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03 maggio 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 03 Maggio 2020

IV Domenica di Pasqua Anno A

Egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori


Prima Lettura         At 2,14.36-41


Quando lo Spirito ci afferra (ci afferra molte volte aspettando la nostra libertà, ma molte volte anche senza la nostra libertà, come ha fatto con Paolo) ci fa suoi e ci rende abilitati ad essere evangelizzatori ed annunciatori di Dio. Chi si propone da se stesso per quest’opera è destinato al fallimento, perché il suo parlare di Dio è un discorrere umano. L’evangelizzazione è feconda solamente se c’è una previa chiamata, grazia, appartenenza allo Spirito. Pietro ci mostra lo stile che ha lo Spirito per l’evangelizzazione anche al giorno d’oggi. Chi evangelizza è in piedi, si alza, non ha nessun tipo di senso di inferiorità verso una generazione che è perversa, non ha paura della cultura e dell’arroganza del nostro tempo, si alza in piedi, diventa visibile, diventa voce, parla e, quando si alza e parla a voce alta, annuncia una certezza. Alzarsi in piedi, parlare e annunciare una certezza sono le tre dimensioni di un vero evangelizzatore. L’evangelizzatore non è uno che propone argomenti è un afferrato e annuncia a chi ha di fronte nella schiettezza, a voce alta e con certezza. Senza queste coordinate l’annuncio diventa subito un discorrere, un proponimento umano in cui non senti vibrare la signoria, la priorità e l’assoluto che questa Parola porta con sé. Chi evangelizza con lo Spirito non è mai un uomo di ecumenismo, se per ecumenismo intendiamo un volerci tutti bene facendo finta che tutti abbiamo la verità, perché allora annunciamo una politica di compromesso, ma non annunciamo la Parola.
Il vero evangelizzatore non passa mai inosservato perché disturba, disturba una piazza, una maggioranza e, alle volte, una logica ecclesiale e una prudenza umana. Pietro, il giorno della Pentecoste, a Gerusalemme, con gli undici, si alza in piedi e non ha paura degli ebrei. Oggi invece in tanti cattolici c’è questo senso di inferiorità nel trattare con la generazione perversa nella quale noi quasi ci sentiamo imbarazzati di credere e di amare Gesù, perché ci sentiamo considerati ritardati mentali e psicolabili. Pietro chiama la generazione perversa perché dove arriva la Parola di Dio si formano due genealogie: quella della carne e del sangue e quella dello Spirito, esse formano due schieramenti che si oppongono. Quando alla fine del mondo Gesù verrà a giudicare la storia, ci sarà una destra e una sinistra, non intese in senso politico, allora infatti brillerà la libertà degli uomini e ciascuno si troverà nella genealogia che ha voluto scegliere.
Gesù ha portato dentro di noi la famiglia escatologica di Dio, la parentela di Dio, infatti quando i parenti vanno a cercarlo e lui sta annunciando la Parola, dice: “Chi sono i miei fratelli e mia madre? Sono coloro che ascoltano”, cioè coloro che formano la famiglia di Dio che si contrapporrà sempre alla generazione perversa, la visibilità organizzata e arrogante e, molte volte, violenta del nemico.
Dove arriva un vero annuncio, arriva subito una frattura, dove arriva una vera forza dello Spirito, arriva una divisione. Quando annunciamo la Parola con queste coordinate dello Spirito, lo Spirito opera nei cuori che ascoltano: il cuore viene trafitto (“All’udire queste parole si sentirono trafiggere il cuore”) perché la Parola è questa spada che trafigge e penetra l’interiorità, il mistero, l’incomprensibilità di ciascuno di noi. Se il cuore non è trafitto, è un cuore che non è stato toccato dalla Parola.
Oggi alla chiesa manca l’ardore. Giovanni Paolo II, parlando di nuova evangelizzazione, sottolineava che la novità non stava nei contenuti, ma nell’ardore. L’ardore è figlio di un trapassamento del cuore. Se il cuore non viene trafitto, non emerge in noi la persona totale che diventa evangelizzazione viva di Gesù. È triste un evangelizzatore che vuole convincere, è grande un evangelizzatore che ti convince con il suo ardore e la sua passione viva per Gesù. Recentemente il Santo Padre ha detto che l’evangelizzazione non è smerciare libri, ma è raccontare, visibilizzare un amore che abbiamo in corso con Dio.
Quando il cuore non viene trafitto, non si pone nessuna domanda. La disgrazia per tanti cristiani è che la Parola non fa più emergere nessuna domanda, mentre quelli che ascoltano Pietro dicono: “Che cosa dobbiamo fare?” E Pietro risponde: “Convertitevi, fatevi battezzare, riceverete lo Spirito santo e salvatevi da questa generazione perversa”. Chi ama alla follia Gesù, ha già una grazia: farà pulizia nelle sue amicizie, perché ne perderà buona parte, in quanto alcuni non capiranno il suo amore per Gesù. Se parleremo di promozione umana saremo accolti, perché non disturberemo l’uditorio con l’amore che abbiamo per Gesù.
Oggi il cattolicesimo soffre perché lo abbiamo ucciso, rendendolo un buonismo ibrido fatto di buoni sentimenti, di servizi sociologici e di promozione umana. Invece, quando mettiamo Gesù in mezzo, scateniamo una guerra tra le due generazioni. Per evangelizzare questo è lo stile, senza questo afferramento dello Spirito si tratta di un discorrere che lascia il tempo che trova.
Però dobbiamo ricordare che, quando la verità viene tradita, veniamo traditi noi.
    

Seconda lettura       1Pt 2,20-25


Perché la Parola ci dice che facendo il bene bisogna soffrire? L’apostolo Pietro ci porta l’esempio di Gesù, che viene insultato, oltraggiato e messo in croce. Che cos’è il vero bene? È Dio. Francesco diceva di Dio: “Tu sei il bene, tutto il bene, il sommo bene”. Dio, amandoci, vuole il nostro vero bene. Tutta la sofferenza che c’è nel mondo e l’insoddisfazione della gente non sono colpa di Dio, ma colpa nostra, siamo noi che ci facciamo del male. Il concetto di bene è stato subito falsificato dal bene apparente, dal bene umanitario e dal falso bene. Il bene apparente è un bene che non è reale, perché non costa né sofferenza né testimonianza, sono quei grandi eventi o interventi che riscuotono l’applauso della gente perché vengono elargite risposte popolari ed ovvie a qualcosa. Il bene umanitario è il bene che si spaccia per bene, invece è velenoso. Il vero bene è Dio e ciò che è di Dio: Gesù che ha parlato di Dio, ha mostrato il volto di Dio, ha testimoniato Dio, ha parlato le parole di Dio ed è stato crocifisso, ha patito ed è morto per i nostri peccati. Egli è stato testimone, voce dell’unico vero bene. Tutto ciò che non viene da Dio non è bene o è bene apparente o un bene umanitario, ma l’apparente e l’umanitario sommati fanno un bene velenoso. Il vero bene comporta sofferenza, ostilità, persecuzione perché diventa smascheramento del bene apparente e del bene umanitario, perché è portare Dio nella maggioranza e nella dittatura della falsità. Quando crediamo alla verità di Dio, anche se non la viviamo interamente per la nostra fragilità, possiamo appellarci alla misericordia, ma quando vogliamo annullare la verità di Dio con la verità umanitaria ed apparente, perdiamo anche questo diritto alla sua misericordia e ci rimane solo la sua giustizia. Ecco perché Pietro dice: “Se sopporterete  con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio”. Allora dubitiamo del bene che non costa e, proprio perché il bene di Dio costa, viene perseguitato, perché non si vuole il vero bene per le persone.
   
 
Vangelo    Gv 10,1-10

Gesù rivela la sua identità: egli è il bel pastore e sa cosa vuole perché chi ama sa sempre profondamente qual è la sua identità e la sua missione. Noi ci domandiamo: sappiamo chi siamo? Sappiamo di appartenere a Lui? Sappiamo di essere pecore appartenenti al suo amore? Gesù è un pastore che ha tre modalità di pascolare il suo gregge: l’amore, l’amore e l’amore.
Giovanni ci racconta che il pastore prima di tutto viene riconosciuto tale dalla sua voce: le pecore ascoltano la sua voce. Io sono appartenente a Gesù quando ne riconosco la voce.
La voce è avere un rapporto profondo con Gesù nella preghiera del cuore, nella preghiera della contemplazione. Gesù, poi, conosce le sue pecore e le chiama una ad una, Gesù ha la cura del particolare: ciascuno di noi è unico ed è suo tesoro. Il rapporto d’amore che ha con ciascuno di noi è un mistero suo che non potremo mai conoscere. Gesù, come buon pastore, percorre la fatica e la via faticosa di ciascuno di noi, il rapporto di Gesù con noi è un vero rapporto d’amore fatto con ardore, perché Gesù è dentro di noi. Quando è dentro di noi, Egli ci spinge fuori, Giovanni infatti dice: “ E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti ad esse e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce” è l’immagine della chiesa. Ma Gesù spinge fuori anche le pecore che non vogliono uscire. Quante volte non vorremmo uscire dall’ovile delle nostre paure, della nostra testa, dei nostri pensieri, dei nostri modi di fare!
Quando abbiamo Gesù davanti che ci precede, non dobbiamo mai avere paura, perché lui cammina davanti alle pecore ed esse lo seguono. Abbiamo paura quando non sentiamo e non vediamo Gesù davanti a noi e ci sentiamo soli nel nostro cammino, ma finché abbiamo Gesù davanti a noi non dobbiamo avere paura, perché abbiamo la sua voce, la sua presenza, il suo amore.
Gesù ha detto: “Ho anche altre pecore”: perché nostro figlio, la nostra amica, il nostro collega non fanno più parte della nostra fede o alcuni si sono staccati da Gesù? Come fare? C’è una via sola per riguadagnarli a Gesù: la via dell’amore. La militanza crea allergia, invece occorre leggere insieme a queste persone il loro dolore, il loro trauma, ciò che li ha portati ad allontanarsi, rivisitando quella dimensione con la grazia del Signore. Facendo così, li ameremo e, quando uno si sente amato senza condizioni e senza secondi fini, già la grazia dello Spirito comincia a lavorare. Questa è l’unica via percorribile. Quando qualcuno sa che è amato, prima ci rivelerà le prime ferite, le più evidenti ma, se saremo fedeli, ci racconterà le ferite più profonde del suo cuore, allora è il momento di parlargli dell’amore di Gesù e lo ricondurremo a Lui. Non si deve prendere di ricondurlo subito ad una pratica, ma di ricondurlo a Gesù, poi la pratica arriverà.
Allora non dobbiamo essere militanti, ma innamorati delle persone. Quando andremo con l’amore, Gesù ci preparerà grandi conquiste.
Se ameremo gli altri con il cuore di Dio, saremo i continuatori del buon pastore.


Prima Lettura         At 2,14.36-41


Che grande successo ha avuto l’apostolo Pietro quel giorno: battezzò tremila persone. Perché Pietro ha avuto questo grande successo? Perché, avendo sposato la Parola, ne era diventato il marito innamorato e davanti alla piazza di Gerusalemme, davanti ai Giudei egli raccontò di quel Gesù di Nazaret che loro avevano crocifisso, ma che il Padre ha costituito Signore. Quando i Giudei sentirono queste parole senza sconto, senza mediazioni, senza nessun tipo di ecumenismo, si sentirono trafiggere il cuore, perché il più bel regalo che la Parola di Dio fa a chi l’ascolta con amore è di trafiggergli il cuore.
Perché la Parola di Dio ci trafigge il cuore? Perché il nostro cuore spirituale se non è trafitto non può amare. La Parola di Dio non riesce a trafiggere il cuore di coloro che lo hanno chiuso come una cassaforte con l’illusione di preservarlo, ma un cuore che è una cassaforte non dà nulla e ha paura sempre di venire derubato. Invece il cuore trafitto è il cuore innamorato e quando la Parola di Dio trafigge il cuore, lo rende indifeso nell’amore, ma capace di amare. Perché indifeso nell’amore? Perché quando un cuore ama e ama trafitto dalla Parola è indifeso perché l’amore può venire tradito e calpestato, ne ha dato testimonianza Gesù stesso. Che cos’è l’amore che viene generato dalla Parola in un cuore trafitto? L’amore è la crocifissione d’amore quotidiana che ciascuno di noi ha nella sua vita. Con questa affermazione non si intende fare l’elogio del dolorismo, delle scarogne, delle prove, che non vengono mai da Dio, ma la crocifissione dell’amore è l’audacia dell’amore che alla scuola di Gesù arriva veramente fino alle estreme testimonianze dell’amore, perché l’amore generato dalla Parola è sempre un amore estremista, in quanto l’amore è estremista per natura. Non possiamo amare part time, non possiamo amare un po’, dobbiamo amare tutto o niente, perché l’amore che viene da Dio e che viene generato dalla Parola di Dio, è veramente questo tipo di amore che viene crocifisso nel crocifisso Gesù, per avere la forza di amare fino agli estremi confini della terra e fino agli estremi confini di ogni cuore.
Chi ama e viene toccato dalla Parola di Dio è un cuore trafitto, estremista, emotivo, pieno di sentimento, è anche un cuore che sbaglia tanto, ma per amore e sbagliare per amore non è mai sbaglio. Non bisogna mai pentirsi di aver sbagliato per amore, perché lo sbaglio per amore è un grande successo di Dio in noi perché, quando sbagliamo per amore, siamo certi che la ragione è sottomessa all’amore. Allora la Parola oggi ci divide in due tipi di persone: quelle che si lasciano trafiggere il cuore dal racconto di Gesù crocifisso o quelle alle quali diamo il nome di chiodo, cioè quelle che crocifiggono l’amore. I chiodi sono le persone instabili, paurose di se stesse, che hanno timore di fare brutta figura, di andare fino in fondo, che cercano di inchiodare l’amore, di assicurare l’amore, di fermare l’amore, di dominare l’amore.
Quando non nasciamo da un cuore trafitto dalla Parola, siamo chiamati a fare il chiodo che trafigge gli altri per tutta la vita e un chiodo non può avere amore perché è fatto solo per inchiodare.
Gesù ha voluto andare fino in fondo: “Egli, avendo amato i suoi  che erano nel mondo, lì amò sino alla fine”. Quando Pietro racconta ai Giudei questa storia d’amore, di crocifissione di amore, li ha conquistati a Cristo, allora chi ama ha una missione: schiodare coloro che sono stati inchiodati dagli uomini e dalle donne chiodo per paura dell’amore.
Quando amiamo in Gesù, quando veniamo generati dalla Parola viva di Gesù, possiamo veramente levare i chiodi alle persone e renderle libere nel loro amore.
Che cos’è il battesimo? È lo schiodamento del male dalla nostra vita, perché il battesimo cancella in noi il peccato originale, quel chiodo ereditato che ci bloccava nell’amore di Dio e questo schiodamento avviene nella forza sacramentale del battesimo. Dopo che veniamo schiodati dal peccato originale, veniamo inseriti in Gesù nello Spirito santo, veniamo inseriti in Dio e veniamo consacrati per Lui. Pietro dice ancora: “Salvatevi da questa generazione perversa” e lo dice anche a noi. C’è una generazione perversa: la generazione dei chiodi, di coloro che concepiscono l’amore come trafittura, violenza, superbia, arroganza, dominio, questa generazione non viene da Dio, questa generazione è convinta che amare per sempre non si possa, invece si può nella grazia di Dio. Dobbiamo diventare crocifissi d’amore nel Crocifisso. Il Crocifisso ha le braccia aperte, perché l’amore è sempre aprire le braccia per primi. L’amore è sempre accogliere in noi la forza di questo Gesù crocifisso che dà senso anche a tutti i nostri tentativi d’amore. Il Crocifisso va guardato, va amato, va seguito, non come elogio del dolore, ma come scuola audace dell’amore, perché il più grande estremista dell’amore nella storia è stato Lui, il Crocifisso, e il vero amore è sempre trafitto e crocifisso perché va sempre fino in fondo per amore.


Seconda lettura       1Pt 2,20-25

Pietro ci dice che facendo il bene bisogna sopportare con pazienza la sofferenza, che è gradita a Dio. La Parola di Dio non fa l’elogio della sofferenza, Dio non manda le sofferenze, a Dio non sono gradite le sofferenze doloristiche. Perché facendo il bene bisogna soffrire? Facendo il bene non si fa qualcosa di buono, perché se facessimo qualcosa di buono saremmo graditi agli uomini, infatti le cose buone si manifestano in atteggiamenti che tutti, in generale, accolgono (sfamare gli affamati, dar da bere agli assetati, accogliere i profughi, aiutare chi soffre, sono atteggiamenti abbastanza comuni), ma perché Pietro parla di un bene che, diventando operante, ci farà soffrire? Perché il vero bene è Dio, l’unico vero bene è Dio. San Francesco, quando compone le lodi di Dio, dice a Dio: “Tu sei il Bene, tutto il Bene, il sommo Bene”.
Quando siamo di Dio, quando apparteniamo a Dio diventiamo stranieri in mezzo ai nostri connazionali, perché usiamo una lingua, un atteggiamento, una logica, un pensiero che loro non capiscono, non vogliono e rifiutano, perché non è il linguaggio della maggioranza.
Chi fa il bene assume la bellezza di Dio, chi fa il bene assume la libertà di Dio, è irraggiungibile nella sua libertà, come Dio. Il vero bene è essere suoi e manifestarlo. Quando facciamo lo sconto al bene e tendiamo a fare le opere buone, siamo già nella normalità, invece fare il bene secondo Dio si è nell’audacia e allora si deve soffrire perché il mondo non accetta questo tipo di bene.
La Parola dice, poi, una cosa molto bella: ci presenta Cristo, che non solo ha fatto tanto bene (guarigioni, miracoli), ma è stato veramente il bene di Dio. È stato maltrattato, insultato e non si è mai vendicato. Pietro dice che Gesù, quando sulla croce portò i  nostri peccati per salvarci, ha avuto dal Padre un grande potere: le piaghe. Le piaghe sono i gioielli dell’amore di Gesù e di questi gioielli Egli è talmente fiero e talmente orgoglioso che il Padre, dopo la morte, non glieli ha tolti. Le sue piaghe non sono state tolte perché da quelle piaghe, dice Pietro, noi siamo stati guariti. Che bella la guarigione delle nostre piaghe attraverso le piaghe di Gesù!
Come fa Gesù a guarire le nostre piaghe? Una piaga è una lacerazione, una ferita inguaribile che molte volte ha segnato la nostra vita, il nostro corpo, la nostra storia. Le piaghe, che sono le nostre debolezze, i nostri limiti, le nostre fragilità, a noi non piacciono perché visibilizzano la nostra fragilità, perciò noi le demonizziamo, pensando che piagati non siamo graditi a Gesù, invece Pietro ci dice che per le sue piaghe noi saremo guariti. Che cos’è l’esperienza viva di Gesù? È accostare la nostra piaga alla sua piaga in un bacio d’amore. La guarigione delle nostre piaghe da parte di Gesù non è una guarigione risolutiva che fa scomparire le piaghe (che avremo fin che vivremo), ma se le piaghe di Gesù toccano le nostre piaghe, quelle piaghe assumono un grande significato d’amore ed è la guarigione, non la rimozione. Allora guarderemo in maniera diversa le nostre piaghe ed andremo santamente orgogliosi delle nostre piaghe perché, quando ci siamo riconciliati con le nostre piaghe, finiremo di essere erranti, come pecore, ma saremo stati ricondotti al pastore, a Gesù, che custodisce le nostre anime.
Gesù ci ama, Egli guarda le nostre piaghe e le guarisce lasciandocele; Egli tocca le nostre piaghe e le guarisce lasciandocele, perché le nostre piaghe, toccate dalle sue piaghe, diventano un grande tesoro per lui e per noi.  
Questa Parola vorrebbe riconciliarci con le nostre ferite, le nostre piaghe e le nostre fragilità per diventare capaci di portare questa guarigione a tante persone che hanno esasperato le loro piaghe, non vedendo invece il valore infinito che Gesù attribuisce loro.


Vangelo    Gv 10,1-10

In questo vangelo Gesù racconta se stesso. Egli non sopporta una cosa, è allergico al fatto che noi restiamo nell’ovile. La nuova traduzione rende ancora meglio questa idea rispetto alla precedente perché dice: “E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore cammina davanti ad esse”. Gesù molte volte ci prende a calci nel sedere perché vuole che usciamo dall’ovile. Questo ovile potrebbe anche simboleggiare la comunità, dove magari siamo obbligati a restare uno vicino all’altro, ma questo non piace a Gesù perché nell’ovile il gregge non si differenzia e invece Egli, il bel pastore, l’intelligente pastore, vuole differenziare ciascuno di noi perché ci chiama tutti per nome e ci dice di andare fuori. Gesù va nell’ovile e tira fuori tutti, spinge fuori anche quelli che non vogliono con la violenza dell’amore. Gesù dice ancora che coloro che non fanno questo sono ladri e briganti, perché come primo dono del suo amore di pastore Egli vuole darci la libertà. Appena ci ha condotti fuori, Gesù lascia che ciascuna pecora, che ciascuna anima, misuri il passo nel suo passo. Quando ci porta fuori, accetta di correre il rischio della libertà: qualcuno potrebbe andarsene.
Giovanni ci dice una cosa ancora più bella: “E cammina davanti ad esse”, Gesù non si volta indietro perché non fa il sorvegliante e il guardiano, ma egli è solamente il bel pastore che si affida alla libertà di ogni pecora. Quando, poi, dice che le pecore devono tornare nell’ovile, mette le nuove condizioni: la porta non sarà più in mano al guardiano, ma Lui diventa la porta (“Io sono la porta, se uno entra attraverso di me sarà salvato”) perché Egli ci dà tre doni: entrerà, uscirà, troverà pascolo. La libertà di Gesù per ogni anima è lasciare ogni anima nella dinamica dell’entrare, dell’uscire e del nutrirsi. In questo l’anima cresce, respira la vita, in questo l’anima ha la vita e l’ha in abbondanza. La teologia dell’ovile, la sicurezza dell’ovile, la chiusura dell’ovile, il guardiano dell’ovile, se non guarda al buon pastore danneggia le pecore che sono dentro, perché le rende irresponsabili e perché ruba alle pecore il sogno del cammino e della libertà.
Le vocazione scarseggiano perché tante volte vengono considerate forza lavoro per un’azienda, la chiesa, invece i sacerdoti dovrebbero essere quegli uomini che, come Gesù, spingono fuori dalle sicurezze delle strutture, dei modi di pensare; Gesù vorrebbe che fossero uomini che spingono verso la libertà. Allora gli uomini del nostro tempo diranno che ci stanno, perché non andranno a fare le cosine di sempre, che non servono a nessuno, ma Gesù li renderà soci della sua passione di aprire l’ovile, di spingere verso la libertà le anime e diventeranno bei pastori in Lui.
La gente di oggi non ci sta più nell’ovile, perché dice che ci sono tante cose più belle fuori. Le persone di oggi sono così irraggiungibili, ma le si possono raggiungere se si danno loro tre cose che formano la vita: entrare, uscire, nutrirsi, così esse avranno la vita.
Gesù è questa porta che permette all’anima di crescere e di andare avanti in una libertà che è fatta di entrare, di uscire e di nutrirsi, perché la vera vita è in Lui e con Lui, non nell’ovile.    


Prima Lettura         At 2,14.36-41

Anche questa Domenica leggiamo una parte del discorso tenuto da Pietro a Gerusalemme dopo la discesa dello Spirito santo.
Si tratta del primo atto magisteriale della Chiesa su Gesù. Leggendo questa lettura si può pensare alla diversità di oggi del modo di evangelizzare. Oggi ci teniamo sempre a dire che l’evangelizzazione è una proposta rispettosa che facciamo, ovattiamo le parole più tremende di Gesù, prendendo quelle più comunionali, ben diverso è invece il discorso tenuto da Pietro. Tra l’altro in questa pagina si manifesta anche il mistero della Chiesa, che è una comunione con Pietro e sotto Pietro; quando uno non è più sotto Pietro è legato alla Chiesa in maniera imperfetta, come dice il Concilio Vaticano II.
Pietro assieme agli undici non fa delle domande sociologiche, non si domanda se la piazza di Gerusalemme è una piazza difficile (c’era la maggioranza dei Giudei), Pietro non pensa che deve cambiare di qua o di là ma, mosso dallo Spirito, fa dell’annuncio di Gesù un annuncio frontale. Piazza contro apostoli. Questa è l’evangelizzazione, l’evangelizzazione non è una proposta, ma è un dono autoritativo che discende da Dio. L’evangelizzazione non è, allora, un’argomentazione, ma un annunciare con fortezza, nello Spirito, non una opinione, non una nostra verità, ma la verità di Dio. Ecco perché Pietro dice: “Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele”.
Poi Luca ci descrive l’effetto di quell’ascolto, che si sintetizza nel cuore trafitto: “Si sentirono trafiggere il cuore”. Il cardinale Martini dice che la Parola è trafiggente per natura perché quando annunciamo la Parola non annunciamo una pagina di un libro, nemmeno un’opinione, ma l’unica Parola, l’ultima Parola, annunciamo Gesù crocifisso. Per cui Gesù, Parola di Dio, è una Parola trafitta, sia il Gesù pre pasquale che post pasquale, perciò la Parola trafigge perché è trafitta la Parola stessa, e la Parola è trafitta perché ha amato, anzi, direbbe san Giovanni, ci ha amato sino alla fine. Perciò l’annuncio della Parola è possibile solamente ai trafitti.
L’annunciatore della Parola non è un opinionista e non è nemmeno uno che ti viene a raccontare i passaggi rituali dei sacramenti, ma è un uomo che è stato trafitto nel cuore e perciò trafigge il cuore con la potenza di Dio, perché il destinatario della Parola è il nostro cuore. La Parola si ascolta sempre in silenzio, perché la Parola non crea un dibattito di cui siamo tutti intossicati, ma la Parola crea un feeling d’amore tra la Parola e il nostro cuore; esso viene trafitto dalla Parola quando essa fa verità sul nostro cuore e noi lasciamo che questa verità raggiunga il nostro cuore. Perciò la Chiesa è la comunità dei trafitti, di coloro che sono stati trafitti dalla spada della Parola e perché trafitti, hanno una competenza spirituale del cuore dell’uomo.
Oggi molte relazioni non funzionano e le nostre comunità sono fredde perché non c’è un cuore a cuore, c’è una presenza estranea a presenza anonima, c’è un subire o un usufruire un servizio, ma il nostro cuore non è trafitto e, quando non è trafitto, tutto diventa una discussione o un’opinione. La Parola non è un’opinione, è la verità di Dio. Ecco perché la Parola ha una forza missionaria in se stessa, poi si affida ai missionari che la annunciano, ma è missionaria per se stessa. Luca ci dice che in quel giorno aderirono alla fede e ricevettero il battesimo tremila persone circa.    
È il Signore che aggiunge. Siamo tutti preoccupati di trovare la strada giusta per tenere le persone, si pensano strategie, slogan, ma se il Signore non costruisce la casa, ci si affatica per nulla. La gente oggi è stanca di slogan, è stanca anche di organi partecipativi, anche nella Chiesa, e domanda momenti profondi in cui ci dovrebbe essere una pastorale del cuore.
Se portiamo questa Parola che trafigge il cuore, il Signore ci accompagnerà, ci benedirà, ci precederà, però la Parola deve trafiggere.   

   
Seconda lettura       1Pt 2,20-25

Perché bisogna soffrire quando si fa il bene?
Il vero bene è quando viene manifestata la verità di Dio. Quando Gesù predicò nella sinagoga di Nazaret gli spiriti immondi emettevano grida altissime. Quando si fa il bene (e il bene è la verità e la verità è Dio), quando si fa la verità di Dio, prima di tutto si sobilla l’inferno che è fatto di menzogna. Fare il bene è portare la verità, perché la verità è la prima carità, in questo modo si dichiara guerra alle creature non di carne e di sangue che sobillano la loro parte perché desiderano che la verità non venga proclamata, annunciata e testimoniata. Ciò avviene perché la verità rende liberi e allora la verità viene contrastata dal demonio e dai suoi alleati. Però il demonio non combatte la verità frontalmente, ma in nome di un bene e crea delle pseudo verità o delle apparenti verità.
Una dimensione che fa parte del discepolato cristiano è la castità, ma oggi su questo argomento c’è una tabuizzazione completa, e si dice, in base a dei pre ragionamenti che parlare di castità al campo scuola, ad esempio, significa far scappare tutti, perciò si parla di fraternità, di solidarietà, dell’operazione Mato Grosso e dei poveri del Brasile. La castità è il linguaggio del regno di Dio e sarà per tutti; alcuni, però, mossi dallo Spirito santo, la praticano e la anticipano quaggiù per dimostrare che il nostro linguaggio alfabetico è asfissiante e incompleto. Il diavolo lavora da dentro perché il messaggio di Gesù venga svuotato della verità esigente e venga rimpolpato dalla verità gratificante. Oggi fa molta tendenza la persona aperta, disponibile, intelligente, ecologica, tollerante, invece una persona ancorata alla verità di Dio è tacciata di fondamentalismo. Il mondo ha creato i meccanismi dell’antiverità perché non è in grado di reggere la verità.
Quando uno nasce da Dio, è un operatore di verità e proclama la verità di Dio, sarà perseguitato perché dovrà pagare l’amore con il prezzo di Gesù. Ecco perché san Pietro mette davanti ai cristiani del suo tempo l’icona di Gesù. Gesù fu sempre impopolare, osteggiato dai sacerdoti, dai farisei, dagli scribi (l’Imitazione di Cristo dice che la sua vita fu solamente travaglio, dolore sofferenza e lotta). Una persona che opera verità affascina, ma è una persona che incute paura. Gesù non ha mai fatto sconti alla verità e non ha mai basato la verità sulla maggioranza di tendenza. Per esempio il consiglio pastorale parrocchiale si basa sull’ideologia della maggioranza, ma molte volte questi consessi non optano per la verità. Il democraticismo, non è dei discepoli di Gesù, Gesù non ha mai fatto consigli pastorali, una volta sola ha chiesto ai discepoli chi diceva la gente che egli fosse. Gesù è un mistero d’amore, non ha bisogno dei sondaggi di opinione, per cui le nostre comunità, che sono legate a questi meccanismi, si stanno mondanizzando e non sono più la comunità di Gesù, ma la comunità delle opinioni. Però la comunità delle opinioni non genera fascino.
La verità è la più grande libertà di Gesù. La Verità fa soffrire perché è lo stile di Gesù attuato.

        
Vangelo    Gv 10,1-10

Sembra che questo discorso sia stato fatto da Gesù davanti al tempio di Gerusalemme dove c’era una porta detta delle pecore da dove entravano gli armenti che venivano immolati a Iahvè e Gesù, guardando quella porta, afferma che non è quella la porta vera, ma è Lui. In Giovanni c’è un Gesù molto esclusivista e “intollerante”: quelli che sono venuti prima di me erano ladri e briganti e si riferiva alla Torah, agli scribi e ai farisei. Gesù aveva un’autoconsapevolezza molto forte di essere il Salvatore.
Gesù dice che tra il pastore e le pecore c’è un’unica relazione: la voce. Questa esperienza della voce si fa nella preghiera. Un monaco scriveva che quando la preghiera è legata alla nostra emotività prima o poi ci stancherà, ma quando essa si denuderà e saremo talmente vergini da noi stessi, sentiremo la voce che ci chiama. Per cui l’esperienza della preghiera è rimanere in ascolto di una voce che distinguiamo da altre. Gesù costruisce il rapporto con le sue pecore con la voce unica, la voce di chi ci è amico e desidera da noi una comunione di vita.
In Giovanni leggiamo anche che il buon pastore per costruire un rapporto con noi, oltre alla voce, usa il nome: egli chiama le sue pecore per nome.  È bello questo rapporto personale di Gesù con ciascuna pecora, con ciascuno di noi che abbiamo un nome diverso, una storia diversa, momenti diversi. Gesù ci chiama per nome per condurci fuori, perché sa che noi pecore tante volte ci rassicuriamo del nostro ovile. Giovanni usa un verbo abbastanza pesante: “quando ha spinto fuori tutte le sue pecore”. Gesù sa che ci rifugiamo nell’ovile delle nostre paure, delle nostre incertezze, dei nostri silenzi. Per Gesù la sua pecora entra, esce e mangia. Perché Gesù ci dà la libertà di avanzare, di progredire, di aspettare… quando le sue pecore sono uscite cammina davanti ad esse e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce.
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