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01 novembre 2018

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di giovedì 01 Novembre 2018
Solennità di Tutti i Santi


Prima Lettura     Ap. 7,2-4.9-14


Il libro dell’Apocalisse è l’ultimo libro del Nuovo Testamento. L’autore, secondo i biblisti, non è Giovanni apostolo, ma quasi certamente uno o più autori a lui vicini perché lo stile è il suo. Giovanni scrive l’Apocalisse in forza di un avvenimento storico: le persecuzioni e le uccisioni di alcuni cristiani fatte da Nerone e Domiziano. Il genere apocalittico, che troviamo anche nel libro di Daniele, nei Maccabei, in Isaia, è un genere letterario difficile perché in esso si trovano molti elementi simbolici, numerologici, iniziatici, di cui occorre avere nozione, per questo l’interpretazione puramente letterale non è possibile.
Giovanni, esiliato per la Parola a Patmos, una delle isole Sporadi, dice di aver visto dall’oriente salire un altro angelo. Questo particolare non è a caso perché “dall’oriente verrà a visitarci un sole che sorge”. Gli altari nelle chiese antiche erano volti a oriente e il papa vorrebbe che anche il prete tornasse a volgersi  verso oriente, di spalle al popolo, per dare il cuore a Dio.
Un altro simbolo iniziatico è il sigillo, che nell’antichità era garanzia di una proprietà o di una identità. Il sigillo del Dio vivente è simbolo dello Spirito, è segno di un’appartenenza. I quattro esseri viventi nella cosmogonia apocalittica richiamano i quattro punti cardinali e il numero 144.000 è un numero simbolico che porta alla potenza le 12 tribù d’Israele. Poi Giovanni ci porta dentro il contesto di una celebrazione in cui il trono simboleggia Dio Padre e l’agnello immolato Gesù. Il trono e l’agnello sono i referenti di un’adorazione e le vesti candide e i rami di palma sono i martiri, coloro che erano stati uccisi nelle persecuzioni di Nerone e di Domiziano. Gli anziani fanno parte della corte celeste.
L’Apocalisse viene scritta per rispondere alla teologia della storia, per capire il senso della storia, per capire che nella storia Dio avrà l’ultima parola ed è una verità di fede.
Questo brano ci fa comprendere quanto sia difficile mettere per iscritto le realtà di Dio. Tutto quello che viene scritto su di Lui e sulla vita eterna lascia la bocca asciutta perché è scritto con il supporto di schemi mentali, culturali e religiosi, ma certamente quello che viene scritto su di Lui non lo cattura perché Dio è ineffabile, indescrivibile. Questa Parola, che ci ha descritto in poche righe il Paradiso, ci porta a interrogarci su una domanda che poniamo sempre male, infatti ci si domanda sempre che cos’è il paradiso e dov’è il paradiso ma, se fosse un luogo, avrebbe comunque componenti spaziali e temporali e faremmo semplicemente un trasloco da un posto ad un altro; se il paradiso, poi, fosse un premio, Dio dovrebbe premiarci per il nostro impegno, invece il paradiso non è un luogo e non è un premio, ma è la presenza di Dio.
Il giardino del paradiso, questo è il significato del termine, è preceduto da tre giardini: il giardino del sogno infranto, l’Eden, in cui Adamo ed Eva hanno smarrito la volontà di Dio e la sua presenza, il giardino dell’espiazione, il Getsemani, in cui Cristo si carica per riaprirci l’accesso, il giardino della vittoria, la risurrezione, e poi  quello della pienezza. Allora il paradiso è Dio perché solo Dio può saziare la nostra anima. Un salmo dice infatti: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente”. Quando varchiamo la soglia dell’eternità, solo Dio può essere il nostro premio, perché andando da lui diventiamo un’unica realtà differenziata d’amore: il paradiso è l’anima che entra nel mistero di Dio. La nostra anima ha voglia e sete solamente di una bellezza, di una presenza e di un amore, perciò il purgatorio è la cosmesi amorevole di Dio che purifica e agghinda l’anima perché possa entrare in Lui. In Dio ciascuno sarà se stesso e Dio sarà in tutti, ma non in senso massificante, Dio si donerà a tutti in una via unica e originale che è quella della nostra anima. Il paradiso è finalmente essere dentro, dimorare dentro, vivere dentro, gioire dentro una presenza che non ha più spazio, tempo, legge, chiesa, non ha più pastori, sacramenti, Parola di Dio. Per cui il paradiso è solamente il restare, il dimorare, il vivere, il danzare nella bellezza di Dio e questa bellezza sarà continuamente sorprendente, dinamica, diversa, itinerante perché il mistero è senza fine. In Dio noi saremo veramente felici perché finalmente vivremo per la prima volta la vera relazione iniziata nel giardino del sogno infranto, riaperta dal giardino dell’espiazione e della vittoria e donata nel giardino della pienezza. In paradiso in Dio non ci sarà più il ragionamento perché l’amore avrà la preponderanza, non ci sarà più l’angoscia, la lacrima perché le cose di prima sono passate.
Il giorno della nostra morte biologica è il giorno delle nostre nozze con l’eterno. Al cimitero andiamo a trovare i resti mortali dei nostri cari che attendono la resurrezione della carne e di entrare anche con la loro corporeità in questa ubriacatura d’amore di Dio. Nel mistero della Trinità noi staremo bene perché Dio è un mistero che è uno e trino cioè unità e diversità, una forte comunione e una forte personalizzazione.
          

Seconda lettura         1Gv3,1-3

San Giovanni ci dà una notizia strepitosa: “Ciò che saremo non è stato ancora rivelato” perché siamo immersi nella storia e nel tempo. Il tempo e la storia senza Dio abbruttiscono la nostra bellezza, perché l’uomo vorrebbe plasmare da solo i connotati della bellezza divina che Dio ci ha messo dentro. Noi siamo già realmente figli di Dio attraverso l’unico Figlio naturale, che è Gesù, ma più noi saremo ciò che dovremo essere, cioè di Dio, più il mondo non ci capirà e più la stessa chiesa non ci capirà. San Giovanni Bosco era reputato pazzo dall’arcivescovo di Torino, tanto che nella sua biografia il santo scrive che, se avesse potuto, l’arcivescovo l’avrebbe ucciso. Questo perché il mondo lontano da Cristo non sopporta la bellezza divina che si rifrange nell’anima che è di Dio e, non sopportandola, la perseguita. Non la sopporta perché quando un’anima vive la bellezza divina, evidenzia nel silenzio la schifezza umana. Un’anima è piena della bellezza di Dio quando, mossa dallo Spirito santo, vuole percorrere la via mistica dell’amore, la via dell’amore agapico. Dio vuole attirare ciascuno di noi a questo, altrimenti saremo sempre indaffarati nel cortile e mai nel castello interiore dell’amore. Per giungere al “ciò che saremo” nell’esperienza mistica ci sono tre vie: la via illuminativa che percorriamo quando ci lasciamo illuminare dalla grazia e la grazia, illuminandoci, ci purifica (via purgativa), per giungere alla via unitiva.
Oggi, purtroppo, la malattia più diffusa nella chiesa è la mediocrità, il sopravvivere, il tirare avanti. Molti sono stanchi dell’amore di Dio perché non l’hanno mai conosciuto e sono saturi di una intossicazione istituzionale che non è Dio.
San Giovanni dice: “sappiamo però che quando lui si sarà manifestato noi saremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è” non tanto nella sua essenza intima divina, che non è catturabile, ma nell’essenza e nella identità che la creatura può cogliere. La vita eterna è ripristinare quel rapporto diretto, “frontale” del giardino del sogno infranto. In quel giardino la nostra bellezza si è appesantita di tre pesi: il lavoro, il sudore e le doglie del parto, tutto è diventato fatica, dolore perché il veleno del nemico ci ha rubato il sogno. Il veleno delle anime dei cristiani di oggi è proprio la mediocrità, essi sono così estranei alla vita intima con Dio che devono parlare di dialogo, di accoglienza degli extracomunitari, di Caritas e di altre cose, perché sono sposati ma separati in casa. Quando non si ha Cristo, ci si deve adattare a questo umanesimo per far dire alla gente che qualcosa di buono viene fatto, ma una cosa è fare qualcosa di buono, un’altra è essere innamorati!
Quando incontreremo Lui saremo subito guariti e riempiti della sua bellezza divina. La creatura diventa specchio del fulgore del Creatore, diceva santa Caterina da Siena.
La bellezza di Dio è far emergere da tutti noi ciò che noi non abbiamo visto perché non avevamo ancora la rivelazione di ciò che saremo; la bruttezza è la mediocrità fatta sistema e la violenza della creatura che plasma i nostri dati somatici dell’anima e ci rende un clone della schifezza.

       
Vangelo      Mt 5, 1-12

Noi pensiamo che le beatitudini siano atteggiamenti esistenziali, morali e comportamentali dei cristiani, invece la prima e unica beatitudine è Gesù a cui ne seguono altre due implicite: il decidere di non essere folla, perché solamente i discepoli salgono sul monte con Gesù, e l’avvicinarsi a Lui, cioè l’essere intimi di Lui.
Quando Gesù proclama le beatitudini, eccettuata l’ultima, sta raccontando se stesso, la sua vita, le sue scelte, è Gesù il primo povero in spirito perché lui ha scelto solamente il Padre e ha detestato ogni struttura, è Gesù colui che ha pianto su Gerusalemme sull’amico Lazzaro perché sapeva che il pianto era il fiume dell’amore che fa crescere il frutto dello Spirito e la primavera spirituale. È Gesù che è stato mite, perché ci insegna che la mitezza non è essere pavidi, ma è la fortezza dell’amore, e l’amore è vero, l’amore smaschera per amore e l’amore prende le distanze per amore per non diventare complice delle opere delle tenebre altrui. Il mite è colui che non condanna nessuno, ma si differenzia e si  distanzia perché l’amore deve essere chiaramente collocato.
Gesù ha avuto fame e sete di Dio, della sua Parola, del suo regno, della sua vittoria, Gesù  è stato misericordioso, perché la misericordia è la sfumatura intelligente dell’amore, la misericordia non si appella ad una legge, ma si appella alla legge suprema del cuore. Gesù è stato puro di cuore perché ha visto il mondo con gli occhi del Padre, Gesù ha operato la vera pace, è lui la vera pace perché ha veramente fatto pace tra cielo e terra. Gesù è stato perseguitato per la giustizia del vangelo.
L’ultima beatitudine è per noi, i discepoli: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male per causa mia” ( è una persecuzione evangelica inflitta per Gesù, la persecuzione per altre cose non vale niente). Saremo perseguitati per Gesù perché finalmente vedranno in un uomo un tentativo di grazia di essere Gesù.
La vera beatitudine che nasce dalla prima e ultima che è Gesù, dalla seconda, che è essere discepoli e non folla, e dalla terza, che è amarlo, è il grembo che ha generato i santi. E tutti i santi hanno vissuto la nona beatitudine: incompresi dalla folla istituzionale perché non stavano nella folla ma scappavano verso il monte dell’amore. Questa è la santità, ecco perché i santi sono essenzialmente dei solitari.
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