia, l’Eucaristia non ha bisogno di colpi di scena, con i quali pensiamo di rendere interessante un evento che è già pienezza in se stesso. L’Eucaristia non forma le parrocchie, forma anime che la desiderano. Quando desideriamo l’Eucaristia e la riceviamo, essa crea in noi anche il desiderio di adorarla.  
      
  
Vangelo         Gv 13,1-15

Giovanni non racconta l’istituzione dell’Eucaristia perché scrive tardi il suo vangelo e, quindi, l’Eucaristia era una prassi assodata nella chiesa, mentre è l’unico che racconta il gesto della lavanda dei piedi. “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”, possiamo personalizzare questa frase e riferirla a ciascuno di noi, perché l’amore di Dio è un amore sino alla fine, non è un amore precario: Gesù ci ama fino in fondo.
In questo contesto di amore troviamo Giuda che viene sobillato da satana. Giovanni dice che il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda di tradire Gesù, perché la sede del diavolo è il cuore, che è anche la sede di Dio. satana vuole portare via l’interiorità (il cuore) a Dio. Tutto comincia nel cuore. Quando Giuda ha tradito il Signore non si è accorto che stava tradendo se stesso, perché quando il diavolo, che è menzognero per natura, omicida sin da principio, principe di questo mondo, ci incita a tradire, vuole che tradiamo noi stessi e, quando abbiamo tradito noi stessi, ci offre l’estrema soluzione: l’impiccagione.
Perché Giuda ha tradito Gesù? Perché viveva di una ideologia che era diventata il suo Dio. Egli era Zelota e voleva che Gesù fosse il capo di questo movimento. Se viviamo di ideologie, moriremo, anzi chi vive di ideologie è una persona che ha dismesso il cuore per vivere solamente di livore e di rabbia. Siccome Gesù non ha fatto il gioco di Giuda, perché Gesù non è un’ideologia, ma è l’amore, Giuda lo ha tradito e, tradendolo, ha tradito se stesso, quindi il diavolo l’ha spinto ad impiccarsi.
Guardando con gli occhi di Gesù, ci accorgiamo che attorno a noi c’è una selva di gente impiccata in se stessa, nei suoi limiti, nei suoi modi di vedere, nella sua caratterialità, nella sua rabbia, nel suo giudizio. Il diavolo stravolge tutti e vuole usare la croce di Gesù come albero dell’impiccagione. Invece Gesù prima di morire ha donato il respiro, lo Spirito. Il diavolo ci invita a tradire Gesù, appena ci ha staccato da Lui, ci stacca da noi stessi, quindi ci dice che il cappio è pronto. Ecco il dramma.
Poi Gesù, da uomo libero, fa il colpo di scena, si alza e sconvolge i suoi apostoli lavando loro i piedi, il gesto degli schiavi del tempo. Pietro non voleva farsi lavare i piedi perché, come noi, non voleva che nessuno toccasse i suoi imbarazzi, le sue vergogne, i suoi tabù e le sue resistenze. Proprio i piedi, sudati, impolverati, magari nascosti dalle scarpe di firma, ma Gesù vuole lavare il piede nudo e il piede nudo non può barare, dice di una persona tutta la sua fatica di vivere.
Gesù ha voluto lavare i piedi in ginocchio, perché Dio si mette in ginocchio per avere un rapporto d’amore con noi, perché il rapporto che Dio predilige con noi è la sua inferiorità di umiltà d’amore alla nostra presunta superiorità. È un rapporto sbilanciato, ma vince colui che porta giù il piatto della bilancia, che è Gesù. Il giovedì santo siamo tutti stati generati dalle ginocchia di Gesù. Gesù si è inginocchiato e, lavandoci i piedi, ci ha voluto far capire che Lui lava i nostri imbarazzi, le nostre vergogne, le nostre paure, perché Egli è il volto materno di Dio. Se non ci faremo lavare, non torneremo bambini e non entreremo nel regno dei cieli.
Pietro è il simbolo di ciascuno di noi, persone di facciata, persone orgogliose, persone imbellettate nei trucchi della vita.
Gesù non fa finta di servire. Servire è lavare i piedi. Amare è piangere con chi piange.
“Vi ho dato questo esempio perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”. Quando abbiamo  paura dei nostri imbarazzi, quando non vogliamo che Gesù ci lavi i piedi, siamo ancora fermi alla fase del fai da te e non possiamo essere salvati. Questa è la confessione, Gesù che si inginocchia davanti a noi e ci lava i piedi, ed elimina le durezze dei nostri cuori,  le callosità dei nostri piedi che sono le strade sbagliate della nostra vita perché ha fatto vedere i ciechi, udire i sordi, camminare gli storpi.
     

Prima Lettura        Es 12,1-8.11-14


L'Esodo, secondo libro del Pentateuco, narra l'uscita del popolo ebraico dall'Egitto. Questo brano narra solennemente la pasqua d'Israele. Pasqua deriva da un termine aramaico che indicava in origine una festa ancestrale, pastorale, secondo la quale i pastori con le greggi si riunivano in una grande radura durante il plenilunio di primavera per celebrare la festa della fecondità, dei parti, della natura che si risvegliava. Nell'Esodo la pasqua diventa un evento di liberazione, la notte nella quale Israele celebra il suo vero passaggio, ecco perché questa lettura potrebbe essere intitolata la notte della liberazione. Ancora oggi gli Ebrei celebrano la pasqua a data fissa, il 14 del mese di Aprile, il primo mese dell'anno nel calendario biblico, invece la pasqua cristiana si celebra nel plenilunio di primavera.
Il racconto delle prescrizioni della cena pasquale, letto in chiave spirituale, a noi cristiani dice innanzitutto che Dio è il primo sovvertitore dei tiranni, il primo combattente contro i faraoni di ogni tempo, Egli si schiera sempre contro qualunque tiranno, anche contro quelli della nostra vita, perché il Dio biblico è un sovversivo che vuole liberarci a tutti i costi, per farci pregustare il dono di una terra, di una identità, di una libertà. Mosè, per ottenere di poter uscire con il suo popolo dall'Egitto, dovette tribolare e il faraone per ben dieci volte indurì il suo cuore. Come per gli Ebrei, così per noi, è impossibile celebrare la libertà in Egitto e ciascuno di noi conosce il suo Egitto spirituale, come conosce il suo faraone e tutti quegli eventi e quelle persone che tenterebbero di impedirgli di camminare e di conquistare la propria libertà. Durante il cammino nel deserto gli Ebrei avrebbero voluto lapidare Mosè molte volte, ricordando come in Egitto avevano carne, porri, aglio, cipolle, cocomeri e li mangiavano a sazietà vicino al fuoco. Domandiamoci se quest'anno celebreremo la nostra pasqua veramente con questo stile, liberi da qualunque faraone, da qualunque tirannia, da qualunque condizionamento.
Dio non si è rassegnato che gli Ebrei non fossero un popolo, così Dio non si rassegna che noi siamo dei servi della gleba, costretti a costruire i mattoni per i monumenti dei faraoni, perché il Dio della Bibbia è un Dio storico che ha scelto una parte, non ha cercato di mettere d'accordo Egitto ed Israele, ma si è schierato decisamente con il suo popolo, così Dio si schiera con qualunque di noi cerca la libertà. Ecco perchè la pasqua del Signore va mangiata in fretta, con i fianchi cinti, il bastone in mano. La Parola ci pone delle domande profonde: dove sei, di chi sei, dove vai, con chi vai? L'Egitto più potente è nella nostra mente e nel nostro cuore ed è un Egitto pieno di montagne rocciose, che sono gli indurimenti del nostro cuore. Siamo talmente asserviti al faraone, che spesso fingiamo che vada tutto bene e siamo incapaci di formulare il nostro malessere. Il Signore dice: "In quella notte io passerò per il paese d'Egitto e colpirò ogni primogenito […] il sangue sulle vostre case sarà il segno che voi siete dentro: io vedrò il sangue e passerò oltre". Molto probabilmente si fa riferimento ad un rito ancestrale legato alla cultura pastorale, secondo il quale si ungevano gli stipiti delle porte con il sangue degli agnelli, gesto ripetuto anche dai sacerdoti nel tempio di Gerusalemme. Dio non ha sterminato nessuno e non vuole sterminare nessuno, ci dice solamente che quando passerà nella nostra vita, se sulla porta della nostra casa spirituale vedrà il segno di un'appartenenza salvifica a Cristo, ci darà la vita e la libertà, ma se non lo vedrà, noi moriremo nel nostro dentro, perché non vogliamo consegnarci al prezzo dell'amore di Dio, il sangue del Figlio. Ecco la pasqua ebraica, che Israele ha vissuto come evento di liberazione e di vita, questa è la pasqua del Signore.  Bisogna che noi cristiani diventiamo alleati della vera libertà di Dio, perché un cristiano è pasquale quando sa sovvertire l'ordine costituito della tirannia e sa che un'arma potente per vincere i faraoni è il sacramento del perdono.


Seconda Lettura          1 Cor 11,23-26

Queste righe della lettera ai Corinzi sono la più antica fonte scritta del Nuovo Testamento che riguarda l'Eucaristia. Nella Chiesa antica la messa veniva celebrata nelle case, dopo una cena conviviale abbastanza sobria. A Corinto, nelle case che ospitavano le assemblee eucaristiche, avveniva che i ricchi mangiavano tra loro, portandosi da casa cibo a sazietà, mentre i poveri mangiavano poco e tra loro, inoltre parecchi si ubriacavano. Allora Paolo interviene con queste righe per rimproverare questi cristiani che non facevano comunità, ma classismo sociale, dicendo loro che l'Eucaristia celebrata in tal modo non avrebbe portato loro salvezza, perché l'Eucaristia deve essere celebrata e vissuta in una comunione profonda tra coloro che credono in questo mistero. Anche ai nostri giorni sempre più cattolici si stanno disaffezionando all'Eucaristia, perché pensano che non sia un grande male non partecipare alla messa festiva regolarmente o che non dipenda da questo l'essere cristiani. Invece non è possibile essere di Cristo se non ci si lascia catturare dall'Eucaristia. L'Eucaristia non è un rito, non è una cerimonia, essa viene mediata sacramentalmente attraverso un rito, ma è innanzitutto un evento contemporaneo, un memoriale, per cui ci deve catturare, assorbire, affascinare perché viene donata a chi veramente ha le caratteristiche eucaristiche per ricevere questo evento.
Il brano di Paolo potrebbe essere intitolato "la notte dell'istituzione", perché narra la volontà di Gesù di visibilizzare e rendere continuativo un dono e un mistero: l'Eucaristia.
Chi può essere chiamato all'Eucaristia? Innanzitutto chi vive nel suo cuore o nella sua vita un'esperienza di notte, un momento di tenebra, in cui non si capisce, non si comprende, perché Gesù ci ha donato l'Eucaristia di notte. La notte di Betlemme, in cui Lui è nato, è contrassegnata dal canto degli angeli, la notte dell'Eucaristia, in cui è nato come mistero d'amore, è contrassegnata dal tradimento. Perciò, quando ci sentiamo nella notte, traditi dalla vita, dai nostri cari, dalle nostre idee e dalle nostre speranze, possiamo entrare nell'evento dell'Eucaristia.
Un gruppo di martiri del II secolo, davanti ai persecutori romani che volevano farli apostatare dalla fede, dissero: "Non possiamo vivere senza Eucaristia" e vennero martirizzati. Questi cristiani avevano capito che l'Eucaristia è evento di grazia, evento che radica, dà forza, dà senso profondo alla vita, perché essa non deve essere innanzitutto una vita riuscita, ma una vita salvata, graziata, toccata dalla potenza di un Dio, che per noi assume le vesti semplici, quotidiane, feriali di due segni: il pane e il vino. Dio ha voluto rendersi veramente presente nel pane e nel vino, nelle cose essenziali della vita di tutti i giorni, ecco perché il Signore in questa notte dell'amore e dell'istituzione ha voluto rendere il suo dono pane spezzato, vino versato. Solamente se anche noi ci sentiamo spezzati dalla vita, possiamo entrare nell'evento di grazia del corpo presente nel pane spezzato e del sangue presente nel vino donato. È impossibile capire l'Eucaristia ed entrare in questo evento quando ci vogliamo autorispondere, autosalvare e autogiustificare.
Il Signore Gesù ci vuole rendere contemporanei di un evento straordinario, l'evento dell'amore, del dono, del senso della vita, ecco perché l'Eucaristia è quel mistero, quell'evento, quel passaggio di Dio che darà senso a tutta la nostra esistenza, soprattutto alle molte cose insensate della nostra vita, che vorremmo rendere sensate ricorrendo all'umano. Solo l'amore di Dio ci salva, non le appartenenze umane, nemmeno quelle religiose.
Un padre diceva che in ogni Eucaristia noi facciamo violenza a Dio, perché essendo Dio fedele ed essendosi legato ad una promessa, Egli discende in ogni Eucaristia, permettendo alla nostra violenza di vincere. La fede è incarnarsi nella Parola e questa Parola ci vorrebbe fare contemporanei di quell'evento, di quell'amore, di quel pane spezzato, di quel vino versato, di quella nuova alleanza.
L'Eucaristia è la potenza di Dio che si lega alla scansione cronologica della nostra vita, infatti Paolo dice: "Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finchè egli venga", cioè l'Eucaristia deve essere continuamente ripetuta nella ritualità, perché essa, che è mistero di Dio, si lega al nostro giorno dopo giorno, in cui abbiamo bisogno del nutrimento continuo di Dio. Oggi tanta gente soffre perché non mangia il buon pane della Parola e dell'Eucaristia. Essa è un evento di grazia, di vita, che celebra anche una morte, per cui dà senso a tutte le nostre morti quotidiane, ma celebra anche la risurrezione del Signore e la Sua attesa. L'Eucaristia, ricordandoci che siamo ancora nel chiaroscuro, nel pressapoco, nella fase dell'intravvedere, ha un grande compito: tenere aperto il nostro cuore alla grande nostalgia di pienezza, di verità, di totalità presente in ognuno di noi.


Vangelo         Gv 13,1-15

Il vangelo di Giovanni si differenzia dai sinottici per la composizione e per il pensiero, è un vangelo che già elabora una teologia. Giovanni, nella narrazione della cena pasquale del Signore, tralascia il racconto dell'istituzione dell'Eucaristia, perché ne parla già abbondantamente in tutto il sesto capitolo del suo vangelo e privilegia la narrazione del gesto della lavanda dei piedi. Al tempo di Gesù era un gesto proprio degli schiavi che, al ritorno del padrone, accorrevano con i bacili e le anfore piene d'acqua profumata con essenze per lavare a lui e ai suoi ospiti i piedi sporchi per la polvere delle strade. Mentre i sinottici collocano la cena pasquale di Gesù il Martedì della settimana santa, Giovanni la colloca il Giovedì, vedendo in essa la cena d'addio, del congedo, nella quale per Gesù è giunta l'ora, un tema molto caro all'evangelista. Giovanni dice che Gesù amò i suoi sino alla fine, cioè sino alla pienezza, alla completezza dell'amore e, nella notte dell'amore, Egli lavò i piedi agli apostoli.
Spesso questo gesto viene ripetuto anche nelle nostre chiese, ma lavare i piedi a dei bambini non ha senso, non è fedeltà al gesto evangelico, perché si dovrebbero lavare i piedi maleodoranti e sporchi degli ultimi, dei poveri. In questo vangelo Gesù ci ricorda che, accanto ad una istituzione Eucaristica, ad una celebrazione Eucaristica, c'è una prassi Eucaristica; Egli ci dice che, se vogliamo lavare i piedi ai fratelli, prima di tutto dobbiamo deporre le vesti, come ha fatto Lui, anticipando il gesto che avverrà sulla croce, quando i crocifissori gli toglieranno le vesti. Qui il gesto ha un significato più profondo e spirituale: non si possono lavare i piedi degli altri, non si può amare la gente e le sue sofferenze più intime e nascoste, rappresentate dai piedi, se non sappiamo spogliarci prima di tutto del nostro ruolo. Gesù si spoglia delle sue vesti solenni, quella tunica tessuta tutta d'un pezzo, da cima a fondo, tirata a sorte dalle guardie, così noi dobbiamo spogliarci del nostro ruolo per amare gli altri. Gesù ci ricorda anche che non si può amare in piedi, occorre inginocchiarsi, perché non potremo mai fare come Lui, se vorremo conservare la nostra dignità. Per lavare i piedi dei fratelli dobbiamo chinarci, infatti Gesù fa questo gesto per rendere ancora più vero il gesto dell'innalzarsi nel giorno seguente ("quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me"), perché l'innalzamento ha avuto origine da un inginocchiarsi. Chi ama è colui che si inginocchia davanti a noi, che non ci giudica, non ci racchiude nella sua testa. Gesù ci insegna che per amare non dobbiamo caricare la persona delle nostre idee, delle nostre aspettative, altrimenti quando la scopriamo così come è, rimaniamo tremendamente delusi e non l'amiamo più, perché ancora una volta abbiamo amato noi stessi.
Gesù ha amato veramente questi apostoli, ha amato anche Giuda, che aveva già nel cuore il proposito di tradirlo, ha lavato i piedi anche a Pietro, che non voleva farsi fare questo gesto da Lui, perché non era confacente alle sue idee. Gesù ha lavato i loro piedi, ben sapendo che non sarebbe stato capito ("Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo"), perchè l'amore vero consiste nel dare amore quando non si è capiti, corrisposti, amati, è mettersi in ginocchio davanti al mistero dell'altro. Don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, parlando di questo vangelo, ha detto che Gesù non era un prete e non ha mai indossato i paramenti liturgici sacerdotali, ma ha inventato un solo paramento, il grembiule.  Questo è il paramento che ha consegnato a tutti noi e che noi dobbiamo indossare per amare i nostri fratelli e lavare loro i piedi.
Quando celebriamo l'Eucaristia rituale, mangiamo pane bianco, fresco, ma al termine della Messa comincia la seconda Eucaristia, quella della prassi, la più ostica perché, mentre Gesù sacramento è il pane buono, il pane degli angeli, il Gesù che si nasconde nei piedi dei fratelli è l'Eucaristia dura, perché molte volte il fratello o la sorella che incontriamo sono il pane raffermo, vecchio, sempre pane, ma non gradevole e, se lo amiamo, dobbiamo mangiarlo. L'Eucaristia della prassi è la più difficile, la più sconvolgente, perché sfida la nostra fede. Ogni Eucaristia celebrata non lascia indenni, è sempre una promessa e una compromissione con l'amore di Dio, perché possiamo diventare, a nostra volta, Eucaristia per gli altri. La messa quotidiana non è una pratica devozionale, ma è l'evento dei cristiani rocciosi e maturi che ogni mattina si fanno assorbire da questo evento sacramentale, si compromettono con questo Dio e ricominciano ogni giorno a mangiare il sacramento del fratello.
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