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01 maggio 2022

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 01 maggio 2022
III Domenica di Pasqua    Anno C


Prima lettura      At 5,27-32.40-41


Il nome di Gesù costa caro, il nome di Gesù ha un prezzo che è l’amore. Nei primi tempi della chiesa gli apostoli vennero flagellati, oggi, invece, c’è una persecuzione subdola che ha fatto zittire nel cuore e sulle labbra di molti credenti il nome di Gesù. Oggi è molto di moda uno pseudo cristianesimo sociale con argomenti da terza pagina e si parla molto di queste emergenze sociali, perché adesso parlare di Gesù è politicamente scorretto. Quando si spegne questo nome, si spegne tutto, perché Gesù non è pacifista, non è arcobaleno, quando lo nomini dividi e, dividendo, vengono svelati i pensieri di molti cuori. Quando usiamo la potenza del nome di Gesù e vediamo miracoli nella nostra vita, diamo fastidio, perché questo nome non deve più essere nominato. Stanno incendiando le chiese, ma non possono incendiare la chiesa del nostro cuore che ha Gesù dentro. Il libro degli Atti degli apostoli descrive le radici della chiesa, Pietro e gli apostoli non erano né tolleranti né dialoganti né ecumenici né aperti.  Gli apostoli erano così incendiati dall’amore di Gesù, che avevano deciso di obbedire allo Spirito santo, ciò significava diventare impopolari e gente strana per il mondo, ma per loro era una grande gioia. Di fronte alla scelta di obbedire agli uomini o a Dio, gli apostoli sono chiari: obbediscono a Dio. Oggi, invece, si proporrebbe di dialogare e di fare  compromessi perché vada bene a tutti. La Parola di Dio contraddice questo modo di agire. I sacerdoti danno agli apostoli la pena della flagellazione, la stessa pena di Gesù, così essi continuano la Passione di Gesù. Anche per noi, oggi, c’è una flagellazione, è quella che ci danno alle spalle coloro che ritengono che siamo fuori di senno perché crediamo. Ci viene tolta quella riverenza che avremmo se fossimo radical chic, ma non lo siamo, siamo di Gesù e non così come ci vorrebbero.
Pietro dice: “Bisogna obbedire a Dio e non agli uomini” ed aggiunge: “Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù che voi avete ucciso”. Quando noi perdiamo la faccia per il nome di Gesù, Gesù ci riconosce suoi. Non dimentichiamo che Gesù ha detto una cosa tremenda: “Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui”. Gesù è un amore e, quando sei dentro questo amore, non puoi non nominarlo, non puoi vivere senza di Lui.
I sacerdoti fecero flagellare gli apostoli e ordinarono loro di non parlare in nome di Gesù, perché avevano capito la potenza del suo nome, quindi li rimisero in libertà. “Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”. San Bernardino da Siena attraversando l’Italia e predicando nel nome di Gesù operava conversioni. Noi siamo incendiati ed ardenti per il nome di Gesù? Forse, se i cristiani di oggi venissero oltraggiati per il nome di Gesù, cambierebbero velocemente bandiera.
La Parola di questa domenica ci lascia due insegnamenti: la potenza del nome e come la chiesa di allora avesse le idee chiare: bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.
Ci auguriamo di diventare veramente innamorati, come il venerabile Carlo Acutis che si chiedeva perché la gente non adora l’Eucaristia e approfitta di questo tesoro; per lui l’Eucaristia era un’autostrada per il cielo e la confessione era la sua mongolfiera che lo portava in alto.
Quando uno ha Gesù nel cuore fa la differenza.     


Seconda Lettura        Ap 5,11-14

La preghiera di lode non è un’ossessività labiale, è una preghiera che ti insegnano gli angeli, che sono miriadi di miriadi. Dio ha creato gli angeli prima di tutto per la sua lode, non perché la lode degli angeli accresca la gloria di Dio, ma perché essa diventa ponte per la lode degli uomini. La preghiera di lode è una manifestazione dello Spirito, è lo stupore dell’amore. Quando sei di Dio puoi lodarlo, quando senti Qualcuno che viene dentro di te per abitare, allora la lode diventa stupore. Come san Francesco a La Verna che passava le notti a ripetere: “Chi sei tu, Signore? Chi sono io?”.
Diventare lode vivente di Dio, diventare lode con il nostro stupore, con le nostre mani alzate, con il nostro cuore nostalgico. L’Apocalisse ci ha descritto una liturgia celeste, che bello sarebbe se le nostre liturgie scoppiassero di lode e di canto. La lode è la manifestazione della priorità che diamo a Dio. San Benedetto abate scrisse nella sua regola: “Non si anteponga nulla a Dio” e chiamava il coro, cioè l’ufficio dei monaci, l’opus dei l’opera di Dio. Se diventassimo lode della sua gloria, coinvolgeremmo tutte le creature. Questa parola ci dà anche un altro messaggio forte: la prostrazione (gli anziani si prostrarono in adorazione). Che bello sarebbe, entrando in chiesa, poterci prostrare perché siamo su una terra santa. Subito coloro che sono politicamente corretti direbbero che è un’esagerazione, eppure prostrarsi è il segno dell’amore. Quando ti prostri, ti metti nell’atteggiamento di dire al tuo Dio: voglio essere la tua terra, camminami sopra, imprimi su di me le tue orme. La Parola ci suggerisce Lode e prostrazione; la lode: ascolto degli angeli, la prostrazione: visibilità degli innamorati.     


Vangelo   Gv 21.1-19

La Parola ci fa una domanda importante: “Mi ami tu?” dov’è l’errore di Pietro? Egli ha risposto subito, in maniera sicura e in maniera umana: ti voglio bene. Ma ti voglio bene non è amare, ti voglio bene è qualcosa di naturale, invece la grande domanda è: “Mi ami tu?” Meglio non rispondere, che rispondere a vanvera. Eppure tutti i giorni la nostra giornata dovrebbe iniziare e costruirsi proprio su questa domanda. Quando non amiamo più Gesù, ci riempiamo la vita di cose che diciamo di fare per Lui, ma questa è la compensazione occulta di tante anime. Facciamo per chi? I drogati, i rifugiati e i poveri diventano un alibi perché non lo ami più. Lui, però, continua a domandarti: “Mi ami tu?”
Potranno toglierci tutto, forse anche l’Eucaristia, ma non potranno toglierci Gesù, se lo amiamo.
Gesù attende gli apostoli sulla spiaggia, ha preparato per loro un fuoco con la brace accesa, del pane e del pesce. Se non mangiamo il cibo cotto dalla brace di Gesù, facciamo solamente quantità; quella brace accesa è lo Spirito santo, è lo Spirito santo che accende Gesù nei cuori. Gesù sta cercando amore e sta cercando amanti. Allora il suo grido continua: “Mi ami tu?” Quando tu lo ami, c’è un mondo intero che lo ama, il mondo della tua vita. Qui c’è tutta la vita cristiana. Non rispondiamo come Pietro, che aveva il difetto di rispondere subito e di parlare troppo.
Signore, io non so se ti amo, ma ci provo, il resto metticelo tu.


Prima lettura      At 5,27-32.40-41

Questi dodici apostoli hanno fatto tremare una città intera. Pur non avendo mezzi potenti, pur non essendo organizzati e strutturati, avevano riempito del loro insegnamento la città. Per essere testimoni di Gesù, della Parola, della forza di Gesù, non è necessario essere intruppati in nessuno schema, in nessuna modalità, perché quando c’è un cuore innamorato, lì c’è la struttura di Dio, completa, efficiente e in buona salute.
Gesù vuole essere dentro di noi perché la forza della sua risurrezione, la forza della sua vita, della sua potenza d’amore sia dentro di noi, possa dimorare in noi. Quando abbiamo Gesù dentro, siamo testimoni per i cuori, quando non abbiamo Gesù dentro, siamo organizzatori di eventi, propositori di metodiche; quando non abbiamo Gesù dentro, cerchiamo cose nuove, originali, strane, non avendo Gesù dentro il cuore, l’inquietudine è il motore della vita.
Questi dodici apostoli avevano dentro di loro la vita di Gesù, la forza di Gesù, il nome di Gesù, la potenza di Gesù.
Quando Gesù entra nel tuo cuore ti fa due grazie: non ti fermi davanti a nessuna proibizione e non esegui alcun ordine, ecco le due grazie della pasqua di Gesù. Gli apostoli, che sono Gesù prolungato perché anche loro stanno vivendo le stesse prove di Gesù (sinedrio, giudizio del sommo sacerdote, flagellazione) ricevono queste due grazie, che nella vita spirituale si chiamano la libertà del cuore. Quando ascoltiamo dentro di noi la mozione dello Spirito non abbiamo bisogno di nessuna approvazione, perché ci sta muovendo lo Spirito, ci sta muovendo la potenza del Signore. Ecco perché tutti possiamo evangelizzare e quello che ci abilita nell’evangelizzazione, nell’annuncio e nella testimonianza è il nostro battesimo.
Questi dodici uomini preoccupano il sinedrio e il sommo sacerdote perché hanno riempito Gerusalemme della loro parola e il sacerdote li accusa di voler far ricadere su di loro il sangue di Gesù, il sacerdote vigliacco che aveva fatto dire al popolo: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”.
Perciò avere Gesù nel cuore ci dà due allergie: alla proibizione e all’ordine. Inoltre quando hai Gesù dentro, Egli crea l’unità tra te e gli altri che hanno Gesù nel cuore, infatti tutti e dodici gli apostoli vennero flagellati perché erano un cuore solo e un’anima sola, un’unità. Se nelle nostre comunità fossimo uniti nel Signore, che trionfo avrebbe il vangelo!
Però in questa unità c’è già la diversità e la particolarità di Pietro, che è il capo del collegio: “Rispose allora Pietro insieme agli apostoli”.
Il sommo sacerdote ebraico aveva solamente dato ordini e proibizioni, perché il vecchio sacerdozio della legge era solamente celebrazione di norme, invece noi, dopo la risurrezione, abbiamo un nuovo eterno sommo sacerdote che è Gesù, è Lui il nostro sommo sacerdote che “è sempre pronto ad intercedere per noi presso il Padre a nostro favore”.
Pietro non digerisce la Parola del sommo sacerdote, ma risponde. Chi non ha Gesù nel cuore dona solo sentenze, proibizioni ed ordini. Quando hai Gesù nel cuore rispondi, replichi a quello che dice il nemico di Gesù: “Di questi fatti siamo testimoni noi e lo spirito santo che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono”.
Perché qui da noi il vangelo non va avanti? Perché ci sono tanti funzionari e pochi innamorati. Chi sono gli innamorati? Coloro che si lasciano flagellare. Perché gli apostoli furono fatti flagellare? Perché a Gerusalemme non passavano più inosservati poiché, avendo Gesù dentro, erano diventati una visibilità scomoda. Quando hai Gesù nel cuore, gli altri non hanno il coraggio di guardarti negli occhi, nemmeno di affrontare il tuo sguardo, e il nemico del vangelo ti attacca da dietro e ti pugnala alle spalle: la flagellazione è il suo capolavoro. Quello che è bello è che questi dodici uomini ignoranti, senza nessuna preparazione, escono dal sinedrio sanguinanti, ma lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù. Se nelle nostre comunità ci fosse un santo flagellato, esse sarebbero piene di discepoli.
Cerchiamo di proteggerci tutti la schiena e usiamo il flagello della lingua per flagellare gli altri, ecco perché il vangelo non passa.
Quando hai Gesù nel cuore, non ti sopporteranno più, perché le persone innamorate danneggiano e contestano i funzionari.
     

Seconda Lettura        Ap 5,11-14

Il veggente dell’Apocalisse ci descrive un’esperienza viva di Dio, che è tale quando io entro nel mistero di Dio, quando vengo attratto dal fascino e dalla seduzione di Dio, quando vivo la grazia di una preghiera prostrata nell’adorazione. L’uomo che si fa preghiera dovrebbe veramente essere icona di una prostrazione davanti ad un mistero che gli passa sopra, che lo tocca, che lo avvince, che lo afferra, che lo consacra, che lo illumina. La preghiera che non diventa questa prostrazione, questa adorazione, non è grazia di preghiera, è qualcosa che combino io.
La preghiera nasce e si manifesta come grazia da un vedere e da un udire: “Io, Giovanni, vidi e udii”, egli racconta di aver visto miriadi di miriadi e di aver sentito l’inno di lode all’Agnello. Io comincio a scoprire la mia consapevolezza quando mi perdo nella Sua identità. Quando dico io (e il mio nome) che cosa affermo? Un dato cognitivo, anagrafico, conosciuto, ma io posso contenere il mistero che c’è in me oppure riduco me stesso a dei dati conosciuti? Per capire chi sono devo entrare nello smisurato delle miriadi. Per capire chi sono devo unirmi alla lode all’Agnello. Quando io mi prostro in adorazione, come gli anziani, comincio a comprendere veramente chi sono. Quando la grazia di Dio non mi stende, significa che ci sono dentro io in una celebrazione, significa che sto celebrando me stesso, ma quando entro nella grazia della preghiera profonda, della contemplazione, dell’ascolto, dello sconfinato, dello smisurato, quando io mi prostro davanti alla sua maestà, al suo mistero, sto in piedi. Per restare in piedi devo prostrarmi, se non mi prostro e non adoro, non resto in piedi. Quello che dico di me è l’ennesima celebrazione di una superficialità di approccio ad un mistero.
Nella grazia della preghiera, della prostrazione, dell’adorazione, io come creatura ritrovo me stesso, perché mi perdo in un amore sconfinato, infinito, misterioso che rende piena la mia identità. Più entro nella preghiera, più entro nell’adorazione prostrata, più mi allontano dalle sentenze degli uomini. Più sono afferrato dalla preghiera, meno sono catturato dai mercenari e dai cacciatori di selvaggina; più entro in questa preghiera, in questo mondo di Dio, più sono liberato da coloro che vogliono giudicare e uccidere la mia vita.
Giovanni, il veggente dell’Apocalisse, ha uno squarcio e vede una celebrazione eterna in Dio: la liturgia non è celebrare me stesso, ma la vera liturgia, la vera celebrazione è scomparire in Lui. Paolo dice che dovremmo vivere una vita nascosta con Cristo in Dio, prostrarsi e adorare. Quando ti prostri, diventi la sua strada, diventi il suo trono, diventi la preda della sua gloria. Se un cristiano, se un discepolo non è contemplativo, non è dentro questa grazia, è solamente apparenza attivistica e celebrazione triste di se stesso.

   
Vangelo   Gv 21.1-19

Quando non riesci a capire il tuo presente, quando non riesci a sopportare il momento presente, ritorni nel passato perché pensi che esso sia rassicurante, perché lo conosci e pensi di saperlo gestire, così fa Pietro che dice: “Io vado a pescare”, da pescatore di uomini a pescatore di pesci. Va a pescare perché non sa interpretare e capire che cos’era avvenuto e compone una società a delinquere, infatti con lui vanno Tommaso l’incredulo, Natanaele, l’uomo senza peli sulla lingua, i due carrieristi, i figli di Zebedeo, e due discepoli anonimi: è facile aggregare la gente nella fuga verso il passato. Pietro, il focoso, l’emotivo, il farfallone, l’adolescente inguaribile, siccome pensava di sapere tutto su come si pescano i pesci, esce con loro, ma non prende nulla. Dove era andata la sua perizia di pescatore? Quando peschi nel tuo passato, non prendi niente, quando pensi di sapere, non sai niente, quando pensi di rivisitare il passato con la sapienza di ieri perché ti senti rassicurato, la tua rete è vuota. Perché nel tuo passato non c’è più niente, c’è solamente la misericordia di Dio che l’ha perdonato, ma nel tuo passato non ci sei più tu.
Quanta gente oggi fugge non verso il passato, ma verso il virtuale, che è peggio del passato. Quando non si regge il reale, perché non si ha Gesù nel cuore, si fugge nel virtuale o nel passato, mentre è nel presente una grazia che ci aspetta. Gesù ci aspetta sulla riva della nostra ricerca, tra Gesù e noi ci sono poche centinaia di metri, ma noi non lo riconosciamo, perché quando siamo occupati nel nostro passato e nella nostra constatazione di incapacità, non vediamo Gesù che ci sta aspettando. Gesù ci aspetta sempre, perché ci vuole riportare dentro un presente pieno di Lui e ci prepara un futuro pieno di gloria. Gesù ha detestato, ha annullato il passato e quando Maria Maddalena, con la sua focosità voleva prendergli le gambe e stringergli i piedi, Gesù non si fa toccare, perché lei voleva trattenerlo nel passato.
Chi vive nel passato è un autentico sconfitto, perché vive nell’inutilità della rete vuota. Gesù è lì che ti aspetta, ma tu non lo riconosci, lo riconosce Giovanni, l’innamorato, perché è l’innamorato che riconosce l’amore. Quando Pietro capisce che era Gesù, perché l’amore l’ha preceduto, si veste in fretta e si butta in acqua perché voleva con Gesù un incontro formale, corretto, preparato, splendido, elegante, invece Gesù lo voleva incontrare spogliato, perché quando siamo spogliati siamo proprio noi. Pietro ripete il copione di Adamo e si nasconde, perché quando si vive di passato e non si ha Gesù nel cuore, si è vittima di se stessi, si è inquietudine con se stessi, si è disarticolati ed intempestivi.
Gesù ci aspetta sulla riva ed ha preparato il cibo per noi. Se vogliamo saziarci, il fai da te non vale. Quante Eucaristie sono fai da te e non fatte da Gesù! Certo la grazia sacramentale è presente, Gesù è presente, ma quante persone pensano che l’Eucaristia sia il capolavoro del loro fare e il cibo di Dio diventa una mensa fatta da loro! La santa eleganza del cibo di Dio non va infarcita di ornamenti!
È Gesù che prepara il pane e il pesce riscaldato alla brace: il cibo di Dio sfama perché è pieno del calore dello Spirito.
Perché Gesù chiede tre volte a Pietro se lo amava? I padri della chiesa dicono che lo fa perché Pietro potesse riparare la triplice negazione. Pietro, così rapido e sicuro nella risposta, non amava una cosa di se stesso: il fatto di aver tradito Gesù, perciò quando gli dice: “Tu sai tutto, sai che ti voglio bene”Pietro dice a Gesù che gli vuole bene, ma senza volerne ancora a se stesso, perché il tradimento l’ha fatto piangere per tutta la vita. Vuoi bene a Gesù quando lo ami nella tua nudità, lì veramente gli vuoi bene perché lì è la tua verità. Quando ami Gesù, egli ti preannuncia anche il genere di morte che farai per Lui, infatti Pietro verrà crocifisso sul colle Vaticano a testa in giù e lì concluderà la sua vita in un gesto d’amore. Il vero amore di Gesù per noi è quando ci sorprende nudi ed impreparati all’incontro, allora sì è grazia ed incontro; se, invece, lo vogliamo fare eleganti, è un protocollo nostro.        


Prima lettura      At 5,27-32.40-41


La chiesa primitiva subisce le stesse sofferenze di Gesù, anche Lui venne accusato dal sommo sacerdote, anche Lui andò davanti al sinedrio, anche Lui venne fatto flagellare. Questa comunità senza strutture, senza una cultura teologica, perché gli apostoli non erano teologi ma testimoni, inquietano una città intera al punto che il sommo sacerdote con il sinedrio è preoccupato di questo annuncio. Perché? “Perché di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito santo che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono”, il termine obbedire nella teologia lucana significa credere. La Parola di Dio, allora, è una forza di Dio se viene lasciata al suo legittimo proprietario, che è lo Spirito santo. È lo spirito santo l’ispiratore di tutta la Scrittura, gli strumenti sono stati gli scrittori di vari tempi, di differente cultura che hanno scritto in una lingua umana quello che lo Spirito voleva che fosse trasmesso a noi. Ma la Parola di Dio è proprietà assoluta dello Spirito, perciò la Parola non ha bisogno di padroni, non può tollerare gli specialisti che ne usano e ne abusano per la propria gloria personale, la Parola soffoca quando va in mano di uomini strutturati che hanno una precomprensione mentale verso la libertà e la potenza della Parola stessa.
I nemici della Parola sono il clero di Gerusalemme, i sacerdoti, cioè i depositari dell’Antico Testamento e il sinedrio, lo strumento di giudizio del clero; essi vanno contro questa Parola perché la Parola non può essere accolta dagli uomini e dalle donne delle legge. La Parola di Dio non si svende alle strutture, non si fa soffocare da nessuna legge, è libera, potente e può essere umilmente servita solo da uomini e da donne che ne rispettano la legittima proprietà. Senza lo Spirito santo abbiamo il potere di far morire la Parola, perché se noi ci avviciniamo alla Parola senza lo Spirito santo leviamo alla Parola l’anima ed essa rimane apparentemente ciò che è, ma diventa un involucro senza vita, un cadavere. Quando alla Parola si ruba l’anima, che è lo Spirito santo, essa può echeggiare, può risuonare, ma senza lo Spirito lascia indifferenti e non fa altro che sorvolare un deserto di indifferenza. Perciò la Parola di Dio non viene resa efficace da metodiche pastorali, non viene resa affascinante da letture teologiche, ma la Parola di Dio è fascino, salvezza, forza e potenza se se ne rispetta sempre la legittima proprietà , lo Spirito santo. Senza di esso è impossibile ogni evangelizzazione, ogni testimonianza, ogni annuncio. Senza lo Spirito la Parola fa dormire, fa annoiare o lascia indifferenti.
La Parola di Dio è viva e gli apostoli, pur privi di una cultura teologica, raccontano la storia di Gesù, la Parola vivente di Dio, e di fronte a questa Parola Gerusalemme è scossa, si divide tra il popolo umile che ha colto la vibrazione dello Spirito e la struttura che, ancora una volta, ha paura di essere toccata da questa forza potente della Parola.
La Parola di Dio è per tutti, e si fa annunciare volentieri da chi paga un prezzo, da chi subisce la flagellazione per essa, non tanto una flagellazione fisica, ma una flagellazione morale, spirituale, quando magari i primi nemici dell’annuncio saranno il tempio, il sinedrio e il clero, quando i primi nemici che ti flagelleranno saranno coloro che ti rimprovereranno che con il tuo annuncio sconvolgi una città e non la lasci nel sopore tranquillo di una buona parola e di una omelia inoffensiva. La Parola di Dio ha cambiato Gerusalemme, la Parola di Dio ha scosso la città di Gerusalemme, quello che è veramente bello è questo: “Essi se ne andarono via dal sinedrio lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”.
Quando si ruba lo Spirito santo alla Parola, essa si svuota e diventa inefficace e la seconda aberrazione è che, quando si è rubata l’anima alla Parola, essa non basta e si annunciano altri argomenti, pescando in altre filosofie, in altre correnti, perché sembrano più interessanti e tangibili per l’uomo di oggi.
La Parola può operare se le si lascia l’anima, allora la Parola è animazione e forma animatori, allora la Parola con lo Spirito, proprietà di Dio, viene servita da coloro che si sottomettono allo Spirito, che gli obbediscono, allora l’annuncio torna ad essere fecondità e una città viene vinta nell’indifferenza. La Parola non è dialogo né ideologia né corrente teologica né modo di vedere. La Parola è la Parola e il legittimo proprietario è lo Spirito. La chiesa dovrebbe sorvegliare che non avvenga il furto della Parola al legittimo proprietario.
Nella lettura della Parola abbiamo due correnti: quella dell’esegesi storico-critico-scientifica che ammazza la Parola e la lettura spirituale-monastica che riconsegna la Parola al legittimo proprietario, allora, quando lo Spirito è padrone della Parola, accompagna l’annunciatore con segni, prodigi e miracoli. Quando non c’è lo Spirito, l’annunciatore è accompagnato dall’indifferenza e dalla noia.          


Seconda Lettura        Ap 5,11-14

In questo brano lo scrittore descrive con simboli che cos’è il paradiso. Esso è una lode, una celebrazione, una festa. Il veggente dell’Apocalisse vide e udì voci di molti angeli attorno al coro agli esseri viventi e agli anziani e il loro numero era miriadi di miriadi, migliaia di migliaia perché Dio genera solamente il popolo della lode. Il popolo della lode è composto dagli angeli fedeli, dai santi e da noi e si al popolo della bestemmia, al popolo della maledizione che è soggetto al nemico. I due popoli si differenziano proprio per la lode e per la bestemmia: in Dio una lode continua, all’inferno una continua bestemmia e maledizione, perché Dio benedice, l’altro maledice (“Venite benedetti, via da me maledetti”). Dovremmo chiedere, con l’aiuto dello Spirito, la grazia della preghiera della lode, cioè una preghiera graziata dallo Spirito, perché esso toglie alla preghiera ogni funzionalità vantaggiosa. La lode è cercare Dio per Dio. La preghiera della lode è la preghiera alla quale Dio accorda moltissime grazie non richieste, perché l’anima gratuitamente accantona la funzionalità, spegne il lamento e ritrova la bellezza del suo Dio lodandolo.
La preghiera della lode non è un fiume di parole, ma è innanzitutto rendersi conto, attraverso lo Spirito, che Dio è innamorato di noi e arrossire perché pensavamo di essere un nulla, di essere mediocri. Quando lodiamo, celebriamo la nostra sponsalità con Dio, che tra Lui e noi vuole solamente una preghiera di lode, perché essa anticipa il paradiso dentro il nostro cuore, come dice Elisabetta della Trinità.
La lode ci fa entrare nel popolo della lode che ci ha preceduto, con noi stanno lodando Maria, gli apostoli, miriadi di angeli, se entriamo in questo popolo, che è ben superiore a quello della bestemmia, compartecipiamo di tutti quei meriti e di quella santità che questo popolo della lode ha già come tesoro.
Secondo Ravasi, i quattro esseri viventi sono la personificazione dei quattro punti cardinali del mondo per cui, quando lodiamo, la lode porta dentro di sé come grazia il rimbombo cosmico, perché, quando sono nella lode, la mia lode è potente perché si aggrega al popolo della lode a tal punto che la grazia della lode si riversa nei quattro punti della terra e viene sigillata dall’amen: sia così e la prostrazione di adorazione, perché sopra di noi passa la gloria di Dio.
Il paradiso, la vita eterna non sono una struttura nuova. Quando saremo in Dio, inabissati nella sua luce, diventeremo lode viva della sua gloria e la nostra preghiera di lode non avrà mai fine perché il tempo non potrà contenerla, per cui l’eternità rigenererà continuamente la lode sempre nuova della nostra anima e per l’eternità loderemo colui di cui siamo ammaliati e innamorati: Dio.    
 

Vangelo   Gv 21.1-19


Quando non hai più Gesù nel cuore, quando non hai più la nostalgia per Gesù, vai a lavorare e attiri nella tua depressione spirituale anche gli altri, ma quando vai a lavorare perché hai spento la nostalgia il tuo lavoro è nulla e non prendi niente, perché senza Gesù la vita è veramente un grande nulla. E quando gli apostoli tornano all’alba, dopo una notte nella quale non avevano preso nulla, Gesù li sta aspettando sulla riva, perché Gesù aspetta sempre chi ama, anche quando torna massacrato da un insuccesso. Gesù, che è l’alba che precede il sole di Dio, ti sta aspettando perché Gesù sa aspettare.
Essi non si erano accorti che era Gesù, perché quando la nostalgia di Dio non è più nel loro cuore anche la loro vista non può penetrare i misteri di Dio, ma vede solamente immagini oculari: sono ciechi nel cuore. Gesù domanda: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?” e gli rispondono di no, perché quando non abbiamo più Gesù nel cuore il dialogo è un monosillabo, il più delle volte negativo. Gesù rimanda i suoi apostoli a pescare, sfidando le leggi della logica, del tempo e del buon senso, essi vanno e gettano le reti dalla parte destra della barca. Qui Giovanni usa un simbolo, la chiesa deve cercare il popolo dei benedetti, degli eletti, perché alla fine del tempo, alla destra ci saranno gli eletti e alla sinistra i reprobi. Inoltre quando si getta la rete alla propria destra si proclama il salmo 118: “La destra si è alzata, la destra del Signore ha fatto meraviglie”.
Essi prendono 153 grossi pesci, che era il numero delle specie di pesci conosciute al tempo di Giovanni, per cui la rete gettata nel nome di Gesù, che simboleggia la mano di Dio che raccoglie, raccoglie tutti, perché Dio non manda via nessuno. Gesù non si scandalizza della diversità di nessuno e quando noi, perché non abbiamo dentro il cuore Gesù, scarichiamo qualcuno o lo rifiutiamo, la diversità non accolta e non amata, diventa urlo di guerra e, per reazione, diventa folclorica e guerrafondaia e pretende che la sua diversità non raccolta e non amata diventi il colore predominante della tavolozza della vita. Invece la mano di Gesù raccoglie tutti, tutte le specie, tutte le complessità, tutte le diversità, perché esse molte volte sono il frutto di tanti rifiuti d’amore e di tanti abbandoni da parte delle creature. Perciò la chiesa dovrebbe essere quella mano terapica che, prima di tutto raccoglie ogni diversità, quindi può mettersi a discutere su tutte le diversità, ma non può non amare il diverso.
Quando gli apostoli tirano la rete a riva Gesù aveva già preparato il fuoco di brace con del pesce e del pane perché i doni di Gesù precedono e perché Gesù aveva acceso quel fuoco di cui desiderava l’incendio da tanto tempo, però Gesù chiede di portare un po’ di pesce appena pescato, perché anche gli uomini devono compartecipare al dono. Essi scaricano i pesci e la rete non si squarcia perché la mano di Dio sa tenere insieme tutto, e nessuno osava domandare chi fosse, perché sapevano bene chi fosse, ma l’aveva scoperto ancora una volta Giovanni, l’innamorato, che precede sempre la struttura e la gerarchia, perché è l’amore che ha il primato nella chiesa
Quando Gesù domanda a Pietro per tre volte se l’amava per riparare la triplice negazione e Pietro gli risponde che lo ama, riceve da Gesù il mandato di essere sommo pastore della chiesa, però Gesù chiarisce una cosa, che spesso la chiesa e anche noi dimentichiamo, Gesù dice: “Pasci i miei agnelli”, non i tuoi. Gesù ha affidato alla chiesa tutte le anime perché ricordi loro che sono di Gesù, non della struttura. Noi non siamo della chiesa, siamo di Dio, siamo membri di una comunità, crediamo nel valore della chiesa, ma siamo di Gesù e solo di Gesù.
Quante volte consideriamo chi ci è stato affidato come cosa nostra che possiamo massacrare, normare con i nostri orari ed arriviamo ad imporgli una dittatura di metodiche, gli mettiamo dei dictat. Stiamo toccando roba non nostra. Pascere non vuol dire bastonare o mettere degli orari, vuol dire lasciare libertà nelle opzioni e unità solamente nella fede, pascere non è mettere una metodica e un’informativa di come aderire o avvicinarsi ad un servizio, pascere vuol dire semplicemente ricordare all’anima che è di Dio.
        

Prima lettura      At 5,27-32.40-41


Il testimone sconvolge una città, una istituzione, fa porre domande. Il testimone, quando è suscitato dallo Spirito, fa in modo che non ci siano più risposte da controbattere. Ecco che Luca ci tiene a sottolineare che la chiesa è l’assemblea dei testimoni e il tema del testimone è sottolineato anche nella prima lettera di san Giovanni e nel vangelo di Giovanni.
Chi è il testimone? Il testimone innanzitutto non è una buona persona, ma è un folgorato, uno che è stato toccato profondamente dentro dall’incontro con una persona, con un volto, con un nome, con una presenza. Il testimone non parla più con la bocca, ma parla con il cuore squarciato, perché il testimone, sposando lo Spirito santo, ricevendolo nel suo cuore, con amore racconta una storia, un incontro, una contemporaneità d’amore, un evento, ma soprattutto non racconta una parola trasmessa da altri, ma racconta il suo incontro, il suo scontro e la sua seduzione con Gesù Cristo. Dove c’è un testimone nasce per forza di cose la guerra, la persecuzione, la divisione, la condanna, la fuga e la menzogna, perché nel luogo in cui un testimone parla e agisce, nella potenza dello Spirito obbliga la gente a porsi delle domande alle quali non è possibile fuggire e, quindi, a scegliere. Perciò il testimone crea un solco e il punto di divisione è Gesù: o sei con lui o non sei con lui, o lo hai incontrato o non lo hai incontrato, perciò il testimone è una persona alle volte psicologicamente e caratterialmente “squilibrata” perché è una persona che viene lavorata da Dio e dallo Spirito perché in lei è rimasta aperta la dimensione del cuore e del sentimento. Quindi è difficile che un testimone nasca da un grembo razionalistico, logico, un testimone non nasce da una persona che si tarpa le ali e si castra la nostalgia dentro, un testimone non può essere generato da Dio quando è una persona preoccupata sempre di se stessa, di fare bella figura, di non sbagliare mai. Ecco perché Gesù ha scelto come testimoni della prima generazione uomini psicologicamente squilibrati. Queste persone con una forte caratterialità, emotività, personalità diventano coloro che trasmettono un’esperienza unica e viva. Solamente chi ha libero il cuore, il linguaggio del sentimento, chi non si vergogna di innamorarsi di Dio e delle cose di Dio può essere testimone.
Un testimone o i testimoni fanno tremare la città degli uomini dove tutto è modalità, dove tutto è scontato, dove tutto deve essere logico, equilibrato, cortese, in un galateo senza anima. Il testimone si scontra subito con l’istituzione di qualunque tipo, perché l’istituzione gioca sul fatto di addormentare le persone, perché l’istituzione non percorre la via di Dio della singola persona, ma percorre la via dell’assembramento delle persone, che devono essere gestite, regolarizzate, normate e dominate. Il testimone sconvolge questo stile. I sommi sacerdoti capiscono che c’è una mina vagante in Gerusalemme perché “volete far ricadere su di noi la colpa della morte di quest’uomo” eppure Gesù ha voluto che noi fossimo i testimoni.
I testimoni raccontano un incontro, le persone buone propongono opere buone, i testimoni raccontano un innamoramento, le persone buone raccontano una metodica morale, un testimone racconta un’emotività sconvolgente, la persona razionale racconta un equilibrio equilibrato, è impossibile l’incontro. Nella stessa comunità cristiana dove c’è un testimone c’è guerra perché l’istituzione non può tollerare che ci sia qualcuno che al suo interno riempie di amore incondizionato un annuncio d’amore. Il testimone fa sorgere tre generi di persone: i pompieri, i persecutori e i controllori; i pompieri per spegnere la fiammata d’amore perché le nostre comunità devono essere tutte comunità artiche, controllate, dominate. Ecco perché il testimone è perseguitato ed ecco perché le persone perseguitate, magari anche dalla chiesa, sono le persone più giuste da seguire, perché stanno raccontando un innamoramento.
Il testimone non è catturato dalla struttura, non è silenziato dal palazzo e non scende a compromessi con il sinedrio. Ma dove c’è un testimone si arriva ben presto alla frutta delle argomentazioni e si passa alla frusta. I sommi sacerdoti fanno fustigare gli apostoli e Luca mette dentro questo particolare per far capire che gli apostoli cominciano a seguire le stesse sorti del Maestro. I sommi sacerdoti pensavano che, facendoli fustigare, si sarebbero calmati i bollenti spiriti, invece quelle piaghe della fustigazione sono proprio il sigillo che quella testimonianza è vera. La Parola allora ci chiede: tu che ti ritieni dentro alle sacre cose della comunità, tu che fai tante belle cosucce, stai pagando un prezzo per questo? Se paghi un prezzo e nella fustigazione si possono mettere: persecuzioni, emarginazione, incomprensioni, allora se la tua carne urla un prezzo, comincia ad essere testimone di Gesù che nell’Apocalisse è detto il testimone verace, noi testimoniamo il testimone. Ecco perché il testimone non ti racconta un sapere, ma ti racconta un amore, il testimone unito allo Spirito santo sta inquietando la struttura artica che oggi vorrebbe spegnere il fuoco. Il testimone non esita: “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli  uomini” ecco perché facciamo presto a scandagliare chi non è testimone, lo si capisce da come parla di Dio, da come parla si capisce subito se è testimone o giornalista di un fatto passato. Da come parla si capisce se è innamorato di Gesù o se quello che racconta l’ha imparato da altri.
Anche gli apostoli vanno davanti ai sommi sacerdoti, gli stessi di Gesù, con questo particolare Luca intende sottolineare che la chiesa è prolungamento di Gesù. Una chiesa o è testimoniante o non lo è.
Allora questa Parola oggi è veramente potente perché un piccolo numero di testimoni fa tremare Gerusalemme. Nelle nostre comunità abbondano le persone disponibili, buone, impegnate, ma forse ci sono pochi testimoni. La parrocchia dovrebbe essere la comunità dei testimoni, dei sedotti  da Gesù, il Maestro.
 

Seconda Lettura        Ap 5,11-14

Questo brano dell’Apocalisse è uno spaccato di una liturgia celeste scritta con simbologie che l’autore trae da una liturgia templare, però queste poche righe formano un grande trattato di preghiera. Prima di tutto la preghiera comincia con l’adesione libera e avvinta di un orante: “Io, Giovanni vidi e intesi”, la preghiera è vedere e intendere voci non umane. E quando la preghiera è ridotta ad una confezione di una confettura dolciastra di un’organizzazione di dati celebrativi, lì non c’è più né Dio né la nostalgia né il brivido né il palpito e la preghiera si frantuma in un parlarsi addosso e nel soddisfare un obbligo celebrativo. Questa è la morte della preghiera. L’esperienza di preghiera è un’esperienza mistico spirituale, un’esperienza nella quale si entra in un mondo non proprio, affascinati dalla bellezza della diversità di Dio. Per molti cristiani la preghiera è udire se stessi, trovare se stessi e trovare ancora per l’ennesima volta l’uomo.
Perché oggi la liturgia cattolica è così malata, noiosa e soporifera? Perché è stata ridotta ad una confezione di rumori, di suoni, di parole, di umano. In alcuni incontri di preghiera è tutto umano, tutto antropologico, tutto buonistico, tutto morale, ma non c’è l’esperienza di Dio e da queste preghiere si rifugge, perché senti che non ti danno il cibo buono di Dio. L’anima non può restare lì perché senti che sei dentro una complicità aggressiva di un umano che celebra se stesso in un parossismo di onnipotenza. La preghiera non è questo. La preghiera è entrare in questa nostalgia, in questa diversità, perché l’anima ha sete di una diversità divina, l’anima viene attratta dalla bellezza di Dio e la preghiera dovrebbe essere questo entrare in questo spaesamento perché non sei più in un mondo tuo che gestisci, ma senti voci di molti angeli intorno al trono, di esseri viventi, di vegliardi ed entri nella bellezza divina perché celebrare Dio non è un rito, il rito è una modalità necessaria, ma la preghiera è questo respirare. Per l’Apocalisse la preghiera è solamente una: amen, la preghiera è solamente un atteggiamento: si prostrarono in adorazione; la preghiera non è parola mia, non sono richieste da ufficio di collocamento, ma è incontrare la bellezza divina. La preghiera è sentirsi gratificati da un silenzio, da una diversità e da un amore che con te non usa parole consumate, ma dona la Parola viva che brucia dentro. La preghiera è ritrovare l’origine, ritrovare l’identità, il fascino, il mistero; la preghiera è perdersi.
Gesù Cristo è venuto sulla terra perché noi potessimo incontrare Dio, solo Dio, invece noi pensiamo di servire l’uomo in un temporalismo antropologico esistenziale, ma l’uomo quando la chiesa cattolica l’avrà saziato, scaldato e mantenuto, andrà dallo sciamano a cercare le risposte ulteriori.  


Vangelo   Gv 21.1-19


Quando non c’è Gesù termina un sogno. Pietro il traditore, Tommaso l’incredulo, Natanaele o Bartolomeo, il menefreghista, i figli di Zebedeo che erano i carrieristi di turno, e altri due discepoli, anonimi. Quando manca Gesù, il sogno finisce e Pietro l’emotivo e il burbero dice: “Io vado a pescare”; egli torna alla vita di prima, ha vissuto una bella parentesi, ma il sogno è finito. Questi compagni seguono Pietro e non prendono nulla, perché quando hai fatto esperienza di Gesù non puoi più tornare indietro, perché indietro c’è il vuoto. Non hanno preso più nulla perché Gesù li aveva costituiti pescatori di uomini e non di pesci e loro volevano tornare ancora a pescare i pesci e non gli uomini. All’alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli  non si erano accorti che era Gesù, erano distanti qualche centinaio di metri. È bello questo Gesù che si presenta all’alba perché non è un Gesù sfolgorante, ma è un Gesù aurorale, su cui devi puntare l’occhio. Il Pietro senza sogno non lo riconosce. Lo riconosce l’innamorato: “E il discepolo che Gesù amava disse: è il Signore”. Siccome Pietro era svestito si butta in acqua, ancora una volta figlio di un galateo e di una modalità, si butta in acqua ritenendo che Gesù fosse ancora una volta una modalità templare rituale, ma è l’innamorato che precede la struttura e, se non c’è l’innamorato, nell’alba non vedi niente. Se in una comunità non ci sono gli innamorati, Gesù non si riscopre, perché la distanza tra noi e Gesù rimarrà sempre insanabile. Perché Giovanni colloca Gesù sulla riva e non lo fa camminare sull’acqua? Perché Gesù è l’approdo, il porto, la sicurezza, la stabilità, la spiaggia, l’accoglienza, noi siamo ancora nella mutevolezza dell’acqua. La vita umana è questo mutare in questo mare instabile della vita di fronte al Gesù che ci aspetta sulla solidità della terra. Tra noi e lui c’è qualche centinaio di metri, la prova della vita, per arrivare all’approdo del paradiso. Quando arriviamo lui ci ha preceduto e ci fa trovare tre cose: il fuoco, il pesce, il pane, cioè lo Spirito, la risurrezione e l’Eucaristia, tre cose preparate da lui non da noi. Dopo questo incontro c’è l’invito a gettare la rete, la rete del regno, che viene gettata nell’acqua misteriosa del mondo, ma che raccoglie gli uomini assetati di Dio. Gesù a quello che ha preparato aggiunge qualcosa del pescato, anche noi dobbiamo mettere nell’oblazione divina qualcosa di nostro (simboleggiato dall’acqua nel vino). Questa Eucaristia è un’Eucaristia senza musica, senza commenti, senza lettori, è una celebrazione dove c’era un profondo silenzio e parlava solo Gesù. È un silenzio di stupore, questa è la vera partecipazione fruttuosa all’Eucaristia: lo stupore contemplativo di un Dio che ci ha preceduto, si è fatto presenza e ci ha preparato lo Spirito, l’Eucaristia e la vita eterna.
Nella seconda parte del brano c’è il mandato a Pietro: Simone di Giovanni mi ami tu più di costoro? Tre volte ce lo chiede. Gesù chiede a Pietro: sei un innamorato o sei solo un seguace? Gesù verifica se Pietro è entrata nella via amoris percorsa da Giovanni perché un pastore senza amore è un triste pastore e un pastore senza amore non può pascere, perché pascere è amare, non controllare, non mettere in fila le pecore, ma è amare un gregge che, essendo gregge, per forza di cose non potrà mai diventare una parata militare. Un pastore deve amare questa mobilità e questa mutevolezza, perché è proprio lì che dimostri chi sei: un uomo generato dal cuore di Dio. Solamente chi ama è pastore, anche senza ricevere i sacri ordini siamo pastori se amiamo perché, amando, poni un atto di amore di Dio che diventa atto di governo, di guida e di tenerezza verso la creatura. Ecco perché Pietro diede risposte scontate alle prime due domande, sembrava scontato che lo amasse, e alla terza volta il Pietro emotivo capisce che seguire Gesù è veramente amarlo: “tu sai tutto, tu sai che io ti amo”.
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