01 novembre 2019 - Sito Sultabor

Vai ai contenuti

Menu principale:

01 novembre 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di venerdì 01 Novembre 2019
Solennità di Tutti i Santi


Prima Lettura     Ap. 7,2-4.9-14


Il libro dell’Apocalisse è l’ultimo libro del Nuovo Testamento. L’autore, secondo i biblisti, non è Giovanni apostolo, ma quasi certamente uno o più autori a lui vicini perché lo stile è il suo. Giovanni scrive l’Apocalisse in forza di un avvenimento storico: le persecuzioni e le uccisioni di alcuni cristiani fatte da Nerone e Domiziano. Il genere apocalittico, che troviamo anche nel libro di Daniele, nei Maccabei, in Isaia, è un genere letterario difficile perché in esso si trovano molti elementi simbolici, numerologici, iniziatici, di cui occorre avere nozione, per questo l’interpretazione puramente letterale non è possibile.
Giovanni, esiliato per la Parola a Patmos, una delle isole Sporadi, dice di aver visto dall’oriente salire un altro angelo. Questo particolare non è a caso perché “dall’oriente verrà a visitarci un sole che sorge”. Gli altari nelle chiese antiche erano volti a oriente e il papa vorrebbe che anche il prete tornasse a volgersi  verso oriente, di spalle al popolo, per dare il cuore a Dio.
Un altro simbolo iniziatico è il sigillo, che nell’antichità era garanzia di una proprietà o di una identità. Il sigillo del Dio vivente è simbolo dello Spirito, è segno di un’appartenenza. I quattro esseri viventi nella cosmogonia apocalittica richiamano i quattro punti cardinali e il numero 144.000 è un numero simbolico che porta alla potenza le 12 tribù d’Israele. Poi Giovanni ci porta dentro il contesto di una celebrazione in cui il trono simboleggia Dio Padre e l’agnello immolato Gesù. Il trono e l’agnello sono i referenti di un’adorazione e le vesti candide e i rami di palma sono i martiri, coloro che erano stati uccisi nelle persecuzioni di Nerone e di Domiziano. Gli anziani fanno parte della corte celeste.
L’Apocalisse viene scritta per rispondere alla teologia della storia, per capire il senso della storia, per capire che nella storia Dio avrà l’ultima parola ed è una verità di fede.
Questo brano ci fa comprendere quanto sia difficile mettere per iscritto le realtà di Dio. Tutto quello che viene scritto su di Lui e sulla vita eterna lascia la bocca asciutta perché è scritto con il supporto di schemi mentali, culturali e religiosi, ma certamente quello che viene scritto su di Lui non lo cattura perché Dio è ineffabile, indescrivibile. Questa Parola, che ci ha descritto in poche righe il Paradiso, ci porta a interrogarci su una domanda che poniamo sempre male, infatti ci si domanda sempre che cos’è il paradiso e dov’è il paradiso ma, se fosse un luogo, avrebbe comunque componenti spaziali e temporali e faremmo semplicemente un trasloco da un posto ad un altro; se il paradiso, poi, fosse un premio, Dio dovrebbe premiarci per il nostro impegno, invece il paradiso non è un luogo e non è un premio, ma è la presenza di Dio.
Il giardino del paradiso, questo è il significato del termine, è preceduto da tre giardini: il giardino del sogno infranto, l’Eden, in cui Adamo ed Eva hanno smarrito la volontà di Dio e la sua presenza, il giardino dell’espiazione, il Getsemani, in cui Cristo si carica per riaprirci l’accesso, il giardino della vittoria, la risurrezione, e poi  quello della pienezza. Allora il paradiso è Dio perché solo Dio può saziare la nostra anima. Un salmo dice infatti: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente”. Quando varchiamo la soglia dell’eternità, solo Dio può essere il nostro premio, perché andando da lui diventiamo un’unica realtà differenziata d’amore: il paradiso è l’anima che entra nel mistero di Dio. La nostra anima ha voglia e sete solamente di una bellezza, di una presenza e di un amore, perciò il purgatorio è la cosmesi amorevole di Dio che purifica e agghinda l’anima perché possa entrare in Lui. In Dio ciascuno sarà se stesso e Dio sarà in tutti, ma non in senso massificante, Dio si donerà a tutti in una via unica e originale che è quella della nostra anima. Il paradiso è finalmente essere dentro, dimorare dentro, vivere dentro, gioire dentro una presenza che non ha più spazio, tempo, legge, chiesa, non ha più pastori, sacramenti, Parola di Dio. Per cui il paradiso è solamente il restare, il dimorare, il vivere, il danzare nella bellezza di Dio e questa bellezza sarà continuamente sorprendente, dinamica, diversa, itinerante perché il mistero è senza fine. In Dio noi saremo veramente felici perché finalmente vivremo per la prima volta la vera relazione iniziata nel giardino del sogno infranto, riaperta dal giardino dell’espiazione e della vittoria e donata nel giardino della pienezza. In paradiso in Dio non ci sarà più il ragionamento perché l’amore avrà la preponderanza, non ci sarà più l’angoscia, la lacrima perché le cose di prima sono passate.
Il giorno della nostra morte biologica è il giorno delle nostre nozze con l’eterno. Al cimitero andiamo a trovare i resti mortali dei nostri cari che attendono la resurrezione della carne e di entrare anche con la loro corporeità in questa ubriacatura d’amore di Dio. Nel mistero della Trinità noi staremo bene perché Dio è un mistero che è uno e trino cioè unità e diversità, una forte comunione e una forte personalizzazione.
      
   
Seconda lettura         1Gv3,1-3

San Giovanni ci dà una notizia strepitosa: “Ciò che saremo non è stato ancora rivelato” perché siamo immersi nella storia e nel tempo. Il tempo e la storia senza Dio abbruttiscono la nostra bellezza, perché l’uomo vorrebbe plasmare da solo i connotati della bellezza divina che Dio ci ha messo dentro. Noi siamo già realmente figli di Dio attraverso l’unico Figlio naturale, che è Gesù, ma più noi saremo ciò che dovremo essere, cioè di Dio, più il mondo non ci capirà e più la stessa chiesa non ci capirà. San Giovanni Bosco era reputato pazzo dall’arcivescovo di Torino, tanto che nella sua biografia il santo scrive che, se avesse potuto, l’arcivescovo l’avrebbe ucciso. Questo perché il mondo lontano da Cristo non sopporta la bellezza divina che si rifrange nell’anima che è di Dio e, non sopportandola, la perseguita. Non la sopporta perché quando un’anima vive la bellezza divina, evidenzia nel silenzio la schifezza umana. Un’anima è piena della bellezza di Dio quando, mossa dallo Spirito santo, vuole percorrere la via mistica dell’amore, la via dell’amore agapico. Dio vuole attirare ciascuno di noi a questo, altrimenti saremo sempre indaffarati nel cortile e mai nel castello interiore dell’amore. Per giungere al “ciò che saremo” nell’esperienza mistica ci sono tre vie: la via illuminativa che percorriamo quando ci lasciamo illuminare dalla grazia e la grazia, illuminandoci, ci purifica (via purgativa), per giungere alla via unitiva.
Oggi, purtroppo, la malattia più diffusa nella chiesa è la mediocrità, il sopravvivere, il tirare avanti. Molti sono stanchi dell’amore di Dio perché non l’hanno mai conosciuto e sono saturi di una intossicazione istituzionale che non è Dio.
San Giovanni dice: “sappiamo però che quando lui si sarà manifestato noi saremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è” non tanto nella sua essenza intima divina, che non è catturabile, ma nell’essenza e nella identità che la creatura può cogliere. La vita eterna è ripristinare quel rapporto diretto, “frontale” del giardino del sogno infranto. In quel giardino la nostra bellezza si è appesantita di tre pesi: il lavoro, il sudore e le doglie del parto, tutto è diventato fatica, dolore perché il veleno del nemico ci ha rubato il sogno. Il veleno delle anime dei cristiani di oggi è proprio la mediocrità, essi sono così estranei alla vita intima con Dio che devono parlare di dialogo, di accoglienza degli extracomunitari, di Caritas e di altre cose, perché sono sposati ma separati in casa. Quando non si ha Cristo, ci si deve adattare a questo umanesimo per far dire alla gente che qualcosa di buono viene fatto, ma una cosa è fare qualcosa di buono, un’altra è essere innamorati!
Quando incontreremo Lui saremo subito guariti e riempiti della sua bellezza divina. La creatura diventa specchio del fulgore del Creatore, diceva santa Caterina da Siena.
La bellezza di Dio è far emergere da tutti noi ciò che noi non abbiamo visto perché non avevamo ancora la rivelazione di ciò che saremo; la bruttezza è la mediocrità fatta sistema e la violenza della creatura che plasma i nostri dati somatici dell’anima e ci rende un clone della schifezza.

       
Vangelo      Mt 5, 1-12

Noi pensiamo che le beatitudini siano atteggiamenti esistenziali, morali e comportamentali dei cristiani, invece la prima e unica beatitudine è Gesù a cui ne seguono altre due implicite: il decidere di non essere folla, perché solamente i discepoli salgono sul monte con Gesù, e l’avvicinarsi a Lui, cioè l’essere intimi di Lui.
Quando Gesù proclama le beatitudini, eccettuata l’ultima, sta raccontando se stesso, la sua vita, le sue scelte, è Gesù il primo povero in spirito perché lui ha scelto solamente il Padre e ha detestato ogni struttura, è Gesù colui che ha pianto su Gerusalemme sull’amico Lazzaro perché sapeva che il pianto era il fiume dell’amore che fa crescere il frutto dello Spirito e la primavera spirituale. È Gesù che è stato mite, perché ci insegna che la mitezza non è essere pavidi, ma è la fortezza dell’amore, e l’amore è vero, l’amore smaschera per amore e l’amore prende le distanze per amore per non diventare complice delle opere delle tenebre altrui. Il mite è colui che non condanna nessuno, ma si differenzia e si  distanzia perché l’amore deve essere chiaramente collocato.
Gesù ha avuto fame e sete di Dio, della sua Parola, del suo regno, della sua vittoria, Gesù  è stato misericordioso, perché la misericordia è la sfumatura intelligente dell’amore, la misericordia non si appella ad una legge, ma si appella alla legge suprema del cuore. Gesù è stato puro di cuore perché ha visto il mondo con gli occhi del Padre, Gesù ha operato la vera pace, è lui la vera pace perché ha veramente fatto pace tra cielo e terra. Gesù è stato perseguitato per la giustizia del vangelo.
L’ultima beatitudine è per noi, i discepoli: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male per causa mia” ( è una persecuzione evangelica inflitta per Gesù, la persecuzione per altre cose non vale niente). Saremo perseguitati per Gesù perché finalmente vedranno in un uomo un tentativo di grazia di essere Gesù.
La vera beatitudine che nasce dalla prima e ultima che è Gesù, dalla seconda, che è essere discepoli e non folla, e dalla terza, che è amarlo, è il grembo che ha generato i santi. E tutti i santi hanno vissuto la nona beatitudine: incompresi dalla folla istituzionale perché non stavano nella folla ma scappavano verso il monte dell’amore. Questa è la santità, ecco perché i santi sono essenzialmente dei solitari.


Prima Lettura     Ap. 7,2-4.9-14

La Chiesa, oggi, ci presenta il Mistero celebrato partendo da un brano dell’Apocalisse in cui l’apostolo evangelista Giovanni usa innanzitutto un verbo che applica a se stesso: “Io, Giovanni, vidi”. Attraverso questa Parola dell’Apocalisse, che appartiene ad un genere letterario simbolico numerologico, immaginativo, lo Spirito santo vuole trasmetterci una prima luce: il destino eterno di un cristiano è vedere il Mistero squarciato. Ecco perché la Parola di Dio ci media il Mistero dell’eternità e della beatitudine divina attraverso strumenti inadeguati come le immagini e il modo di scrivere che restano sempre umani. Tutti noi abbiamo bisogno di vedere perché la nostra fede non è un complesso di idee o di verità, ma è una fede che si basa, si costruisce e si accresce su un unico verbo: vedere. Oggi il cristiano vuole vedere il Mistero di Dio, sebbene questo Mistero venga donato da Dio alla Chiesa attraverso la mediazione, l’ombra e l’opacità dei segni sacramentali che nascondono la maestà e la presenza diretta di Dio. La nostra anima ha questo desiderio di vedere. La nostra vita non si costruisce sulle idee, non si basa sulle equazioni algebriche o mentali, non è un modus vivendi di una morale o di una sequela del bene, ma la nostra vita, in cui Dio costruisce la sua santità, è la risposta di Dio al desiderio profondo della nostra anima di vedere, attraverso lo sguardo spirituale e gli occhi invisibili della mente spirituale, il fascino di Dio.
Questa Parola ci presenta i 144.000 segnati (chiaramente un numero simbolico) cioè i santi, coloro che appartengono a Dio perché Dio li ha sigillati sulla fronte, come appartenenza d’amore. I santi sono i profeti della Chiesa che hanno sforato il visibile e già qui nel mondo delle cose hanno amato, sono stati sedotti, sono stati ammaliati dall’invisibile di Dio. Ecco perché i santi sono essenzialmente martiri, cioè testimoni; tutti la santità è una testimonianza di una passione, di una seduzione, di un desiderio infinito. La santità è questo desiderio infinito di Dio che lo Spirito pone nel nostro finito, ammalandolo, ferendolo e seducendolo con l’immensità divina. Questa Parola, allora, ci presenta la santità come appartenenza e come celebrazione di Dio, infatti questa moltitudine immensa che nessuno poteva contare celebra Dio avvolta dalla veste candida, con la palma nella mano, gridando a gran voce, celebra Dio nella gloria della sua maestà e della sua presenza. La dimensione della santità è proprio questa contemplazione profonda, amorosa di Dio. Il santo vede già Dio nell’oscurità della fede e della mediazione sacramentale e rimane folgorato e raggiante nel suo volto per questa visione. Il santo è uno squarcio del Mistero ed ogni santo ha squarciato il Mistero di Dio nella contemplazione, nell’amore e nell’appartenenza del vedere l’invisibile.
La santità è il passaggio nella grande tribolazione, cioè nel deserto della vita, nel mondo della storia che diventa alle volte arrogante e si fa dio, pretendendo l’adorazione come dio; è la grande tribolazione anche per i cristiani di oggi che vogliono restare di Dio, essere suoi, appartenere al suo fascino divino trinitario.
Perciò la santità è una passione irrisolta, è un desiderio infinito. La preghiera che plasma la santità, dice Agostino, è il bussare continuamente al cuore di Dio senza stancarsi.


Seconda lettura         1Gv3,1-3

San Giovanni, nella seconda lettura, ci presenta la nostra identità che non viene conosciuta dal mondo, cioè da tutte le realtà strutturali che si oppongono a Dio e a Gesù Cristo. Il mondo non riconosce ciò che siamo perché il mondo è incapace di riconoscere le grandi opere di Dio.
La santità è vivere e far fruttificare l’identità battesimale, e nel battesimo siamo diventati veramente la gloria di Dio, il capolavoro di Dio, la gioia di Dio e in questa identità è proprio segnata la nostra verità. Oggi le persone soffrono perché sono ferme al “fin d’ora”,  “all’adesso” e non a “quello che non è stato ancora rivelato”; c’è un’asfissia della vita che si celebra nel povero tempo umano dove l’uomo di oggi non si apre alla sua grande identità, alla sua grande chiamata. L’uomo sta marcendo nelle piccole certezze ammuffite di un porto da dove la nave dell’avventura con Dio non si stacca mai. È un amore grande quello che ci ha dato il Padre perché ci ha chiamati figli suoi e questa identità è sconosciuta al mondo perché è un’identità figliale, sponsale, carismatica, spirituale potente. Questa identità è sconosciuta al mondo perché esso non sa gustare le cose di Dio. La santità è nel mondo, è presente nella storia, nella Chiesa, non fa rumore, non è protagonista, ma esiste, c’è, perché un santo innanzitutto è colui che ha scoperto il suo essere in Dio, di Dio e per Dio. Ecco perché il santo vive in sé l’attesa del mondo per la manifestazione finale, quando la potenza di Dio svelerà i suoi santi.
Questa Parola perciò ci esorta a non diventare cristiani ridotti, a non fare sconti su ciò che siamo a favore di un fare, a non fare sconti su ciò che veramente Dio ci ha donato, perché la santità affascina perché non è dell’uomo, ma è tutta di Dio. Il santo non è popolare, ma il santo è la linfa di un popolo; il santo non è scontato, ma il santo espia e sconta i peccati di un popolo; ecco perché la santità vissuta, presente e amata è il motivo della speranza della storia. Anche noi siamo chiamati ad esser santi vivendo un’identità che non dobbiamo pretendere di annacquare per una facile lettura mondana che non sa cogliere lo Spirito di Dio, ma lo macchia e lo distrugge.
Il santo ha scelto la sapienza che viene dall’alto.


Vangelo      Mt 5, 1-12

Il vangelo di Matteo ci presenta il discorso delle beatitudini dove Gesù dipinge la santità. Il discorso della montagna è veramente la pietra basilare, l’incrocio fondamentale della logica nuova del vangelo e di Gesù. Con Gesù è concluso il culto della legge, non c’è più una santità legale, non c’è più una santità giustificata da un’osservanza di precetti e di norme, ma c’è una santità che diventa pennellatura dello Spirito nella persona del santo che ricalca e riporta alcuni atteggiamenti esistenziali di Gesù, il Signore, il santo per eccellenza. La santità delle beatitudini è una santità diversa, è una santità che è innanzitutto gioia, felicità, è una santità che supera il limite, dannato dal mondo, ma esaltato da Gesù, ed è una santità dove ciascuno può trovare il suo colore, la sua dimensione, la sua gioia. La santità di Gesù è la santità della povertà, dell’afflizione, della mitezza, della fame e sete della salvezza di Dio, è la santità della misericordia, è la santità della purezza, della pace, della persecuzione, dell’insulto, della gioia piena per la ricompensa che sarà l’amore pieno di Dio. Questa santità, perciò, non è una santità codificata in un codice, ma è la santità destinata alla persona e questi atteggiamenti chiamati beatitudini non sono altro che l’icona viva della presenza dello Spirito nei santi che sanno, in forza della loro santità, filtrare l’umanità dell’uomo portandovi dentro la grazia e la luce che viene dalla montagna di Dio.
Non è più la montagna del Sinai la generatrice della salvezza, ma è la montagna delle beatitudini. Al posto degli osservanti ci sono i discepoli, al posto dei legalisti ci sono i santi, al posto degli adempienti ci sono gli innamorati. In questa santità di Gesù la Chiesa ha costruito e costruisce il suo futuro. La santità delle beatitudini è una santità esperienziale che diventa esperienza di vita vissuta in forza del fulgore della Parola di Gesù. Ecco perché la santità della Chiesa è una santità feconda, diversa, creativa, nuova sorprendente: ogni santo non è ripetizione di nessuno, ma è un capolavoro dello Spirito individualmente creato nella persona che si è aperta all’azione misteriosa e affascinate della Grazia.
Il discorso della montagna ci ricorda che la santità non ha mai svuotato della giusta fatica e della giusta durezza la sequela Christi, la santità non ha fatto sconti su se stessa e nemmeno sugli altri.
La santità è veramente salire questa montagna perché la cima di questa montagna è il santo di Dio, cioè Gesù. Lo Spirito e la Grazia sono capocordata di questa ascesa.      
stampa
 
      





 
Torna ai contenuti | Torna al menu