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03 novembre 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 03 novembre 2019
XXXI Domenica Tempo Ordinario Anno C


Prima Lettura     Sap. 11, 22-12,2


Il primo grande ostacolo ad un’autentica esperienza di Dio per la  nostra anima è accostarci al suo mistero con la nostra misura e la nostra testa. La più grande bestemmia che noi proferiamo contro Dio, magari inconsapevolmente, è trattarlo da uomo, è misurarlo con la nostra misura, invece davanti a Dio tutto il mondo è come “polvere sulla bilancia, è come stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra”. Perciò la prima condizione per fare un’esperienza grande di Dio è immergersi nella sua grandezza, nella sua maestà, nel suo infinito, sentendoci piccoli, ma amati ed ospitati dal suo mistero.
Il secondo ostacolo che impedisce un’autentica esperienza di Dio è il guardarci e l’incontrarci in quelle piccolezze che rendono piccolo il nostro cuore, piccolo il nostro desiderio, piccolo il nostro pensiero. Dio ha creato ciascuno di noi e, creandoci, ci ha dato una certezza e una garanzia: ci ha dato la vita perché ci ama. La nostra vita, il nostro respiro, ogni nostro giorno ci danno la certezza che Lui ci ama e che non è stanco di noi, che ci vuole bene perché sa chiudere gli occhi, come dice la Parola di Dio usando un antropomorfismo che rende bene questo amore immenso, infinito e tenero di Dio. Per amare bisogna chiudere gli occhi e Dio sa chiudere gli occhi sui peccati degli uomini aspettando il loro pentimento. Egli chiude gli occhi sui nostri peccati perché essi sfalsano la nostra verità; se Dio guardasse i nostri peccati e li esaminasse, incontrerebbe una stortura, non la nostra verità.  Questi sono l’amore intelligente, la tenerezza e la misericordia provvida di Dio.
Dio ha voluto lasciarci due segreti sigillati che non possiamo capire: innanzitutto la sua operatività in noi, infatti non abbiamo gli strumenti per misurarla, non sappiamo che cosa Egli ha fatto in ciascuno di noi anche oggi eppure da quando abbiamo aperto gli occhi abbiamo già ricevuto milioni e milioni di visite di Dio, le sue inabitazioni interiori nella nostra anima, perché Egli  viene in noi incessantemente, non solamente nella Comunione, nella Parola e nella preghiera, per il desiderio che ha di abitare in noi. Queste non sono cose misurabili, non sono eventi palpabili perché sono legati ad un segreto d’amore di Dio però sappiamo che Dio è in noi, opera in noi, ci guarda dentro, legge la nostra vita con la finezza dell’intelligenza dell’amore. Noi spesso leggiamo la nostra vita evidenziando e fermandoci nelle complicanze, invece Dio la legge tutta e la rende armonica nel suo sguardo d’amore. Noi possiamo percepire, non capire o misurare, questa operatività di Dio in noi quando ci immergiamo nella contemplazione, nella preghiera dell’amore, quando abitiamo dentro di Lui. E questo deve essere fatto quotidianamente, altrimenti la vita, l’angoscia e la frenesia delle cose ci spogliano di questo amore e di questa rassicurazione.
Il secondo segreto che Dio non permette che noi conosciamo è la sua operatività nelle anime. Basandoci solo sul nostro occhio miope, poiché non vediamo in chi ci sta attorno e in chi amiamo un’adesione visibile o ecclesiale, disperiamo o cataloghiamo queste persone tra le categorie dei non credenti o dei non praticanti. Dio non può fermarsi di fronte alla sconfitta della chiesa nelle anime. La chiesa può essere rifiutata da tante anime, molte anime se ne distaccano, se ne dissociano eppure l’amore di Dio non può rassegnarsi a questo e anche se molte anime hanno lasciato la struttura visibile e sacramentale della chiesa, Dio continua ad inseguirle, ad amarle, perché la volontà di Dio per ogni anima è la salvezza. Il nemico insegue le anime per distruggerle, Dio per salvarle.
Per percepire questo passaggio di Dio, bisogna essere profondamente innamorati di Lui, allora potremo capire tutte le finezze grandissime del suo amore: “Tu sei indulgente, per questo correggi a poco a poco quelli che sbagliano”. Tra le sue finezze c’è questa pazienza divina che non è una rassegnazione o una inattività, ma è quell’amore portato al massimo grado che sa aspettare con fiducia e con speranza i passaggi della nostra vita che ci porteranno ad una piena maturità d’amore per Lui. Dio non è pessimista, non si lascia cadere le braccia e la sua azione continua in tutte le creature della storia umana. Dio ama infinitamente l’uomo e noi possiamo vivere unicamente perché siamo amati e siamo amati da un amore creatore che ci ha dato la vita, ce la conserva e la rende piena di gioia. Quando smarriamo il senso della creazione di Dio, il senso del suo amore e il senso della sua presenza, diventiamo protagonisti di un protagonismo umano e con noi stessi e con gli altri non siamo pazienti, non chiudiamo gli occhi, vogliamo tutto e subito, vogliamo un risultato immediato e senza fatica. Allora ci discostiamo perfettamente dallo stile di Dio.
Questo brano, tratto dalla Sapienza, ci mostra come l’ispirazione di Dio negli scrittori sacri sia stata progressiva, perché è la Parola di uno scrittore mosso dallo Spirito che aveva fatto un’esperienza interiore del cuore di Dio. Se non abbiamo fatto un’esperienza del cuore di Dio e non siamo nel cuore di Dio è inutile che parliamo di Lui, perché parleremmo al vento e inutilmente. La Parola ci esorta a chiederci come portare Dio alle anime, come essere missionari di una presenza e di un amore. Per arrivare all’uomo di oggi occorre innanzitutto, attraverso gli occhi di Dio, comprenderne la profondità e quello che egli non dice nello scontato di una parola, ma dice nella complessità degli atteggiamenti. Perciò l’evangelizzatore non va con un libro e una proposta, ma è colui che in Dio ha un’acutezza visiva spirituale e sa leggere questa complessità, perché l’uomo quando soffre per sua natura diventa complesso e ragiona, parla e trasmette in una complessità.
La complessità non va letta nel rigore di una logica, ma va visitata con la tenacia e l’amore di Dio, allora si arriva al dunque di una domanda, di una ricerca, di un’attesa. Oggi le persone fuggono dalle strutture, ma non possono fuggire dal loro cuore e se sospettano di incaricati pastorali strutturati, rimangono molte volte colpite da qualche uomo o donna di Dio che, con la sapienza del Signore e con l’occhio intelligente della misericordia divina, va oltre la vernice e l’apparente complessità perché la verità è sempre dietro.
Allora Dio ci invita ad amare tutti come Lui sta amando ciascuno di noi e soprattutto ci invita a  percorrere quella strada della gradualità, del poco a poco. La gradualità non è una tecnica, ma è un modo di amare per arrivare al cuore, perché oggi l’uomo sarà salvato nel suo cuore.
Perciò occorre essere cooperatori di questa esperienza di Dio, essendo continuamente rigenerati dal suo grembo, perché se non veniamo rigenerati dal grembo d’amore e ci attrezziamo solo di un libro, non avremo successo nel nostro annuncio.
Torniamo al grembo di Dio, all’amore di Dio, allo stile di Dio.       


Seconda lettura         2Ts 1,11-2,2

Paolo dice ai Tessalonicesi che prega continuamente per loro perché Dio li renda degni della sua chiamata e con la sua potenza porti a compimento ogni proposito di bene e l’opera della fede. Paolo ama questi Tessalonicesi e li ama talmente tanto che prega continuamente per loro. Questa preghiera incessante è la prima prova dell’amore. La preghiera non è l’optional di coloro che sono arrivati all’ultima spiaggia e non hanno più risorse, la preghiera non è l’hobby degli scalognati, ma la preghiera è proprio l’attenzione d’amore più alta che una persona ha per un’altra
Spesso, anche nelle nostre comunità, vogliamo risolvere tutto con discorsi e con dialoghi infiniti e non crediamo che, se una comunità pregasse, le cose si risolverebbero.
L’apostolo prega continuamente per i Tessalonicesi perché il Signore porti a compimento ciò che lui ha seminato e ha iniziato nei loro cuori con la potenza del Signore. Che porta a compimento nella nostra vita è solamente il Signore perciò, se il Signore porta a compimento con la sua grazia, noi dobbiamo pazientare, anche se viviamo stagioni della vita in cui non vediamo un compimento, in cui magari abbiamo discorsi a metà, in cui viviamo situazioni che non ci soddisfano. Quante volte ci angosciamo perché i nostri figli hanno perduto la fede, dimenticando che essi hanno ricevuto il Battesimo, l’Eucaristia, la Cresima, la Penitenza; non possiamo pensare che questi doni, che Dio ha fatto a loro, rimangano a metà. Il Signore, per vie misteriose che lui solo conosce, porterà a compimento la sua opera perché Dio è fedele. Magari la porterà a compimento in modalità che a noi non sembrano tali, perché la misteriosa provvidenza di Dio ad esempio fa finire degli eventi, delle esperienze, delle vicende perché forse non facevano il nostro vero bene. Il portare a compimento di Dio è la sua forma sapienziale, misericordiosa, intelligente dentro di noi. Non dobbiamo avere la pretesa di portare a compimento nulla. Noi seminiamo, noi iniziamo con umili inizi, magari avendo davanti a noi l’immagine di un fallimento completo, eppure il Signore porterà a compimento, perché lui è fedele.  
Tutti i doni di Dio sono semi seminati nel cuore che porteranno frutto e compimento nella loro ora. Paolo rimprovera i Tessalonicesi perché andavano da vari carismatici e sensitivi per sapere se ci sarebbe stata la fine del mondo e l’apostolo li avverte che ciò li confonde, li allarma e li rovina. Quando non si ha Dio nel cuore, si cercano sempre gli eventi spettacolari di Dio, si cercano i pendolini, i sensitivi e le date, è la bigiotteria di seconda mano fatta di fine del mondo e di altri eventi fatali, invece quando si ha Dio nel cuore, non ci interessa sapere il giorno, ci interessa averlo dentro di noi, non si ha paura della fine o di eventi catastrofici, ma si è nella pace perché si è raggiunta la pienezza dell’amore.   
Aiutiamo la gente a radicarsi nella Parola, più che nel pendolino, nella verità di Dio più che nelle date misteriose di catastrofi.


Vangelo      Lc 19,1-10

Se non si vivono fino in fondo i desideri che Dio mette nel nostro cuore non si potrà dire di avere vissuto, perché la nostra vita è un grande desiderio. Il desiderio è quel meccanismo misterioso che lo Spirito santo mette nel cuore di ciascuno di noi perché Dio, prima di tutto, deve essere desiderato. Sant’Agostino dice che non si può desiderare Dio se non lo si conosce e non lo si ama. Desiderio, conoscenza e amore vanno di pari passo.
Anche persone, nelle quali la gente non avrebbe investito nulla, hanno ricevuto un grande desiderio. È il caso di Zaccheo: mafioso, disonesto, capo della cricca dei pubblicani. Arriva un giorno in cui sente un grande desiderio, sente che passa Gesù e segue questo desiderio. Sant’Ignazio di Loyola, parlando di discernimento degli spiriti, dice che i desideri che vengono da Dio si accrescono nel tempo, i desideri che non vengono da Dio con il tempo decrescono o finiscono. Zaccheo, sentendo che proprio a Gerico sarebbe passato Gesù, vuole vederlo. Egli era un uomo piccolo di statura, piccolo di cuore, piccolo di anima, un uomo che viveva di meschinità e di latrocini quotidiani, eppure anche in quest’uomo arriva il desiderio di vedere Gesù. Quando si mette lungo la strada, la folla gli impedisce di vedere: i propri desideri consegnati alla folla vengono subito massacrati e abortiti perché la folla vive di un’emotività passeggera, invece il desiderio profondo non passa. Zaccheo non litiga con la folla, non la obbliga a spostarsi, quando capisce che non può bucare la folla per realizzare il suo desiderio di vedere Gesù, corre avanti per riuscire a vederlo. Se nella nostra vita rimaniamo con la folla, saremo sempre folla che vive dell’emotività di un passaggio, anche religioso; se invece vogliamo che il nostro desiderio non sia un’emotività che evapora, dobbiamo staccarci dalla folla che determina la logica dell’esperienza transitoria e dobbiamo correre avanti.
Il verbo correre nel vangelo è usato per 5 personaggi: il padre misericordioso, Maria Maddalena, Pietro e Giovanni e Zaccheo. Tutti e cinque corrono per amore e per vedere. Nella nostra vita non si può essere manipolati, intristiti e appiattiti dalla folla, che si può chiamare anche comunità, ma ciascuno di noi, se ha un grande desiderio personale di incontrare Gesù, deve per forza di cose staccarsi e correre avanti. Correre avanti non significa non voler fare comunità o disprezzare la comunità, ma è assecondare un desiderio personale che deve essere concretizzato e realizzato. Perciò Zaccheo corre avanti, percorre questa strada da solo, perché quando si è pieni di amore e pieni di desiderio non interessa e non si aspetta l’approvazione della maggioranza.
Zaccheo non solo corre, ma si arrampica sul sicomoro, e in questa corsa, in questo arrampicarsi egli perde la faccia di fronte alla folla perché era un notabile della città. Quando si ha dentro di sé un desiderio ardente, si corre avanti, non si è più mescolati alla folla e si è disposti anche a perdere la faccia. Se vogliamo fare un’autentica esperienza di Gesù, dobbiamo correre avanti, dobbiamo essere audaci e seguire un desiderio.
Quando Gesù vede Zaccheo sul sicomoro, lo coglie subito perché, pur passando in mezzo alla folla, Egli è ricercatore di ogni cuore e di ogni particolarità. Gesù alza lo sguardo e gli dice: “Zaccheo, scendi subito perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Chi ti ama, non va di fretta, chi ti ama non ti dice che non ha tempo, chi ti ama ti guarda e si auto invita nella casa del tuo cuore perché chi ti ama deve abitare il tuo cuore ed entrare nel tuo cuore.
Quando Gesù è entrato nel cuore di Zaccheo ha provocato un’emozione d’amore talmente forte che Zaccheo, da avaro che era, diventa smisurato nel restituire perché, quando si fa esperienza di Dio, Egli sovverte le nostre misure. Zaccheo dà quattro volte tanto, anche se la legge ebraica non lo prescriveva, egli esagera nella restituzione perché, quando ci si sente raggiunti dall’amore, ci si sente portati non più a misurare, ma ad esagerare.
Gesù, amando Zaccheo, scegliendo Zaccheo, credendo nel desiderio di Zaccheo, ha perso la faccia di fronte alla folla. Il brano ci parla di due facce perdute: quella di Zaccheo e quella di Gesù, mentre alla folla è rimasta solo la mormorazione e la critica del buon senso comune.
Il desiderio è stato il motore che ha mosso tutto l’evento: senza il desiderio vivo di Zaccheo, non sarebbe avvenuta l’entrata di Gesù nella sua casa. Perciò i desideri sono il motore della nostra ricerca.
Il brano ci propone tre personaggi: Zaccheo, la folla, Gesù; due personaggi sono liberi, hanno la libertà di perdere tranquillamente la faccia e di acquistare il cuore, la folla, invece, ha visto Gesù, ne ha fatto esperienza, ma non è stata toccata da Lui, perché è stata un’esperienza transitoria ed emotiva; la grazia è passata e non è più tornata.   


Prima Lettura     Sap. 11, 22-12,2

Il libro della Sapienza è uno dei più recenti dell’Antico Testamento. L’autore lo scrisse in greco mentre viveva in Egitto ai tempi di Giulio Cesare o forse di Ottaviano Augusto, cioè tra gli anni 50 e 30 a.C.. Si tratta di  una specie di rilettura di testi biblici anteriori tenendo conto della mentalità greca, non è strano quindi trovare concezioni sconosciute all’Antico Testamento ebraico, come la separazione dell’anima dal corpo o l’immortalità dell’anima.
L’autore ci tiene molto ad evidenziare la distanza tra noi e Dio con delle immagini che risentono del platonismo greco: “Tutto il mondo davanti a te è come polvere sulla bilancia e come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra”. È bello pensare che noi siamo polvere e rugiada, non tanto perché non valiamo nulla, ma perché in questo modo possiamo mantenere come creature la distanza con la santità di Dio, affinché essa ci possa raggiungere, come abbiamo visto nella lettura spirituale del vangelo di Domenica scorsa. L’autore parla di Dio non in termini filosofici o informativi, ma scrive quello che ha vissuto nel suo cuore, egli, infatti, ha fatto certamente esperienza di compassione, di misericordia, di pentimento, di tenerezza e di amore.
Oggi è difficile trasmettere la fede, perché tanti cominciano a trasmettere la fede dal cielo, mentre l’incrocio della fede è l’uomo con le sue domande, i suoi desideri, i suoi sogni. Nessuno di noi, se ci pensiamo, si sente amato dalla società in cui vive, che lo tutela, ma non lo accoglie, non lo ama.  Viviamo in una società in cui ci sentiamo continuamente interpellati da una prestazione di qualità, non ci sentiamo accolti così come siamo. Quando iniziamo una relazione interpersonale, siamo preoccupati soprattutto di compiacere gli altri e quindi la relazione diventa un lavoro sfibrante più che un amore. Questo autore, invece, avendo fatto esperienza dell’amore di Dio, dice del Signore: “Hai  compassione di tutti, perché tutto tu puoi”, cioè Dio è solidale con la nostra sofferenza, e ancora: “non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento”, frase che mette in evidenza lo sguardo pieno di respiro di Dio, contro il nostro sguardo asfittico che coglie degli altri i difetti, i limiti. Lo  sguardo di Dio non è categoriale, circoscritto, ma è come il suo respiro, di noi respira tutto, perché non ci vede imprigionati nel tempo, ma si specchia in noi come idea primogenita ed originaria della sua mente. Lo sguardo di Dio in noi è veramente sanante, perché egli non guarda il nostro peccato, sebbene lo possiamo fare, perché il peccato non esprime ciò che siamo. Il pentimento non è tanto dire l’atto di dolore, battersi il petto, ma quell’inquietudine spirituale attraverso cui lo Spirito, come un mantice, tiene vivo il fuoco di una nostalgia, di una pienezza e di uno sguardo.
Il pentimento è sentirci non sazi, non ripieni degli occhi piccoli del mondo.
“Tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi quanto hai creato: se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata”, questa Parola ci dà la grande certezza che noi siamo amati da Dio, perché ci ha creati, Lui ci ha voluti e ci vuole, ci crea e ci ricrea, ogni giorno, non si stanca di plasmarci, di cambiarci, perché non è mai soddisfatto della sua opera. Quando Dio ci ha creati, ci ha creati come suoi referenti, suoi partners, per questo noi siamo la sua gioia, perché può dialogare con noi, sue creature, attendendone la maturità.
“Tu risparmi tutte le cose, perché tutte son tue, Signore, amante della vita. Per questo tu castighi poco alla volta i colpevoli e li ammonisci”: il Dio dell’impossibile ha con noi il senso del possibile, del poco alla volta, perché Dio non è frettoloso, egli è alleato di una maturità umana che si compirà in Paradiso. Non pensiamoci maturi, perché siamo tutti incamminati verso la maturità, anche se abbiamo dei picchi di immaturità. Il Signore poco alla volta ci prova, ci tempra, ci fa capire, attraverso gli eventi  della vita, che solo lui è il Signore. Perciò questa Parola ci dà una norma sapienziale: avere sempre il senso del possibile con noi stessi e con gli altri.    
     
    
Seconda lettura         2Ts 1,11-2,2

Secondo alcuni studiosi questa lettera è stata scritta da Paolo poco dopo la prima, lo scritto più antico di Paolo e anche del Nuovo Testamento, altri, invece, hanno interpretato diversamente il rapporto tra le due, in quanto hanno notato frasi molto simili o uguali, ma anche un insegnamento abbastanza diverso circa il giorno del Signore. Ciò potrebbe far pensare ad un discepolo di Paolo, il quale per correggere convinzioni errate di alcuni, che pretendevano di richiamarsi al pensiero dell’apostolo, lo avrebbe precisato scrivendo una nuova lettera. In questa seconda lettera l’autore deve intervenire perché i cristiani di Tessalonica si erano lasciati prendere da una specie di fanatismo religioso: trascuravano i loro impegni di lavoro e vivevano disordinatamente, perché erano convinti che il ritorno del Signore doveva essere ormai prossimo. Infatti alcuni missionari itineranti, che già l’evangelista Giovanni conosceva e di cui parla nelle sue lettere, vagavano di comunità in comunità predicando che la fine del mondo era imminente, anche se occorre tener presente che all’epoca apostolica era viva l’attesa della parusìa, cioè dell’attesa del ritorno glorioso di Gesù. Paolo usa l’espressione “giorno del Signore”, che si trova nella letteratura profetica, soprattutto nel profeta Malachia (“il giorno del Signore sarà come un forno rovente”), nel senso di giudizio. La comunità dei Tessalonicesi era turbata e confusa perché questi missionari non solo parlavano in nome di pretese ispirazioni, ma addirittura citavano a sostegno parole e lettere false di Paolo  (“qualche lettera fatta passare come nostra”). Paolo interviene pubblicamente affermando che il giorno del Signore rimane uno dei massimi segreti di Dio, il giorno della fine del cosmo è sigillo di Dio (Nel vangelo di Marco Gesù dice che, riguardo a quel giorno e a quell’ora, non sanno nulla gli angeli, neppure il Figlio, solo il Padre li conosce).
Le correnti millenaristiche si ripresentano di tanto in tanto nella Chiesa perché molta gente pretende di possedere Dio, il suo mistero, il suo agire e questi movimenti hanno talmente proiettato ciò che è loro, che pensano di coniugare Dio con il loro modo di essere. Quando delle persone ci preannunciano la fine del mondo, i castighi e l’ira di Dio, riducono Dio ad un terrorista e non sono generate dalla Parola di Dio, perché chi è generato dalla sua Parola porta sempre la pace, l’amore, la speranza.
Invece di preoccuparci della fine del cosmo, che è un mistero di Dio, dobbiamo preoccuparci della fine di tanti nostri piccoli mondi, perché la nostra vita essenzialmente è il finire e il ricominciare di tante esperienze diverse. Ogni cosa che finisce procura sempre un trauma, un dolore,ma qui entra in campo la pedagogia intelligente di Dio, il quale permette che molte cose finiscano nella nostra vita prima di tutto perché alcune cose vengano rigenerate e vengano fatte nuove (“Io faccio nuove tutte le cose”) e anche soprattutto perché nessuna cosa diventi il nostro dio. Noi vorremmo costruire tutta la nostra vita con il sistema antiterremoto, ma quando cadono i nostri castelli di carta, e basta molto poco, non è che Dio si diverta alle nostre spalle a distruggere ciò che abbiamo costruito, ma ci vuole liberare da alcune situazioni, da alcuni eventi o da alcune persone che potrebbero diventare il nostro dio. È difficile accettare questo, ma è indispensabile. Nel vangelo di Giovanni, durante il discorso del pane di vita, nella sinagoga di Cafarnao, Pietro dirà a Gesù: “questo linguaggio è duro, chi lo può intendere?” e Gesù replicherà: “Volete andarvene anche voi?”. Gesù, maestro di libertà, non ha mai enfatizzato o assolutizzato un’esperienza e quando tutti lo cercavano egli se ne andava altrove, o quando volevano farlo re, si ritirava sulla montagna tutto solo.
Un’altra bella espressione di Paolo: “Dio porti a compimento, con la sua potenza, ogni vostra volontà di bene e l’opera della vostra fede”: se vogliamo essere di Dio dobbiamo vivere la spiritualità del bicchiere mezzo vuoto, della virtù a mezza via, delle risposte a metà, perché il compimento lo dà Dio. Quando vogliamo dare il compimento a tutto, diventiamo dei concorrenti di Dio. Dobbiamo  avere questa intelligenza spirituale quest’arte spirituale di vivere la precarietà delle mezze misure. Il bicchiere sempre pieno e traboccante toglie a Dio la gioia di riempirlo. Quando Gesù è morto sulla croce, l’evangelista Giovanni dice che Gesù pronunciò la frase: “Tutto è compiuto” perché solo Dio ci darà sempre la pienezza. Avere la spiritualità della mezza misura è veramente conservare quella sete d’amore che permette a Dio di estinguerla. Teresa del Bambino Gesù si accontentava di restare all’ultimo piano, sapendo che, prima poi, Gesù con il suo ascensore sarebbe andato a prenderla, perché con i suoi piedi non era capace di salire. Se non siamo compiuti e non abbiamo portato a compimento, siamo sicuri che c’è spazio in noi per Dio, altrimenti si verifica quanto leggiamo nel vangelo “Non c’era spazio per loro nell’albergo”. Molte volte anche nella nostra vita di relazione soffriamo perché non tolleriamo la mezza misura, vorremmo tutto al top, ma è Dio che porta a compimento con la sua potenza ogni nostra volontà di bene. Allora dobbiamo vivere bene anche la nostra mediocrità perché, fin che siamo mediocri, siamo certi che prima o poi Dio passerà per riempire, invece se siamo pieni, Dio potrebbe non passare perché è tutto occupato.  
  

Vangelo      Lc 19,1-10

Come Zaccheo anche noi apparteniamo ad una città, ad una realtà geografica che Gesù attraversa, abbiamo un nome, che è carico di esperienze di vita, abbiamo un ruolo e uno stato sociale. Luca insiste sul fatto che Zaccheo era capo dei pubblicani e ricco, per dire che era un uomo perduto per Israele. La nostra vita è fatta di geografia, di nome di stato sociale, di lavoro, ma è fatta anche di sogni e di desideri: ”Cercava di vedere quale fosse Gesù”: in ogni uomo lo Spirito santo tiene viva la nostalgia di Dio.
Tra il desiderio di Zaccheo e la sua realizzazione ci sono due ostacoli: la folla e la piccola statura. Luca ci dice che veramente dobbiamo sempre essere liberi dagli altri, perché molte volte essi potrebbero essere quel muro che ci impedisce di vivere un’esperienza spirituale. Paolo dice: “mi son fatto schiavo di tutti, pur essendo libero da tutti”, dobbiamo essere sempre liberi nel profondo del cuore, affinché nessuno ci sia d’ostacolo nei nostri sogni.
La piccola statura simboleggia le nostre piccolezze, le nostre meschinità, eppure proprio in questo impedimento c’è il sogno e allora, quando uno segue i suoi desideri, corre avanti. Se vogliamo appartenere veramente a Dio, se vogliamo fare un’esperienza forte di Dio, dobbiamo anche correre avanti, staccarci dall’assembramento umano. Corriamo solamente se abbiamo un grande desiderio, come Maddalena che la mattina di Pasqua corse ad avvisare gli apostoli che Gesù era risorto.
Dobbiamo vivere la spiritualità della corsa, perché chi ha dentro di sé un sogno di Dio sa anche correre. Domandiamoci se siamo clonati nel nostro passo o se siamo capaci di correre avanti. Zaccheo corre avanti, ma rimane piccolo, e allora sale su un sicomoro. Quando corriamo, prima o poi troveremo un albero da salire, potrebbe essere un amico, un evento, una malattia, un fuori programma. Il vero albero su cui occorre salire è la croce di Gesù, perché Adamo nel primo albero ha fallito, nel secondo è stato salvato. Gesù, quando giunse sul luogo, alzò lo sguardo perché Zaccheo, salendo sull’albero, era diventato più alto di lui e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”, Gesù non invita Zaccheo ad andare a casa con l’albero, ma lo invita a scendere e a stare nella sua piccolezza, lo visita per quello che è. Gesù va nel suo piccolo mondo, nelle sue piccole certezze. Zaccheo lo accoglie e i farisei, vedendo ciò, mormoravano: “è andato ad alloggiare da un peccatore”: quando incontreremo Dio ed egli verrà nella nostra vita, veramente molti mormoreranno di noi, ma è appunto facendo mormorare la gente della strada che si incontra Dio.
Ricevere il Signore in casa propria è cambiare vita: Zaccheo infatti si ripromette di restituire ciò che ha frodato.
“Il figlio dell’uomo, infatti, è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”: non ti salvi, se non cerchi, non sei salvato se non sei cercato e cerchi solamente se ami.             
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