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04 agosto 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 04 agosto 2019
XVIII Domenica Tempo Ordinario Anno C

Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio!


Prima Lettura                Qo 1,2;2,21-23

Il libro del Qoelet fa parte dei libri sapienziali, in cui lo scrittore, avendo conosciuto la vita e le sue delusioni, ha saputo relativizzare le conquiste umane e andare al sodo del cuore di ognuno. Questo libro inizia con quella frase così famosa e solenne e così vera e impietosa: “Vanità delle vanità, tutto è vanità”. Ma che cos’è la vanità? Tante volte crediamo che la vanità sia quella caratteristica che contraddistingue le persone piene di superbia sempre alla ricerca di successo e di realizzazione, ma la vanità più profonda non è questa. La vanità di cui ci parla il Qoelet è l’inconsistenza di tante scelte e di tanti investimenti della nostra vita, è quel soffio inconsistente che non possiamo nemmeno palpare e vedere, perché scompare, che caratterizza molte storie dei nostri tempi. La vanità è l’investire totalmente nell’uomo, in se stessi, nei propri desideri, nei propri progetti, nelle proprie fatiche come se Dio non ci fosse, come se Lui fosse scomparso dall’orizzonte dell’uomo.
La vanità è l’esasperazione per il lavoro, per la costruzione con le nostre mani di realizzazioni che passeremo agli altri, la vanità è anche l’assolutizzazione del cuore, dei sentimenti, degli istinti, la vanità è la paura della maturità di un dono e di una stabilità, di una continuità e di una serenità. La vanità è veramente il risultato di una vita e di una persona analfabeta della parola e analfabeta di Dio, di una persona che ha fa fatto delle sue conquiste e dei suoi modi di vedere e di essere dio. Questa parola del Qoelet vorrebbe farci riflettere, cosa molto difficile per l’uomo del nostro tempo che ha trovato la corsa come antidoto alla riflessione e la dissipazione in mille cose come alibi per non rientrare in se stesso, eppure mai come oggi ciascuno di noi ha bisogno di questa interiorità, di questa profondità, di questo stare con se stesso in Dio. Oggi la forma più alta di vanità è la disaffezione per la profondità della nostra persona, la vanità di oggi è l’abbandono dell’anima e di ciò che essa si porta dentro, la vanità del nostro tempo è l’accontentarsi della frenesia e della corsa delle cose che addormentano e spengono il desiderio di profondo, di vero, di autentico. La vanità sta mietendo vittime nei rapporti interpersonali, nelle coppie, nei consacrati, nelle famiglie, nella scuola, nella gente in genere, gente affannata, massacrata e sconquassata dalla fatica, gente che ha fatto della propria vita solamente una corsa e una fatica immane di autorealizzazione, eppure questa parola ha ancora l’audacia e il coraggio di calarsi in mezzo a noi per ridarci la gioia e la verità di Dio, per guarirci dallo sfiancamento di essere cammelli e muli che portano sul loro dorso e sulle loro gobbe il peso di una vita impossibile e asfissiante prodotta da noi, perché quando Dio è assente dal nostro orizzonte noi costruiamo solamente fatica e pianto.  
 

Seconda lettura             Col 3,1-5.9-11

L’apostolo Paolo ai Colossesi  ci invita a guardare lassù a Cristo, seduto alla destra di Dio, alle cose di lassù, alla libertà di Dio. L’apostolo ci invita a morire a tutta quella appartenenza e a quelle cose che producono morte, l’apostolo ci invita a rivestire l’uomo nuovo e a svestire il vecchio. Potremmo domandarci se queste parole dell’apostolo sono per noi o sono parole antiche rivolte solo ai Colossesi ? Questa parola che cosa dice ad ognuno di noi? Innanzitutto ci chiede dove stiamo guardando, dove stiamo andando e chi stiamo aspettando. La parola oggi ci chiede se stiamo morendo o siamo morti nell’impurità, nell’immoralità, nella passione, nei desideri cattivi, nella cupidigia, nell’idolatria. La parola ci chiede se la nostra relazione e la nostra parola sono menzogna o verità trasparente e questo non lo fa per denunciare atteggiamenti morali in se stessi, ma  perché tutto quello che l’apostolo denuncia nella comunità dei Colossesi è proprio il segno che a monte c’è un’anima morta che è stata uccisa da questi atteggiamenti e da queste scelte dettate molte volte dalla superficialità e dalla frettolosità del nostro esistere. In questa parola l’apostolo ci esorta a  riprenderci Cristo, che è tutto in tutti, a riprenderci Gesù, a ritornare ad abitare con Gesù, a ritornare a cercare le cose di lassù perché non sono una fuga dal presente, ma sono le stelle luminose che ci indicano il cammino di quaggiù. Senza la speranza e la certezza che c’è un lassù abitato, la nostra vita diventa solamente una sopravvivenza a se stessi,  un dolore senza guarigione.     


Vangelo        Lc 12,13-21

L’evangelista Luca ci presenta Gesù che si rifiuta di fare da giudice e da mediatore su una questione di eredità tra due fratelli. Luca, con una pennellata, ci mostra come l’egoismo e l’avidità delle cose accompagnino in ogni tempo la vita dell’uomo. Gesù racconta la parabola di un uomo che si riteneva ormai a posto perché aveva raccolto tutto quello che poteva raccogliere in maniera abbondante, aveva allargato i magazzini e i granai, tutto ciò che aveva raccolto e che era suo era al sicuro e poteva garantirgli per molti anni divertimento, gioia e libertà. Invece Gesù dice che a quell’uomo, che si era autoprogettato e si era autoilluso di una sicurezza delle cose, quella notte stessa sarebbe stata richiesta la vita.
Dio non è un guastafeste che viene a rubarci la gioia che abbiamo guadagnato nella nostra vita, ma Dio è quella porta di libertà che ci impedisce di soffocare e di farci bastare le cose. Le cose non possono saziare l’anima, non possono riempire il cuore e quando le cose, noi stessi, le nostre attese, i nostri progetti, anche spirituali, diventano tutto, allora quelle cose sono diventate il nostro dio e per loro costruiamo magazzini e per loro strutturiamo ricettacoli di difesa, pensando che quelle cose ci possano dare la vita. Anche oggi molti vivono delle loro conquiste, delle loro paure, delle loro apparenti gioie, dei loro progetti, delle loro vacanze e pensano che tutto sia sicurezza, pace, libertà e gioia, e Dio, pur rispettando la libertà di scelta di ognuno, dissente da questo modo di scegliere.
Questa parabola di Luca, che ci mette in guardia contro la cupidigia, l’egoismo e la sicurezza delle cose, è una parola senza sconti di Gesù in un tempo come il nostro in cui la crisi economica ha messo in luce solamente che alcune cose sono diventate carenti e si spera in un ritorno di floridezza e di ricchezza come ai bei tempi. Sono pochi coloro che in questa crisi economica hanno forse letto una grazia e un messaggio di Dio per cercare veramente la vita e per costruire la vita su quello che non passa, per costruire la vita accumulando tesori per Dio.   
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