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04 novembre 2018

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 04 Novembre 2018
Domenica XXXI Tempo ordinario


Prima Lettura      Dt 6,2-6


In questa lettura c’è una perla della spiritualità dell’israelita: lo shemah, ascolta Israele. Anche oggi gli Ebrei osservanti lo pregano più volte al giorno.
Questa Parola di Dio ci sconvolge perché notiamo che i comandamenti del Signore non sono delle norme, ma sono innanzitutto un atteggiamento spirituale perché il primo comandamento è l’ascolto. “Ascolta Israele”, senza questo comandamento dell’ascolto non è possibile una relazione con Dio. Ecco perché il peccato originale potrebbe essere definito il peccato del non ascolto: Adamo ed Eva non hanno ascoltato ciò che Dio diceva loro. Dovremmo saper ascoltare profondamente Dio, invece sappiamo usufruire dei servizi su Dio, sappiamo sentire, un sentire che cavalca la sensibilità, l’emotività, l’immediatezza e questo sentire è legato all’immaturità del nostro tempo. L’ascolto non è sentire, l’ascolto è diventare grembi aperti al sussurro di Dio, grembi aperti al passo di Dio, allo sconvolgimento di Dio su di noi.
L’ascolto è il primo comandamento in quanto è indispensabile perché preserva la nostra vita da un’autoidolatria che si centra sull’autosentire, il nostro sentire. Oggi sta molto bene il soggettivismo, il relativismo, il secolarismo, che nascono da questa autocentratura di un nostro sentire. Quante volte qualcuno dice: “Vado in chiesa quando me la sento”. Il nemico vuole rendere la fede una pura sensorialità sensibile, non un avvenimento misterioso di un ascolto invisibile. Il serpente ha vinto i progenitori perché li ha attaccati nella sensorialità sensibile, nel sentire immediato: “Mangia e vedrai”, Dio invece non ci abitua alla sensorialità, ma alla libertà. Ecco perché oggi, mancando questo ascolto, le nostre comunità sono prive di questa spiritualità dell’ascolto. Assistiamo al dramma delle fratture generazionali, mentre infatti la Parola parla di una trasmissione della fede nelle generazioni, negli ultimi trenta-quarant’anni è sempre più difficile trasmettere la fede perché sono stati esasperati nella fede il sociologismo, il moralismo e l’impegno che hanno mangiato lo stupore dell’incontro. La chiesa non è una società che sforna buoni cittadini, dovrebbe generare, invece, credenti contemplativi, stupendamente stupiti di Dio. Quando una comunità non è più una comunità di ascolto, fa fatica a costruire la continuità della generazione e allora le generazioni seguenti non entrano nel modo di essere di quelle precedenti perché esse non trasmettono un ascolto di Dio, ma delle coordinate sociologiche. La fede si trasmette secondo il criterio biblico, di generazione in generazione, oggi questo non avviene perché non c’è più la signoria della Parola. La “Dei Verbum” del Concilio Vaticano II inizia così: “La chiesa in religioso ascolto della Parola di Dio”, invece oggi la chiesa è eternamente ad un tavolo di trattative sui principi etici. La chiesa deve avere la forza della Parola, altrimenti non affascina più la gente, perché si riduce ad una agenzia di benpensanti.
La chiesa è nata dalla Parola e “La fede nasce dall’ascolto” dice Paolo. Il primo comandamento, allora, è l’ascolto e, quando non c’è questo comandamento al centro della nostra vita, la comunità diventa una comunità frenetica di cose e non esercita il ministero dell’ascolto che si sposa con quello della consolazione.
Ascoltare è veramente lavare i piedi ai fratelli. L’ascolto comporta due aspetti: l’ascolto di Dio e l’ascolto degli altri e in mezzo l’ascolto di se stessi. Oggi siamo inascoltati perché violiamo il primo comandamento che è l’ascolto.
La fede vera è mettersi in ascolto di Dio.    


Seconda lettura      Eb 7,23-28

Questo sommo sacerdote, che è Gesù, è veramente il sommo sacerdote che ci occorreva: è santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori, elevato sopra i cieli che non ha bisogno ogni giorno, come gli altri sommi sacerdoti, di offrire sacrifici prima per i propri peccati e poi per quelli degli altri. Questo sacerdozio è il sacerdozio spirituale di Cristo ed è il sacerdozio che salva non per un rito, ma per un accostamento. Noi gusteremo l’esperienza della salvezza, l’amore di Dio, entreremo nella sacerdotalità di Cristo non per un atto religioso ma per un accostamento ed una esperienza.
La messa e i sacramenti sono il banco di prova della nostra sacerdotalità battesimale. Il presbitero in una assemblea è presente in persona Christi per tutelare in quella assemblea la sacerdotalità battesimale. Questo sommo sacerdote, che è Gesù, ha sconvolto il mondo con un solo atto celebrativo; l’autore, infatti, ci tiene a ricordare, una volta per sempre, invece i meccanismi della religione moltiplicano i rituali. La Parola di Dio ci sconvolge perché ci mostra che la celebrazione di Gesù è una esperienza per cui alla luce di questa Parola dobbiamo passare da una ritualità celebrativa ad una esperienza di amore. La liturgia del sacerdote Gesù non è una liturgia templare, ma è una liturgia esistenziale dove accostandoci, entrando, dimorando in questo sommo sacerdote, che è Gesù, abbiamo la conferma piena di un amore che non passa, di un’arte divina che è signora della nostra vita, perché Gesù ha compiuto una volta per sempre la sua offerta d’amore. La ritualità eucaristica non è la moltiplicazione della messa del Calvario, ma è l’unica messa del Calvario di Gesù ripresentata e riofferta e moltiplicata nella ritualità per raggiungere le persone sulla faccia della terra. Il sacrificio d’amore è solo e sempre uno, Gesù non è un sacerdote religioso, ma è un sacerdote d’amore. Oggi la liturgia cattolica non gode di buona salute perché c’è una prevalenza rituale, religiosa e morale a danno di una esperienza. Finché la gente non gusta in questo mistero d’amore un’esperienza d’amore, saremo fermi ancora alla ritualità templare di Gerusalemme e allora questi riti, questi meccanismi, queste celebrazioni, per molti cristiani diventano facoltative. La messa non è un rito, la messa è un evento. O la liturgia ci tira dentro nel fascino di un’esperienza celebrata oppure restiamo sempre sulla porta a subire una ritualità religiosa.
Gesù è il grande celebrante di Dio e la messa nostra è la messa sua, dobbiamo entrare in questo evento. Oggi mancano molto i mistagoghi, cioè i celebranti che iniziano al mistero. Ogni celebrazione è un’iniziazione al mistero. La somma sacerdotalità di Gesù non è una ritualità, ma una presenza d’amore. E questa presenza è quella che ci concede grazia: perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui, cioè di Gesù, si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore. Questo Cristo, se ci accostiamo, può salvarci perfettamente, ma dobbiamo entrare in questo mistero. Allora attraverso la celebrazione e la sacerdotalità di Gesù noi facciamo esperienza di Dio.
Stiamo vivendo i momenti di fede come se Dio non ci fosse. La messa non è da costruire, da preparare, non è una torta da infarcire per renderla più appetibile, la messa è l’evento travolgente dell’amore, anzi più nuda essa è, più è evento, più diventa scuola materna meno diventa evento di salvezza. Se noi veramente credessimo a quello che avviene nella messa, usciremmo inquieti, perché ancora una volta Dio si dona.


Vangelo     Mc 12,28-34

Nel vangelo abbiamo una realizzazione di quello di cui abbiamo parlato nella seconda lettura. Si accostò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Dobbiamo notare la delicatezza di Gesù che a costui, il quale pone una domanda meritocratica numerologica (bisogna ricordare che i precetti della Torah si erano moltiplicati), adeguandosi al richiedente, non lascia cadere la questione. Perché la gente non fa più domande interessanti a noi cristiani? Perché ci fa solo domande informative o attraverso le domande vuole solo polemizzare? Gesù risponde in maniera rivoluzionaria perché riduce i 613 precetti della Torah a due. Gesù cita lo shemah, perché si rivolgeva ad un giudeo, e poi parla anche dell’amore del prossimo.
La gente oggi ha parecchie domande da fare, ma è scoraggiata perché sente che di fronte a sé non ha dei cristiani che sappiano veramente rispondere innanzitutto con la dinamica propria di uomini e donne della Parola. La Parola, infatti genera un amore che si manifesta in tre aspetti: cuore, mente e forza. Oggi la gente pensa che i cristiani siano uomini dimezzati: abbiamo cristiani tutta mente, biblico mentali che portano argomentazioni, ma non convincono, abbiamo uomini tutto cuore, che sono emotivi, biblico-emotivi, e uomini tutta forza, uomini biblico operativi, invece un discepolo della Parola sa unire i tre aspetti nella sua persona, perché nulla di noi è estraneo a Dio e tutto di noi viene toccato dalla Parola di Dio. Allora per rispondere alle domande che qualcuno ci fa occorre essere situati in questa dinamica, essere dentro a questo fascino della Parola. Dobbiamo soprattutto capire più che la domanda colui che la pone, perché nessuno fa domande a caso, la domanda che ci viene posta svela sempre qualcosa del richiedente. Allora bisogna avere questa sapienza spirituale, a un uomo mentale bisogna mettere un po’ di cuore, e ad un uomo tutto cuore, un po’ di mente, cioè rispettare colui che pone la domanda nel profondo perché ogni domanda merita una risposta. Questa è la dinamica di evangelizzazione di oggi. Non si può banalizzare la domanda. La domanda nasconde il sigillo di un cuore, una domanda nasconde il fremito di una mente, di una persona.
Marco dice che Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio”. Gesù apprezza, incoraggia, benedice, accoglie anche la vicinanza e l’itineranza verso una pienezza non ancora posseduta. Quell’uomo non era ancora entrato nel regno di Dio, ma non era lontano, invece noi pensiamo che se uno non è completamente di qua, nel tempio, è sicuramente di là. Allora occorre essere vicini anche a coloro che stanno arrivando, senza pretendere da costoro una maturità piena di un’appartenenza. Il non essere lontano dal regno di Dio, è già essere in Dio.
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