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04 ottobre 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 04 Ottobre 2020
XXVII Domenica del Tempo Ordinario. Anno A


Prima Lettura         Is 5, 1-7


La Parola, tratta dal primo Isaia, è fortemente allegorica e trae spunto dal canto che i vignaioli  del tempo del profeta intonavano andando a lavorare nella vigna.
Isaia scrive questa Parola per gli abitanti del suo tempo, ingrati verso il Signore, chiusi alla sua alleanza, ma essa contiene un insegnamento anche per noi.
La vigna simboleggia la chiesa, l’anima, e, in senso più largo, l’umanità. Secondo la Parola la nostra anima dovrebbe essere quella vigna che produce l’uva del vino nuovo dello Spirito, ma la nostra anima e la stessa chiesa, sono legate alla libertà di scelta; la differenza sta nell’uso della propria libertà. La volontà usata bene diventa risposta d’amore alla sollecitudine di Dio, che in questa Parola ci viene presentato come un Dio agricoltore, un Dio attento, tenero e sollecito.
La Parola ci dice che ognuno di noi non è abbandonato dall’azione misteriosa, reale, efficace e feconda di Dio: ciascuna anima è coltivata da Lui, è curata da Lui e il frutto della presenza di Dio nell’anima è la produzione dell’uva buona, invece l’anima che non comprende le sollecitudini di Dio produce la frutta acerba del peccato e della ribellione. Gli Ebrei a Gesù diedero da bere l’aceto perché avevano svuotato dell’amore l’alleanza di Mosè e l’alleanza dei profeti e Gesù bevve fino in fondo l’aceto dell’amarezza di un popolo che aveva smarrito l’amore di Dio.
Questa Parola, innanzitutto, vuole aiutare la nostra anima ad essere attenta e disponibile alle cure di Dio per lei. Noi siamo di Dio, apparteniamo a Lui, siamo sua proprietà, sua gloria e suo tesoro, quando, invece, smarriamo questa certezza di appartenenza, arrivano nella nostra vita i mercenari a sfruttare e a rovinare la nostra anima. Il disagio che si avverte oggi in Europa e nel mondo è determinato dall’aver smarrito profondamente di chi siamo. Mai come oggi le anime sono messe in svendita dal nemico al miglior offerente e poi il nemico ride della vendita, del prezzo e della fine.
Infatti il nemico ci vende all’immediato ingannatore perché non siamo uomini e donne interiori e quindi non capiamo le cure di Dio per noi. Dio deve dissodare, deve sgombrare dai sassi, deve piantare, deve costruire una torre e anche un tino, la torre per sorvegliare la vigna, il tino per raccogliere il vino.
“Egli aspettò che producesse uva, essa invece produsse acini acerbi”, Dio sa aspettare l’ora della nostra maturità. Perché produciamo acini acerbi? Ciò accade perché contristiamo lo Spirito santo, è Lui che permette all’uva spirituale di essere dolce, perché lo Spirito è la dolcezza di Dio. Lo contristiamo volendo fare e pensando di fare tutto quello che le nostre forze ci permettono, allora non resta altro che l’acerbo di chi rifiuta l’azione di Dio in se stesso. Per questo Dio si domanda che cosa debba fare per la sua vigna che non abbia già fatto e oggi lo Spirito chiede ad ognuno di noi: che cosa devo fare per te, anima mia?
Spesso la difficoltà sta nel fatto che la nostra anima, per vari motivi e per un genere di vita abbastanza “feroce”, non è capace di gustare e di sintonizzarsi nelle gioie di Dio; le nostre anime sono sempre più estranee ai doni di Dio e Paolo ci dice che ciò avviene perché in noi convivono la persona animale e quella spirituale e per la persona animale le cose dello Spirito sono una follia, perché le può interpretare solo attraverso lo Spirito.
Se vogliamo che la nostra anima sia di Dio, dobbiamo fermamente dare a Dio il nostro silenzio, il nostro fermarci, il nostro tempo, la nostra nostalgia, il nostro desiderio, perché, se non c’è questo, non possiamo comprendere quello che Dio sta facendo per noi. Quando diciamo che siamo peccatori, molte volte esprimiamo una rabbia inconsulta che è dentro di noi perché vediamo che non riusciamo con le nostre forze ad essere quello che vorremmo essere da soli. Questa è l’estraneità alla vita di Dio. Più siamo intimi di Dio, meno paura abbiamo del peccato, perché vediamo che il suo amore è un torrente di fuoco in piena che incendia tutto; più ci avviciniamo a Lui, più abbiamo paura di offenderlo perché siamo dentro il suo amore; più siamo lontani da Lui  più il peccato diventa solamente l’infrazione di una norma, non di una comunione, di una intimità, di una unità. Oggi la Parola ci dice che Dio ha in mano la nostra anima e la sta curando, consolando, guarendo, la sta portando dove Lui vuole. O l’anima sta in braccio a Dio o diventa disperatamente preda dell’antidio. Stare in braccio a Dio (“Signore, non si inorgoglisce il mio cuore...) è abbandonarsi totalmente all’amore di Dio. Per questo abbandono non c’è metodica, perché è grazia pura che Dio dà alle anime che davanti a Lui sanno fare il silenzio, sanno stupirsi dell’amore, sanno raccogliersi nella preghiera contemplativa, la preghiera unitiva, la preghiera del cuore.
Un’attività frenetica, anche pastorale, è un veleno ci allontana da Dio. Gesù oggi supplica di avere adoratori, di avere persone intime del suo amore, e se non lo facciamo, è la Parola stessa che ci avverte di quanto accadrà: “Ora voglio farvi conoscere ciò che voglio fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe, diventerà pascolo, demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata, lo renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni e alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia”. Un’anima, quando non è più di Dio, non è più sotto la pioggia della Sua Parola e diventa un’anima calpestata, demolita e abbandonata, è la tragedia che vediamo oggi delle anime.
Oggi c’è un’eresia sottile nelle nostre comunità: si sta attenti ai bisogni del soggetto psicologico, si organizzano le cosucce per gli utenti, ma c’è un alfabetismo completo delle anime e la prova ne è l’abbandono del sacramento della confessione e l’inesistenza dei padri spirituali. Per fortuna Dio ci sta raccogliendo tutti e attraverso una sua misteriosa presenza ed azione non ci abbandona.
Il salmo responsoriale è terribile nel descrivere gli effetti dell’anima che è staccata dall’amore di Dio. Quando l’anima è staccata da Dio, produce l’uva acerba e l’uva acerba porta la tristezza e la solitudine perché l’anima senza Dio non può avere né la gioia né la vita né la speranza né il futuro.
San Benedetto diceva ai suoi monaci: “Non anteponete nulla a Cristo”: Dio aspetta da noi l’amore e l’amore per Lui si manifesta nella preghiera, nell’adorazione e, dopo queste due esperienze, nella carità teologale portata alle anime, non nella beneficenza, ma nel donare l’amore di Dio ai fratelli.


Seconda Lettura         Fil 4, 6-9


In questo brano Paolo, per due volte, ripete un concetto: “la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti; Il Dio della pace sarà con voi”. Questa è l’esperienza viva di Dio, di cui ci parlava anche la prima lettura. È un’esperienza che si fa nella preghiera e Paolo ne presenta di tre tipi: rituale, di domanda di ringraziamento. Il frutto della preghiera è la pace di Dio. Quando siamo lontani dalla comunione con Dio, comincia un terribile meccanismo: ci angustiamo, ci agitiamo, ci impauriamo. Il frutto della preghiera è l’avere il Dio della pace con noi. Quello che è più interessante è che la pace di Dio supera ogni intelligenza, è incatturabile, ineffabile, indescrivibile.
Perché nelle nostre assemblee quando ci scambiamo la pace non accade nulla e spesso usciamo tali e quali a come siamo entrati? Perché ci scambiamo una cordialità umana e confondiamo la pace di Cristo con i sentimenti umani. La pace di Dio è la manifestazione dello Spirito in noi che supera ogni intelligenza. Quando nella nostra preghiera non abbiamo questa pace di Dio, il nostro cuore non è custodito e il cuore incustodito va soggetto a furti e a caos e diventa la nostra condanna, allora, infatti, i nostri sentimenti, i nostri affetti, i nostri trasporti sono senza fecondità e senza vita. Quando non c’è Dio, tutto si riduce all’umano ed è frutto dell’umano.
I mistici dicono che, quando si entra nella preghiera, Dio ci manda una quiete, un amore, un sentimento, un’esperienza di pace che può capire solo chi ne ha fatto esperienza.
Un dono particolare dello Spirito nella preghiera è questa pace che è il percepire un amore che ci ama infinitamente. Paolo ci dice che quando si fa esperienza di questa pace di Dio tutto quello che è nobile, vero, giusto, amabile, onorato quello che è virtù e ciò che merita lode questo deve essere oggetto dei nostri pensieri; non si tratta di un elenco di atteggiamenti morali, è l’elenco di Dio, è fare esperienza di Dio.  
Quando si fa esperienza della pace di Dio, tutto diventa relativo. Paolo esorta i Filippesi a mettere in pratica tutte le cose che hanno imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in lui, perché egli ha fatto esperienza di questa pace. Se incontreremo nella nostra vita un uomo o una donna di Dio saremo veramente dei privilegiati della grazia, perché ordinariamente Dio si serve di una persona spirituale che entra nella nostra vita per operare i suoi miracoli. Abbiamo bisogno di queste esperienze.   
Consegniamo tutte le nostre angustie a Dio, perché l’essere angustiati significa che la pace di Dio che sorpassa ogni intelligenza non è dentro di noi.
La nostra angustia è un atto di ateismo che facciamo verso Dio perché pensiamo di essere da soli nella situazione, nella circostanza che stiamo vivendo. Lui ci ama, ci difende, lotta per noi.


Vangelo       Mt 21, 33-43


Dio non è un diritto acquisito, ma è una grazia; i doni di Dio non sono diritti acquisiti, ma sono grazie. L’imitazione di Cristo dice: “Ho visto cadere i cedri del Libano”, quando pensiamo di avere dei diritti acquisiti su Dio, Egli ci toglie tutto, mentre quando sappiamo convivere da buoni peccatori con i doni di Dio, allora Egli continua a darceli, perché non siamo noi che li produciamo, ma li riceviamo.
Matteo si rivolge ai capi ebrei che hanno lapidato i profeti e hanno ucciso Gesù. Dio se ne è andato  lontano. La storia, ancora una volta si ripete.
Quando nella Messa diciamo: “Nell’attesa della tua venuta”, stiamo veramente attendendo Gesù? Forse ci sta bene che sia lontano. Eppure Gesù verrà, quando non lo sappiamo, ma verrà. Che cosa fa male a noi e alla chiesa? Pensare che il padrone lontano ci abbia resi padroni di una cosa non nostra e quando si fa da padroni nelle cose non nostre si commette una violenza nei confronti del donatore, il padrone che ce le ha affidate, e si comincia anche a percuotere e a violentare quelli che devono ricevere i doni di Dio che invece vengono fatti sentire come conquiste nostre e benevolenze nostre. Quando uno si impadronisce delle cose di Dio, Dio gli dà l’illusione di usare delle sue cose, ma quando Dio si ritrae, anche le sue cose non sono più sue, sebbene in apparenza restino sue. Ecco perché papa Benedetto ha condannato l’autosufficienza di tante teorie, la superbia di tante idee, e ha sottolineato che tante volte celebriamo noi stessi come se Lui non ci fosse. Dio sta lontano...
Da umili ricevitori di un mandato e di una responsabilità siamo diventati faccendieri della sua opera, ma i faccendieri non cambiano il cuore, non danno la vita. Dio, allora, manda i profeti e tutti i profeti fanno una brutta fine, non ce n’è uno che se ne salvi, perché vengono tutti uccisi o nel cuore o nel corpo o nell’anima, perché pagano il prezzo dell’amore.
È venuto il Figlio e anche Lui è stato ucciso, allora Gesù dice agli Ebrei che a loro sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a uno che ne produca i frutti. Questo popolo sono i popoli della terra che hanno ricevuto il regno portato da Gesù nel vangelo.
Gesù non ci dà alcun tipo di polizza assicurativa: il suo regno, la sua voce, la sua luce, la sua presenza sono solo un dono; appena se ne diventa padroni, se ne fa un’abitudine o se ne fa un servizio strutturato, Dio non c’è più, lasciando nell’illusione di servirlo e di amarlo.  
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