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02 febbraio 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 02 febbraio 2020
IV Domenica del Tempo ordinario. Anno A

Chi si vanta, si vanti nel Signore


Prima lettura           Sof 2,3;3,12-13


Il profeta Sofonia lancia un messaggio alla gente del suo tempo: “Cercate il Signore”. Il popolo d’Israele, come aveva già denunciato Isaia, infatti, onorava il Signore con le labbra, ma non con il cuore. Questo popolo aveva messo al centro la legge e il tempio, ma non cercava più la purezza e la spiritualità del Signore. È una grande grazia essere cercatori di Dio e chi cammina con la Parola è un ricercatore di Dio. Dio non si può possedere, se lo possedessimo, se lo comprendessimo, non sarebbe più Dio, ecco perché Egli nella nostra vita diventa nuovo ogni mattina. Quando non si è docili allo Spirito santo e non si cerca più il Signore, ci si perde nelle ideologie, nelle sopraffazioni, nella cronaca, nella storia del mondo e non ci si accorge che sta per arrivare il giorno dell’ira del Signore. Questa espressione è un antropomorfismo biblico per indicare lo sdegno del Signore, il giorno dell’ira è quando il Signore ritrae da noi la sua mano, la sua grazia, la sua presenza, perché Dio non si impone, si propone alla nostra libertà. Paolo, rivolgendosi ai Romani e denunciando la loro immoralità, scrive: “Perciò Dio li ha abbandonati”. Questa è l’ira del Signore. Se non vogliamo camminare con Lui, Dio non può diventare socio a delinquere del nostro male. Male e peccato sono sempre tali, invece Dio ama il peccatore se si pente, cioè ammette che quello che fa è male. Senza l’amore e l’accompagnamento di Dio la storia umana va in sfacelo.
Sofonia ci rivela una strategia di Dio: “Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero”, è il tema del piccolo resto d’Israele, quella radice santa che ci sarà sempre. Dio salva l’umanità non con la superpotenza dei mezzi, la strategia di Dio è quel piccolo resto, quel piccolo numero con cui Dio riporterà la verità e la luce in un’umanità che l’ha negata. La Parola ci dice che un piccolo resto verrà conservato, ma la maggioranza numerica verrà portata via, ricordiamo il vangelo di Matteo: ”In quella notte uno sarà preso e l’altro lasciato”. Dio vince con piccoli numeri, a Dio servono i cuori infiammati d’amore e, quando in una comunità ci fosse anche solo un’anima fedele a Dio, il diavolo in quella comunità ha perso perché non ha la maggioranza assoluta del dominio. Dove ci sono anime fedeli c’è la presenza del piccolo resto con il quale Dio si compiace di celebrare le sue vittorie.  
Se apparteniamo a Dio, saremo un piccolo resto. Questo popolo umile avrà queste caratteristiche: “Confiderà nel nome del Signore”, innanzitutto ripartirà dalla fede, mentre la maggioranza numerica rumorosa parte dalla potenza delle ideologie. Questo piccolo popolo non commetterà più iniquità, si allontanerà dal peccato, chiamerà il peccato con il proprio nome, la maggioranza giustificherà il peccato; non pronuncerà più menzogna, perché il piccolo resto avrà nella sua bocca la Parola vera. Quindi questo piccolo resto, che avrà scelto Dio, potrà pascolare e riposare senza che alcuno lo molesti. Quando scegli Dio con tutto il cuore, Dio sceglie te e non ti abbandona mai più.


Seconda lettura          1Cor 1,26-31

San Paolo ci svela l’agire di Dio. Quando siamo in Cristo Gesù significa che viviamo nella grazia di Dio. Essere in grazia di Dio significa avere la vita trinitaria di Dio in noi. Ma la vita trinitaria di Dio è in noi se nella nostra anima non c’è il peccato mortale. Paolo dice che chi è in Cristo Gesù, verrà usato dalla sapienza di Dio. L’apostolo è molto ironico con la comunità dei Corinzi che si vantava della propria apertura, ma presso di loro non c’erano né sapienti né nobili né potenti, tuttavia “Quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti”. Per il mondo sei stolto perché vai a messa, perché credi, ma proprio con quelli che il mondo ritiene stolti Dio confonde i sapienti. Quando sei stolto per il mondo, significa che sei già sapiente per Lui. Non dobbiamo prendere paura della nostra debolezza, perché quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti. La nostra debolezza, la nostra povertà umana, se è piena della sua grazia, verrà usate da Dio per confondere coloro che si ritengono forti.
Ricordiamo una frase che il Signore disse a Paolo: “Sufficit tibi gratia mea”, ti basti la mia grazia e l’apostolo scrive: “Quando sono debole, è allora che sono forte”. Dio usa la nostra debolezza perché appaia chiaramente che questo viene da Lui e non da noi. Quando siamo di Gesù, vinciamo già il mondo, quando abbiamo la fama di credenti e ci rideranno dietro, allora siamo veramente collaboratori della vittoria di Dio.
L’importante della vita cristiana è essere nella grazia di Dio, essere in Cristo Gesù.              


Vangelo           Mt 5,1-12

Le beatitudini sono legate ad una premessa. Matteo dice: “In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli”. Gesù sale sul monte e lo fa per scoraggiare le folle, infatti, quando sale e si siede per insegnare, si avvicinano a Lui solo i suoi discepoli. Per vivere le beatitudini è necessario, innanzitutto, seguire Gesù sul monte, non è il Gesù del compromesso e dello sconto, è un Gesù che ci chiede tutto. Se rimaniamo folla, restiamo giù, perché la folla cercava guarigioni e miracoli, mentre il discepolo cerca la Parola di Gesù. Siamo discepoli se lo seguiamo sul monte.
Oggi molta gente è folla perché pensa che vivere il cristianesimo sia diventare operatività sociale di aiuto per i poveri, ma se manca l’insegnamento di Gesù, la maestria di Gesù, diventiamo buone persone e questo non può bastare. Per vivere Gesù bisogna andare sul monte con Lui.
Le beatitudini non sono comportamenti etici, ma sono un virus contagioso che ci fa contrarre la malattia d’amore per Dio. Quando Gesù parla di beatitudini, parla di se stesso: lui è il povero, il mite, il misericordioso, il puro di cuore. Perciò vivere le beatitudini significa vivere il contagio d’amore che ci ha fatto Gesù.
L’ultima beatitudine citata da Gesù è la verifica delle altre: parleranno male di te a causa di Gesù, perché appartieni a Lui. Quando un vero credente diventa un visibilità operativa d’amore dà fastidio, perché alcuni vorrebbero che i credenti si mescolassero ai non credenti in un generico aiuto all’uomo, invece quando uno è contagiato da Gesù e vive le beatitudini dà fastidio e viene attaccato. Un credente che non è perseguitato non è un buon credente, perché  accontenta il mondo. Quando perdiamo la faccia per Gesù, la recuperiamo con Gesù davanti al Padre. Fa sempre impressione ricordare le parole di fuoco di Gesù: “Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti agli uomini, anch’io mi vergognerò di lui davanti al Padre mio”. Le beatitudini sono la verifica per vedere se sei di Gesù, se lo sei, preparati perché ti attaccheranno, ma la tua ricompensa sarà grande nei cieli.       


Prima lettura           Sof 2,3;3,12-13

Sofonia è uno dei 12 profeti minori, vive a cavallo del 640 a.C., in un periodo di decadenza per Israele perché ci sono re insignificanti, pericoli di invasioni e una maggioranza del popolo, lontana dal Signore, non osserva la sua Parola. Sofonia vive in un tempo di passaggio, un tempo in cui non c’erano grandi idealità, molto simile, potremmo dire, al nostro tempo.
Il profeta propone il tema del giorno del Signore, cioè egli preannuncia un giorno nel quale il Signore farà verità per il suo popolo infedele con una promessa: ”Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero”. Allora questa Parola anche a noi, che ci sentiamo alle volte disorientati di fronte a quello che succede nel nostro tempo, di fronte ad un tempo decadente in cui non c’è più una capacità di rigenerazione, dice che lo Spirito di Dio, l’azione di Dio di fronte ad una maggioranza forte, strutturata, organizzata, dimentica di Dio ed estranea alla sua Parola, prepara un’alternativa. Il Signore prepara sempre alternative sue nella storia, Egli è il vero sabotatore delle storie degli uomini senza la grazia e senza la luce. Egli non si rassegna, anche se la maggioranza è una maggioranza numerica, aggressiva, una maggioranza che ha mezzi; a questo popolo che non nasce dalla sua Parola e non dimora nel suo amore, Egli non prepara un futuro, ma una fine. Quando arriverà questa fine, il Signore lascerà in mezzo ad Israele un popolo umile e povero che si è preparato perché  riprenda la storia con Dio e per Dio.
La Parola di Dio oggi ci dà il fascino di essere una minoranza numerica, ma una minoranza che ha la vittoria in mano, perché è minoranza di Dio. Mai come oggi questo piccolo popolo umile del Signore ha il compito profetico di preparare un’alternativa e una diversità per una storia arrogante che sta uccidendo se stessa. Il nostro tempo non ha bisogno di buona gente, di gente apparentemente dialogica ed ecumenica con una maggioranza aggressiva, ma ha bisogno di una profezia silenziosa ma tenace che si manifesta in quel piccolo resto che darà senso e forza alla storia per proseguire. Questo popolo umile e povero è il popolo dei santi, degli amici di Dio il popolo che non si vede, perché la maggioranza occupa tutti gli spazi visibili, ma è il popolo delle radici che, con l’aiuto del Signore, sta preparando una nuova primavera alla storia e alla speranza dell’uomo. Questo piccolo popolo dovrebbe essere il popolo della chiesa, non tanto intesa nel senso di struttura, ma quel popolo-chiesa in cui si inizia a vivere una nuova vita che si colora di fede, di verità, di trasparenza, di gioia e di riposo in Dio.
Oggi essere cristiani non è essere propagandisti di un’idea, oggi un cristiano non è uno che dice la sua in mezzo alle mille opinioni degli altri, ma il cristiano è colui che porta una profezia di vita, di libertà, di tenerezza e di accoglienza. Oggi alla gente i contenuti catechistici interessano fino ad un certo punto, la gente di oggi, che vive una storia massacrata, cerca sulla sua strada un cristiano radicato nella Parola che interpreti il suo cuore e che gli costruisca un’oasi di accoglienza e di amore. È la catechesi previa della vita e vale più di mille discorsi e di mille catechesi.
Oggi la gente non cerca di strutturarsi, vuole trovare delle alternative di vita, dei grembi intelligenti d’amore, vuole trovare un posto dove raccontarsi nel Signore e dare senso alle lacrime, alle speranze e alle attese. Ecco questo è il popolo umile e povero che il Signore lascerà come segno.
Quando la chiesa, la comunità, è in minoranza, brilla di profezia perché non è più parte scontata di un panorama, ma è rottura di un panorama. Noi saremo sale della terra, luce del mondo quando non ci potranno collocare nel panorama di una storia o di un ambiente perché non saremo collocabili in quanto diversi in Dio. Finché saremo collocabili, finché saremo strumentalizzati in tutti i sensi, significa che siamo ancora nel carrozzone della maggioranza, quando invece non si saprà dove collocare questo popolo umile e povero che lascerà il Signore, allora comincerà il fascino del popolo del Signore.
Oggi, purtroppo, manca questo fascino perché il cristianesimo è tante cose, ma forse manca la più importante: rivivere l’esperienza di Gesù. Egli ci ha insegnato che ai suoi tempi ha avuto successo con la gente perché non l’ha intruppata, strutturata, esasperata, l’ha semplicemente incontrata. Il vangelo, se ci pensiamo, è tutta una storia di incontri, è la storia del Messia di Nazaret che incontra la gente del suo tempo, dov’è e com’è.
Quando la gente ha fame di religione trova mille proposte: new age, buddismo, islamismo; l’esperienza religiosa è un bisogno che si può placare, ma l’amore è uno solo, la strada dell’amore è una sola e si chiama Gesù, perché solo Gesù ha il segreto dell’amore. Quando un popolo piccolo, povero e umile è in un ambiente, finalmente esercita quello che Gesù vuole: rompe il panorama, proponendo un’esperienza di vita veramente diversa che è quell’esperienza di vita che ha innamorato le primissime generazioni cristiane che hanno portato il vangelo per tutto il bacino del Mediterraneo. La gente del tempo sentiva che lì c’era la vita.
I giovani d’oggi hanno una sete di Dio più forte di noi e stanno cercando esperienze vive, vere di una vita diversa. Essi non leggono la bibbia cartacea, perché la loro bibbia è dentro il loro cuore e sono le domande a cui non rispondiamo mai o diamo risposte confezionate che sanno di muffa.
La vera bibbia è nascosta nel cuore di ogni uomo e la gente oggi ha bisogno di questo.
Allora dovremmo riflettere sul fatto che spesso siamo troppo maggioranza, siamo troppo strutturati; la gente d’oggi è stanca di slogan, vuole trovare i santi. E i santi sono le persone ferite e bruciate da Dio.
La strategia di Dio è vincere la maggioranza con la minoranza del popolo umile e povero. Questo è lo stile di Dio. Il Signore vuole rigenerare il suo vangelo attraverso un’esperienza di minoranza totalmente nuova, che noi non abbiamo il coraggio di iniziare perché siamo ancora legati al carrozzone della maggioranza. Eppure il Signore non si stanca di destrutturare quello che deve finire, come ha destrutturato al tempo di Sofonia questo popolo che si riteneva furbo, acculturato e realizzato. Le sorprese di Dio sono queste. Sono sempre sorprese d’amore.  
Anche nelle comunità la minoranza creativa non è molto stimata ed accettata perché la comunità strutturata vuole tenere una maggioranza con i cortigiani, ma i cortigiani non sono la categoria che Dio ama.  Il Signore sta smantellando la maggioranza strutturata con la minoranza profetica. Sono i santi di Dio che preparano una rigenerazione della chiesa nella storia, è sempre avvenuto così.


Seconda lettura          1Cor 1,26-31


Dovremmo leggere più spesso questa Parola di Paolo, noi che siamo tutti ammalati di una sindrome di prestazione quotidiana, noi che vorremmo sempre essere all’altezza di prestazioni che ci vengono chieste all’infinito.
Paolo, facendo uso della sua squisita ironia, ai Corinzi che erano dei gradassi, dice che nella loro parrocchia non ci sono molti filosofi né amici di potenti né molti nobili; loro che si ritenevano persone di un certo lignaggio, sono della povera gente. Paolo innalza un canto, perché questo è un canto all’azione di Dio, e descrive le scelte di Dio. Dio sceglie ciò che è stolto, ciò che è debole, ciò che è ignobile e disprezzato, ciò che è nulla. Dio sceglie questo per contestare il mondo, perché il vero grande sessantottino è Dio. Il vero contestatore del mondo è Dio, Dio è l’eterno contestatore del mondo maggioritario e per mondo si intende, secondo il termine giovanneo, tutto ciò che contrasta Cristo e il suo vangelo, le strutture di male anticristo. Dio contesta il mondo attraverso scelte che il mondo aborrisce perché il mondo è dei furbi, dei sapienti, dei forti, dei nobili e dei realizzati. Paolo ci dice che Dio contesta, confonde e riduce al nulla le cose attraverso ciò che il mondo ha rifiutato e rifiuta. Allora, dopo aver ascoltato questa Parola, dovremmo rivedere ciò che noi riteniamo valore e ricchezza nella nostra vita. Se ci sentiamo persone costruite, realizzate, brave, forti, coerenti non facciamo parte dei sabotatori con i quali Dio vuole sabotare il mondo. Se ci sentiamo stolti, deboli, ignobili, disprezzati e nulla saremo veramente uno strumento e una sinfonia della lode di Dio.
Ma che cosa vuol dire questo? Vuol dire che quando siamo gioiosamente riconciliati e gioiosamente orgogliosi di non essere quello che vorremmo essere, veramente in quel momento siamo di Dio, se invece vogliamo andare da Dio nella nostra struttura di persona riuscita allora non siamo più suoi, perché buona parte ce la mettiamo noi.
Passiamo tutta la vita a crearci patologie, a farcele curare, ad assistere ai fallimenti terapeutici delle patologie e a fare il pugilato contro i difetti, le debolezze e le patologie, dimenticando che a Dio piacciamo proprio così. Se siamo sempre occupati a restaurarci, a ricrearci, ad apparire, allora il Signore non può confondere e contestare il mondo perché non siamo umili servi che lui può adoperare, perché siamo troppo occupati a salvare la faccia e a rifarcela.
Questa Parola vorrebbe essere una Parola di luce e di profonda riconciliazione col farci capire che ciò che nella nostra vita è stolto, è debole, è ignobile, è nulla è la nostra vera ricchezza perché, quando Dio trova figli così, può veramente operare grandi cose ed è sicuro che le opererà perché,  quando le farà, non daranno merito a noi, ma daranno gloria al Signore che con il nostro nulla compie grandi cose.
Quanta ricchezza c’è nei nostri limiti, nelle nostre debolezze, nelle nostre fragilità, se vengono messe a disposizione di Dio come nostre vere e uniche ricchezze! Invece noi patologizziamo tutto e, partendo dalla mente, schematizziamo e diamo un nome alle debolezze che non vogliamo e passiamo una vita a combatterle, a reprimerle e a tentare di vincerle: Allora Dio non può usarci perché siamo occupati in una revisione infinita da noi stessi della nostra vita. Ecco l’amore di Dio, la rivoluzione di Dio, il fascino di Dio.
Quando Benedetto XVI è stato fatto papa ha detto: “Io sono un umile operaio della vigna del Signore, ma ciò non  mi spaventa perché so che il Signore opera grandi cose anche attraverso strumenti insufficienti”.
È la nostra insufficienza, la sua vittoria, è il nostro nulla la sua vittoria. Più ci sentiamo nulla, più ci sentiamo insufficienti, più Lui contesta il mondo. È con gli strumenti feriti che Lui dà gloria a se stesso, perché se usasse strumenti all’altezza della situazione, saremmo in una logica puramente mondana.
Che bello questo Dio contestatore che contesta il mondo con ciò che il mondo contesta! Ciò che il mondo contesta e ritiene cassonetto, immondizia, Dio lo sceglie. Ecco il Dio cristiano che è l’unico, vero, grande contestatore di tutto il teatrino di questo mondo.
I santi sono tutta gente povera, insufficiente, ma che si è lasciata veramente usare da Dio. Quando saremo persone dentro il cuore di Dio? Quando smetteremo di preoccuparci dei nostri difetti, di quello che siamo e di quello che non possiamo fare, perché finché saremo centrati sulle nostre fragilità e ne faremo un dramma di vita, non lasceremo spazio alla grazia, non lasceremo spazio a Lui, ma rimarremo autocentrati in una sottile superbia di autoaffermazione.
Dio conviene raccontato dagli specialisti, ma dagli invalidi; Dio viene portato dai feriti, Dio viene trasmesso dalla gente che è nulla.
I grandi santi hanno quella santa indifferenza anche alle loro mancanze perché sono proiettati nell’amore infinito di Dio. Più sanno di essere peccatori, più sono certi che Dio li ama. Più sei peccatore, più sei fragile e non vuoi mettere i cerotti dell’autorealizzazione, più la grazia scorre. E se non scorre, non sei alleato di Dio.


Vangelo           Mt 5,1-12

Noi saremo insultati, perseguitati, calunniati e maledetti per causa di Gesù quando decideremo di fare una grande scelta nella nostra vita, quella di avvicinarci a Gesù maestro che si mette a sedere per stare con noi. Qui c’è la vera beatitudine. Allora non siamo più folla, ma discepoli, non siamo più nella pianura del piattismo, ma sul monte dei pochi. Sul monte non salirono le folle, ma salirono i discepoli. Questo discorso non era per le folle, ma per i discepoli. Per cui tutte le beatitudini non sono atteggiamenti morali, ma sono pennellature della vita di Gesù. Gesù nelle beatitudini racconta se stesso, racconta chi è, perciò il discepolo deve essere come il Maestro.
Se noi non siamo perseguitati, rifiutati, vuol dire che non ci siamo ancora avvicinati a Lui e non ci siamo ancora seduti di fronte a Lui. La vera grande beatitudine oggi è vivere nella beatitudine di Gesù, nella profonda intimità e familiarità con Gesù, che poi genererà tutta la lettura spirituale profonda anche negli atteggiamenti della nostra vita.
Stiamo vivendo con tanti cristiani estranei a Gesù, lui è sul monte, ma essi rimangono folla, lui si è messo a sedere per parlare, ma essi sono troppo indaffarati a fare le loro cose. Una comunità cristiana sta male e ha la febbre se ci sono tre segni: la chiesa sempre vuota quando non ci sono le celebrazioni, la non ricerca di preghiera e di adorazione e la ripetitività dei programmi ininfluenti. Questi tre atteggiamenti dicono che la comunità sta male perché non c’è più Lui al centro, al centro non c’è più il restare con Lui, l’avvicinarsi a Lui, l’ascoltare Lui.
I veri rivoluzionari di una comunità sono coloro che si siedono davanti all’Eucaristia e stanno lì con Lui per intercedere per quelli che non vanno più da Lui, ma stanno scannandosi la vita per strutture e mobilio che non fa parte di Lui, convinti di fare del bene, e lo fanno, ma non è il suo bene, perché il primo e unico bene è avvicinarsi a Gesù.
Quando seguiamo Gesù sul monte e ci avviciniamo a Lui, diventiamo segno di una scelta, di una diversità e di un’alternativa. Sul monte di Matteo si è visibilizzato il popolo povero e umile, il popolo di Gesù. La beatitudine sta tutta qua: mettersi seduti di fronte al Maestro, salendo il monte,  allora si è discepoli.
La beatitudine che fonda tutte le altre è: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”, se non abbiamo il cuore puro, cioè destrutturato dai nostri neuroni, non potremo vedere Dio, ma quando non vediamo Dio, ci stufiamo e ci occupiamo del mobilio, non del padrone di casa, e magari diventiamo anche facchini del padrone di casa, ma non abbiamo incontrato Lui. Non siamo al centro di una Persona, siamo dentro qualcosa, ma non dentro Qualcuno.
Essere puri di cuore vuol dire essere seduti vicino a Lui, così, mentre lo guardiamo, Lui ci fa il trapianto delle pupille e nei suoi occhi vediamo Dio; vedendo Dio, diventiamo un sacramento visibile della tenerezza di Dio, perché vedremo le cose alla maniera di Dio e sapremo vedere Dio anche nelle persone che nessuno aiuta ed ama, perché non fanno parte di un certo mondo del mobilio, ma sono persone ai margini.
Il Gesù delle beatitudini è stupendo perché ha distinto folla e discepoli. Ha visto le folle, è salito sul monte con i discepoli e lì ha visto chi voleva salire e restare con Lui. Quando Gesù ha voluto creare il popolo povero ed umile, ha proposto l’alternativa e chi ha captato la sua magisterialità e l’ha visto sedersi, si è avvicinato e Gesù ha cominciato a raccontargli il sogno di Dio. Lì è nato il popolo della chiesa.      


Prima lettura           Sof 2,3;3,12-13

Il profeta Sofonia esercita il suo ministero profetico in un periodo di turbolenza storica che vede Israele dentro il gioco di grandi potenze: l’Assiria, l’Egitto e poi la grande Babilonia del re Ciro. Perciò il profeta vive in un tempo di non certezze, di decadimento, un tempo in cui i culti idolatrici arrivano a contaminare la fede di Israele, un tempo in cui la gente è smarrita. Così è anche il nostro tempo: non abbiamo più una stabilità, come nazione ci trasciniamo.
Il profeta invita la gente a cercare il Signore: “Cercate il Signore”. Il Signore è veramente da cercare tutti i giorni della nostra vita, perché Egli non è una conquista, non è una preda, non è qualcosa da  tirare fuori quando ne hai bisogno, ma lo si deve cercare tutte le mattine quando all’aurora ci alziamo e riceviamo un altro giorno, grande dono di Dio. La presenza del Signore nella nostra vita è evolutiva, dinamica ed effervescente e quando una persona non cerca più il Signore, ma ha paralizzato il suo rapporto con Lui e vive di una ricerca fatta vent’anni prima, vive con qualche idea assodata su di Lui. Il profeta invita a cercare il Signore e per cercarlo bisogna innanzitutto amarlo, perché se non lo si ama non lo si cerca, non si moltiplicano le occasioni per incontrarlo. Quanta gente ha risolto il problema dello stare con il Signore non andando la domenica a messa ma dicendo che fa il bene ugualmente, essi hanno lasciato la presenza per un’opera buona che giustifica la loro assenza. La negazione di una presenza afferma uno stato d’animo, cioè il non andare a messa abitualmente indica il non sentire il bisogno del mistero di Dio, ed è la risposta chiara che si fa lo stesso anche senza di Lui o ci basta una presenza generica o centellinata nel tempo. Non si può stare senza Dio, ma siccome il Signore per tanta gente è un’idea generica di bene, si può fare a meno della sua presenza. Ma questo significa che essi non hanno incontrato il Signore. Il Signore è da cercare e il nostro rapporto con Lui deve essere passionale, di innamoramento, tanto che i santi dicono che il Signore ci deve ammaliare al punto tale che non si può restare senza la sua presenza.
Quando ci incontriamo tra cristiani, se non c’è il Signore in mezzo a noi i nostri incontri si sfilacciano e diventano incontri di persone che si sopportano  a vicenda perché non vedono l’ora di lasciarsi e di perdersi di vista, invece quando c’è il Signore in mezzo tutto cambia. Il Signore ai suoi ricercatori dona lo Spirito. Ecco perché il Signore, in questo tempo senza certezze, ha lasciato in mezzo a noi un popolo umile e povero, in cui possiamo vedere il mistero della chiesa. La chiesa è questo popolo umile e povero che Dio lascia in mezzo alla storia perché gli uomini hanno diritto di vedere, di gustare, di sentire un’alternativa alla tirannia della mente.
La chiesa dovrebbe essere quel mistero, non quella struttura, quel sogno di Dio, quel grembo di creatività divina che offre alla storia di oggi la possibilità di un’alternativa. E che tipo di alternativa? Lo dice Sofonia: una vita serena dove la menzogna non sia la regola della relazione “non proferiranno più menzogna”; in questo popolo non ci sarà più una lingua fraudolenta perché parleranno il linguaggio nuovo di Dio e in questo popolo si potrà pascolare e riposare nei pascoli della parola di Dio senza molestia alcuna. La chiesa dovrebbe essere quel grembo che ha da Dio i sensori spirituali per raccogliere i drammi dell’umanità, quella comunità in cui si dice alla gente che lì può fare esperienza, può toccare con mano una vita diversa e una vita nuova in cui Dio è l’unica ricchezza. La chiesa è questo popolo umile e povero perché possiede l’unica vera ricchezza che è Dio. Quando si ha la ricchezza di Dio, si è capaci di una lettura profonda del disagio degli uomini, se si ha Dio nel cuore si vede che gli uomini e le donne, ricche di apparente bene, sono le più povere. Oggi la gente sta cercando delle relazioni, vere e significanti e non le trova, la gente cerca orecchie intelligenti per essere ascoltata, la gente cerca grembi per essere consolata dalle ferite della vita. Questo popolo umile e povero è proprio il segno profetico della chiesa. Perché tanta gente afferma di credere in Gesù, ma abbandona la chiesa? Questo succede perché la gente confonde la chiesa con delle strutture soffocanti e asfissianti, ma questa non è la chiesa. Essa deve strutturarsi perché è gettata nella storia dell’uomo, ma deve rimanere quel grembo spirituale dove si può trovare il Signore. Nelle nostre città manca questa diversità, manca questo popolo umile e povero che diventa alternativa alla tirannia della ricchezza umana.
Don Giussani diceva che la chiesa deve essere quel popolo che trasmette un’esperienza e una storia viva, quella di Gesù. Ecco perché nella nostra comunità è necessaria la presenza di uomini e di donne intelligentemente destrutturati dalla tirannia della struttura, ma aperti alla potenza dello Spirito che cambia il loro cuore.
Padre Raniero Cantalamessa ha detto che, quando noi invochiamo lo Spirito santo, facciamo come sant’Agostino che diceva al Signore: “Fammi casto e puro, ma non subito”, anche noi diciamo: “Vieni Spirito santo, ma vieni possibilmente dopo”. Questo ci dice l’aridità del nostro tempo che chiede con la bocca lo Spirito, ma non vuole che lo Spirito venga dentro il suo cuore, perché quando viene destruttura le strutture tiranniche e comincia ad incendiare i cuori con il fuoco di Dio.
Il dinamismo dell’evangelizzazione è nato da una donna innamorata che il mattino di Pasqua va a cercare il suo amore, ecco perché la chiesa è femminile e Maria Maddalena viene chiamata dalle chiese orientali la protoapostola, la prima degli apostoli, perché la notizia che Gesù era vivo si sparse proprio perché una donna innamorata andò a trovare il suo corpo e invece trovò la sua vittoria.
Quando si ama il Signore, cambia tutto. Quando Gesù è un’idea si fa deserto e si fa sera.


Seconda lettura          1Cor 1,26-31

Questa parola si rivolge ai Corinzi, che si ritenevano i migliori. San Paolo dice che tra loro non ci sono molti filosofi né molti potenti né molti nobili. Paolo, quando vede la sua parrocchia così di bassa lega e così proletaria, fa un ragionamento e nella sua mente apre una guerra tra Dio e il mondo. Dio è in perenne guerra con il mondo, non tanto quello creato, ma il mondo che Giovanni dice si oppone a Cristo, alla sua luce e alla sua grazia. San Paolo, essendo intimo di Dio e ricordando l’esperienza di Damasco fatta sulla sua carne, comincia a parlarci dei gusti di Dio: quello che è stolto per il mondo Dio lo ha scelto per confondere i sapienti, quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti, quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono. Paolo elenca le tre scelte di Dio e poi ne dà la motivazione: perché nessuno possa vantarsi. Il mondo, quando ci incontra, ci domanda il curriculum e la carta d’identità, invece Dio quando ci incontra non vuole il nostro curriculum, ma il nostro cuore, perché lui ha un altro curriculum da darci che è la sua grazia e il suo amore. Allora l’apostolo Paolo ci dice che la nostra relazione con Dio non è una relazione vincente per titoli, con Dio si va avanti per grazia, anzi Dio si diverte a scegliere le persone nulle per ridurre a nulla le cose che sono. Le persone che si sentono nulla sono le persone che non si sono costruite da se stesse la salvezza. La persona nulla è la persona che tutti i giorni si consegna, si consacra a Dio, perché sente la sua incapacità e la sua fragilità a realizzarsi. E Dio sceglie queste persone. Quando andiamo davanti a Dio nudi, andiamo davanti a Lui con il titolo primogenito, quello dell’Eden prima della caduta; quando siamo nudi di meriti, di struttura, di ragionamento, di santità, Dio, attraverso di noi può operare grandi cose, perché appaia che non siamo noi che operiamo, ma è Lui che costruisce la storia, perché chi si vanta si vanti nel Signore.
Dio ama la nostra debolezza personale, quella che noi conosciamo e nessun altro, perché la debolezza è il grido di preghiera più vero della nostra vita e di fronte alla debolezza non abbiamo argomenti che scusano, ma di fronte ad essa Egli ci risponde con l’amore.
La potenza, la sapienza di Dio usa veramente le cose che il mondo scarta, non vuole, perché Dio non costruisce per titoli, ma per grazia e soprattutto Dio costruisce senza strutturare il suo intervento, ma nel mistero di un cuore di un uomo e di una donna che si aprono al fascino del suo passaggio.   


Vangelo           Mt 5,1-12

Quando leggiamo le beatitudini ci domandiamo come possiamo viverle, come possiamo renderle presenti visto che sono la magna charta per il discepolo del regno. Allora occorre sapere con precisione che cosa significa puro di cuore, operatore di pace, per tentare di realizzare nella nostra vita questo atteggiamento.  
Matteo, innanzitutto, ci dice che prima delle beatitudini verbali di Gesù ci sono alcune beatitudini spirituali di Gesù da vivere, e la prima: in quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte. La prima beatitudine è che noi siamo oggetti dello sguardo di Gesù. Gesù ci guarda (“Guardate a lui e sarete raggianti”) , noi non siamo abbandonati, ma lo sguardo di Gesù ci segue giorno dopo giorno, perché Gesù, guardandoci, ci ama. Gesù, guardandoci, ci confida la seconda beatitudine: “Non vi chiamo più servi, ma amici; quello che ho udito dal padre ve l’ho fatto conoscere”. Quando Gesù sale sulla montagna viene guardato dalla folla e quando la folla lo guarda in questo atteggiamento scatta la terza beatitudine: si diventa discepoli, cioè si esce dalla folla e si sale la montagna, perché sulla montagna non sale la folla, ma i discepoli, gli innamorati, coloro che non vogliono perdere di vista Gesù e non possono stare senza di lui.
Quand’è che i discepoli si avvicinano a Gesù? Quando egli si pone a sedere ( quarta beatitudine) riconoscendo in quel gesto il Gesù maestro, ma riconoscendo in quel gesto un Gesù che dice: vieni, ho tempo per te. Quindi Gesù comincia a proporre le beatitudini.
Le beatitudini non sono degli atteggiamenti esistenziali, morali, spirituali di un cristiano, ma sono la narrazione della storia di Gesù: è lui la vera beatitudine e il vero beato. È lui il povero in spirito perché per Gesù la ricchezza vera era il padre e la sua volontà, è Gesù che è nel pianto quando ha visto il suo popolo rifiutare il passaggio della grazia di Dio nel messia galileo, quando ha visto la morte di Lazzaro, quando ha visto la sua città chiudersi al passaggio della grazia. È Gesù il mite che si è lasciato schiaffeggiare dai soldati, è lui che non ha opposto resistenza, è lui che ha detto a Pietro: “Pensi forse che il padre mio non mi manderebbe una legione di angeli se ne avessi bisogno?”. È Gesù che aveva fame e sete della giustizia perché morendo dirà ho sete, sete di anime, sete della nostra salvezza, è Gesù misericordioso perché ha sempre difeso le donne indifese, prostitute, adultere, i poveri di Dio, è lui il puro di cuore, perché non cercava l’uomo per secondi fini ma solo per amore, è Gesù l’operatore di pace che tramite la spada della parola svela i segreti di molti cuori e fonda e radica la shalom di Dio che è la guerra per la differenza e l’appartenenza, è Gesù il perseguitato per il padre e per il suo vangelo, è lui l’insultato, il calunniato, è lui lo sfiduciato dalla folla e dall’autorità, ma per lui c’era motivo di rallegrarsi perché il padre l’avrebbe ricompensato con la risurrezione.
Allora Gesù, se è dentro di noi e in noi racconta la sua storia, le beatitudini sue sono le beatitudini nostre e allora le beatitudini vissute sono la prova del nove di un’appartenenza, di un’abitazione, di un ammaliamento e di un amore. Se in noi non c’è il Gesù beato, il Gesù beatitudine di Dio, le nostre beatitudini sono buonismo con un po’ di acquasanta. Ma quando in noi abita Cristo, tutto cambia, allora Gesù si mostra nel mistero della sua persona: puro, mite, umile, operatore di pace, povero, perseguitato, misericordioso.
Gesù nelle beatitudini ha raccontato la sua storia, per dirci che è possibile viverle, ma viverle ad una condizione: che Gesù sia dentro di noi, nel nostro cuore, allora anche noi saremo una beatitudine per chi incontreremo nella vita.  
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