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03 ottobre 2021

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 03 Ottobre 2021
Domenica XXVII Tempo ordinario


Prima Lettura       Gn 2,18-24


C’è tanta tristezza in giro! Viviamo in un’epoca in cui non ci si sopporta più, un’epoca di single, perché l’uomo ha dimenticato il Principio. Finché gli uomini e le donne di questo tempo non capiranno che non sono dio di loro stessi, sono destinati a soffrire, perché Dio ha messo nel cuore dell’uomo e della donna l’attrazione e l’amore. Quando si perde il Principio, si bestemmia Dio, perché ci si ferma alla prima parte della libertà che Dio ci ha dato, quella di attribuire un nome agli animali. Oggi, al posto di Eva, abbiamo messo il cane e ci siamo fermati qui. Fino a quando ci accontenteremo di un cane che ci riempie il cuore? Quando si smarrisce il Principio ci si ferma lì. Ci si accontenta di riempire la solitudine che c’è dentro con un animale, ma non si va oltre.
La Parola ci mostra un particolare molto bello: quando Dio capì che l’animale non poteva riempire l’uomo, si propose di fargli un aiuto che gli fosse simile. Riguardo a questo, Dio non volle nessuna collaborazione e allora fece scendere il torpore su Adamo, gli fece trovare la donna che divenne il suo completamento. Uomo e donna: diversi e alla pari, diversi nella sensibilità, nella mente e nel fisico, ma pari nell’animo. Oggi, invece, mettendo le mani sul Principio, l’uomo è dio di se stesso e tutto diventa ideologia: il gender, le unioni omosessuali sono tutte manifestazioni dell’ateismo. Se si toglie Dio, c’è il disastro. Finché non ci risposiamo con Dio, finché non troviamo dentro di noi l’anima che ci parla, che vibra, che urla, non potremo tornare al principio della bellezza, dell’armonia, della poesia che Dio aveva pensato per noi. Noi crediamo al demonio che ci dona l’infelicità, seguiamo il peccato e il diavolo che ci promette molto, non ci dà niente e ci toglie tutto. Quando perdiamo il Principio, abbiamo perso tutto. Il torpore che Dio fece scendere su Adamo ci ricorda il passo del vangelo in cui si legge: “Dorma o vegli, il seme cresce, come lui stesso non lo sa” e un salmo recita: “Ai suoi amici ne dona nel sonno”.
Non dobbiamo fare lotte ideologiche, ma diventare segni di una diversità che riporta ad un Principio che la maggioranza ha buttato via, essere segni di un Principio della vita che è Dio. su questo Principio sta o cade la vita, se non lo accettiamo, avremo una vita di amarezze e di sofferenze. Possiamo negare Dio, e Lui ci permette di farlo, possiamo negare il peccato, e lui ci concede di farlo, ma le conseguenze le paghiamo noi, fino all’ultima goccia.
È ora di parlare chiaro, siamo infelici perché abbiamo il peccato nell’anima e, finché non vomitiamo il peccato, non staremo bene; siamo infelici perché non crediamo in Dio e abbiamo deciso che Dio non c’è, invece Lui è il Principio della vita. Dio non è un avversario della nostra gioia, è la forza della nostra gioia.
Dobbiamo anche fare un mea culpa, abbiamo allevato generazioni intere con un catechismo dove non c’è Dio, pensando che i ragazzini si stanchino di ascoltare chi parla di Lui, ma non è vero. Cominciamo a raccontare Dio, a narrare Dio. le nuove generazioni per forza non possono amarlo, non ne hanno mai sentito parlare. Dio non è legislazione, Dio è una presenza.
Se ci fermiamo e facciamo silenzio, lo sentiamo dentro di noi, e questo non è suggestione mentale, è la sua presenza.    
    

Seconda Lettura      Eb 2,9-11


La seconda lettura ci porta a guardare Gesù che si è fatto uomo. Gesù, attraverso la grazia di Dio Padre, ha assunto la natura umana per salvarci. Ecco l’ebbrezza e la follia divina di un amore che ci viene consegnato perché possiamo essere salvi. Quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché la sua morte scandalizzava molti, in quanto per gli ebrei la morte in croce era la morte dei maledetti. Gesù è al centro della nostra vita, la sua storia d’amore percorre il nostro cuore. Purtroppo abbiamo il cuore indurito che non piange più davanti al Crocifisso, che riduce queste cose all’abitudine.
La Parola ci dice che questo Gesù, che si è fatto come noi, non si vergogna di chiamarci fratelli, è uno squarcio di luce perché Gesù, pur vedendomi fragile, difettoso, inconsistente, incoerente non mi rinnega come fratello (nel vincolo della famiglia escatologica di Dio che nasce dalla Parola). Perché noi oggi ci vergogniamo di Gesù, se Lui non si vergogna di noi? Oggi siamo arrivati al punto che il rispetto e il dialogo sono più grandi di Dio. Quando diventiamo testimoni vivi di Gesù e non ci vergogniamo di Lui, perché Lui non si vergogna di noi, anche molti fratelli nella fede ci daranno degli squilibrati dei fondamentalisti, degli esagerati, degli antiecumenici.
Nel Vangelo Gesù dice che se ci vergogneremo di Lui e delle sue parole, Lui si vergognerà di noi  davanti al Padre suo che è nei cieli. Non possiamo vergognarci di chi ci ha dato la vita e la salvezza, di Lui, che è il capolavoro della misericordia, di lui che è il motivo della nostra vita. Lui non si vergogna di noi, sebbene sia perfetto e santo.
Allora, che cosa vuol dire evangelizzare? Parlare di Gesù e del Dio di Gesù. Il resto è educazione civica; argomenti come accoglienza, apertura, dialogo, tolleranza sono argomenti civici, siamo arrivati al punto che stiamo creando un cristianesimo senza Gesù, ma una fides senza Gesù è il progetto dell’anticristo. Bisogna togliere di mezzo Gesù Cristo, che è l’unico Signore, mentre un dio senza nome si può accogliere perché mette d’accordo tutti. San Pietro ci dice che solo in Lui abbiamo la salvezza, che è Lui l’unico redentore del mondo.
Decidiamo oggi di non vergognarci di Lui, di restare con Lui, di rimanere con Lui, anche se tutti gli volteranno la faccia, perché Lui non si vergogna di noi.  


Vangelo     Mc 10,2-16

Il compromesso fatto da Mosè all’inizio è per la durezza dei nostri cuori, dice Gesù. I compromessi non funzionano mai. Perché oggi è così difficile sposarsi nel Signore? Una coppia che si sposa nel Signore, se non prega insieme, diventa solo puro accoppiamento. Se una coppia prega insieme tutti i giorni, non sarà esente da crisi, ma le supererà tutte. Madre Teresa diceva che una coppia, una famiglia che prega insieme, rimane unita. Tante coppie si sposano nel Signore come atee. Se non mettiamo al centro Dio, non abbiamo fatto nessun sacramento, se non preghiamo insieme come coppia, come possiamo pensare di restare insieme?
Alle coppie che devono essere preparate al matrimonio, parliamo di Dio e aiutiamole a capire che, quando si sposano nel Signore, diventano una cosa grande e devono rimanere unite nella preghiera. Una coppia che si inginocchia e prega con il cuore, che ogni sera si chiede perdono e si fa la dichiarazione d’amore, facendo memoria di Dio che li ha messi insieme, non scoppia.
Quando non c’è la grazia di Dio, tutto crolla.
Il brano ci parla anche dei bambini che, al tempo di Gesù, non contavano nulla, ma Egli li prende fra le sue braccia e li benedice: i bambini vanno portati a Gesù.  


Prima Lettura       Gn 2,18-24

Questa Parola va personalizzata: Dio dice ad ognuno di noi: “Non è bene che tu sia solo”. Quando l’uomo è solo? Lo è quando smarrisce e non sente più la presenza del Creatore. La solitudine più tremenda è rimanere con noi stessi senza Dio.
La solitudine non viene guarita dalla compagnia, dall’allegra brigata, essa viene guarita quando nella nostra vita lasciamo abitare Dio nel nostro profondo. Senza Dio che abita in noi la nostra solitudine ci ucciderà, perché diventiamo autoreferenti di noi stessi e ci leggiamo nell’analfabetismo depressivo di una solitudine che ci avvelena. Allora la solitudine diventa insopportabile e non è un bene per l’uomo. Possiamo estendere questo discorso anche alle coppie.
Le coppie scoppiano perché forse non hanno mai avuto Dio che ha abitato il loro cuore. Quando vogliamo costruire la nostra casa senza l’ingegnere che ne può stabilire i progetti, essa rovina miseramente.
La solitudine che c’è in noi può essere anche una beatitudine, quando essa diventa una nostalgia, una sete per riscoprire Dio nel nostro cuore. Santa Faustina Kowalska nel suo diario racconta che alla domanda rivolta a Gesù dove fosse che non ne sentiva la presenza, Egli rispose che, se anche lei non lo percepiva, Egli era sempre con lei. Molte volte è la nostra non percezione di Lui che ci fa pensare che Gesù non sia con noi, Lui è sempre con noi anche quando non lo percepiamo. Ciascuno di noi è stato creato con una grande esigenza d’amore e, quando siamo di Dio, siamo molto esigenti nell’amore e non ci accontentiamo delle mezze misure e delle soluzioni di compromesso. Questa esigenza l’ha messa Dio dentro di noi, perché l’amore è stato creato da Lui. Dio stesso ha fatto fatica a trovare ad Adamo un aiuto che gli corrispondesse. Il Signore plasmò gli uccelli e gli animali ed invitò Adamo a dar loro un nome, che indica una proprietà, infatti  Adamo diede loro un nome, li sentì suoi, ma il suo cuore non era sazio; l’uomo impose un nome a tutto il bestiame, ma per lui non trovò un aiuto che gli corrispondesse.
Quando facciamo accontentare il nostro cuore con le mezze misure, abbiamo svenduto una parte del dna di Dio per noi. Quando l’amore finisce? Quando nella coppia uno fa Adamo e l’altro fa l’animale, cioè quando si considera l’altro inferiore, di proprietà, gli si dà il nome, lo si addomestica, queste coppie non possono vivere. Allora quando Dio comprende che queste cose non bastavano all’uomo, lo fa addormentare, perché l’uomo non può costruirsi la felicità da solo, noi non possiamo costruirci un aiuto che ci sia confacente, e allora Dio addormenta l’uomo, ecco la santa passività che dovremmo avere nei riguardi di Dio. Il sonno è l’abbandono intelligente a Dio per permettergli di mettere le mani su di noi. Dio addormenta Adamo, mette le mani nel suo corpo, gli tira fuori la costola e con quella plasma un aiuto che gli sia confacente. È Dio che ha inventato la seduzione, l’amore, il rapporto, la coppia.
Questa pagina della Genesi non parla di figli, ma dà evidenza alla coppia, è Dio che conduce Eva ad Adamo, è Dio il grande regista dell’amore.
Oggi l’espressione per sempre fa paura a tutti. Una coppia può rimanere per sempre, innanzitutto quando continua a rifarsi al principio originante, che è Dio, perché Egli, per un uomo e una donna che si amano e diventano coppia, non ha pensato ad un progetto come patto, come contratto, ma un uomo e una donna che si amano e che si uniscono sono per Dio due persone che si innamorano perché entrambi prima di tutto tutelano la libertà dell’amato. Infatti la Parola dice: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre si unirà a sua moglie e i due saranno un’unica carne” noi custodiremo la libertà dell’altro quando non saremo emanazione e continuità di una storia genealogica. Quando io amo, la donna o l’uomo della mia vita non sono il prolungamento di una saga familiare. Non sposo una parentela, non assumo pesi e oneri di una genealogia. Quando un uomo e una donna si amano in Dio, iniziano una storia unica, indicibile, ineffabile che terminerà con loro. Non siamo figli delle radici della carne e del sangue, ma siamo sogni di Dio che vuole mettere insieme due persone uguali (carne dalla mia carne, ossa dalle mie ossa) dove la differenza sessuale non è funzionale alla procreazione, ma è l’icona della irripetibilità unica e della libertà unica di due soggetti che diventando uno, carne sola, tutelando però la libertà e l’originalità della parte amata e della parte scelta. L’amore finisce quando diventa una s.p.a familiare, quando si interrompe il dialogo profondo e si parla solo di problemi, di figli, di compravendite, di case, quando tutto viene racchiuso in una cornice di utilità.
Il killer dell’amore è silenzioso, ma crudele ed è l’abitudine; il partner entra a far parte dell’arredamento della casa, non si dialoga più con il partner di cui si era innamorati, allora, quando l’abitudine ha ucciso l’amore, arriva il divisore che convince che non si può vivere senza il sogno, perché noi siamo nati da un sogno (Eva è nata da un sonno di Adamo e ha visibilizzato il desiderio di Adamo). Quando diamo per scontato tutto e rendiamo tutto un’abitudine rassicurante, l’amore non c’è più e allora il divisore ci invita a cercare ancora quell’effervescenza iniziale con storie parallele e clandestine che gratificano il gusto del proibito. Quando la coppia è uccisa nell’amore per l’abitudine, deve ritrovare come coppia l’effervescenza dell’inizio, cioè una coppia va avanti se va indietro, cioè se torna all’origine, al regista, al Creatore della coppia.
Non ci si mette insieme per aiutarsi solamente, non ci si mette insieme perché un domani da vecchi ci si farà compagnia, ma Dio mette insieme un uomo e una donna perché siano entrambi uniti profondamente e caparbiamente difensori della libertà l’uno dell’altro.
L’amore non è una mistura di psicologia, di sociologia e di sentimento, l’amore è una concelebrazione con un celebrante principale che è Dio, fuori da questa concelebrazione la coppia non dura. Quando stacchiamo l’amore dal principio, l’amore non può vivere.


Seconda Lettura      Eb 2,9-11

Il brano della seconda lettura inizia con una frase bellissima: “Per questo Gesù non si vergogna di chiamarci fratelli. Perché Gesù non si vergogna di chiamarci fratelli presso il Padre? Perché egli ha un modo di vederci totalmente suo. La prima riga di questo brano dice: “Quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore”, cioè Gesù non è un dogma, Gesù è uno sguardo, Gesù è un incrocio di occhi. Devo arrivare, per grazia di Dio, a contemplare il volto di Gesù, e la preghiera dovrebbe essere semplicemente questo: guardarlo, guardare il mistero, allenarci a guardare l’invisibile, perché Gesù ha sempre costruito rapporti con lo sguardo. I suoi mille incontri avevano sempre l’incrociarsi degli occhi.
Guardi Gesù? Lo vedi coronato di gloria? Vedi che lui è morto per te? È morto per te non tanto perché volesse fare il masochista dolorista, ma è morto per te perché ha voluto dirti e mostrarti fin dove è arrivato il suo amore, cioè Egli ci ha amato sino in fondo. Solo chi muore per te, ti ama, anche chi muore molte volte nelle sue esigenze e le fa diventare filtro di comprensione unico degli altri, uno muore quando diventa capace di duttilità intelligente nell’incrocio degli occhi con gli altri, invece chi mette dei punti fermi e dei punti invalicabili, vede solo se stesso. Per cui l’esperienza di Gesù è un’esperienza di sguardo, di occhi, di cuore a cuore, come amava dire Newman. Ecco perché Gesù non si vergogna di chiamarci fratelli, non perché in noi trovi dei meriti eccezionali, ma quando ci guarda non ci guarda con lo sguardo riduttivo della valutazione, se usasse questo tipo di sguardo si vergognerebbe di chiamarci fratelli, invece ci guarda con lo sguardo comprensivo dell’amore. Quando uno si sente guardato con lo sguardo onnicomprensivo dell’amore, non si sente più disagiato, stanato e giudicato.
Gesù ci guarda in modo comprensivo e non si vergogna presso il Padre di chiamarci fratelli, perché Lui non ci guarda per cogliere ciò che non c’è. Quante volte invece noi guardiamo gli altri per poter cogliere quello che non c’è o quello che non vorremmo che ci fosse e per avere poi il gusto di un massacro in diretta di un indifeso! Non è forse vero che si capisce le intenzioni di qualcuno da come ci guarda? Non è forse vero che lo sguardo è il ponte d’amore o di opposizione di una relazione? Non è forse vero che uno sguardo intelligente e dolce è la base di ogni relazione anche in confessionale? Non è forse vero che quando uno si rallegra perché ti vede, sei nella gioia perché ti senti atteso? Non è forse vero che quando uno non si abitua a te e non ti utilizza, ma ti ama, provi gioia perché senti il suo amore che supera ogni mera utilizzazione? Gesù ha questo modo di guardarci. E ciò che noi magari chiamiamo mancanze, cose che non ci sono, per Gesù sono solo semi che devono ancora fruttificare. Ecco lo sguardo profondo di Gesù sui semi nascosti nel cuore della gente.
Che bello sapere che Gesù non si vergogna di me e quanto devo imparare da questa relazione di Gesù verso di me, perché nella nostra vita spirituale abbiamo una malattia, pensiamo che la preghiera sia una prestazione da fare alla divinità, invece la preghiera è accorgersi del suo sguardo. Quando ti accorgi del suo sguardo, ti senti amato e Lui, guardandoti, non ti imbarazza perché non si vergogna di te.


Vangelo     Mc 10,2-16

La durezza del cuore degli Ebrei ha spinto Mosè a creare un’eccezione riguardo all’indissolubilità originale del matrimonio: in caso di adulterio un marito poteva mandare via la moglie. Quando l’unità di due persone diventa qualcosa di giuridico, si trova subito la scappatoia e siamo bravissimi a crearci alibi giustificativi per andarcene e per crearci alternative. Noi pensiamo che l’adulterio sia consumato quando un uomo o una donna tradiscono l’altro coniuge in un rapporto sessuale, ma l’adulterio comincia molto prima: una persona è già adultera quando non ha più la testa, il cuore, la presenza nella sua famiglia. Allora si fa adulterio con la testa, con i pensieri, con gli atteggiamenti e l’adulterio è il tirarsi indietro non dalle proprie responsabilità, ma dalla propria necessità di esserci. Gesù non sposa la norma di Mosè e la giustifica per la durezza del cuore degli Ebrei, ma Gesù riporta il disegno all’origine e dice che Dio per un uomo e una donna che si mettono insieme ha un progetto di indissolubilità, di fedeltà e di stabilità.
Quando un uomo o una donna si separano, bisognerebbe chiedersi se Dio li aveva congiunti nel sacramento del matrimonio. Possiamo celebrare il sacramento nell’evento, andiamo in chiesa, ci sposiamo davanti a un prete, facciamo l’evento canonico, avviene in noi qualcosa, ma forse Dio non ha congiunto quell’atto apparentemente sacramentale. Su questo si basa la teoria dell’annullamento, perché anche la madre chiesa, nella sua sapienza intelligente, sa che un matrimonio potrebbe non esserci mai stato. Gesù qui dice: “L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. Allora ci potremmo chiedere se oggi è così automatico che Dio unisca tutto, anche se i referenti non sono consapevoli di questo sogno di Dio. Un matrimonio non è sacramento quando uno dei due esclude nel sacramento i tre beni dello stesso: fedeltà, indissolubilità e fecondità. Dio non è così banale da unire quando mancano le basi per una unità, altrimenti sarebbe un Dio insipiente.
La seconda parte del vangelo introduce il discorso dei bambini e sembrerebbe slegata dalla prima parte, invece potremmo trovare in essa una risposta al fatto che oggi non dura nulla. Forse abbiamo avuto nella nostra vita e abbiamo tuttora discepoli che rimproverano, infatti il brano del vangelo ci dice: “Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono e Gesù al vedere questo si indignò”. Oggi stiamo massacrando i bambini, ma non solo quelli anagrafici, e tante immaturità che poi compaiono al momento di convolare a nozze derivano da bambini irrisolti o negati in cui la terapia del rimprovero ha impedito loro di crescere nell’amore. A queste persone sono mancati, innanzitutto, rapporti di tattilità (“perché li toccasse”), sentirsi toccati dall’amore, avvolti dal calore. Di fronte ai discepoli indignati che creano degli impedimenti e, creandoli, creano degli impediti, Gesù, dopo il rimprovero, dona ai bambini tre cose: li prende fra le braccia (quanto bisogno abbiamo di abbracci!), li benedice, cioè dice loro tutto il bene che c’è in lui e impone le mani su di loro, perché la mente sia sottomessa al sogno di Dio.
Forse oggi mancano proprio queste tre cose e le nostre comunità sono ridotte a discepoli che rimproverano.    
 

Prima Lettura       Gn 2,18-24

La Parola è un affresco che ci descrive, con un linguaggio e un genere letterario propri di questo libro, l’opera creatrice di Dio, come Egli ha creato gli animali e ha dato all’uomo il potere di dare loro un nome. La Parola ci dice che l’uomo non aveva trovato tra queste creature un aiuto che gli corrispondesse e così Dio addormentò l’uomo, gli tolse una delle costole, rinchiuse la carne al suo posto, dalla costola dell’uomo plasmò la donna e la condusse all’uomo.
Per molti questa lettura è naif, per altri è da gettare perché è una favola, per altri ancora è un rudimentale tentativo di descrivere la creazione del mondo, ma la Parola che contempliamo oggi è fortemente feconda perché innanzitutto ci presenta un Dio creatore che non è un Dio costruttore o facitore di cose, ma è un Dio che crea emanando il suo amore infinito, emergente, traboccante e quando Dio dona l’amore da sé verso l’altra dimensione quell’amore diventa creatura, figura, diversità, colore, suono, armonia, creatività, fantasia, bellezza. Perciò la creazione è l’emanazione della gloria di Dio ed è l’incapacità che ha Dio di contenere il suo amore e se stesso e lo vuole donare. Noi siamo creature perché veniamo creati dal suo amore. Proveniamo da un grembo, da una volontà, da un volto, da un cuore divino, non siamo causa di noi stessi, ma siamo causati da colui, Dio, che è causa sui, la causa incausata, e la nostra causa non è un meccanismo biologico o qualcosa di simile, ma la nostra causa di vita è la decisione, la volontà di crearci perché siamo lode della sua gloria.
Dio, dopo gli animali, crea l’uomo e la donna e la Parola ci mostra come l’uomo non trova un aiuto simile tra gli animali, cioè l’uomo prende coscienza di sé, della sua unicità, della sua dignità, della sua preziosità. Ma l’uomo non può costruirsi da solo una relazione e le relazioni costruite unicamente dall’uomo sono relazioni insoddisfacenti, traballanti, relazioni che lasciano l’amaro in bocca. La relazione vera nell’uomo l’ha creata Dio quando egli crea la parità della dignità e la diversità nell’uguaglianza dei ruoli. Allora questa Parola è più urgente che mai perché oggi ciò che è in crisi, ciò che non dura è proprio la relazione interpersonale tra uomini e donne, tra persone e persone. Perché questa relazione interpersonale è così in crisi? Perché abbiamo preteso di costruirci, di crearci, di farci, di strutturarci, ma l’uomo non può pretendere di costruire tutto e di far durare tutto da solo, soprattutto riguardo l’amore, perché l’amore, dice Giovanni, viene da Dio e chi ama è da Dio. Allora quando l’uomo, e in particolare quello di oggi, non vuole Dio (tanto che recentemente una scuola teologica statunitense ha affermato in un libro che la nostra generazione è la prima generazione ad una larga maggioranza ateista, un ateismo professato o inconsapevole o superficiale), quando l’uomo si allontana da Dio o si estranea da lui, e molte volte lo fa perché è un Dio costruito da lui ed è una maschera di Dio, la relazione non va. Allora nel nostro tempo, non siamo più capaci di una relazione armonica, bella, come quella nata in un giardino, in un sogno e in un sonno, il sogno di Dio e il sonno di Adamo. Oggi siamo incapaci di relazionare, di amare, di donare, di far durare il dono d’amore, la fedeltà e la promessa perché la nostra anima è sempre più estranea al linguaggio di Dio, alla tenerezza di Dio perciò pretendiamo di catturare gli altri e di far bastare il nostro finito con un’altra creatura creata da Dio e ferita anche lei d’infinito. Una relazione che si impoverisce nella misura del dono, nell’abitudine del dono, nello scontato di un rapporto, nella stanchezza di un pensiero non può durare perché non è una relazione che viene dal Creatore, ma è la corruzione di un dono che Dio ha lasciato all’uomo.
Mai come oggi l’uomo è solo; siamo tutti alla ricerca di isolarci di difenderci da relazioni con gli altri per il timore che ci possano rubare la gioia. Quando non c’è Dio, quando non si gusta un rapporto con Dio, i frutti che maturano sono molto acerbi: noia, egoismo, paura, distruzione dei rapporti, immaturità, fuga e dolore. La Parola che leggiamo questa domenica ci ha ricordato un sogno: devo tornare all’origine, per essere capace di affrontare e di percorrere il futuro che mi aspetta.


Seconda Lettura      Eb 2,9-11


La lettera agli Ebrei è uno degli scritti del Nuovo Testamento che pone più problemi ed interrogativi. L’unico dato certo è che, nonostante sia stata attribuita per tanti secoli a Paolo, non si tratta di un suo scritto, perché studi esegetici approfonditi hanno dimostrato che non ne rispecchia lo stile e la forma mentis. Anticamente la lettera era stata attribuita a Luca, l’evangelista, a Barnaba, l’apostolo, ad Apollo, discepolo di Paolo, o ancora a Priscilla, Epafra, Sila, ma non c’è concordanza sull’autore, sembra che possa essere il maestro di qualche comunità cristiana di formazione ellenistica, esperto nella tradizione biblica e giudaica e raffinato conoscitore della lingua greca, poiché la lettera propone una rilettura dell’Antico Testamento dal punto di vista sacerdotale, sacrificale e templare.
La composizione oscilla tra il 60 e il 95 d.C. e sembra che i destinatari fossero gli Ebrei di Roma, allontanati dalla città dall’imperatore Claudio e dalla persecuzione di Nerone, come si evincerebbe da un riferimento: “Non avete ancora resistito fino al sangue”. Il luogo di composizione della lettera è fatto coincidere da alcuni con Gerusalemme, da altri con Efeso, Corinto, Roma.
Non si tratta di una lettera vera e propria, ma di un sermone, un’omelia, che dà parole di esortazione in tredici capitoli. Il tema fondamentale è la salvezza di Cristo, presentato come unico vero sommo sacerdote, che supera di gran lunga le istituzioni dell’antica alleanza con il suo sacerdozio, il suo sacrificio, la sua obbedienza e la sua fedeltà.
Questo brano, tratto dal secondo capitolo, mette al centro Gesù e ci fa contemplare il Gesù della pasqua che ha gustato la morte per darci la vita. Dio lo ha reso perfetto per mezzo delle sofferenze e ha condotto molti figli alla gloria per mezzo di lui, infatti colui che santifica e coloro che sono santificati, noi, “provengono tutti dalla stessa origine, per questo non si vergogna di chiamarli fratelli”. Questa Parola ci fa una grande domanda che è quella che dovrebbe rincorrere tutta la nostra esistenza: chi è Gesù per te? È una presenza viva, è un’intimità che gusti, è una comunione nella quale permani, è un volto che cerchi, è un desiderio che desideri, è un amore incandescente che stai cercando? Per molti cristiani Gesù è stato smarrito, per molti cristiani al posto di Gesù si è  messa una disponibilità e un impegno puramente orizzontale, un impegno per l’uomo, per i poveri, non scevro di demagogia e di colorazione politica. Sembra quasi che il cristianesimo oggi abbia perso quella centralità che è propria di Gesù per ridursi ad essere un’associazione o un insieme di associati che fanno qualcosa di bene. Non c’è più nel cuore delle comunità e nei nostri cuori questa esperienza viva di Gesù. Ma se Gesù non è una esperienza, una familiarità, una presenza, un amore, presto diventerà un’idea o un libro. Papa Benedetto XVI nell’udienza di qualche settimana fa, commentando la figura di un santo, ha detto che Dio non si impara in un libro, ma Dio si conosce amandolo.
Dov’è Gesù nella tua vita? Chi è Gesù nella tua vita? Questo Gesù che fu fatto di poco inferiore agli angeli, coronato di gloria e di onore. Dove hai collocato Gesù nella tua vita? perché senza questa presenza viva di Gesù la tua vita diventa oscura e ti fa accontentare di un bene minore a danno del vero bene che è conoscere, rimanere e amare Gesù, il solo bene.     


Vangelo     Mc 10,2-16


Nel vangelo di Marco i farisei domandano a Gesù se è lecito ripudiare la propria moglie e Gesù, a sua volta, domanda loro che cosa ha ordinato Mosè il quale, egli dice, ha permesso loro di scrivere un atto di ripudio per la durezza del loro cuore.
Questa Parola ci fa una domanda: perché fa così paura l’indissolubilità di un amore che diventa sacramento? Perché oggi nessuno o pochissimi scommettono in un amore che deve diventare fedele, stabile? Perché oggi si vuole a tutti i costi credere e far credere che nessun amore e nessun rapporto sono eterni? Ciò accade perché oggi l’uomo ha smarrito il linguaggio del cuore, che non è il linguaggio dell’emotività o del sentimentalismo, ma è un linguaggio profondo che nasce dal cuore (nella bibbia il cuore è la sede in cui l’uomo prende le grandi decisioni). Questo linguaggio del cuore dovrebbe essere un linguaggio che nasce da un amore donato, l’amore di Dio, che diventa, a sua volta, un amore donato, l’amore sponsale, quel canale d’amore tra due creature di Dio, un uomo e una donna, che si trasfondono l’indicibile linguaggio profondo del cuore. Non ci si mette insieme come due intelligenze, due persone, due stipendi, due opportunità perché questo non può durare, ma nella visione e nel pensiero di Gesù ci si può mettere insieme quando si decide di scambiarsi, di vivere e di donarsi l’un l’altra il proprio cuore, quando si diventa veramente una carne sola, un cuore solo e un pensiero solo. Questa unità, che salvaguarda sempre l’originalità di ciascuno, questa unità, conservata e protetta dalla fedeltà e dalla indissolubilità, è la grande prova di un amore. Il linguaggio del cuore è recuperabile solo nel grembo della Parola di Dio, diventa fecondo unicamente nella sapienza che viene dall’alto e nella grazia. Quando questo linguaggio del cuore, che non nasce così all’improvviso ma è frutto dello Spirito alla scuola della Parola, diventa manifesto nella vita di un uomo e di una donna, allora possiamo dire che in quella coppia abbiamo un’icona vivente dell’amore divino per le sue creature. Il linguaggio del cuore, la condivisione del cuore, la strategia del cuore è lì dove i doni di Dio vengono affidati alle nostre mani, alla nostra creatività, alla nostra libertà e al nostro sogno. L’alleanza dei cuori è il sogno di Dio per l’uomo del nostro tempo che non sa donare il cuore, ma sa donare cose oppure altre dimensioni che finiscono, non durano e si sciolgono nella fragilità e nell’assenza.     
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