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01 novembre 2021

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di lunedi 01 Novembre 2021
Solennità di Tutti i Santi


Prima Lettura     Ap. 7,2-4.9-14


La disgrazia più grande che oggi vive la nostra gente è aver perso il paradiso, che è diventato un argomento fuori luogo. Alla gente del nostro tempo è stato rubato il brivido della salita, il cielo abitato e l’attesa di un cuore di Dio. Tutto si svolge qui, tutto si consuma qui, al punto tale che i funerali sono commiati civici da una vita civica. La Parola di Dio è ricca di risurrezione e di vita eterna, le prediche ai funerali sono sempre ricche di patetico e di civico. Ci hanno rubato il paradiso, sapendo che così ci rubano il sogno, il desiderio, il respiro, l’infinito e l’eterno. Quando ad un’anima si ruba il paradiso, la si porta nel campo di concentramento della vita, perché “L’anima mia anela agli atri del Signore”. Chi è il paradiso? Il paradiso è quel desiderio infinito che lo Spirito santo mette nel cuore di coloro che si lasciano imprimere sulla fronte il sigillo di Dio, un sigillo invisibile, spirituale, che deve essere impresso sulla fronte dei servi di Dio. Quando il sigillo è stato posto, Dio forma il piccolo resto, il resto dei sigillati, degli illuminati, il piccolo resto dei nostalgici di Dio. Questo sigillo spirituale viene posto sulla fronte dell’anima, sulla fronte del cuore, perché il paradiso inizia qua, quando sappiamo di chi siamo, a chi apparteniamo, chi ha il diritto di esercitare la sovranità su di noi.
Inizia qui, quando tutte le cose di questa storia e di questa vita le viviamo con passione, con gioia, con sacrificio, con dedizione, ma non ne facciamo il nostro dio. Quando, invece, le cose di questa terra assorbono la nostalgia di Dio, diventano il nostro inferno. Oggi tanta gente è in questo inferno delle cose, invece i sigillati di Dio usano la vita appieno e con intensità: amano un viaggio, un tramonto, una cena, un incontro di famiglia, ma non ne fanno l’assoluto. Questa è la libertà interiore che ci prepara la nostalgia del paradiso. Il paradiso non è un premio, non è un luogo, non è la laurea dei bravi, sarebbe troppo poco. Il paradiso inizia quando celebriamo Dio con il cuore, perché proveniamo dalla grande tribolazione e facciamo parte di coloro che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello, cioè i martiri e i testimoni del primato di Dio. Un uomo e una donna che vivono il paradiso già qui si riconoscono quando pregano, da come pregano, da quanto pregano, da come lodano: la preghiera fatta nello Spirito è il paradiso anticipato qui. Lo Spirito santo non plasma bigotti e detesta la parola praticanti, perché Dio non è una pratica, ma è un amore. Dio è l’Amato, e noi stiamo cercando l’Amato, perché solo Dio può dare infinito senso e infinito amore a tutta la nostra nostalgia per Lui. Non siamo capricciosi o anormali se le cose della terra non ci bastano mai e nessuna cosa ci sazia, ma vuol dire che lo Spirito ha aperto dentro di noi la ferita di Dio, che non può essere guarita. Chi si accontenta delle cose del mondo e fa di esse tutta la sua vita è già un uomo o una donna dalla misura molto piccola. Il paradiso comincia quando Dio è al primo posto nel nostro cuore e lo celebriamo nella solennità e nella sacralità di una preghiera interiore. Lì c’è Dio, lì c’è il paradiso, lì sentiamo che facciamo parte di un popolo numeroso, incalcolabile che ci ha preceduto nella pienezza.
Il paradiso è il desiderio di Dio, non sono cose da fare, è una protensione verso, una sete di stare con Lui.
“Quelli che vedi con la palma in mano e con il vestito bianco” sono i martiri, cioè i testimoni e siamo noi che in questo tempo di finito testimoniamo l’infinito, in questo tempo razionale testimoniamo l’amore. Che in questo tempo di orizzontalismo abbiamo il coraggio di parlare, di testimoniare il paradiso. Adamo ed Eva ne vennero cacciati, noi vogliamo esserne accolti, ma il paradiso più bello Dio l’ha già preparato nel nostro cuore, quando la nostra anima fa di tutta la sua vita interiore una ricerca dell’Amato. Quando incontreremo chi ha smarrito il paradiso, il nostro modo di essere dovrebbe essere l’imput spirituale che fa domandare a quest’anima se veramente tutto finisce qui.
Il paradiso è quando non vogliamo essere né praticanti né buoni, perché non ci basta, o figli dell’educazione civica, ma quando ci lasciamo rapire per diventare mistici del nostro tempo. Il mistico è raffigurato nella donna del Cantico dei Cantici che di notte gira per la città, sulle mura e cerca l’amato del suo cuore. Allora siamo nel paradiso. Il mistico non è preoccupato del fare, è affascinato dall’essere. C’è una tenda che Dio ha preparato, ed è la tenda del nostro cuore, quando vi entriamo, come Mosè, ne usciamo illuminati.
Paradiso vuol dire giardino. L’umanità è nata in un giardino, poi l’ha perduto, è stato ricomprato e la vita è ricominciata in un giardino grazie alla risurrezione, e tutto terminerà in un giardino, il giardino di Dio. Il paradiso comincia quando Dio, abbracciandoci, non ci farà domande e noi non le faremo a Lui, perché il tempo delle assemblee è cessato. E ci sarà spazio solo per l’amore.        


Seconda lettura         1Gv3,1-3

Se siamo di Dio, non aspettiamoci l’applauso del mondo, perché il mondo non lo ha conosciuto, cioè non lo ha amato. Se il mondo non ha conosciuto Dio, non aspettiamoci che ami noi che apparteniamo a Lui, per questo il mondo non ci conosce perché non ha conosciuto Lui. Quando apparteniamo a Lui, non possiamo appartenere al mondo, ma quando apparteniamo a Lui dobbiamo mettere insieme il fin d’ora e il ciò che saremo. Dove comincia il paradiso? Quando non drammatizzo i miei limiti, le mie oscurità, i miei sbandamenti, le mie cadute, le mie incoerenze, che fanno parte di ciò che siamo find’ora, ma ciò che saremo, non è ancora rivelato. Ma i due poli devono stare insieme. Una coscienza scrupolosa e implacabile non viene dallo Spirito è una palla al piede del diavolo.
Non pensiamo di essere sempre quelli a livello spirituale o comportamentale, non è così, perché il cambiamento che fa lo Spirito in noi non si vede nel cambiamento di un comportamento, ma nella mutazione di una percezione interiore di noi che può anche non toccare il comportamento esterno. Molte volte il diavolo ci blocca la strada perché vorrebbe che quello che non è stato ancora rivelato fosse già visibile adesso e ci fa pensare che la nostra vita sia un fallimento perché non vediamo in noi ciò che vorremmo essere, ma Dio vede già in noi ciò che siamo per Lui. Il nostro paradiso è questo, i due poli: la realtà e l’infinito. Tra questi due poli viviamo, ma più siamo di Dio, più apparteniamo a Lui più purifichiamo noi stessi perché siamo figli di Dio amati appartenenti a Lui, in cui Lui si compiace. Se speriamo questo, purifichiamo noi stessi come egli è puro perché la purificazione non è un’attività nostra, ma è una carezza rude e forte che riceviamo da Lui.   


Vangelo      Mt 5, 1-12


Se vediamo le beatitudini come atteggiamenti comportamentali da assumere in noi con la fatica della volontà e la decisione ferma del nostro decidere, siamo fuori strada. Queste beatitudini sono la colorazione diversa di un’unica beatitudine, che ne è la madre. Innanzitutto dobbiamo decidere se essere folla o discepolo, altrimenti non ci entriamo in questa Parola. Se siamo folla, vedremo Dio da distante, ma se diventiamo discepoli allora saliremo il monte. La beatitudine madre è: Gesù si mise a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. È la beatitudine madre, quella che chiama Gesù: “La parte migliore che non ti sarà tolta”. Questa è la beatitudine. Tutte le beatitudini sono colorazioni storiche, l’unica è questa: avvicinati a Gesù, salendo il monte, fuori dalla folla, allora diventi discepolo. I discepoli, se confrontati con la folla, sono un piccolo numero e il discepolo non è preoccupato di fare ciò che dice il Signore, ma il vero discepolo è preoccupato di una sola cosa:  stare vicino a Gesù, perché “dov’è il tuo tesoro là sarà anche il tuo cuore”.  


Prima Lettura     Ap. 7,2-4.9-14

Il libro dell’Apocalisse è l’ultimo libro del Nuovo Testamento. L’autore, secondo i biblisti, non è Giovanni apostolo, ma quasi certamente uno o più autori a lui vicini perché lo stile è il suo. Giovanni scrive l’Apocalisse in forza di un avvenimento storico: le persecuzioni e le uccisioni di alcuni cristiani fatte da Nerone e Domiziano. Il genere apocalittico, che troviamo anche nel libro di Daniele, nei Maccabei, in Isaia, è un genere letterario difficile perché in esso si trovano molti elementi simbolici, numerologici, iniziatici, di cui occorre avere nozione, per questo l’interpretazione puramente letterale non è possibile.
Giovanni, esiliato per la Parola a Patmos, una delle isole Sporadi, dice di aver visto dall’oriente salire un altro angelo. Questo particolare non è a caso perché “dall’oriente verrà a visitarci un sole che sorge”. Gli altari nelle chiese antiche erano volti a oriente e il papa vorrebbe che anche il prete tornasse a volgersi  verso oriente, di spalle al popolo, per dare il cuore a Dio.
Un altro simbolo iniziatico è il sigillo, che nell’antichità era garanzia di una proprietà o di una identità. Il sigillo del Dio vivente è simbolo dello Spirito, è segno di un’appartenenza. I quattro esseri viventi nella cosmogonia apocalittica richiamano i quattro punti cardinali e il numero 144.000 è un numero simbolico che porta alla potenza le 12 tribù d’Israele. Poi Giovanni ci porta dentro il contesto di una celebrazione in cui il trono simboleggia Dio Padre e l’agnello immolato Gesù. Il trono e l’agnello sono i referenti di un’adorazione e le vesti candide e i rami di palma sono i martiri, coloro che erano stati uccisi nelle persecuzioni di Nerone e di Domiziano. Gli anziani fanno parte della corte celeste.
L’Apocalisse viene scritta per rispondere alla teologia della storia, per capire il senso della storia, per capire che nella storia Dio avrà l’ultima parola ed è una verità di fede.
Questo brano ci fa comprendere quanto sia difficile mettere per iscritto le realtà di Dio. Tutto quello che viene scritto su di Lui e sulla vita eterna lascia la bocca asciutta perché è scritto con il supporto di schemi mentali, culturali e religiosi, ma certamente quello che viene scritto su di Lui non lo cattura perché Dio è ineffabile, indescrivibile. Questa Parola, che ci ha descritto in poche righe il Paradiso, ci porta a interrogarci su una domanda che poniamo sempre male, infatti ci si domanda sempre che cos’è il paradiso e dov’è il paradiso ma, se fosse un luogo, avrebbe comunque componenti spaziali e temporali e faremmo semplicemente un trasloco da un posto ad un altro; se il paradiso, poi, fosse un premio, Dio dovrebbe premiarci per il nostro impegno, invece il paradiso non è un luogo e non è un premio, ma è la presenza di Dio.
Il giardino del paradiso, questo è il significato del termine, è preceduto da tre giardini: il giardino del sogno infranto, l’Eden, in cui Adamo ed Eva hanno smarrito la volontà di Dio e la sua presenza, il giardino dell’espiazione, il Getsemani, in cui Cristo si carica per riaprirci l’accesso, il giardino della vittoria, la risurrezione, e poi  quello della pienezza. Allora il paradiso è Dio perché solo Dio può saziare la nostra anima. Un salmo dice infatti: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente”. Quando varchiamo la soglia dell’eternità, solo Dio può essere il nostro premio, perché andando da lui diventiamo un’unica realtà differenziata d’amore: il paradiso è l’anima che entra nel mistero di Dio. La nostra anima ha voglia e sete solamente di una bellezza, di una presenza e di un amore, perciò il purgatorio è la cosmesi amorevole di Dio che purifica e agghinda l’anima perché possa entrare in Lui. In Dio ciascuno sarà se stesso e Dio sarà in tutti, ma non in senso massificante, Dio si donerà a tutti in una via unica e originale che è quella della nostra anima. Il paradiso è finalmente essere dentro, dimorare dentro, vivere dentro, gioire dentro una presenza che non ha più spazio, tempo, legge, chiesa, non ha più pastori, sacramenti, Parola di Dio. Per cui il paradiso è solamente il restare, il dimorare, il vivere, il danzare nella bellezza di Dio e questa bellezza sarà continuamente sorprendente, dinamica, diversa, itinerante perché il mistero è senza fine. In Dio noi saremo veramente felici perché finalmente vivremo per la prima volta la vera relazione iniziata nel giardino del sogno infranto, riaperta dal giardino dell’espiazione e della vittoria e donata nel giardino della pienezza. In paradiso in Dio non ci sarà più il ragionamento perché l’amore avrà la preponderanza, non ci sarà più l’angoscia, la lacrima perché le cose di prima sono passate.
Il giorno della nostra morte biologica è il giorno delle nostre nozze con l’eterno. Al cimitero andiamo a trovare i resti mortali dei nostri cari che attendono la resurrezione della carne e di entrare anche con la loro corporeità in questa ubriacatura d’amore di Dio. Nel mistero della Trinità noi staremo bene perché Dio è un mistero che è uno e trino cioè unità e diversità, una forte comunione e una forte personalizzazione.
         

Seconda lettura         1Gv3,1-3

San Giovanni ci dà una notizia strepitosa: “Ciò che saremo non è stato ancora rivelato” perché siamo immersi nella storia e nel tempo. Il tempo e la storia senza Dio abbruttiscono la nostra bellezza, perché l’uomo vorrebbe plasmare da solo i connotati della bellezza divina che Dio ci ha messo dentro. Noi siamo già realmente figli di Dio attraverso l’unico Figlio naturale, che è Gesù, ma più noi saremo ciò che dovremo essere, cioè di Dio, più il mondo non ci capirà e più la stessa chiesa non ci capirà. San Giovanni Bosco era reputato pazzo dall’arcivescovo di Torino, tanto che nella sua biografia il santo scrive che, se avesse potuto, l’arcivescovo l’avrebbe ucciso. Questo perché il mondo lontano da Cristo non sopporta la bellezza divina che si rifrange nell’anima che è di Dio e, non sopportandola, la perseguita. Non la sopporta perché quando un’anima vive la bellezza divina, evidenzia nel silenzio la schifezza umana. Un’anima è piena della bellezza di Dio quando, mossa dallo Spirito santo, vuole percorrere la via mistica dell’amore, la via dell’amore agapico. Dio vuole attirare ciascuno di noi a questo, altrimenti saremo sempre indaffarati nel cortile e mai nel castello interiore dell’amore. Per giungere al “ciò che saremo” nell’esperienza mistica ci sono tre vie: la via illuminativa che percorriamo quando ci lasciamo illuminare dalla grazia e la grazia, illuminandoci, ci purifica (via purgativa), per giungere alla via unitiva.
Oggi, purtroppo, la malattia più diffusa nella chiesa è la mediocrità, il sopravvivere, il tirare avanti. Molti sono stanchi dell’amore di Dio perché non l’hanno mai conosciuto e sono saturi di una intossicazione istituzionale che non è Dio.
San Giovanni dice: “sappiamo però che quando lui si sarà manifestato noi saremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è” non tanto nella sua essenza intima divina, che non è catturabile, ma nell’essenza e nella identità che la creatura può cogliere. La vita eterna è ripristinare quel rapporto diretto, “frontale” del giardino del sogno infranto. In quel giardino la nostra bellezza si è appesantita di tre pesi: il lavoro, il sudore e le doglie del parto, tutto è diventato fatica, dolore perché il veleno del nemico ci ha rubato il sogno. Il veleno delle anime dei cristiani di oggi è proprio la mediocrità, essi sono così estranei alla vita intima con Dio che devono parlare di dialogo, di accoglienza degli extracomunitari, di Caritas e di altre cose, perché sono sposati ma separati in casa. Quando non si ha Cristo, ci si deve adattare a questo umanesimo per far dire alla gente che qualcosa di buono viene fatto, ma una cosa è fare qualcosa di buono, un’altra è essere innamorati!
Quando incontreremo Lui saremo subito guariti e riempiti della sua bellezza divina. La creatura diventa specchio del fulgore del Creatore, diceva santa Caterina da Siena.
La bellezza di Dio è far emergere da tutti noi ciò che noi non abbiamo visto perché non avevamo ancora la rivelazione di ciò che saremo; la bruttezza è la mediocrità fatta sistema e la violenza della creatura che plasma i nostri dati somatici dell’anima e ci rende un clone della schifezza.

       
Vangelo      Mt 5, 1-12

Noi pensiamo che le beatitudini siano atteggiamenti esistenziali, morali e comportamentali dei cristiani, invece la prima e unica beatitudine è Gesù a cui ne seguono altre due implicite: il decidere di non essere folla, perché solamente i discepoli salgono sul monte con Gesù, e l’avvicinarsi a Lui, cioè l’essere intimi di Lui.
Quando Gesù proclama le beatitudini, eccettuata l’ultima, sta raccontando se stesso, la sua vita, le sue scelte, è Gesù il primo povero in spirito perché lui ha scelto solamente il Padre e ha detestato ogni struttura, è Gesù colui che ha pianto su Gerusalemme sull’amico Lazzaro perché sapeva che il pianto era il fiume dell’amore che fa crescere il frutto dello Spirito e la primavera spirituale. È Gesù che è stato mite, perché ci insegna che la mitezza non è essere pavidi, ma è la fortezza dell’amore, e l’amore è vero, l’amore smaschera per amore e l’amore prende le distanze per amore per non diventare complice delle opere delle tenebre altrui. Il mite è colui che non condanna nessuno, ma si differenzia e si  distanzia perché l’amore deve essere chiaramente collocato.
Gesù ha avuto fame e sete di Dio, della sua Parola, del suo regno, della sua vittoria, Gesù  è stato misericordioso, perché la misericordia è la sfumatura intelligente dell’amore, la misericordia non si appella ad una legge, ma si appella alla legge suprema del cuore. Gesù è stato puro di cuore perché ha visto il mondo con gli occhi del Padre, Gesù ha operato la vera pace, è lui la vera pace perché ha veramente fatto pace tra cielo e terra. Gesù è stato perseguitato per la giustizia del vangelo.
L’ultima beatitudine è per noi, i discepoli: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male per causa mia” ( è una persecuzione evangelica inflitta per Gesù, la persecuzione per altre cose non vale niente). Saremo perseguitati per Gesù perché finalmente vedranno in un uomo un tentativo di grazia di essere Gesù.
La vera beatitudine che nasce dalla prima e ultima che è Gesù, dalla seconda, che è essere discepoli e non folla, e dalla terza, che è amarlo, è il grembo che ha generato i santi. E tutti i santi hanno vissuto la nona beatitudine: incompresi dalla folla istituzionale perché non stavano nella folla ma scappavano verso il monte dell’amore. Questa è la santità, ecco perché i santi sono essenzialmente dei solitari.
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