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02 maggio 2021

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 02 maggio 2021

Domenica V di Pasqua anno B

Non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità.


Prima Lettura    At 9,26-31     


Quanta fatica facciamo a cogliere i cambiamenti interiori di una persona! Quanta fatica fa la gente a vedere ciò che il Signore fa nel cuore delle persone; noi stessi facciamo fatica a capire ciò che lo Spirito fa in noi perché la nostra Damasco è dentro di noi e la nostra caduta avviene nel nostro cuore. Lo Spirito santo continua a cambiarci, ma noi siamo fissati, abbonati alla nostra immagine sociologica, caratteriale, psicologica che sembra l’unica, l’ultima e la definitiva. Tante volte non cogliamo quelle scosse provvidenziali dello Spirito che fanno di noi una persona nuova.
Quando diventiamo di Dio, quando camminiamo in Dio, gli altri hanno paura di noi perché ricordano la nostra precedente immagine, quella sociologica, caratteriale, psicologica di facile lettura e la nostra novità fa loro paura. Quando uno viene cambiato da Gesù, fa paura perché oggi l’uomo non ha più la capacità di una lettura profonda in quanto è produzione di banale. Anche gli Apostoli hanno avuto questa stessa difficoltà: Saulo tornava da Damasco, aveva già evangelizzato senza avere il permesso e, quando arriva alla chiesa madre, a Gerusalemme, gli Undici hanno paura di lui, perché non credono che sia discepolo. Quanto è dura a morire la prevenzione, il sentito dire sulle persone! Quante volte non amiamo una persona per quello che ci hanno detto in anticipo gli altri e siamo sempre prevenuti nei suoi confronti. Ecco il nostro sguardo miope sull’altro.
Gli Undici erano tutti d’accordo a non andare con Saulo, avevano tutti paura. La Parola ci dice che la comunità tante volte sbaglia, ma la persona libera, rappresentata da Barnaba, non lo fa. Se non ci fosse stato Barnaba, Saulo si sarebbe perso. Barnaba non si è accodato al “consiglio pastorale” per decidere con la maggioranza, ha ascoltato lo Spirito che aveva dentro ed è andato da Saulo da solo, l’ha accolto nella sua vita, nel suo cuore e lo ha portato agli apostoli, a cui ha detto quello che il Signore aveva fatto in quell’uomo. Barnaba è l’uomo intelligente, libero, creativo carismatico, va dove il Signore lo manda perché nulla vada perduto. Quante persone si sono allontanate dalle parrocchie, e molte per sempre, per la nostra supponenza, per il nostro moralismo, per il nostro etichettare tutto.
Paolo deve aver sentito un grande peso appena arrivato a Gerusalemme, non gli parlava nessuno, si allontanavano tutti perché avevano paura di lui. Allora Paolo, originale, fanatico, ingestibile, perché Dio  non ha cambiato la sua caratterialità, ma l’ha usata per la Sua gloria, va a parlare con quelli di lingua greca, gli stranieri, va a cercare la lingua difficile degli altri, non vuole parlare la lingua di stato. Il profeta, l’uomo incendiato dallo Spirito, va a parlare e ad annunciare Gesù ascoltando la lingua degli altri e parlando la lingua degli altri, non traduce, entra in quella lingua, in quel mistero, in quella diversità e, certamente, la sua Parola è stata efficace perché tentano di ucciderlo. Le persone che funzionano e che sono efficaci per Dio  vengono fatte fuori.
Quando si viene a sapere che qualcuno vuole ucciderlo, quella stessa comunità che prima lo aveva rifiutato, diventa una comunità grembo, materna e lo fa scappare, lo salva. Chi ti ama non ti fa uccidere, chi ti ama ti fa cambiare aria. Se ami qualcuno, non lo uccidi mettendo in pubblico tutta la sua vita privata: non uccidere tuo marito o tua moglie svelando segreti del cuore che dovrebbero rimanere tali. Chi ti ama in Gesù ti salva da morte sicura, chi ti ama in  Gesù ti fa scappare perché tu possa continuare la corsa d’amore per Lui.      

   
Seconda lettura       1Gv 3,18-24

Facciamoci una domanda: “davanti a Gesù abbiamo il cuore rassicurato” come dice la Parola? Il nostro cuore non è rassicurato perché vi si annida un tarlo, un virus che si chiama rimprovero (“Se il tuo cuore ti rimprovera qualcosa”). Il rimprovero è il grande strumento con cui satana inquieta le anime, infatti il nemico si serve del rimprovero che intristisce e riempie di sensi di colpa, di rimorsi, di inadeguatezza, di non perdoni per bloccare il rapporto rassicurante con Dio. Il rimprovero fa parte del nostro uomo carnale, psichico, intellettivo, modale che non ha ancora toccato e gustato l’amore di Dio. Abbiamo ridotto la vita cristiana ad una riuscita, ad un obiettivo raggiunto, dimenticando che il discepolato è seguire Gesù feriti, barcollanti, fragili, deboli. Il rimprovero viene azionato dal nemico per sfiancarci nella vita spirituale, per farci capire che non siamo adatti, non siamo negli standard, non siamo perdonati ed amati. Questo avviene finché non facciamo una scoperta, che è fondamentale nella vita spirituale, e cioè che Dio  è più grande del nostro cuore.
Giovanni ci dice questo perché dobbiamo imparare che il nostro cuore, la nostra intelligenza, la nostra coscienza, la nostra ricerca di noi stessi non è la parola ultima, unica e definitiva su di noi. Dio  non rimprovera, Dio  ama. Dobbiamo passare dal rimprovero al cuore grande di Dio. Quando siamo nel cuore di Dio, un mistero del suo infinito, improvvisamente il nostro cuore non ci rimprovera nulla. Santa Teresa del Bambin Gesù scrisse che, se anche avesse commesso i delitti più grandi e i crimini peggiori, di fronte al braciere ardente dell’amore di Dio, sarebbe una piccola goccia. E prima di morire disse che se anche non fosse Teresa e non fosse carmelitana, ma fosse la più grande peccatrice, si presenterebbe a Lui con la stessa fiducia. Il rimprovero è il freno all’audacia di tuffarci nel cuore di Dio e quando ci tuffiamo nel suo cuore il nostro non ci rimprovera nulla, non perché non ci siano le colpe morali, le responsabilità, le azioni sbagliate, ma perché nel suo cuore tutto questo diventa una goccia.
Nel diario di santa Faustina si legge che Gesù dice: “Nessun peccato, nemmeno il più grande, può esaurire la mia misericordia”. I mistici parlano così perché sono passati dal rimprovero al cuore grande di Dio  e lì hanno avuto la grazia della rassicurazione che davanti a Lui non sono i nostri meriti che valgono, ma la nostra umiltà nel suo amore.       


Vangelo      Gv 15,1-8

Ci fermiamo su una frase del vangelo:”Voi siete già puri per la Parola che vi ho annunciato”. In genere per noi puro significa casto, cioè uno che rispetta il suo corpo e che gestisce bene il linguaggio della sua sessualità, ma in questo brano di Giovanni quando Gesù dice questa frase, puro significa “appartieni totalmente a”. Noi siamo già puri perché apparteniamo totalmente a Dio  in forza di una Parola che ci ha consegnato. Perché la Parola porta questo frutto di purezza e di appartenenza a Dio ? Perché la Parola che ci viene consegnata ci racconta il sogno d’amore di Dio  per noi, ci racconta il nostro ruolo: noi siamo tralcio, Gesù è la vite e il padre è l’agricoltore, e ci ricorda che l’unica via per la quale noi porteremo amore sarà la via unitiva con Gesù, potata dal Padre perché porti ancora più amore. Cosa pota il Padre nella nostra vita? Tutto ciò che appesantisce il nostro rapporto con Gesù e lo rende strutturale, legale. In questo caso, infatti, la pianta soffre e la vigna produce un’uva non gagliarda, allora il Padre pota, taglia quello che impedisce questo amore folle e grande per Gesù perché diventiamo il vino buono della nostra vita, il vino della gioia spirituale, dell’ebbrezza spirituale, della festa dentro. La Parola è questa narrazione d’amore, questo sacramento che ci ricorda a chi apparteniamo. Nel brano viene ripetuto il verbo rimanere, tipicamente giovanneo: oggi rimanere, radicarsi è la profezia urgente in un mondo dove tutti fuggono: dai matrimoni, dai doveri, dai ruoli, dalla stabilità, dalla profondità e dalla maturità. Tutti fuggono perché non riescono a sopportare il loro nulla, perché la loro vita è narrata dal giornalismo dell’uomo e non dalla Parola. L’uomo fugge perché non sa chi è e non sa chi è perché non sa a chi appartiene e non sa a chi appartiene perché la Parola è scomparsa dalla sua vita. È la Parola che ci racconta la verità, tutto il resto è pura chiacchiera.
Quando siamo nella Parola siamo puri perché apparteniamo a Dio .   


Prima Lettura    At 9,26-31     

L'apostolo Paolo è il più grande genio del cristianesimo, è colui che ha sistematizzato una teologia di Cristo e della salvezza, eppure oggi leggiamo negli Atti degli Apostoli che egli era un emarginato nella Chiesa, infatti ebbe sempre grossi problemi di rapporti ecclesiali. Luca ci dice che lui cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui perché egli nasceva da un’esperienza carismatica, mentre essi da un'esperienza storica, lui veniva dopo, loro prima, lui era mosso dalla potenza dello Spirito, loro erano piuttosto statici, erano ancora Ebrei.
Paolo giunge a Gerusalemme e vede una comunità che lo sfugge, che ha paura di lui, che non crede alla sua esperienza spirituale. Questo particolare ci dimostra che egli si trova dinanzi ad una Chiesa chiusa, tutta umana, una Chiesa piena di prevenzione, di precauzioni, di eccessiva prudenza, nonostante ci sia stato l’evento della Pentecoste, però lo Spirito suscita un uomo, che non è un apostolo, Barnaba, che sa vedere in Paolo l’opera di Dio. Egli ha il dono del discernimento e lo prende con sé, gli dà fiducia, diventa suo compagno di viaggio, gli dona la sua comunione.
Quanto manca nella nostra Chiesa, nei nostri rapporti intraecclesiali, un Barnaba! Ogni comunità dovrebbe avere questo Barnaba che sa discernere, distinguere e credere all’opera dello Spirito, che non agisce secondo i nostri schemi, ma secondo il suo sovrano e libero pensiero. Alcuni uomini di Chiesa pretendono di filtrare Dio con il pensiero umano e pretendono soprattutto che Dio non inquieti le loro certezze. Barnaba prese con sé Paolo, lo presentò agli apostoli e raccontò loro come durante il viaggio aveva visto il Signore che gli aveva parlato, e come a Damasco egli avesse predicato con coraggio nel nome di Gesù, cioè Barnaba raccontò loro con semplicità l’evento del Signore. Luca ci dice che dopo la presentazione di Barnaba, Paolo poté stare con loro, andava  e veniva a Gerusalemme, parlando apertamente nel nome del Signore Gesù e parlava e discuteva di Gesù con gli Ebrei di lingua greca, cioè quegli Ebrei di Alessandria d’Egitto, dove venne scritto il libro della Sapienza. Ed essi tentarono di ucciderlo perché avevano capito la grandezza di Paolo, avevano capito che con Paolo l’ebraismo aveva i giorni contati. Quando i fratelli, cioè i giudeo cristiani, lo vennero a sapere, lo condussero a Cesarea e lo fecero partire per Tarso. Luca ci presenta una Chiesa che difende, che preserva, che è attenta che l’audacia di un fratello non venga uccisa. Poi l’evangelista sottolinea che tutta la Chiesa era in pace e cita le tre regioni della Palestina, il primo ambito geografico della presenza della Chiesa. Essa cresceva perché aveva accettato lo stupore e l’imprevedibilità di Dio nelle sue creature e camminava nel timore del Signore, cioè riconoscendo l’azione di Dio, vedendo Dio operare, colma del conforto dello Spirito santo. Ciò accade quando una Chiesa si apre all’imprevedibile di Dio, sempre con il discernimento necessario e la giusta prudenza.


Seconda lettura       1Gv 3,18-24


La lettera di san Giovanni ci ricorda una grande verità: “Noi siamo nati dalla verità”, cioè da Gesù Cristo, che è la Verità, perciò, quando siamo nati da Gesù Cristo, l'amore non è più questione di parole e di lingua, ma diventa evento, fatto, l’amore diventa teologia, verità. Allora noi non siamo chiamati ad operare l’amore, a distribuire l’amore, Dio ci ha generati non per essere crocerossine, ma Dio ci ha fatto nascere dalla verità perché dobbiamo diventare amore, perché il Dio nel quale crediamo ed affondiamo la nostra vita è stato, è e sarà solamente amore.
L’amore di Dio non è un'idea, una parola, un ragionamento, Gesù non ha ragionato sull’amore, ma ci ha dato l’amore ed il suo amore è diventato storia, evento, scelta e dono. In Gesù crocifisso abbiamo visto l'amore di Dio, nei fatti e nella verità.
Molte volte, quando pensiamo a Gesù crocifisso, riteniamo che Gesù è morto in croce per noi, dando della crocifissione una lettura molto funzionalistica e secondaria dell’evento; Gesù è morto in croce per noi perché ha amato il Padre, perciò, amandolo, ha consegnato al Padre questa sua obbedienza difficile, incomprensibile e piena di paura anche per lui, ma lui si è consegnato, consacrato al Padre, amandolo nell’incomprensibilità della parola croce. Gesù non ha capito, non ha voluto, non ha amato la croce, che è stata scelta dal Padre per lui, infatti Gesù stesso ha chiesto al Padre una dilazione: “Padre, se è possibile, allontana da me questo calice”.
Perché Dio Padre ha voluto questa via cruenta per il Figlio? Il motivo non lo sapremo mai, ma sicuramente è avvenuto perché il Padre voleva che l'amore fosse visto, fosse raccontato, fosse colorato dal sangue dell’unigenito Figlio. L’amore perciò è evento, è fatto, è verità, è presenza, è dono, è vocazione d’amore sino in fondo.
Noi molte volte pensiamo che l’amore sia fare del bene, riducendolo così ad opere buone, alla sopportazione degli altri, e non ci accorgiamo che l’amore inteso in questo senso è solamente un atteggiamento aggressivo dell’umanità, invece il vero amore è teologale, fatti e verità, il fatto non basta se non c’è la verità. Molta gente sembra amare, ma ama se stessa. Quante persone sono campionesse di volontariato, di darsi agli altri, ma il loro troppo impegno nasconde un disagio, spesso, infatti, sono persone che hanno fallito in qualche aspetto e compensano in questo modo il loro fallimento. L’amore non è una disponibilità all’infinito, ma l’amore è una qualità di presenza e di dono. Non si può essere amore se prima di tutto non ci si ama e non si diventa amore per se stessi. L’amore non è l’atteggiamento buonistico, l’amore è radicamento teologale nell’amore di Dio, allora diventa fatto che permane, che porta salvezza, che porta luce e verità.
Giovanni ci dà una indicazione ben precisa, sappiamo di essere nati dalla verità, cioè da Dio, da Cristo, quando davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri, perché Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. Giovanni ci parla di una nostra dannazione, una delle più silenti, ma delle più aggressive, è la prigionia del cuore, quando, cioè, imprigioniamo noi stessi dentro il nostro cuore e per Giovanni il cuore è la parte intima, profonda, interiore di noi stessi. La nostra dannazione avviene quando la nostra intelligenza, la nostra razionalità, la nostra sensibilità, la nostra caratterialità, il nostro modo di vedere diventano assoluti. Quando assolutizziamo il nostro cuore, esso diventa dio e comincia a produrre i suoi frutti, che sono i rimproveri. Quando entriamo in questa trappola, molto sottile, gli stessi peccati che commettiamo ci fanno soffrire, ma il nostro dolore non è dolore d’amore, soffriamo perché abbiamo fallito la realizzazione di noi stessi. Allora ci sentiamo imprigionati in questo cuore, che abbiamo assolutizzato, e diventiamo prigionieri di un nuovo egitto, noi stessi, e non siamo capaci di trasferirci, di esodizzare verso la nuova terra, il cuore di Dio. Soffriamo per un eccesso di coscientizzazione che, sganciata dal cuore di Dio, è diventata la nostra condanna, perché ci ha misurati e ci ha scartati. Siamo incapaci di assumere una santa indifferenza spirituale.
L’uomo che è nel cuore di Dio perché fa esperienza dell’infinito di Dio relativizza il suo cuore e non fa dei suoi sensori coscientizzati dogmi di fede e parole ultime. Allora certi nostri esami di coscienza sono torture cinesi più che incontro con noi stessi, perché cerchiamo quello che non abbiamo raggiunto e il peccato diventa una defaillance del nostro io egoista che vorrebbe una realizzazione virtuosistica, non spirituale. Quando abitiamo nel cuore di Dio, nel mistero della Trinità, tutto diventa relativo, perché Dio per primo ci dà l’esempio di relativizzare.
Perché Dio perdona il nostro peccato? Perché lo relativizza di fronte al suo infinito amore. Dio sa che gli atti categoriali storici della nostra vita non sono l’onnicomprensione di noi ed è misericordia perché vuole ricominciare con amore, vuole portarci dentro il suo cuore. Dobbiamo essere nel cuore di Dio, altrimenti tutto quello che produce la nostra coscienza diventa peso intollerabile e per superarlo scappiamo nella religione e nelle sue risposte espiatorie: emergono allora il senso di colpa, il rimorso, il sacrificio. Questa è una visuale religiosa, non la visuale di Dio. Ciò è dimostrato dalla parabola del figliol prodigo che, preparandosi nella sua testa l’incontro con il padre in cui avrebbe chiesto perdono, voleva scappare nella religione, ma, quando torna, il padre non vuole reinserirlo in quest’ottica e gli fa provare l’ebbrezza dell’amore, di fronte alla quale egli è impreparato. Il fratello maggiore si scandalizza del Dio amore che fa festa per un figlio che ha dilapidato il patrimonio con le prostitute.
Noi uccidiamo Dio nei nostri schemi, nella nostra razionalità, e lo riduciamo al religioso, a ciò che gratifica noi stessi, perché, secondo la nostra logica, quando abbiamo sbagliato dobbiamo pagare, invece Dio ci dice che non dobbiamo farlo.
Quando non siamo nel cuore di Dio, quando non siamo coscienti che Dio dimora in noi, non possiamo scoprire lo Spirito che ci ha dato, perché esso è una presenza dimorante. Il più grande estraneo della nostra vita è Dio: ci illudiamo di conoscerlo, ci illudiamo di essere informati sui fatti, ma tante volte Dio è solamente un’idea della nostra testa.
Giovanni ci invita a fare l’esodo dal nostro cuore al suo cuore perché lì avremo respiro, libertà, indifferenza anche verso le cose della vita, che non sono il nostro Dio, perché lui solo è il nostro Dio. Non misuriamoci più solo con la nostra coscienza, perché essa senza Dio diventa lo strumento della nostra morte.
La coscienza è quell’eden in cui Dio deve passeggiare, altrimenti c’è la morte.


Vangelo      Gv 15,1-8

In questo brano Giovanni ripete per sei volte il verbo rimanere e l’espressione in me, proprio per ribadire questi due atteggiamenti. Egli, inoltre, dice di Gesù che è la vera vite, proponendo un simbolo, la vigna, molto usato nell’Antico Testamento per simboleggiare Israele. Lui è la vera vite che porta il frutto dell’uva e quindi il vino, simbolo messianico per eccellenza, il Padre è il vignaiolo e noi siamo i tralci. Il primo dono di questo vangelo è dare a ciascuno la propria identità: ciascuno è ricolmato di amore nella propria identità. Due identità sono indipendenti: il vignaiolo e la vite, una è dipendente: il tralcio, da solo esso non può portare frutto, perché ha bisogno della linfa della vite. Giovanni ci vuole far capire che la via del cristiano è la via unitiva: dobbiamo  essere inseriti nell’amore, permanere nell’amore, diventare evento d’amore, perché da soli non possiamo farci. Questo è il dramma di tanta gente d’oggi.
Perché possiamo portare frutto (nella lettera ai Galati vengono indicati i frutti dello Spirito che può portare un cristiano), il Padre deve potare, e con questo termine Giovanni allude a tutte le purificazioni attive o passive della vita spirituale. Quando la vita storica ci prova è perché possiamo portare più frutto, perché, se la vite non viene potata, non si irrobustisce.
Giovanni dice ancora: “Voi siete già mondi per la Parola che vi ho annunziato”, è la Parola che ci purifica, non l’atto religioso, perché quando giunge a noi ci dona il palpito, l’alfabeto e l’amore di Dio, per questo egli aggiunge: “Le mie parole devono rimenare in voi”, cioè la parola va custodita (nella lettera di Giacomo si dice che uno che non custodisce la Parola è come uno smemorato che si guarda in uno specchio poi se ne va e dimentica la sua immagine). Oggi c’è molto ascolto della Parola di Dio, poca permanenza.
Giovanni ci dice chiaramente che se non rimaniamo in Lui, se non veniamo trasfusi in Lui, ci secchiamo: è il dramma di molta gente rinsecchita perché si è tagliata dalla vera vita. Questa gente rinsecchita viene raccolta per essere buttata e bruciata: non ci brucia l’inferno, ma la vita senza l’unità con l’amore.  
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