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02 novembre 2018

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola del 02 Novembre 2018
COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI


Prima Lettura  Gb 19,1.23-27a    


Il libro di Giobbe fa parte dei libri sapienziali ed è un racconto emblematico che circolava in Oriente. Giobbe è un uomo ricco, sistemato, con moglie e figli che viene colpito da una malattia e da varie sventure, ma rimane fedele a Dio. Egli si ribella all’idea della teologia giudaica classica secondo cui le sue sventure sono una punizione per qualche suo peccato e comincia a combattere con Dio, fino al punto di chiedersi perché è nato. Dio risponde alle proteste di Giobbe e il dialogo con Dio lo porta ad una nuova relazione con Lui tanto che giunge ad affermare: “Prima ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono”.
Quando Giobbe parla in questo brano di Redentore, non parla di Gesù, non poteva sapere la sua venuta, ma parla di un Dio Redentore, in lui, infatti, è molto presente una figura biblica importante, il Goel, il Difensore, in quanto Giobbe sente che Dio è il suo avvocato e il suo difensore.
La Parola porta alla luce un desiderio che abbiamo tutti, anche se a volte lo esorcizziamo, ci scherziamo sopra o lo accantoniamo: il desiderio dell’eternità, il desiderio di vedere Dio, il desiderio della gioia eterna.
Oggi la perdita della fede rende sempre più difficoltosa la lettura della morte, allora si tenta in tutti i modi di emarginare questa realtà o di leggerla nel patetico umano. La Parola ci ricorda che la prima povertà dei nostri tempi è la mancanza di una parola che si incida (Giobbe dice: “O se le mie parole si incidessero, si fissassero in un libro, fossero impresse con stilo di ferro e di piombo”), viviamo in un tempo in cui l’uomo sente che nulla dura, che nulla si fissa, ma che tutto è legato ad un effimero, ad una fuga, ad una scomparsa. Quotidianamente proviamo sulla nostra pelle tutta la povertà delle parole, delle certezze, delle promesse umane, perché l’uomo, la storia e le cose non sono creatori e, non essendolo, non possono salvare.
L’uomo di oggi si accontenta della asfissia del respiro breve del tempo e non si lascia invece inebriare dal soffio dell’eterno, vive questa dicotomia: sente il desiderio che questa pelle sia strappata, ma non lo permette. Allora la Parola ci ricorda che Dio con la sua grazia attira ogni essere a sé, questa attrazione è per tutti, nessuno può scappare o difendersi perché Dio Creatore vuole che tutti gli uomini si salvino e che giungano alla conoscenza della verità, per questo agisce sulle anime degli uomini attraverso un’attrazione di bellezza, di nostalgia, di pienezza e di comunione. La nostra anima ha due desideri: l’eternità e vedere la fonte dell’eterno, cioè Dio, perché in essa permane un dna originale che il diavolo non ha potuto rubarci. Per colpa del nemico siamo precipitati nel limite e nell’effimero ma, poiché il diavolo non può distruggere l’opera di Dio, il dna dell’anima è indistruttibile, allora tutti gli uomini sentono questo desiderio, questa attrazione verso il Creatore e l’eternità.
Questa Parola vuole evangelizzare la morte e farci vedere come la morte biologica è la porta della vita, sebbene essa rimanga per tutti un trauma, un dolore e una sofferenza perché il dna della nostra anima non è capace di leggerla e di accettarla in quanto non è stata inventata da Dio, non faceva parte del suo progetto, ma è entrata nel mondo per invidia del diavolo.
Il diavolo ci contrabbanda un’eternità fittizia: vuole eternizzare la disperazione, mentre Dio vuole eternizzare la gioia, il volto e la comunione. Chi non nasce dal grembo della Parola, scommette tutta la sua vita sul fiato corto delle cose, facendosi del male, facendo del male e preparandosi il male definitivo.
Oggi la gente cerca un’eternità umana (correnti esoteriche, new age) in cui l’eternità non sarà possedere Dio, ma sarà finalmente gratificare in pieno il proprio io, un’eternità gratificante autocentrata in se stessi , non un’eternità beata perché finalmente la creatura potrà contemplare e toccare la bellezza del suo Creatore.
Giobbe vive questa passione: “Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, io vedrò Dio, io lo vedrò, io stesso”, egli ribadisce il concetto perché si sente fortemente interpellato ed interlocutore della bellezza e dell’amore di Dio.
Perché Dio ci attrae a sé (e la fede e la preghiera dovrebbero essere un’attrazione)? Perché Dio è la bellezza infinita. Perché Dio è la bellezza infinita? Perché questa bellezza non è stata confezionata dall’uomo e, non avendola fatta lui, egli rimane stupito dell’arte divina della bellezza.
La bellezza divina, che è questo potere di attrazione, non è legata a forme, a immagini,  a suoni, a colori, a palpabilità, propri degli idoli, ma questa bellezza divina, questo volto divino, questa nostalgia divina non sono altro che il penetrare dentro quel Mistero che ci ha creati, gustando la bellezza sorprendente e inaspettata di un amore che non abbiamo mai provato: l’amore di Dio. Quando parliamo dell’amore di Dio, abbiamo davanti gli schemi dell’amore umano, invece cosa sarà l’amore divino non lo sappiamo perché non è un sentimento, ma è un aspetto del Mistero e della persona di Dio. Non sappiamo come Dio ci amerà, ma sappiamo che sarà un amore eterno, diverso, splendido, potente, rigenerante, al punto tale che  questo atto d’amore non sarà ripetitivo, noioso, abitudinario, perché Dio non è questo. L’eternità che ci attende è lasciare alle spalle il respiro corto e la certezza delle forme per sprofondarsi nell’immensità del mistero di Dio perché la nostra anima senza amore non può vivere.
Oggi siamo così grigi e incapaci di evangelizzare perché la nostra anima non è capace di gustare, di sentire, di fermarsi in questo amore, perché ci fermiamo alla pelle e non vogliamo che sia strappata, alla carne e non vogliamo che ci venga portata via. L’esperienza dei sacramenti e della preghiera per molti cristiani è un’esperienza sensoriale, non spirituale, invece Gesù e il mistero di Dio, quanto più si penetra in essi, meno si legano alla sensorialità. Dio non è una sensibilità da gustare in senso umano, Dio è da gustare in senso spirituale. La nostra anima è protesa come una vela gonfiata dal vento, però la vela, che simboleggia la pelle, deve squarciarsi per raggiungere l’aldilà della vela. Molte volte le nostre anime non sono capaci di strappare la pelle e la carne perché sono molto autocentrante nella storia e nella vita che passa, allora provvede Dio, che è un grande educatore, a produrre questo strappo. Leggendo la nostra vita in chiave sapienziale spirituale, potremmo constatare che, quando noi non riusciamo a strappare la pelle, ce la strappa Dio, perché la nostra anima è questa grande vela riempita dallo Spirito di Dio.
La morte biologica sarà la vittoria dell’attrazione divina sulla pelle e sulla carne, per il congiungimento con l’eterna bellezza.
Dio ha idea di portare tutta l’umanità all’eternità, purtroppo però oggi spesso dimentichiamo l’eternità  e lavoriamo per la temporalità, impegnandoci per essa fino in fondo e arrivando così a ingannare l’uomo perché non si dà ascolto ai suoi bisogni, che sono bisogni di eterno.
Ecco perché in larghe fasce della Chiesa c’è un ritorno alla mistica, alla spiritualità, alla contemplazione. Il Papa, chiudendo il sinodo sulla Parola, ha detto di lasciare che la Parola dia quella vita, quella gioia che sono insite in lei perché è una Parola eterna, incarnata in modalità trasmissive umane, ma ha il germe eterno, il germe di Dio, l’eternità.


Seconda lettura   Rm 5,5-11

Paolo dice che la speranza non delude perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato. È una parola potente perché afferma a chiare lettere che noi non siamo stati salvati per i meriti, per la buona volontà, ma in questa salvezza noi non abbiamo messo proprio niente, se non i nostri peccati. E Dio ci ha salvati, ci ha riconciliati, ha fatto fare al Figlio l’esperienza più traumatica ed estranea per Dio, l’esperienza della morte, e questo per amore. Allora la speranza non può deludere. C’è un’unica certezza per noi: l’amore di Dio donato in questa modalità. Come vivere questo amore? Come essere grati di questo dono di riconciliazione e di guarigione, di giustificazione nel suo sangue? Possiamo dubitare di tutto, essere stanchi di tutto, meno di questo amore che non è stato qualcosa di evanescente, ma è stato un evento che Paolo racconta: “Il Padre ci ha donato l’unigenito Figlio che per noi è morto perché noi avessimo la vita”. Paolo chiarisce bene che questo atto divino non è stato un atto antropologico di buona volontà, infatti sostiene che a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto, forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona, ma Dio dimostra il suo amore per noi nel fatto che mentre eravamo ancora peccatori Cristo è morto per noi. Perciò questa Parola vorrebbe aiutarci a riposare in questo amore, ad entrare in questo amore, a sentirci infinitamente amati senza merito, senza risposta e molte volte senza gratitudine. Questo amore è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo, ciò significa che il nostro cuore è il contenitore dell’amore e nella vita spirituale il nostro cuore non è un aggeggio capriccioso che molte volte ci rovina i programmi spirituali, ma è pieno di questo amore e di questo Spirito, il guaio è che molte volte non sappiamo accostare il nostro cuore con il discernimento proprio di Dio, per questo molte volte siamo analfabeti del nostro cuore e lo subiamo perché diamo ascolto alla sua sensorialità immediata. Facciamo fatica a dimorare nel nostro cuore, a far scaturire la preghiera dal nostro cuore, siamo di passaggio nel nostro cuore, invece proprio in esso c’è il dono più grande: l’amore riversato per mezzo dello Spirito.
Dentro il nostro cuore avviene questa grande dinamica dell’amore di Dio, in esso devo sentire palpitare l’amore di Dio che non mi domanda un grazie, una risposta e un’affermazione, ma che è donato senza tenere conto dell’eventuale successo ed è l’amore più puro. Dio, pur sapendo che in alcuni casi questo amore non avrebbe fruttificato per la vita, l’ha donato lo stesso per insegnarci che ogni atto d’amore che abbiamo riversato nella nostra vita e che non ha avuto risposta non è andato perduto. L’amore non è andato perduto, se anche non ha raggiunto l’obiettivo, perché si è manifestato come amore. L’amore puro è donare senza far conto se questo dono sarà raccolto e porterà frutto, altrimenti è ancora cercare la propria gratificazione e non l’amore.
Perciò Dio ci ha amato, ci ama e ci amerà così e la speranza non ci deluderà perché l’amore di Dio è stato riversato, donato e non ha chiesto una risposta e un frutto visibile. Lui ci ha amati prima che diventassimo buoni, infatti Paolo sottolinea che eravamo ancora nemici.                   
Se l’amore di Dio è così forte che non tiene conto del risultato, pensiamo quanto Dio invece tiene conto del nostro amore verso di Lui. Sappiamo, infatti, che l’amore per Lui è il sacramento universale per la salvezza: non ci salvano i sette sacramenti senza amore, e quando i sette sacramenti non possono raggiungere la nostra vita, ma amiamo, un atto d’amore ha il potere di ricostituire l’amicizia e l’armonia con Dio. Il sacramento della confessione dovrebbe essere il sacramento che ci insegna a riabbracciare l’amore di Gesù. Allora che cos’è la riconciliazione di cui parla Paolo? È la creatività divina che anche fuori del sacramento proprio della riconciliazione, necessario e indispensabile per chi lo può ricevere e celebrare, ma facoltativo per chi non lo può fare perché mancano le condizioni, Dio ha inventato il grande sacramento dell’amore: di fronte ad un atto d’amore Dio non può dire di no.
Un atto d’amore è sempre ispirato dallo Spirito santo, anche gli atti d’amore più confusi e più frammischiati di tante altre cose, sono atti d’amore. Il buon ladrone non ha fatto un atto d’amore perfetto, non ha chiesto a Gesù di perdonare i suoi peccati, ma di ricordarsi di lui quando sarebbe stato nel suo regno e molto probabilmente non sapeva nulla del regno di Dio, ma Gesù gli ha assicurato il paradiso. Questa è la potenza della fede cattolica: un atto d’amore salva una vita.
Dovremmo sempre saperci stupire di quelle strade segrete che Dio usa con ogni anima. Dio non prende paura di queste stradine diverse delle anime, ma Dio le percorre tutte.


Vangelo  Gv 6,37-40

Il brano fa parte del discorso sul pane della vita tenuto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao. Innanzitutto Giovanni ci dice che ciascuno di noi non è venuto al mondo e non vive questa vita da solo, ma ciascuno di noi è un affidato, un affidato dal Padre a Gesù. Il Padre ha affidato a Gesù ciascuno di noi per cui ciascuno di noi è seguito, amato, consacrato, inseguito da un affidamento di Dio. Gesù dice che tutto ciò che il Padre gli ha dato verrà a Lui e colui che va a Lui Egli non lo caccerà fuori. Dio non vuole che nessuno venga perduto e cacciato: “Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno”. Questa Parola è molto forte perché ci fa capire che sopra di noi abbiamo due volontà divine: quella del Padre e quella del Figlio che vegliano su di noi; non siamo né schiavi, né abbandonati né venuti al mondo per caso, ma siamo stati affidati dal Padre a Gesù con il compito di non perderci. La volontà salvifica di Dio ha incaricato il Figlio di non perdere nessuno di coloro che gli sono stati affidati. Di fronte al mistero di questa provvidenza e presenza divina non c’è da temere per nessuno la salvezza eterna.
Che cosa avverrà quando noi moriremo nella vita carnale? Avverrà che la mano di Gesù ci porterà al Padre, e il Padre leggerà la nostra vita e ne farà il discernimento. È la mano di Gesù che ci riconduce al Padre, è lei che ci insegue perché vuole portarci alla fonte della salvezza.
“Chiunque vede il Figlio e crede in lui avrà la vita eterna” bisogna vedere il Figlio, cioè bisogna rispondere alla grazia dello Spirito e fare della vita spirituale uno stare con Gesù, un restare con lui, un parlare con Gesù, un pregare con Gesù. Se non dedichiamo tutti i giorni del tempo alla preghiera del cuore diventiamo operatori stanchi di una religione perché Gesù dice chiaramente che la via prediletta da Dio è quella dell’amore, la via unitiva, la via dell’appartenenza. Allora che cos’è pregare? È vedere il Figlio. Come si fa a vedere il Figlio? Lo vedremo quando chiuderemo gli occhi della sensorialità e lo vedremo soprattutto nella discrezione potente della sua voce invisibile ma presente.
La preghiera del cuore ha uno scopo: farci sussurrare nel cuore le parole di Gesù per ciascuno di noi.  
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