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01 marzo 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 01 Marzo 2020
I Domenica di Quaresima anno A


Prima lettura         Gn 2,7-9;3,1-7


In questo capitolo del libro della Genesi, il primo libro della Sacra Scrittura, lo scrittore descrive il sogno di Dio per l’uomo, la sua bontà nella creazione dell’uomo e il dramma della colpa dei progenitori. La chiesa in Quaresima ha una sua didattica, una sua sapienza, ci vuole condurre a guardare e a riflettere sulle origini e su ciò che nelle origini è stato una lacerazione e una ferita, che la chiesa chiama peccato originale e da cui tutta l’umanità è compromessa in forza di questa coesione della storia che non conosce interruzioni e salti.
Metterci di fronte a questa Parola nello Spirito e nella sapienza celeste non è leggere una storia passata, ma è leggere la nostra storia, la storia di ognuno, dove si contrappongono continuamente l’amore, il sogno, la benevolenza di Dio e la nostra complessità e la nostra fatica per esserne fedeli. Che cosa ha rovinato il rapporto tra i progenitori e Dio? Che cosa rovina anche oggi il rapporto delle anime con il loro Creatore se non l’arroganza, la forza superba di una mente che vorrebbe darci e confezionarci tutte le risposte, che vorrebbe farci credere che noi siamo dio e che possiamo fare dio. È il dramma del nostro tempo in cui per molti Dio non esiste, in cui per tanti Dio è dimenticato  e in cui ciascuno di noi, nel suo piccolo, nella sua storia, molte volte si sente dio di se stesso, appartenente alla sua potenza, anzi alla sua onnipotenza. Questo atteggiamento ci porta poi a mangiare l’amarezza di un frutto avvelenato.
Questo brano non è una Parola terroristica o una Parola depressiva, è una Parola vera perché la Parola di Dio, come identità profonda, ha la verità. La Parola non ci inganna, non si sottopone alle mode, essa dice la nostra verità per nostro amore e la prima verità che essa afferma con forza è che noi dobbiamo sempre ricordare il nostro statuto di creature, create da Dio, libere nella libertà dataci da Dio e capaci di percorrere la triste possibilità del peccato. Quando noi, con la nostra tracotanza, infrangiamo il sogno d’amore di Dio su di noi, i nostri occhi si aprono nella cruda verità che abbiamo scelto, che è il nostro limite, la nostra nudità, la nostra fuga.  
Come potremo definire oggi il dramma delle persone se non una fuga e un nascondimento continuo da se stesse, dalla vita e dagli altri? Su cos’è fondata la nostra speranza per la vita e per l’avventura umana? In un atteggiamento di Dio che il libro della Genesi racconta: l’instancabilità di Dio di cercare ognuno di noi. Potremmo definire Dio l’eterno inseguitore dell’uomo per amore. Dove si nasconde l’uomo oggi? Oggi l’uomo si nasconde nei cespugli della sua effimera realizzazione, nelle siepi della sua infinita chiacchiera, nel nascondimento della sua nudità interiore dell’anima dove, non avendo più le certezze certe, mangia continuamente le certezze incerte e le certezze che tradiscono e che traumatizzano la sua vita e il suo cuore.
Noi non ritroveremo noi stessi attraverso le nostre analisi, non ritroveremo chi siamo, dove andiamo, che cosa facciamo  attraverso indagini doxa o attraverso analisi scientifiche; ritroveremo noi stessi unicamente se permetteremo a Dio di ritrovarci. Il ritrovarci di Dio non è un’azione punitiva nei nostri confronti per riportarci sulla retta via, Dio vuole ritrovarci perché quando ci ritrova ci dona la gioia e la grazia di ritrovare noi stessi e quando ciascuno di noi, per grazia e per tenacia divina, ha ritrovato se stesso, comincia a gioire e ad esultare nel suo Signore, perché egli fa esperienza di un amore divino che nemmeno le grandi acque della sua arroganza hanno spento. Tutto per Dio si risolve nell’amore.
Lasciarsi ritrovare è investire la nostra libertà nel vero amore e il vero amore, quando ci ritrova, ci ricolloca al centro di noi stessi, nel nostro cuore.
 
Seconda Lettura            Rm 5,12.17-19

Paolo, nel suo linguaggio teologico, affronta il grande dualismo fra i due Adamo, il primo Adamo, peccatore, che è la nostra verità, e il secondo Adamo, Cristo, che è la perfetta immagine della paternità misericordiosa di Dio. In questo quinto capitolo della lettera ai Romani Paolo esalta la grazia, descrive e loda il mistero della grazia con alcune pennellature: “Ma il dono di grazia non è come la caduta, se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio si è riversata in abbondanza su tutti gli uomini e ancora molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia regneranno nella vita”. Paolo parla della grazia, un mistero affascinante di cui fanno esperienza solo le anime che aprono la loro vita, la loro storia a questa carezza efficiente e discreta di Dio. La grazia di Dio guarisce, rigenera, ricolloca, fa ricominciare un cammino, distrugge un passato, edifica un presente, dona la speranza certa di un futuro glorioso ed eterno. La grazia è la risposta intelligente alla strutturazione organizzativa del male. Oggi anche nella chiesa c’è un tentativo di combattere il male organizzando e strutturando il bene, ma il bene, prima di essere strutturato, di essere organizzato e di essere distribuito, deve essere ricevuto, deve essere accolto, deve essere donato dal sommo Bene, che è Dio, che nella effusione della sua grazia ci mostra il suo volto. Molte volte, anche nella chiesa, investita da una secolarizzazione interna, si cercano vie mondane di strutturazione di logica e di intervento che prescindono da una grazia previa o non ne fanno conto. Oggi la prima preoccupazione delle nostre comunità è organizzare la struttura, le scadenze, gli eventi, invece la prima preoccupazione e la prima occupazione di una comunità dovrebbero essere il mantenere fermamente salda la propria identità originale, che è essere l’oasi della grazia o essere, come diceva Giovanni XXIII, la fontana del villaggio che tutti disseta. Quando noi non siamo inebriati di questa sovrabbondanza di grazia, di questa gratuità infinita di grazia, noi siamo ridotti ad essere uomini e donne buoni che elargiscono prestazioni caritative buonistiche oppure che sono occupati  a strutturare una comunità per servizi sociali, ma non per essere vibrazione, risonanza di grazia. La chiesa, voluta dal secondo Adamo, da Gesù Cristo, è la comunità della grazia e i sacramenti sono canali di grazia, indipendentemente dalle nostre preoccupazioni organizzative per renderli luminosi, fluorescenti e soprattutto in funzione di una comunità che fa del ritrovarsi l’unica modalità della fede.
La grazia di Dio, invece, non ha bisogno dei nostri arredamenti e nemmeno dei nostri aggiustamenti, perché la grazia ha uno statuto suo, intangibile: la libertà d’intervento e la ricaduta misteriosa nelle anime da lei scelte. L’abbondanza della grazia, la guarigione della grazia, la potenza della grazia dovrebbero contrassegnare la nostra Quaresima, dovrebbero aiutarci a immergerci in questa intimità profonda di Dio in cui ritrovare la profondità della gratuità dell’amore.
Il sacramento della Riconciliazione, che dovrebbe essere uno dei canali privilegiati per la grazia in questo tempo di Quaresima, dovrebbe essere la possibilità che l’intelligenza dei pastori dà alle anime di tuffarsi singolarmente in questa fonte inesauribile d’amore. Diamo meno importanza e sottolineiamo meno l’aspetto comunitario celebrativo di questo sacramento, che molte volte è una scorciatoia per essere meno presenti in questo sacramento, ma diamo alle anime la gioia di un incontro singolo, unico, discreto, tra la colpa e la grazia, tra il peccato e la grazia, tra la nostra nostalgia e la grazia.
La grazia non ha bisogno di un codice della strada o di orari di elargizione, la grazia non ha un orario d’ufficio, la grazia è inesauribilmente quella sorgente che sgorga solo per amore.
Preghiamo lo Spirito perché le nostre comunità diventino oasi della grazia allora, se ci crederemo fino in fondo, vedremo la creatività di Dio e della sua grazia che dipingerà un affresco meraviglioso delle comunità che non saranno più composte da utenti, ma saranno mosaico di graziati dove diverse storie, diversi cuori, diverse vicende diventeranno armonia d’amore senza i nostri clamori e senza le nostre regie.
       
  
Vangelo          Mt4,1-11

Nel vangelo di Matteo la chiesa legge le tre tentazioni di Cristo nel deserto per opera del demonio. Da tanto tempo nella chiesa si sono molto relativizzate la presenza del nemico e l’opera dei demoni, recentemente, invece, in alcune frange ecclesiali si è evidenziata la presenza del nemico e molte volte in maniera ossessiva, folclorica, fino ad arrivare ad alcune esagerazioni di demoniolatria, vedendo al centro dell’esperienza di fede solamente la presenza oscura, misteriosa ma efficiente di questi spiriti. Sia la relativizzazione sia la sottolineatura esasperata non appartengono alla prudenza e alla sapienza della storia della chiesa, ma certamente ci deve essere un’attenzione sapiente ed essenziale verso l’opera devastante del nemico. Noi molte volte confiniamo la sua opera nei film che fanno tendenza o nelle situazioni limite di possessioni diaboliche che, per fortuna, a detta degli esorcisti, sono minime. Mentre dovremmo accorgerci e comprendere l’opera feriale del nemico che non è così estrema, ma è molto efficace.
La prima opera del nemico nei riguardi della comunità ecclesiale e della chiesa è quella di rubarne l’identità, l’originalità e di rivestirla con il ridicolo dei panni mondani delle mode, delle opinioni o di altre strutture appartenenti al mondo che si oppone a Cristo, di cui il nemico è principe, a detta di Gesù. La seconda incursione quotidiana è la disistima e il non amore che regnano tra noi, discepoli di Cristo, tra pastori, tra laici, tra religiosi, tra i quali il nemico confeziona contrapposizioni insanabili, disistime efficaci e rottura di amicizia e di comunione profonda tra i cuori. La terza incursione del maligno è l’attacco diretto alla Parola attraverso cui molte volte impedisce e toglie il gusto, il desiderio, la nostalgia del sale della Parola, per mettere al centro altri tipi di parole: analisi sociologiche, ricerche pastorali o programmi umani che molte volte pretenderebbero di essere supporti indispensabili alla bellezza, alla potenza, all’efficacia della Parola.
Altro attacco quotidiano del maligno è sciupare e snaturare la celebrazione liturgica di Dio, rendendola un’attività umana e facendola diventare contenitore di mode e di richieste umane in cui non si celebra più il mistero, ma si tende in maniera idolatrica a celebrare l’effimero della cronaca, della mondanità e delle nostre recriminazioni o delle nostre contestazioni. Quando Dio non è più il centro di una celebrazione e di una ricerca, tutto serve alla confezione umana di quello che ci illudiamo sia celebrazione, invece è idolatria pura di se stessi. Anche Gesù, il grande liturgo del Padre, anche Gesù, l’unica Parola del Padre, anche Gesù, l’unico missionario del Padre, venne raggiunto dal nemico per uno scopo solo: non essere più di Dio, non assumere più ciò che Dio voleva da Lui, ma diventare lo strumento e il ridicolo dei desideri dell’uomo. Gesù non ha percorso la via del populismo, Gesù non ha voluto percorrere la via del consenso, dell’applauso, del socialmente utile, Gesù è rimasto fedele al Padre.
Anche oggi, forse, la chiesa sta vivendo una crisi interna che mai ha vissuto prima di adesso, una crisi di cui il regista misterioso è il nemico. Il maligno non ci dice ufficialmente di negare la signoria di Dio, ma vorrebbe che la signoria di Dio fosse relativizzata alla signoria delle voglie, dei desideri e delle realizzazioni egoistiche dell’uomo. Questa guerra del nemico all’interno della chiesa è una guerra che non fa rumore, che si maschera di bontà, di apertura e di attenzione ai bisogni dell’uomo, eppure di questa guerra lui è proprio il regista, perché vuole snaturare l’identità della chiesa. Egli la vuole snaturare della sua identità, della sua diversità, della sua unicità per renderla un’agenzia sociale ecumenica, aperta, disponibile alle mode del mondo, facendole credere che questa è la strada per avere successo ed accoglienza.
Ma se percorriamo questa strada, la strada di Dio si divide dalla nostra.

Una goccia di luce...
Il diavolo vuole solamente farti disperare, esasperare, assolutizzare. Ti fa credere che l’amore sia diventare sempre agenzia di soccorso per gli scarognati della vita. Questo non è amore. Questa è ancora utilizzazione della persona...
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