02 giugno 2019 - Sito Sultabor

Vai ai contenuti

Menu principale:

02 giugno 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 02 giugno 2019
ASCENSIONE DEL SIGNORE Anno C


Prima lettura      At 1,1-11


È molto forte il verbo che l’evangelista Luca mette in bocca a Gesù; negli altri sinottici, specialmente in Marco, il Signore adopera questo verbo negli esorcismi: “Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento” parlava del battesimo dello Spirito santo. Perché Gesù dà questo ordine? Perché Gesù conosceva molto bene questi uomini che aveva scelto e sapeva che loro avevano fretta, dopo la sua dipartita, di fare subito qualcosa, di darsi da fare, ma Gesù intima loro di aspettare lo Spirito santo.
Questa è la chiave di lettura per capire che, senza lo Spirito santo, tutto ciò che facciamo, bene compreso, è solamente un rumore, un protagonismo o qualcosa che risuona. Il nostro darci da fare è solamente una frenesia di azione, ma non ha la fecondità della grazia. Perché tanta sterilità, perché tanto annuncio fatto in mille modi eppure la maggioranza delle persone non si converte? Senza lo Spirito santo, Gesù non si concede alle anime, senza lo Spirito santo che ci precede, che è dentro di noi, che ci feconda, tutto ciò che diciamo, che facciamo, non passa, perché non abbiamo il potere di annunciare, di proporre, di donare Gesù.
La sterilità che oggi vediamo in noi e in tanti altri operatori pastorali è proprio questa: lo Spirito santo è la condizione senza la quale non si può evangelizzare, perché l’annuncio del vangelo, della Parola, della fede non è roba nostra. Noi siamo chiamati ad annunciare, ma il resto dell’operatività è dello Spirito. Nessuno di noi ha il potere di convertire qualcuno.
Bisogna saper attendere lo Spirito, non dobbiamo metterci in testa di fare noi, perché quando facciamo noi, facciamo solo confusione. Lo spirito santo è quella forza, quel motore, quella gioia per poter annunciare il Signore. Ma noi non vogliamo aspettare, non abbiamo la capacità di aspettare, di rimanere in città, di rimanere nel nostro cuore, perché lo Spirito santo non è una nostra conquista, non siamo noi a farlo scendere, Lui scende, si effonde per pura grazia: “Vieni, Spirito santo, e manda a noi dal cielo un raggio della tua luce”.
Quando lo Spirito santo si effonde su di noi? Quando non abbiamo più la pretesa di essere protagonisti saccenti ed organizzatori di Gesù. Nessuno può organizzare Gesù e tutto ciò che diciamo di Lui, se non è veramente fecondato dallo Spirito, è solo un’occasione per mettere in mostra la nostra superbia. Per annunciare Gesù occorre, innanzitutto, dare la precedenza allo Spirito santo e poi essere profondamente umili, perché Dio resiste ai superbi. Tanti evangelizzatori, che sono superbi della loro scienza, fanno delle bellissime cose su Gesù, ma Gesù non passa. Gesù non si concede in forza di una nostra scienza, di un nostro saper fare, Gesù sposa solo coloro che sanno aspettare lo Spirito santo, ecco perché i più grandi evangelizzatori sono stati laici, pensiamo a santa Caterina da Siena, illetterata ed esorcista, perché i doni dello Spirito non vengono dati come la patente, per merito, ma per grazia. Nella logica di Dio non c’è l’autorità che conta, c’è la santità che muove. Perciò molte volte l’ultimo dei fedeli ha una capacità di agganciare le anime, che altri non hanno, perché egli lascia la precedenza allo Spirito. Ecco perché Gesù ci ha detto una cosa importante che ci siamo dimenticati: di non preparare nulla di quello che dovremo dire, ma di ascoltare il suggerimento dello Spirito.
Parliamo tanto di evangelizzazione, ma poi facciamo fatica a salutare e ad accogliere una persona, dimenticando che l’evangelizzazione comincia dallo Spirito santo e lo Spirito santo comincia sempre dall’amore.      


Seconda lettura           Eb 9,24-28;10,19-23


La lettera agli Ebrei è stata scritta da un ebreo convertito a Gesù, sicuramente si trattava di una persona che conosceva molto bene il tempio e tutta la sua liturgia, tanto che qualche biblista azzarda che sia stato un sacerdote che ha creduto a Gesù.
“Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo”. Il brano comincia con una negazione: Gesù non può entrare nelle nostre misure, perché sono sempre troppo piccole, Gesù non può entrare nelle nostre strutture, perché sono sempre troppo piccole, noi costruiamo per Gesù prigionie e non libertà e Gesù non vuole la prigionia, vuole la libertà, che è propria della sua persona. Gesù non vuole entrare nelle ripetitività rituali senza amore, infatti Lui si è offerto una sola volta, egli vuole entrare proprio nel tempio splendido che è il nostro cuore, che non abbiamo fatto noi, ma è stato fatto dallo Spirito santo per accogliere Gesù.
In questa Parola si dice anche di accostarci con cuore sincero nella pienezza della fede a Gesù con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura, quest’ultimo particolare indica il battesimo, ma che cos’è questa purificazione del cuore da ogni cattiva coscienza? La cattiva coscienza è la nostra auto percezione della vita, di noi stessi, delle scelte, una percezione tutta nostra e non sua; la cattiva coscienza è la coscienza che misura, che calcola, che ci distrugge perché noi con la nostra misura misuriamo tutto. La cattiva coscienza è quando noi vogliamo fare il fai da te anche nelle scelte degli altri, quando vogliamo dire a Gesù le modalità di approccio che deve avere con noi, non lasciandogli la libertà assoluta. La cattiva coscienza è solo un’autoconsapevolezza mentale, la buona coscienza è l’illuminazione di una luce di Dio dentro di noi. Gesù vuole che ci accostiamo a Lui perché ci vuole purificare dalla cattiva coscienza che è la nostra autoconsapevolezza e non l’apertura alla sua grazia.
Chi di noi può dire oggi di essere in grazia di Dio? Possiamo dire sì o no, ma ne siamo sicuri? “Signore, io sono quello che tu sai che sono, non pretendo di dire chi sono, non pretendo di capirmi dentro il cuore, ma so che Tu lo fai e questo mi basta”. La vera esperienza di Gesù non è più un’esperienza templare, rituale, sacrale, religiosa, ma è l’accostamento a questo sommo sacerdote che sta aspettandoci proprio nella nostra realtà. Egli vuole celebrare una liturgia a Dio non con l’incenso e con le candele, ma con noi. Vuole prenderci tra le sue mani e non offrire più il pane e il vino, ma offrire ognuno di noi, perché noi siamo il suo desiderio, la sua attesa, la sua aspettativa, la sua nostalgia. Ecco perché c’è una via nuova per mezzo della quale abbiamo piena libertà di entrare nel santuario, questa via nuova è il suo sangue: da Gesù si arriva a nuoto, nuotando nel fiume del suo sangue, e Gesù sta aspettando tutti per dare la sua consapevolezza alla nostra vita e al nostro cuore.

  
Vangelo          Lc 24, 46-53      

Il momento del distacco è sempre triste. Anche per Gesù ci fu questo momento, ma Egli ha segnato il momento del distacco dai discepoli non più con una parola, ma con un gesto: “Egli, alzate le mani, li benedisse, e mentre li benediceva si staccò da loro”. Le mani alzate di Gesù sono l’indicazione del nostro destino eterno di gloria e sono l’ultima parola che Lui ha pronunciato sulla storia umana, una parola di benedizione. Quella benedizione sul monte dell’ascensione sarà la parola che formerà la nostra adunata alla fine dei tempi, quando Gesù farà due file: i salvati e i dannati. Gesù chiamerà i salvati e dirà loro: “Venite, benedetti dal Padre mio”, la stirpe dei benedetti, la genealogia dei benedetti, invece ai dannati dirà: “Via da me, maledetti, nel fuoco eterno”. L’accoglienza della benedizione è la chiave di volta della nostra vita cristiana, le mani benedicenti di Gesù sono il ponte tra noi e Dio, tra il tempo e l’eterno, tra il desiderio e la pienezza, tra la nostalgia e la presenza. Solo attraverso queste mani benedicenti noi possiamo arrivare a Dio. Sono possibili altre vie per arrivare a Dio? Sì, ma di una abbiamo la certezza, è la via delle sue mani.
Egli si è staccato dai discepoli benedicendoli e, mentre li benediceva e veniva portato su, essi si prostrarono davanti a Lui: gli hanno dato l’ultimo amore, la prostrazione. Quando ci prostriamo significa che il suo amore ci ha stesi, perché vogliamo veramente che la pienezza di tutto il suo amore venga su di noi.
La benedizione chiama la prostrazione, la prostrazione chiama la benedizione e questa coppia di azioni è quella porta, quella ferita aperta, verso la pienezza dell’eternità.     


Prima lettura      At 1,1-11

Gesù, quando desidera tornare al Padre, ci insegna due cose importanti: prima di tutto si è ritenuto non indispensabile per gli apostoli, poi, pur essendoci gli apostoli e la chiesa appena nata, Egli ha scelto il Padre. In questo modo ci insegna a dare sempre la priorità all’assoluto e a lasciare il relativo. Gesù se ne è andato per lasciare il posto allo Spirito, era libero fino in fondo nel cuore. Una persona è libera quando sa anche dire basta e sa andarsene con umiltà, perché sente che la sua esperienza si è compiuta. Le persone attaccate alla poltrona o all’esperienza sono così perché non sono libere e non hanno fatto di Dio il valore della loro vita, ma tengono stretto il ruolo che hanno occupato perché è l’unico motivo di vita e di autorevolezza.
Gesù ci insegna questa libertà, sebbene gli apostoli fossero tristi, sebbene la comunità chiesa fosse un po’ sgangherata, Gesù ha scelto il Padre. Allora occorre avere il coraggio anche di lasciare, di non ritenersi indispensabili, di non pretendere che un’esperienza duri all’infinito, ma lasciar fare alla libertà di Dio. Gesù se ne va ed entra in campo il secondo Paraclito o il secondo Consolatore, lo Spirito santo. Con l’Ascensione di Gesù cessa il tempo di Gesù, inizia il tempo della chiesa unito al tempo dello Spirito. Dopo l’ascensione, il ruolo principale della mia vita e della chiesa, di cui faccio parte mediante il battesimo, va allo Spirito santo. Lo Spirito santo, meritato da Gesù per noi, ha il compito, prima di tutto, di affiancare la nostra vita. Se leggiamo la storia della chiesa, di cui noi facciamo parte con la nostra storia, ci verrebbe da chiedere come abbia fatto a reggere un’istituzione con scismi, eresie, papi, antipapi, eppure la chiesa è salda, cammina, avanza in mezzo a dolori e a gioie, perché il suo motore non è l’uomo, ma è lo Spirito santo. Perciò lo Spirito santo, quando si affianca alla vita di ciascuno, ha il compito di preservarlo e di evitargli la lettura insignificante della propria vita, lettura che molte volte facciamo da noi stessi senza la luce dello Spirito.  Invece anche oggi lo Spirito, effuso su di noi, ci garantisce che tutta la nostra vita, da appena siamo stati concepiti al momento attuale, pur tra i momenti di buio, gli sbandamenti e le cose belle, è una vita che ha un grande significato, perché il significato non le è dato dai nostri meriti o dalle nostre realizzazioni, ma le è donato dalla grazia dello Spirito.
Lo Spirito è l’ermeneuta della nostra vita, cioè l’interprete della nostra vita. Attraverso la luce dello Spirito santo siamo capaci di vivere con profonda serenità la nostra vita anche nelle fratture e nella conclusione di tante esperienze intermedie. Lo Spirito santo ci vuole talmente bene che quando un’esperienza, una persona, un evento sono dannosi per noi li fa finire. Noi magari ci arrabbiamo, puntiamo i piedi, non ne capiamo il motivo, eppure, siccome lo Spirito santo tutela la nostra libertà e il significato della nostra vita affiancandoci, quando qualcosa, qualcuno, qualche esperienza ci fanno male o non servono più, lo Spirito li fa cessare, perché vuole conservare per noi il grande dono della libertà interiore.
Gesù non ha chiesto al Padre di poter rimanere sulla terra per qualche altro anno per organizzare la prima chiesa, Gesù se ne è andato liberamente, serenamente e ha lasciato il posto all’azione dello Spirito. La nostra vita fa parte della storia della chiesa anche se sembrerebbe insignificante, perché la vita affiancata dallo Spirito, assume un significato profondo, bello e grande nella luce dello Spirito. Lo Spirito santo è il grande protagonista della nostra vita, è il grande maestro della nostra vita e, nello Spirito, tutto ciò che è della mia vita ha un senso, un significato, una grazia, un dono. Lo Spirito ci libera anche da tutte quelle scadenze tipiche: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele”, e Gesù rispose: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i modi”. Quante volte ci lasciamo andare perché non vediamo nella fattualità visibile una realizzazione del Signore in noi, dimenticando che il Signore molte volte comincia a costruire nell’invisibile e, quando la costruzione è fatta, ce la fa percepire e ci fa traghettare in una stagione ulteriore. Se fossimo veramente docili allo Spirito santo! Se ci facessimo affiancare da Lui, che ci ricorda che la nostra vita non è una vita inquisita, una vita indagata, ma la nostra vita è amata, custodita e protetta! Lo Spirito santo non ha impedito alla chiesa di fare sbagli lungo la sua storia, ma dagli sbagli ha sempre ricavato un bene maggiore. Perciò, quando lo Spirito ci affianca, il mistero della nostra vita diventa veramente grazia della sua presenza e della sua luce. Quando saremo affiancati dallo Spirito, riceveremo veramente la sua forza e la sua forza è la sua interpretazione profonda del mistero del nostro cuore e del nostro esistere. La chiesa è comunità dello Spirito ed è formata da uomini e donne che nella loro vita personale costituiscono il grande mosaico della storia della chiesa. Perciò lo Spirito, che affianca la nostra vita, è il segno più grande di un amore, di una fedeltà, di una pazienza e anche di un’arte educativa dello Spirito stesso, che vuole che noi relativizziamo tutto ciò che non è assoluto per perseguire solo ciò che è assoluto. Allora lo spirito, perché ci ama, molte volte ci toglie ciò che ci fa male e ci rimette nella dinamica eterna dell’amore.           


Seconda lettura           Eb 9,24-28;10,19-23


Gesù non era il sommo sacerdote del tempio, che nella festa dell’espiazione celebrava un rito, aspergendo con il sangue, perché Gesù è stato cacciato via dal tempio, i sacerdoti non l’hanno voluto, l’hanno condannato insieme agli erodiani, a Pilato, alla folla, al sinedrio. Gesù è stato rigettato da ogni istituzione e considerato un sovvertitore pericoloso, per cui la salvezza dell’umanità non è avvenuta dentro nessuna istituzione, neanche religiosa, ma la nostra salvezza è avvenuta in un luogo maledetto, il Calvario, in mezzo a malandrini, malfattori, bestemmie, bestemmiatori, militari e popolo. Lì Gesù ha salvato la nostra vita. E questa è la prima cosa per cui ringraziare Gesù: la nostra vita non è stata salvata da un’istituzione, ma è stata salvata dalla sua libertà, pagata a caro prezzo per noi. Noi non siamo nati in mezzo ai sommi sacerdoti, ai leviti, ai sacrifici, al tempio e all’incenso, ma ciascuno di noi è nato in quel piccolo colle, fuori dalla città, lontano dal tempio, dove Gesù, pieno della vera libertà di Dio, ha saputo dare la sua vita per noi. Gesù non ci ha salvato con un rito, con una preghiera, con una liturgia, ma Gesù ci ha salvato con la sua vita, egli ci ha amato e ci ha amato sino alla fine. Sul Calvario ha ripartorito la nostra vita, noi siamo nati attraverso quella via nuova e vivente che è il suo sangue, perché solamente l’amore può diventare vita e Gesù, donando la vita per amore, ha salvato la nostra vita nell’amore, perché la nostra vita potesse dare e ricevere amore.
Solo Gesù ha avuto questo coraggio di morire per noi, né Maometto, né Budda, né Marx, solo Gesù, ed è morto perché in noi potesse rimanere intatto il grande dono della vita. Se non nasciamo nel Calvario, se non veniamo ripartoriti dal sangue del Calvario, la nostra vita non avrà nessun significato soddisfacente. Oggi tanta gente soffre ed è depressa perché sente la vita come peso, come condanna, come qualcosa che fa stare male, perché la vita senza Gesù non può sussistere. Non possiamo vivere se non abbiamo dentro di noi il sangue di Gesù che è stato veramente il momento nel quale egli, sul Calvario, ha rigenerato la mia libertà. Se non abbiamo Gesù, non possiamo vivere e non possiamo capire la vita. Gesù ha fatto questo una volta per sempre perché, non essendo questo evento un rito, non andava ripetuto, ma essendo un gesto d’amore ha avuto la forza di diventare eternità.
Se nell’Eucaristia non facciamo trasfondere da Gesù nelle nostra vene il suo sangue, via nuova e vivente, non possiamo essere rigenerati e non potremo mai godere del dono della vita, perché non avremo mai potuto capire la follia dell’amore di Gesù, che non si è fermato a mezza strada, ma è andato fino in fondo. Il Calvario è il luogo della grande rinascita. Il sacrificio di Gesù è il luogo della vita, Gesù ce lo dice chiaramente, perché Lui solo ha potuto salvarci, non le istituzioni che vorrebbero catturarci, ma Lui solo perché, dandoci la Sua vita, ci ha ridato in dono la vita.
    
Vangelo          Lc 24, 46-53       

“Restate in città finché non siate rivestiti di potenza dall’alto”. Se non abbiamo lo Spirito, dobbiamo rimanere nella nostra città interiore, nel nostro cuore, nella nostra interiorità, perché se non saremo rivestiti dallo Spirito, che cosa possiamo fare? Dove vogliamo andare? Senza lo Spirito annunciamo noi stessi, ma noi non siamo interessanti. Una delle condizioni per esser testimoni di Gesù è saper attendere sempre prima di tutto la potenza dall’alto che ci riveste, senza lo Spirito non è possibile nessuna evangelizzazione, perché il primo evangelizzatore è lo Spirito. Lo spirito è la condizione previa per l’annuncio, se non ce l’abbiamo, e non ce l’abbiamo per diritto, ma per dono, non dobbiamo partire. Vanno segnalate altre tre cose: l’ultima parola di Gesù non è una parola, ma un gesto: la benedizione. Gesù lascia agli apostoli e a noi la sua benedizione, che è il rivestimento su di noi di un amore, di una parola, di una forza più grande di noi, che è quella di Dio. La benedizione ci pone sotto la sovranità e la maestà di Dio. Quando Gesù benedisse gli apostoli, essi si prostrarono, fecero un grande gesto di adorazione. L’adorazione è una delle forme più intense della preghiera. Quando ci prostriamo, diamo a Gesù la nostra disponibilità, quando ci prostriamo, diciamo a Gesù: “Ora io sono la tua strada sulla quale puoi camminare, sono il tuo tappeto sul quale puoi danzare, ora voglio essere la tua gloria sulla quale puoi regnare”. E se la preghiera che faremo sarà mossa dallo Spirito, quella prostrazione renderà così morbida la nostra preghiera e il nostro cuore che Gesù, passandoci sopra senza farci male, potrà imprimervi la sua orma. Se saremo morbidezza, docilità, bontà, saremo quella sabbia bagnata dallo Spirito nella quale Gesù, passando, imprimerà la sua orma. Se tu saremo pieni delle sue orme, non saremo più dei protagonisti, ma saremo la sua strada, la sua via, il suo tappeto, la sua gloria. Se Gesù, nella nostra esperienza di preghiera, ci camminerà sopra, perché ci prostriamo sotto di Lui, avremo come primo dono una grande gioia, perché l’impronta di Gesù sulla nostra anima dà una grande gioia. Il primo dono è la gioia e il secondo dono è la lode: quando la preghiera diventa prostrazione perché riceviamo la sua benedizione, essa ci porta alla gioia e la gioia ci conduce alla lode. Se invece Gesù non potrà camminare su di noi, perché vogliamo con Lui un rapporto alla pari, un rapporto in piedi, un rapporto roccioso, le sue orme non si imprimeranno nella nostra vita. Chiediamo allo Spirito la grazia di prostraci tutti i giorni e che Gesù ci faccia sentire sempre la compressione dolce della sua orma.
Quando Gesù ci passa sopra, possiamo essere veramente sicuri di essere suoi.       


Prima lettura      At 1,1-11

Anche noi, come gli Apostoli, siamo stati scelti nello Spirito santo e lo Spirito santo, quando ci sceglie, lo fa unicamente per amore, per grazia, per dono, lasciando intatta la nostra libertà. Sebbene scelti dallo Spirito santo, facciamo scelte che decidiamo noi o ritroviamo limiti, fragilità, oscurità che percorrono la nostra vita, ciò non significa che lo Spirito santo sbagli la sua scelta,  perché, quando noi siamo stati scelti nello Spirito santo, Dio non si è sbagliato e non si sbaglia. Ciò vuol dire che lo Spirito santo ha messo anche in programma questa lunga pazienza che l’amore di Dio ha con noi, lasciandoci intatta la libertà, lasciandoci intatti gli spazi per la crescita, lasciandoci intatta la capacità di scegliere. Però è stato Dio a sceglierci per primo, dal Battesimo, infatti, siamo scelti, consacrati, consegnati, afferrati dallo Spirito santo.
Uno dei mali della nostra vita spirituale è che consideriamo tante scelte che facciamo e che viviamo  frutto della nostra mente, invece dovrebbe essere sempre un frutto di questa scelta misteriosa che lo Spirito ha fatto su di noi. Non essendo sempre docili a questa signoria dello Spirito santo su di noi, tendiamo sempre a precedere Dio, non abbiamo la pazienza, invece, dovremmo fare come ha detto Gesù ai suoi apostoli: “Rimanete in città e attendete la venuta dello Spirito”. Tante volte precediamo Dio, vogliamo arrivare prima noi, vogliamo fare alla nostra maniera, pensiamo di avere tutti i numeri per risolvere le situazioni, ma lo Spirito santo non è un diritto, è un dono che deve essere sempre atteso e questo dono, che è lo spirito d’amore, viene chiamato nella Parola un battesimo. Dovremmo essere tutti i giorni inondati, sommersi, toccati da questo battesimo dello Spirito. La nostra giornata dovrebbe iniziare nell’attesa amorosa dello Spirito che parla attraverso la Parola, la sua grazia, la sua vicinanza, invece un altro limite che tocca la nostra vita è quello di preoccuparci sempre dei tempi e dei momenti, delle modalità, dell’orario, del quando, del come e del perché.
Gesù dà una risposta molto forte agli Apostoli perché dice: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha stabilito per la sua scelta”. Noi vorremmo avere un Dio che è dentro il nostro orologio, le nostre scadenze, le nostre modalità, invece Dio è un mistero. Anche gli Apostoli  non erano ancora pieni di questo mistero ed erano ancora preoccupati soprattutto di una organizzazione e di una conoscenza temporale. L’uomo spirituale, l’uomo che è dimora dello Spirito, è un uomo profondamente libero, libero anche da se stesso, libero da tutte le tensioni e le pulsioni che segnano la nostra vita. Allora l’uomo dello Spirito diventa testimone perché racconta, trasmette un dono, un battesimo, un’appartenenza, un’esperienza e il testimone dello Spirito è un testimone che crede, che vede, che sente anche quando la nuvola si mette in mezzo tra noi e il Mistero di Dio. Gesù ha voluto che nella sua chiesa rimanesse la nostalgia e la ricerca di Lui attraverso i sacramenti.
I sacramenti sono la nuvola che nasconde la gloria di Dio, ma sono la porta della luce. Ecco lo stile di coloro che vivono dopo la sua ascensione. Essere sotto la signoria dello Spirito santo, perché lo Spirito ci renderà testimoni di una presenza e di una esperienza d’amore.
L’uomo spirituale è libero da se stesso e anche dalle nubi che si porta dentro perché sa che dove c’è lo Spirito del Signore c’è la libertà. Molte volte non avanziamo nella vita spirituale perché siamo eccessivamente sensori di noi stessi e i nostri sensori immediati ci bloccano nel respirare questa profonda libertà, allora restiamo sempre quelli che non sanno attendere, che vogliono organizzare, precedere.      
Lasciamoci lavorare dallo Spirito.


Seconda lettura           Eb 9,24-28;10,19-23

La Parola è tratta dalla lettera agli Ebrei, nella quale l’autore, anonimo, vuole dimostrare la superiorità del culto cristiano e del sacerdozio di Gesù sul sacerdozio levitico e sul culto del tempio di Gerusalemme.
Gesù non ha esercitato il suo sacerdozio in maniera templare e celtica, Gesù non è mai stato sacerdote secondo la tribù di Giuda, ma ha esercitato un sacerdozio diverso da quello templare perché è entrato nel mistero di Dio, nel santuario con il sangue proprio e non con il sangue delle vittime che i sacerdoti immolavano, perciò la salvezza dell’umanità non è avvenuta nel recinto del tempio, ma è avvenuta su un monte che è diventato un incrocio della storia e in questo incrocio Gesù ha celebrato la sua liturgia, senza incenso, senza vittime senza paramenti e senza un popolo credente eccettuati Maria, Giovanni e alcune donne che anticipavano la figura della Chiesa.
Gesù ci ha salvati con un evento storico della sua vita, non con un rito; Gesù ci ha donato la salvezza rivestendo l’unico paramento sacro che aveva: il suo sangue, per cui il suo sangue ha rosseggiato la croce e la terra; ciascuno di noi è stato bagnato, lavato, toccato, salvato da questo sangue. Il popolo d’Israele, quando uscì dall’Egitto, segnò le porte con il sangue dell’agnello, i cristiani sono segnati con il sangue di Gesù.
In questa Parola c’è una frase molto forte: “Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso allo scopo di presentarsi ora al cospetto di Dio in nostro favore”. Gesù è l’unico mediatore. Egli parla in nostro favore, tanto che ognuno di noi potrebbe dire: Gesù è dalla mia parte. Alla luce di questa Parola c’è una grande luce che deve entrare nel nostro cuore ed è questa: Dio Padre non mi guarda direttamente, ma mi guarda attraverso Gesù e qui c’è la salvezza, perché Gesù, parlando in nostro favore, ci racconta alla sua maniera. Lo sguardo di Gesù filtra il nostro essere e lo trasforma in favore. Gesù è dalla nostra parte e non dalla parte del Padre. Le stigmate gloriose sono il prezzo visibile e tangibile che lui porta al Padre per noi, lui ci ha pagato a caro prezzo. Tra Dio Padre e noi c’è Gesù, noi dobbiamo entrare nel mistero di Gesù, dobbiamo essere convinti veramente che Gesù ha un amore talmente grande per noi che non cessa di parlare in nostro favore presso il Padre. Il dialogo tra Padre e Figlio riguarda noi, siamo noi l’oggetto del dialogo divino, del dialogo trinitario. Ecco perché non possiamo presentarci direttamente a Dio, però la Parola ci dice: “Avendo dunque, fratelli, piena fiducia di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, per questa via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne; avendo noi un sacerdote grande sopra la casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero in pienezza di fede, con il cuore purificato dalla cattiva coscienza (sacramento della penitenza) e il corpo lavato con acqua pura (esigenza battesimale)”. Questa è la vera speranza, la vera fiducia in questo sommo sacerdote che sta celebrando con Dio la nostra salvezza e la nostra gloria finale, sempre soggetta alla nostra risposta di libertà.     


Vangelo          Lc 24, 46-53       


Pensiamo ai vari monti che hanno costellato la vita di Gesù: il monte delle beatitudini, quello della trasfigurazione, il monte della solitudine, il monte dell’offerta, il Calvario, e il monte della dipartita, quello di Betania. È molto bello vedere come Gesù porta i suoi apostoli fuori da Gerusalemme in un ultimo esodo, questa volta è Lui a tornare a casa.
È bello vedere questa libertà di Gesù: in Lui prevale la nostalgia del Padre, quindi ritorna nel mistero del Padre lasciando la chiesa appena nata in mani molto fragili, molto povere che però erano in attesa dello Spirito. Anche Gesù non si è sentito indispensabile, anche Gesù ha avuto la libertà interiore di dire che la sua dimensione di presenza storica, tangibile, si poteva concludere. Gesù si è fidato della potenza dello Spirito e degli uomini e, quando arriva su questa altura, il suo testamento sono due gesti: il primo, le mani alzate nell’offerta dell’umanità al Padre e nell’intercessione per noi e, il secondo, la benedizione. Dopo questa andare di Gesù al Padre la Chiesa ritorna, è una chiesa obbediente, la chiesa adora ed è nella gioia, la chiesa loda e la chiesa rimane nel tempio. Adorare, lodare, gioire, restare ecco gli atteggiamenti che oggi la chiesa deve riscoprire per trasmettere Dio. La chiesa deve dare la priorità all’adorazione, alla lode, al restare e all’attendere.  
stampa




 
Torna ai contenuti | Torna al menu