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02 agosto 2020

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Commento spirituale della Parola di Domenica 02 agosto 2020
XVIII Domenica del Tempo Ordinario. Anno A

Io sono persuaso che né morte né vita né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze né altezza né profondità né alcun altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù nostro Signore


Prima lettura       Is 55,1-3


Gianfranco Ravasi dice che la frase: “O voi tutti assetati venite all’acqua” era il grido degli acquaioli che al tempo di Isaia vendevano una merce preziosissima, l’acqua, a chi, assetato percorreva le strade della città. Da questa immagine di vita il profeta ha una illuminazione dello Spirito e proclama con forza che Dio non si fa pagare, ma è grazia, gratuità, Dio è veramente spreco d’amore. Dio non è un servizio da pagare, ma è un dono da accogliere. La condizione per gustare, per mangiare, per vivere è il verbo ascoltare: prima occorre ascoltare Dio e l’ascolto di Dio non è un esercizio di buona volontà, non è una pratica ascetica, ma è quella nostalgia infinita che abbiamo dentro di noi, stanchi dei servizi e poveri di dono. La nostra anima sente il bisogno di una gratuità, perché, finché concepiamo il nostro rapporto con Dio sulla base del pagamento, anche spirituale, di un pedaggio, siamo ancora in un servizio che gratifica noi e non siamo più dentro un dono che porta vita e gioia dentro di noi.
L’ascoltare e il porgere l’orecchio ci donano un frutto: andare a Lui (Venite a me), l’ascolto è l’andare dentro la Presenza che parla, l’ascolto spirituale è il nutrimento delle orecchie dell’anima che sono stanche di suoni, di calcoli, di servizi, di progetti che non toccano il cuore dell’anima perché sono tutti servizi che esigono un pagamento e un riconoscimento. Nella nostra società in cui la gratuità è solamente manifestata con i terzomondiali o con i poveri, ma che non è obiettivizzata alla fame dell’anima, la gratuità è il primo contrassegno di un uomo e di una donna che sono in Dio, sono invasi da un dono e liberi dai servizi.
Per ricevere questo dono non bisogna più chiedersi se si è degni o indegni, pronti non pronti, ma la condizione previa è una sola: essere assetati. Se non siamo assetati, non possiamo sperare in un dono perché il brano di Isaia si può collegare al brano di Giovanni: “O voi tutti assetati, venite all’acqua”. Qual è la nostra sete? La nostra sete è prodotta dalla disidratazione interiore della nostra anima che viene continuamente sommersa da servizi e non viene visitata dall’unico dono che le dà la vita. Quando l’anima non ha un rapporto oblativo di dono con il suo Dio, si disidrata e ha sete perché sente che i servizi pagati non possono guarire la sua nostalgia di amore e di infinito. L’anima ha bisogno di quattro doni: l’acqua (per l’evangelista Giovanni è il simbolo dello Spirito), per cui la nostra anima ha sete dello Spirito, perché senza di esso Gesù viene svuotato come dono e allora rimangono solamente le compensazioni di servizi antropologici, privi però di dono. Il secondo dono è il vino, segno di una messianicità presente e di un’ebbrezza di Dio, segno dei tempi nuovi. Il vino ci dice che la nostra anima ha bisogno di una ebbrezza divina per essere viva perché la normalità non le basta più. Allora l’anima riceve dallo Spirito il dono dell’ebbrezza di un amore che non conosce confini di norme e di regole, e viene spinta e mossa da questa ebbrezza, da questo vino di Dio, perché l’amore è ubriacarsi nell’amore.
Il terzo dono è il latte, la maternità e la tenerezza di Dio, ma anche la piccolezza nostra nei suoi confronti. Nel latte noi ravvisiamo una maternità divina che, come dice Paolo, non ci dà il pane duro, ma ci dà il latte come a dei neonati, perché sa dosare il dono legandosi ai tempi di maturazione del destinatario del dono. Un Dio tenero che come una madre sa usare e dare in tempo opportuno l’alimento che più è confacente all’anima affamata. Il quarto dono è il pane, che simboleggia il pane della vita, l’Eucaristia di Dio. Oggi il pane è un’immagine usurata e non è più il simbolo dell’essenzialità; Dio ci dà il pane perché possiamo riscoprire ciò che è essenziale e necessario per la nostra vita.
Ancora, ascoltare Lui è mangiare cose buone, è gustare cibi succulenti, perché la Parola apre i sensi spirituali e li rende capaci di gustare le cose di Dio. Senza l’ascolto non c’è più gusto e quando non c’è più il gusto spirituale Dio diventa una rassegnazione stanca, il riempitivo stanco di un’anima che non vive più l’ebbrezza di un dono, ma che è stata schiacciata dal peso di un servizio. Quindi: ascoltate e gusterete.    


Seconda lettura    Rm 8,35.37-39


È un brano di Paolo molto denso. Ci soffermiamo inizialmente sul verbo separare: “Fratelli, chi ci separerà dall’amore di Cristo?” sappiamo che c’è una realtà sola che ci può separare ed è il diabolos che in greco significa separatore, divisore. Lui, come Spirito malvagio, vive di divisione e di separazione. Lo sfacelo delle famiglie, delle amicizie, delle relazioni interpersonali è opera sua perché egli vuole dividere, infatti essendo diviso per sempre, è incapace di vivere una relazione d’amore e allora, nella rabbia di una solitudine, vuol fare proseliti della sua solitudine e della sua disperazione. Il divisore per tentare di separarci da Cristo usa i suoi sette sacramenti: la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada. Egli tenta di separarci dall’amore portandoci all’esasperazione nella problematizzazione che la vita in se stessa ci dà e facendo di essa un assoluto divino per oscurarci, facendoci credere che dopo questo c’è ancora la luce. Perciò il divisore ci fa annegare nei nostri problemi, anzi ci fa centrare nei nostri problemi perché sa che se siamo preda delle nostre problematiche e di queste difficoltà siamo già separati da chi vuol darci l’amore. Paolo, però, dice: “Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati”, perciò le persone che si schiantano nei problemi sono persone che vivono un ateismo pratico, sono persone che hanno perso di vista il volto di Dio, sono persone schiacciate da problemi che si creano loro rendendoli, poi, assoluti, unici e insormontabili. Questo è il male del nostro tempo: si vive di problemi, si discute di problemi. Le problematiche sono diventate il nostro pane, il nostro dio, la nostra quotidianità perché il divisore, astuto com’è, ci mette davanti i problemi e ci fa credere che possiamo risolverli da soli o con delle strategie umane mirate, poi, quando vediamo che ciò non è possibile, ci mette dentro il veleno di una frustrazione e di una delusione che ci porta nella depressione spirituale, facendoci sentire schiavi del settenario del divisore e incapaci di uscire da questo vortice. Lui, nel frattempo, ha ottenuto ciò che voleva: separarci da chi ci ama. La persona spirituale deve superare nella libertà della grazia sia i problemi che ha davanti sia i problemi che ha passato. Quanta gente è inchiodata ad un passato paralizzante prodotto dai problemi elevati a dio, e nel frattempo l’altro gode perché siamo separati da chi ci può dare la vita. L’esempio classico è quello di Gesù in croce: al suo fianco uno si è unito a Cristo, uno è rimasto separato. L’inferno è questa separazione e comincia già qui quando il problema viene eretto a dio, a discorsi infiniti ai quali si dà la risposta di terapie umane inefficaci e frustranti.
Paolo dice: “Io sono infatti persuaso che né morte né vita né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze né altezza né profondità né alcun altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù nostro Signore” una parola di una potenza infinita. Nulla ci potrà separare da Gesù, nemmeno il nostro peccato, se non lo assolutizziamo, perché ogni peccato fatto da una creatura libera in Dio apre subito la speranza della divina misericordia. Perché Dio è misericordioso? Perché non assolutizza i problemi e non si fa sconfiggere da essi, perché l’amore è più forte della morte.  


Vangelo         Mt 14,13-21


La morte di Giovanni Battista viene registrata nel vangelo come un evento che influenza la vita di Gesù, perché nel martirio di Giovanni Battista Egli vede il preannuncio del suo. Allora Gesù si allontana da Nazaret dove si trovava, prende la barca e va in un luogo deserto, in disparte. Gesù cerca il sollievo della solitudine, sente un bisogno di interiorità, non si lascia vincere da una cultura mediatica, non diventa triste e disperato per la notizia della morte del suo amico. Noi spesso non facciamo così, siamo vittime della vita che ci stiamo costruendo, siamo vittime delle scadenze, vittime delle informazioni e delle notizie, vittime di noi stessi, perché non siamo capaci di scappare e di ritirarci.
Un secondo passaggio molto importante di questo vangelo: Gesù attirava le folle al punto tale che le folle lo cercano, non è Gesù che le cerca, ma sono le folle che lo cercano perché esse erano diventate folli di Dio. Gesù per le folle era diventato il dono di Dio perché aveva acceso nei loro cuori la fame di Dio, la fame della Parola. Questo vangelo ci rimprovera una cosa: perché oggi le folle vanno ad Ibiza e non vanno a Gesù? Perché oggi coloro che dicono di appartenere a Gesù o di parlare in suo nome non attirano le folle? Perché non ci cerca più nessuno? Perché non siamo più capaci di aggregare nessuno? Perché non abbiamo più il fascino di Dio? Perché le folle si sottraggono alle nostre parole e le ritengono pesi nel cuore e bombe atomiche di noia?
Queste folle stavano cercando Gesù. Sant’Agostino dice che erano innamorate di Gesù perché egli aveva sostituito la Torah di Mosè, i cinque libri del Pentateuco, con i cinque pani dell’amore. L’amore si fa mangiare, l’amore diventa dono, l’amore diventa tenerezza per chi ami. In questo modo Gesù riconquista le folle schiacciate dalla Torah di Mosè, le rigenera e le fa vivere con la Torah nuova di Dio che è il pane della vita. Gesù allora dà un comando anche a noi: “Voi stessi date loro da mangiare”, Gesù si serve di noi per dare alla gente da mangiare, ma se non siamo pieni del pane di Dio non potremo dar da mangiare loro nulla, anzi saremo collaboratori della loro noia, della loro tristezza, della loro solitudine e depressione. Per essere portatori della torah della vita, della torah di Gesù dobbiamo essere folli di Lui, dobbiamo essere cercatori di Lui, perché incapaci di vivere senza di Lui.

Un pensiero di San Pio: “Resta con me, Signore, se vuoi che ti sia fedele”  
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