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04 aprile 2021 Pasqua di Resurrezione

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Commento spirituale della Parola di Domenica 04 Aprile 2021

Pasqua di Risurrezione


Prima Lettura      At 10,34a.37-43


“In quei giorni Pietro prese la parola”, prendere la parola per Gesù è una grazia che viene dallo Spirito, perché si può raccontare Gesù solo se lo Spirito ci ha reso intimi, innamorati di Lui. Raccontare Gesù alla gente dei nostri paesi, che si stanno sempre più scristianizzando, non è raccontare una legge, una norma, una filosofia, una morale, una modalità, una bontà. Gesù deve essere raccontato, ma possiamo fare ciò se innanzitutto Lui è una presenza per noi, se ci ha rubato il cuore e la vita. Quando abbiamo Gesù dentro, non occorre che siamo teologi, perché trasmettiamo una gioia, una luce ed una pace di cui non ci rendiamo conto.
Gli Apostoli, davanti a questa città ostile, hanno cominciato a raccontare Gesù e in quel momento è cominciata tutta l’avventura della chiesa. Gesù è una semplicità intelligente e profonda d’amore, mentre noi molte volte l’abbiamo soffocato con le nostre speculazioni teologiche, pastorali. Oggi, infatti, siamo tentati di dare alla gente delle attività organizzate da noi, invece dobbiamo tornare a raccontare Gesù da innamorati, perché quando raccontiamo Gesù siamo certi che lui è passato, ci ha beneficato, risanato e ci ha liberato dal potere del diavolo. Allora, innanzitutto dobbiamo sentire noi questo passaggio quotidiano di Gesù, questo bene che ci fa Gesù, questo risanamento che ci fa Gesù e ciò avviene perché, quando lo Spirito santo ci innamora di Lui, fa emergere improvvisamente in noi la nostra persona spirituale. Dice Teresa d’Avila che, quando non siamo dentro l’amore di Gesù, la nostra coscienza è avvolta da spine e da rovi e non la raggiungiamo, quando, invece, entriamo nell’amore, quelle spine cadono e la coscienza ci viene incontro, ma non più come entità che giudica, ma come colei che ci racconta l’amore di Gesù. Quando siamo dentro l’amore di Gesù, non facciamo più una predica, ma raccontiamo agli altri una storia d’amore che stiamo vivendo. Tutto parte dall’amore e tutto si concluderà con l’amore. A questo proposito santa Teresa di Lisieaux diceva che la via dell’amore è la più grande vocazione che un’anima possa avere.
Ai miei familiari che cosa potrei dare in questa Pasqua? Essi non hanno bisogno di prediche, di riti, di modalità; stanno chiedendomi amore e, solo se abbiamo Gesù dentro, daremo un amore che non è nostro, un amore che dura, che risana e che benefica. Dentro il cuore di ognuno c’è il nemico, non quello che fa rumore, ma quello che vuole rovinare la nostra identità, ciò che siamo per Gesù e ci vuole ributtare nel respiro corto di ciò che vediamo, di ciò che sentiamo e di ciò che capiamo. Il nemico è la ragione eretta a Dio, il nemico dal quale Gesù ci vuole liberare è la nostra auto percezione e non la percezione di grazia che abbiamo per grazia del suo amore.
Se siamo innamorati di Gesù, stiamo con Lui, perché l’amore ha una priorità: rimanere, se non c’è questo, tutto ciò che facciamo rimarrà senza storia, non toccheremo la profondità del cuore, perché usiamo del nostro e non del Suo.
Quanto spazio diamo allo Spirito santo? La piccola araba, Maria di Gesù Crocifisso, che in maggio verrà proclamata santa, diceva che tutto in lei era opera dello Spirito santo.
Gesù cerca innamorati, il resto non lo vuole, non gli serve. Se saremo innamorati, se staremo con Lui, potremo prendere la parola, raccontare la sua storia e molti ci seguiranno.
      

Seconda Lettura    Col 3,1-4


La festa di Pasqua ha un carisma tutto particolare: dovrebbe far nascere in noi un mistico. Questa seconda lettura è la Parola della vita mistica: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù”. Oggi abbiamo tabuizzato il lassù, la trascendenza. L’immanenza, l’orizzontalità, l’umano hanno “fatto fuori” la trascendenza. Quando non cerchiamo più il lassù, ci immergiamo nel quaggiù, ma il quaggiù orizzontale non ci salverà. Lo Spirito vuole fare di noi dei mistici, ma che cos’è un mistico? Non è un uomo o una donna fuori di testa, ma uomini e donne piantati bene per terra, ma che sentono tutta l’insufficienza del quaggiù. Il mistico vive continuamente una lacerazione tra il lassù, dove c’è una presenza, Cristo, e il quaggiù, dove c’è una pesantezza senza Cristo. Il mistico è assetato di percepire e di ascoltare i passi, la presenza e il respiro del suo Dio.
Quando non abbiamo più il lassù, ci illudiamo di essere di Gesù, invece siamo degli involucri di cose orizzontali, operative, immediate, gratificanti, rumorose e illusoriamente belle, questa è la tipologia del cristiano medio di oggi, ma senza il lassù tutto crolla. Senza il lassù, direbbe papa Francesco, la chiesa è una O.N.G.
Il lassù ci renderà capaci di aiutare la terra, ma senza il lassù saremo antropologi che aiutano l’uomo a metà, perché non ne toccano l’anima.
Il mistico è l’uomo, la donna che sente dentro di sé una nostalgia, un’attrazione, una tensione, è colui che non può far affogare le sue giornate nelle cose, altrimenti la vita diventa senza senso.
I mistici sono la grazia della Pasqua, sono i grandi benefattori dell’umanità.
Se siamo risorti con Cristo, cerchiamo le cose di lassù dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio.
Il Signore non vuole che facciamo beneficienza, è troppo poco, vuole che portiamo Lui e Lui è lassù.  
Vangelo      Gv 20,1-9
Nella passione di Marco tutto inizia con una donna che cosparge Gesù di nardo  e termina con Maria Maddalena che rimane per vedere dove viene posto. Il dopo passione comincia ancora da una donna: Maria maddalena. La Maddalena nella chiesa è l’innamorata, la battistrada, perciò nella chiesa è l’anima innamorata che muove la struttura. Pietro e Giovanni erano rassegnati che Gesù fosse morto perché non leggevano la Parola con l’amore di una donna, con l’amore di un’anima innamorata. Maria Maddalena è l’icona dell’anima innamorata che precede l’aurora e, mentre è ancora buio, va da sola. Le anime innamorata di Gesù non formano un gruppo, non fanno comunità, sono sempre più avanti: vanno a cercare Gesù, là dove è stato deposto.
Maria Maddalena va, corre, chiama, perché è l’anima innamorata che muove tutto. Gesù ce l’ha detto chiaramente: non sono i vescovi  o il papa che muovono la chiesa, sono le anime innamorate. Le anime innamorate non sono capite, sono emarginate, sono prese per folli, però solo le anime innamorate a Pasqua ricevono da Gesù un grande dono: vengono chiamate per nome e, quando Gesù chiama per nome, è una conferma che gli appartieni. L’anima innamorata è l’anima che lo cerca con il profumo dell’amore, è lei che va a chiamare coloro che si erano rassegnati che tutto fosse finito. Anche oggi c’è questa rassegnazione, infatti Papa Benedetto nell’enciclica “Spe Salvi” scrive che siamo rassegnati che il cristianesimo non avrà più nulla da dire, ma se il cristianesimo dovesse finire si aprirebbe il regno di qualcosa di tremendo. Il cristianesimo non finisce se ci sono anime innamorate. Quali sono le caratteristiche della anime innamorate? Esse sono sole, senza appoggi, ascoltano il cuore, non il buon senso, non hanno paura del buio, ma soprattutto vogliono arrivare per prime all’amore, non per una gara, ma per essere coloro che vanno a dire ai rassegnati: “Lui è vivo”.
Pasqua ci dona questa grazia: essere anime innamorate.    


Prima Lettura      At 10,34a.37-43

Gli Atti degli Apostoli, il libro del tempo pasquale, narra la vicenda del Vangelo, che nasce a Gerusalemme e arriverà a Roma. In questa Parola c’è una grande sfida e una grande luce per noi. Chi può prendere la parola in nome di Dio? Chi ha vissuto insieme a Dio, chi è stato testimone, chi ha fatto esperienza di lui, chi ha condiviso con lui la vita, le sue prove e tutto ciò che essa ci ha dato per mezzo di Gesù. Quando uno non ha vissuto e non vive con Dio, può parlare, perché Dio gli lascia il dono della voce, ma Paolo direbbe che il suo parlare è un cembalo che risuona e un timpano che tintinna. Mai come oggi i cristiani parlano tanto, ma mai come oggi dicono poco o niente perché per parlare di Dio, bisogna prima di tutto essere follemente innamorati di lui e questa è la grazia delle grazie.
Pietro, parlando a Gerusalemme, finalmente non fa teologia, ma racconta una storia, la storia dell’amore di Dio. Egli contestualizza la missione di Gesù, colloca l’entrata di Gesù nella vita pubblica dall’evento del Giordano, e dice che questo Gesù, figlio di Dio, consacrato dallo Spirito, ripieno di potenza, ha fatto due cose: ha beneficato e ha risanato, perché è passato.
Se ogni giorno non ci lasciamo trapassare da Gesù, se Gesù non passa in noi, facciamo degli atti di devozione, atti di fede, ma non accogliamo un atto d’amore perché, quando Gesù passa nella nostra vita, vuole beneficare e risanare tutti noi che siamo sotto il potere del diavolo. Non si tratta del diavolo degli esorcismi, ma è la nostra mente. Ecco il vero diavolo, colui che separa testa e cuore, fede e vita, Parola e quotidianità, è colui che divinizza la nostra mente per schiacciarci il cuore. È colui che vuole renderci uomini e donne mentali, razionali, logici, non uomini e donne innamorati. Il diavolo è quello che, facendoci divinizzare la mente, ci regala certezze della mente incerte, scrupoli, sensi di colpa che sono la nostra malattia e il nostro impedimento per fare esperienza di Dio. Il diavolo è colui che inchioda Gesù ad una istituzione per rendere antipatica l’istituzione che l’ha inchiodato e quindi rendere antipatico Gesù. Gesù è venuto prima della chiesa e resterà anche dopo di essa, perché la chiesa di quaggiù, dice il Concilio Vaticano II, fa parte della scena del mondo presente.
Gesù passa individualmente su ciascuno di noi, perché ci ha detto san Pietro che Gesù non è apparso a tutto il popolo, ma è apparso ad alcuni prescelti da lui, perché ciascuno di noi è prescelto da lui, non siamo massa. Solamente chi è prescelto, perché amato di un amore unico, può parlare ed annunciare la storia di Dio. Se ci sentiamo amati fortemente da Dio per quello che siamo e amiamo Dio, compiamo il più grande esorcismo su di noi da soli: quando amiamo Dio e lo amiamo nello Spirito non pensiamo più a quello che siamo, ma vediamo subito quello che Lui è, e quello che lui è consacra e guarisce quello che siamo. Il diavolo invece ci inchioda a quello che siamo. Infatti il diavolo, dopo aver ingannato Adamo ed Eva, li ha lasciati vergognosi, nudi e nascosti, li ha inchiodati a quello che erano.
Le vie per arrivare a Dio sono diverse, misteriose, tante, arcane perché Dio non è uno che deve rispondere ad un’assemblea del popolo, Dio non è democratico, ma è sovranamente libero, è un dittatore d’amore.
Quando non siamo innamorati, facciamo pagine gialle della moralità e dell’informazione e le nostre comunità spesso sono fredde e vuote perché sono preoccupate dell’orario ferroviario e non di innamorare di Gesù.
Mangiare e bere con Gesù dopo la sua risurrezione, è fare l’esperienza eucaristica con Gesù: i testimoni nascono dall’Eucaristia. Quante aggressioni riceve l’Eucaristia! Siamo preoccupati di confezionare il vaso con il nastro e la carta colorata, come il fiorista, dimenticando che il dono non va incartato, ma va adorato e contemplato nel mistero. Quando mangiamo e beviamo in sua presenza possiamo parlare perché l’Eucaristia è il virus di Dio dell’amore. Quando mangiamo e beviamo l’eucaristia, Dio ci ammala di amore per lui.

Seconda Lettura    Col 3,1-4

La Parola che Paolo rivolge alla comunità dei Colossesi è viva e tocca ciascuno di noi, perché descrive tra le righe un grande evento, quello fondante e fondamentale per la nostra vita di cristiani: il Battesimo.
L'apostolo parla degli obiettivi del Battesimo, che ci conferisce un'identità di rinati con Cristo, della finalità di un battezzato, che deve cercare le cose di lassù, della pienezza di una ricerca, che permette di trovare Cristo assiso alla destra di Dio, cioè uguale al Padre, di una nuova mentalità, rivolta "alle cose di lassù non a quelle della terra".
Il Battesimo è esperienza di morte e di vita, infatti ha fatto morire di noi ciò che è sensibile, umano visibile, indagabile, in quanto dopo il Battesimo non siamo più una entità biologica, ma un mistero e un dono di Dio. Dopo il Battesimo siamo morti e nascosti con Cristo in Dio: un cristiano che non vive una vita interiore, un nascondimento spirituale con Cristo in Dio, è un povero cristiano. Quando non abbiamo una vita interiore d’amore, siamo persone buoniste, che possono dare delle cose buone, ma che hanno perso il loro specifico. Se siamo morti, nascosti e risorti con Cristo, dobbiamo vivere e parlare di cielo. Spesso, invece, poiché il diavolo attraverso la mente ci ha inchiodati all’equilibrio di discorsi razionali, abbiamo paura di fare discorsi di cielo, parliamo e ci comportiamo come i pagani, perché non siamo radicati e non dimoriamo in questo nascondimento e in questa risurrezione. Invece la Parola ci esorta a rivolgere il pensiero alle cose di lassù e non a quelle della terra. Oggi il mondo ha bisogno di cielo, di Dio.
Divo Barsotti ha detto che il cristianesimo del presente e del futuro o sarà un cristianesimo monachizzato o non sarà cristianesimo. I cristiani devono essere monaci nel mondo, cioè caricati, innamorati, avvinti da una priorità, quella di Dio. Questo è il pensiero anche di Benedetto XVI.
Il mondo di oggi, avendo smarrito il cielo, cerca il divino senza Cristo, e qui ci sta tutto: new age, yoga, reiki, filosofie orientali, sciamani, costellazioni.
Si parla del cielo quando si ha Dio nel cuore, quando si è morti a se stessi, quando si è nascosti nell’amore e risorti nella grazia. Morire a se stessi significa non esaminarsi nell’immediato sintomatico della mente, che è la casa del diavolo, non facendola diventare filtro e interpretazione della nostra vita. La mente senza grazia è una grande disgrazia. Morire a se stessi vuol dire superare il sintomo immediato e le valutazioni carnali che diamo a noi stessi, ma restare docili allo stupore della grazia. Il diavolo fa vivere in noi l’uomo carnale che non può captare le carezze della grazia di Dio. L’uomo celeste è l’uomo della grazia, non della realizzazione di un’opera. Credere alla grazia è l’atto di fede più grande che si può fare.    


Vangelo      Gv 20,1-9

Il Vangelo di Giovanni ci presenta l'impreparazione della Chiesa primitiva all'evento della risurrezione. Sebbene Gesù l'avesse già profetizzato e preannunciato parecchie volte, questa Chiesa si dimostra incapace di leggere tale evento. Maddalena, una grande innamorata di Gesù, è rassegnata e va al cimitero a sistemare la tomba. Facciamo presto a rassegnarci. Maddalena non pensava che Gesù risorgesse, era un’idea talmente estranea ai dodici e alle donne che non vi erano preparati. Il diavolo ha un altro dono per noi: il fatalismo, egli ci fa credere che Dio non opera nessun miracolo perché non può cambiare le sorti della vita.
La Parola ci presenta una comunità già divisa: Maria Maddalena va da sola al sepolcro, gli altri sono chiusi nel cenacolo perché pensano che il cimitero sia l’ultima casa di Gesù, infatti, come dice Giovanni, non avevano ancora compreso (preso con loro) la Scrittura che egli doveva risorgere dai morti. Quando la Parola non è dentro di noi, non dimora in noi, non ci affascina, quando la bellezza di Dio non è più in noi, ci riduciamo a fare le onoranze funebri di Dio.
Quanti cristiani non sono convincenti perché hanno messo Gesù al cimitero e si arrabattano con le opere buone! Quanti cristiani sono freddi, rassegnati e, non avendo più la Parola di Dio nel cuore, si atteggiamo ad essere persone attente, moderne, aperte e sensibili perché al posto della Parola hanno collocato il giornale e l’opinione umana. Questo non porta nessun tipo di frutto e non può cambiare il cuore dell’uomo perché si lascia Dio al cimitero. Invece Gesù è vivo, più vivo che mai. Gesù è vivo in noi se lo lasciamo vivere in noi. Una persona che non vive nella grazia di Dio, che non è dentro l’amore di Dio è una persona che ha lasciato Gesù al cimitero e che si arrangia facendo qualcosa di buono perché ha smarrito il Bene, il sommo Bene, l’unico Bene.
Gesù ci ha fatto capire di farla finita con le onoranze funebri, perché è un Dio vivo. Lasciamo Dio al cimitero quando lo abbiamo ridotto ad un’opinione, quando ne facciamo una discussione, quando ne proponiamo una lezione, ma quando non lo mostriamo vivo dentro di noi.
Se Dio è vivo dentro di noi siamo persone inaffidabili per gli uomini, ma affidabili per Dio. Quando Dio è vivo in noi non possiamo far altro che inquietare la maggioranza di becchini che formano il mondo. Quando Gesù non è vivo in noi possiamo dare solo sepolcri, fasce, bende, ma quando è vivo dentro di noi diventiamo un segno talmente forte che facciamo paura alla gente, perché abbiamo perso la misura, l’equilibrio e il senno, siamo dentro ad un ardore, ad un amore che disturba molto i becchini.
La pasqua è il grande terremoto di Dio, non temiamo se crollano i monti, se si scuote la terra con le sue basi, l’unica certezza è Gesù.    
 

Prima Lettura      At 10,34a.37-43

Gli Atti degli Apostoli, il libro del tempo pasquale, narra la vicenda del Vangelo, che nasce a Gerusalemme e arriverà a Roma. Il brano di questa Domenica ci rivela che per essere testimoni non è necessario solo essere cristici, come leggeremo nella seconda Lettura, ma occorre essere anche itineranti e percorrere con il proprio Signore tutta la geografia della salvezza. Un testimone, come lo è Pietro in questo brano, quando prende la parola, non testimonia un'idea, una dottrina, un'ideologia, ma testimonia innanzitutto una geografia di Dio. Infatti Cristo stesso è stato itinerante e Pietro sostiene che le cose di cui è testimone sono avvenute in Giudea, cominciando dalla Galilea. Perciò non possiamo essere testimoni se non percorriamo anche noi una geografia  del Signore, cioè se non siamo capaci di seguire tutta la potenza itinerante di Cristo. Pietro afferma ancora: "E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme", cioè siamo testimoni di atti e di eventi cristici solo alla condizione che la nostra vita, la nostra storia siano state calpestate da Cristo, solamente se nella nostra vita è passato Gesù di Nazaret e, passando, ci ha beneficati, risanati, liberati. Un testimone, che non è stato toccato dall'evento Cristo, diventa un testimone di idee, di parole, di una dottrina, ma niente di più, perché la sua vita non ha avuto l'ebbrezza del passaggio. Se non siamo beneficati e risanati, non possiamo essere itineranti, non possiamo vivere la geografia di Dio e diventiamo solamente informatori che danno notizie su una religiosità o su una archeologia biblica o evangelica. Ecco perché Gesù Cristo, dopo la sua risurrezione, non è apparso a tutti, lo dice chiaramente la Parola, perché Gesù Cristo non è fenomeno di popolo, ma il popolo deve essere raggiunto dai testimoni prescelti da Dio, che sono coloro nella cui vita Lui è passato, che sono stati beneficati, risanati, resi discepoli, al punto tale che Pietro dice: "Noi abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti".
Giovanni, nella sua prima lettera, definisce testimoni coloro che hanno udito, veduto, contemplato, toccato.
Gesù Cristo ha bisogno di testimoni beneficati, risanati, itineranti che hanno mangiato e bevuto con lui, ha bisogno di gente che ha avuto un'intimità fortissima con Lui, perché il popolo sarà salvato solo da questi testimoni. San Luigi Maria de Montfort, parlando dei nuovi evangelizzatori, dice che, dove passeranno, bruceranno. Bonhoeffer, un pastore protestante fondatore della Chiesa Confessante, deportato ed ucciso in un campo di concentramento, perché aveva osato sfidare Hitler, rivelando le malefatte del terzo reich, scriveva che, se si vuole testimoniare Cristo, non si può restare fuori dalla mischia.
Oggi il malessere della Chiesa è che si cerca continuamente di tappare le falle con funzionari, ma i funzionari spesso non sono testimoni.


Seconda Lettura    Col 3,1-4

La Parola che Paolo rivolge alla comunità dei Colossesi è viva e tocca ciascuno di noi, perché descrive tra le righe un grande evento, quello fondante e fondamentale per la nostra vita di cristiani: il Battesimo.
L'apostolo parla degli obiettivi del Battesimo, che ci conferisce un'identità di rinati con Cristo, della finalità di un battezzato, che deve cercare le cose di lassù, della pienezza di una ricerca, che permette di trovare Cristo assiso alla destra di Dio, cioè uguale al Padre, di una nuova mentalità, rivolta "alle cose di lassù non a quelle della terra".
Il giorno del Battesimo, evento di Dio e dello Spirito, in noi è avvenuto qualcosa di grande: siamo stati inseriti in un evento che ci ha portato un frutto di vita, che si svela con una morte:"Voi infatti siete morti". Nella Chiesa primitiva questa morte veniva simboleggiata dall'immersione totale del battezzato adulto per tre volte. A questo proposito, un padre della Chiesa dice che, quando il battezzato viene immerso nell'acqua e muore, vedrà immergersi con lui le schiere del demonio che vorrebbero inseguirlo e distruggerlo. Da questa morte nasce una nuova vita per il battezzato: "la nostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio". Questa frase misteriosa e profonda significa che la vita di un battezzato, di un discepolo del Signore, non è una vita fenomenologica, biologica, un'esistenza fatta di cronaca e di avvenimenti, ma, in forza dell'evento battesimale, è diventata un seme che viene collocato e nascosto nella terra di Cristo per diventare gloria di Dio. Allora la Parola ci vorrebbe domandare dove abbiamo collocato la nostra vita, se essa è scandita da pure tappe umane oppure se è cristica, cioè celata, nascosta in Cristo.
È innegabile che oggi esiste ben poca differenza tra un battezzato e un non battezzato, perché noi cristiani abbiamo perso il gusto della testimonianza, dell'essere sale, cerchiamo di fare popolo, di mescolarci con la maggioranza, dimenticando che la vita di un cristiano dovrebbe essere una vita teologale, nascosta e cristica. Se la nostra esistenza è nascosta, perché immersa in un mistero più grande di noi, Cristo, ci potremmo domandare che tipo di valutazione diamo alla nostra storia. Se il Signore ci chiedesse di leggere la nostra vita, dove la troveremmo collocata? Sarebbe una vita esposta in vetrina o nascosta come seme nel mistero di Cristo? Se la nostra vita è cristica e, in forza della Pasqua del Signore dovrebbe esserlo, allora essa conosce tutti i passaggi di Cristo. Perciò se la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio, i trent'anni trascorsi da Cristo a Nazaret nell'anonimato completo, nel nascondimento totale, danno valore anche ai giorni apparentemente uguali che la nostra vita snocciola nel suo percorso, anch'essa  potrebbe conosce un travaglio di radicamento, potrebbe essere stata inseguita da Erodi o da re e tiranni e anche noi forse avremmo dovuto fare l'esperienza di un esilio, per poi ritornare ancora nella terra dei padri per continuare a vivere, allora anche la nostra vita potrebbe conoscere un'ora particolare nella quale dalle ombre di un anonimato di provincia, è sbocciata in una testimonianza, in un apostolato.
Se la nostra vita è veramente cristica ci dobbiamo chiedere che prezzo finora abbiamo pagato e vogliamo pagare perché essa resti assorbita nel mistero di Cristo oppure, al contrario, quanti sconti abbiamo fatto alla nostra coscienza, perché la nostra vita non sia cristica, ma sia ragionavolmente umana, accettata ed applaudita dalla maggioranza. In questo consiste la differenza tra un battezzato e un non battezzato: se la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio, sarà perfettamente cristica quando non temerà di essere una vita che provoca anche divisione per la verità, ricerca profonda, incomprensione, gioia, croce e risurrezione. Solamente se la nostra vita sarà cristica potrà essere una vita che, nella manifestazione finale del Cristo, avrà la pienezza di una cristicità manifestata nell'ombra del chiaroscuro umano. Il cristiano che si radica nell'evento cristico è una persona che nasce da un evento di grazia, il Battesimo, e tiene viva nella sua vita e in quella degli altri l'inquietudine per Dio. Allora non sarà più una persona ininfluente, ma sarà capace di inquietare i rapporti che intesse, l'ambiente e il paese in cui vive, perché non si siederà in una vita scontata, ma scommetterà e ripartirà sempre da una vita segnata dalla potenza di Cristo.
È comprensibile, allora, il motivo per cui questa lettura venga proposta a Pasqua, festa battesimale per eccellenza. La Pasqua è la notte che ci interpella e ci domanda come stiamo con la nostra identità profonda, con il nostro evento battesimale, con la nostra voglia di non essere una vita che si scioglie nello scorrere dei giorni. Ridurre la fede ad una pura etica, non più all'incontro con Gesù Cristo, evento fondante che dovrebbe rapire il cuore, è il primo grande nemico della fede stessa e la fa scadere in ciò che non è: un'ideologia, una dottrina, un insieme di cose da fare. Una Chiesa che smarrisce il suo senso battesimale profondo è una Chiesa che si accontenta di fare delle buone opere, delle belle iniziative, ma che non incide più, mentre la gente sta morendo per una concezione falsa della vita e avrebbe un estremo bisogno di aiuto per recuperarne il significato profondo.


Vangelo      Gv 20,1-9

Il Vangelo di Giovanni ci presenta l'impreparazione della Chiesa primitiva all'evento della risurrezione. Sebbene Gesù l'avesse già profetizzato e preannunciato parecchie volte, questa Chiesa si dimostra incapace di leggere tale evento. La Chiesa di Pasqua è una chiesa spaventata, che, simboleggiata da Maria Maddalena, si reca di buon mattino al sepolcro, mentre è ancora buio, ma poiché non è ancora stata toccata dalla potenza del Maestro, vede solamente ciò che appare ai suoi occhi. La donna si reca di corsa da Simon Pietro e dall'altro discepolo, Giovanni, e narra una notizia di cronaca: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!". Come è difficile, anche per chi si ritiene addetto ai lavori o intimo di Dio, scoprirne gli eventi e vederne l'operato, perché prevale sempre la dimensione umana che vuol fare annegare l'agire di Dio nella nostra vita. Maria Maddalena non vede la potenza di Dio, pur avendone scorto i segni. A loro volta, i due apostoli si chinano, guardano le prove e finalmente Giovanni "vide e credette". Perché non sono stati capaci di vedere subito il passaggio di Dio, l'evento di Dio? La Parola dà una risposta impietosa: essi non avevano ancora compreso la Scrittura.
Se non comprendiamo la Parola, se non le apriamo il cuore, non vedremo mai gli eventi di Dio, ma vedremo solamente eventi del caso. Siamo soliti rileggere gli eventi di Dio in maniera riduttiva perché non abbiamo nel cuore la Parola, per cui non possiamo nemmeno comprendere Dio.
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