01 gennaio 2019 - Sito Sultabor

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01 gennaio 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di martedì 01 Gennaio 2019
Maria Santissima, Madre di Dio


Prima Lettura   Nm 6,22-27


In questo primo giorno dell’anno che la chiesa dedica alla solennità di Maria santissima, madre di Dio, la prima lettura, tratta dal libro dei Numeri, riporta una bellissima benedizione sacerdotale che i sacerdoti di Israele pronunciavano sull’assemblea liturgica. Questa Parola è posta dalla sapienza della chiesa all’inizio dell’anno civile, perché Dio benedica tutta la storia dell’uomo che conta il tempo in una cronologia convenzionale affinché l’eterno si mescoli e dia senso al tempo che fugge, preparandolo all’eternità, alla vittoria di Dio sul tempo transitorio ed effimero. In questa Parola è molto bello vedere come la benedizione non sia una formula rituale o magistica, ma sia invece una potente invocazione al Signore perché il mistero di Dio ci guardi. In queste poche righe, per ben due volte, si chiede, infatti, al Signore di far brillare il suo volto su ciascuno di noi: il brillare e il rivolgere sono i due verbi impetrativi per chiedere a Dio lo sguardo su di noi. Il volto di Dio su di noi porta sempre due doni: un dono di grazia e un dono di pace. Che cosa sono l’esperienza di Dio, la preghiera, l’intimità con Dio, se non lasciarsi guardare dal suo volto invisibile di gloria e di amore? Su questo dovremmo meditare, noi che molte volte riduciamo Dio ad un’idea, ad una convinzione, a qualche conoscenza su di Lui o a qualche celebrazione sciatta al cui centro non c’è più Lui, ma le nostre istanze sociologiche o frettolose della vita.
L’esperienza di Dio, il mistero di Dio si rivelano e si aprono a quel tu che si lascia guardare, che ha la grazia di rimanere sotto il Suo sguardo e sotto il Suo volto. Quanto bisogno abbiamo di essere guardati dal mistero di questo volto, quanto bisogno abbiamo di essere rigenerati dal mistero di questo volto! Anche la nostra preghiera, che molte volte è ridotta ad una pura formalità o ad una pura risonanza comunitaria, quanto ha bisogno di tuffarsi su questo volto, sul mistero di questo volto. La Parola ci dice che il volto del Signore non guarda un noi comunitario o un noi assembleare ma, dice la Parola, il Signore rivolge il suo volto su un tu che riceve dallo sguardo del volto la sua continua identità e la sua continua rigenerazione. La vera benedizione e la vera grazia della benedizione di Dio è la nostra rigenerazione continua ed instancabile che Dio opera su colui che umilmente si lascia guardare, non diventando un soggetto responsoriale o dialogale, ma diventando un umile servo che rimane in silenzio sotto il Suo sguardo.
Quando la preghiera non cambia la nostra vita, il nostro modo di essere, è una preghiera che si illude di essere preghiera, ma molte volte rimane solamente un rituale o delle vuote parole. Quando noi non ci lasciamo guardare dal volto del più bello tra i figli dell’uomo, noi non riusciamo a rigenerare i volti che incontriamo, riducendo la nostra relazione e la nostra presenza ad un puro accidente o ad un puro formalismo senza cuore e senza anima. L’umanità che non si lascia guardare o che non coglie la grazia dello sguardo di questo volto è un’umanità che corre e prosegue senza una meta e senza un cuore.
Iniziando un nuovo anno del Signore, vorremmo chiedere a Dio una grazia per la nostra vita, la grazia di lasciarci guardare, perché Dio è fedele al suo volto e al suo sguardo, siamo noi che molte volte costruiamo la nostra infedeltà guardandoci e guardando con gli occhiali scuri della nostra povertà senza volto.


Seconda Lettura    Gal 4,4-7

Nella seconda lettura di questo giorno, tratta dalla lettera di Paolo ai Galati, l’apostolo ci dona una grande certezza e un grande dono: lo Spirito di Dio è in noi, è nel nostro cuore, perché il cuore è la dimora dello Spirito, ed è lo Spirito, mandato dal Padre, che ha una missione da compiere nel nostro cuore, questa missione è un grido incessante, instancabile, un grido che diventa una celebrazione, un’intercessione e una liturgia interiore e profonda dentro di noi. Questo grido ha una sola parola: “Abbà” e in questa parola, gridata incessantemente dallo Spirito, sta la nostra identità, la nostra salvezza e la nostra pace. Noi  non siamo figli adottivi per un certificato legale di paternità, siamo figli nel Figlio per una grazia unica, ineffabile, stupenda e questa grazia scende dal Padre, viene attuata nel Figlio e viene celebrata instancabilmente dallo Spirito santo.
Lo Spirito continua a gridare questa parola perché noi non siamo più schiavi, ma figli. Quante schiavitù abbiamo nella nostra vita, nella nostra persona e nel nostro cuore! Schiavitù sottili, molte volte mascherate di libertà, schiavitù che condizionano, che appesantiscono e che sono di impedimento alla nostra vera libertà. Elenchiamo qualche nostra schiavitù: la schiavitù di noi stessi, del nostro io non graziato dalla figliolanza adottiva, la schiavitù dal tumulto frettoloso della vita che ci impedisce di partecipare a quella liturgia interiore dello Spirito che ci ricorda incessantemente che noi non siamo inghiottiti e travolti dalle cose e dagli avvenimenti, ma dovremmo riposare nella vera paternità che dà la pace e il sapore della vita. La schiavitù della dipendenza dai giudizi degli altri, la schiavitù dalle dinamiche comunitarie, ecclesiali, civili, lavorative, dinamiche che ci impediscono di essere liberi e di essere noi stessi in Dio.
Quante schiavitù paralizzano il nostro sogno, la nostra vera vita e la nostra vera gioia e da soli non riusciamo a liberarcene. Dovremmo essere più attenti a questa celebrazione silenziosa dello Spirito nei nostri cuori che ripete con insistenza e con tenacia, perché l’amore di Dio è insistente e tenace, la sola parola, il solo vangelo, la sola grazia che dà senso a tutta la nostra vita: siamo figli ed eredi di una grazia di Dio che viene donata a noi, perché non diventiamo dipendenti di noi stessi, delle strutture, delle comunità e delle logiche mondane che impediscono di assaporare e di gustare la grazia di essere figli nel Figlio.       


Vangelo  Lc 2,16-21

Nel vangelo di Luca i pastori, avvisati dal cielo, dalle meteore di Dio, gli angeli, andarono senza indugio, trovarono il mistero e contemplarono il mistero che si era fatto visibilità per i loro occhi umani. Cosa videro del mistero? Videro il colore della piccolezza e della fragilità nel bambino, videro il colore di una maternità misteriosa, silenziosa, umile di Maria, videro una paternità prudente e autorevole di san Giuseppe. Il mistero di Dio si manifestò ai pastori, agli ultimi, ai non censiti nei tre colori e nelle tre finestre che Dio aveva colorato per il mistero dell’Incarnazione: il bambino, Maria e Giuseppe, tre colori che formano il nuovo arcobaleno dell’alleanza tra Dio e l’umanità. I pastori, di fronte al mistero, hanno avuto la grazia di guardarlo e di trasmetterlo e a coloro ai quali lo trasmisero portarono stupore. Essi non erano teologi, non erano leviti, non erano sacerdoti, erano umili servi di Dio venuti a contatto con il mistero; portandolo e raccontandolo senza le sovrastrutture mentali con le quali noi molte volte lo confezioniamo, lo fecero irrompere in coloro che avevano ridotto l’esperienza di Dio a una celebrazione templare e rituale.
Maria è l’icona di questo mistero perché ci insegna a serbare e a meditare le grandi opere di Dio nel cuore. Quanto manca alle nostre comunità lo stile di Maria, la contemplazione di Maria, il riserbo di Maria, la profondità di Maria! Quanto sono state abbruttite le nostre comunità dal democraticismo assembleare e dal discutere di tutte le cose a voce alta e senza riserbo.
Chiediamo ai santi pastori di Betlemme e alla figlia di Sion, la Madre del Natale, di essere ancora avvinti, sedotti ed affascinati dal mistero per portare nelle nostre comunità rumorose, agitate e programmate la profezia e la libertà di Dio, i colori del mistero.         
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