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05 Aprile "Le Palme" 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 05 aprile 2020
Domenica delle Palme Anno A







Prima lettura         Is 50, 4-7


Oggi leggiamo uno dei canti del servo sofferente. Si tratta di un personaggio che storicamente rimane misterioso, alcuni dicono che sia un profeta, altri lo stesso Isaia, gli esegeti colgono un’eco di Geremia, qualcun altro sostiene che sia il re d’Israele o il popolo. In una rilettura cristiana appare chiara l’allusione a Gesù, ai suoi patimenti, alle sue sofferenze, alla sua passione e al suo amore per ciascuno di noi.
Innanzitutto questa Parola mette in evidenza l’identità viva di un servo del mistero grande di Dio e della sua Parola, ricordandoci che siamo servi, cioè intimi di Dio, perché siamo completamente rigenerati ed arricchiti dalla sua grazia. Il primo dono che Dio fa al suo servo è “una lingua da iniziati”. I riti di iniziazione sono riti attraverso i quali in certi etnie, tribù o gruppi religiosi avviene un passaggio di valore o un avvenimento divino. La lingua da iniziati di cuoi parla Isaia è il dono spirituale che lo Spirito fa a chi si apre a Lui e che potremmo racchiudere nel dono della sapienza, della scienza, dell’intelletto. Gesù stesso disse: “Non preoccupatevi di che cosa dovrete dire perché io vi darò lingua e sapienza di fronte alla quale i vostri nemici non  potranno prevalere”, perciò il primo dono dello Spirito in un servo di Dio è il dono della lingua spirituale, cioè il dono di saper parlare come Dio, nella potenza di Dio, nella sapienza di Dio, nella luce di Dio, la lingua di chi è iniziato al mistero della Parola. Senza questo dono, un servo di Dio non è un mandato, perché questo dono non è per noi, ma è perché sappiamo “indirizzare allo sfiduciato una parola”. Secondo Isaia lo sfiduciato è colui che ha smarrito la Parola e il linguaggio di Dio, cioè il  mistero e la chiave per penetrare nella profondità di Dio. Negli Atti degli Apostoli si racconta di un funzionario della regina Candace che, di ritorno da Gerusalemme, sta leggendo nel rotolo della legge proprio questo brano e gli viene mandato da Dio il diacono Filippo affinché gliene spieghi il significato. Alla domanda del diacono che gli chiede se capisce quello che sta leggendo, l’uomo risponde che non può capirlo se nessuno glielo spiega, allora Filippo gli svela tutto il significato di questa Parola e l’uomo chiede di poter essere battezzato in una pozza d’acqua lì vicino.
La lingua da iniziati non è solamente una competenza biblica, ma è un modo di raggiungere la gente sfiduciata di oggi con la tenerezza, la potenza, la sapienza e la profondità di Dio. San Paolo dice: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Dio di ogni consolazione il quale ci consola da ogni genere di tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni tribolazione”, oggi gli sfiduciati della vita sono le persone che sono estranee al mistero profondo della Parola che è aiuto e guida al mistero profondo di Dio.
Oggi il cattolicesimo sta vivendo una brutta stagione perché ci sono troppi cattolici che non sanno indirizzare allo sfiduciato una parola in quanto non si preoccupano di coltivare in loro la lingua da iniziati. Esistono credenti che dicono le stesse cose degli altri, che parlano un linguaggio laico; mancano persone graziate che hanno ricevuto da Dio la lingua da iniziati e che possono portare fiducia e fede agli sfiduciati. Oggi, infatti, il problema è far correre il messaggio, renderlo interessante, rendere scottante ed attraente questa Parola di Dio.
La lingua da iniziati si ottiene mediante una vita di preghiera, di umiltà, di familiarità con la Parola di Dio, ma si ottiene anche restando veramente uniti a Dio nel suo dono. La Parola aggiunge  anche che non basta ricevere una lingua da iniziati, non basta essere testimoni per lo sfiduciato, c’è una terza grazia: “Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come gli iniziati. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro.”. I due doni che Dio vuol fare ad ogni credente sono la lingua e l’orecchio, perché la fede nasce dall’ascolto. L’orecchio spirituale è quella docilità, quella disponibilità, quella mitezza ad ascoltare profondamente Dio nel nostro profondo. La vera preghiera dovrebbe nascere da un profondo ascolto di Dio in noi, affinando l’udito profondo a quei sussurri d’amore che Lui ci rivolge, non da un ascolto di noi stessi, perché ascoltando noi stessi potremmo ascoltare il nostro dio, non il Dio che c’è in noi. Allora l’orecchio spirituale serve per ascoltare Dio che parla in noi, che parla a noi, che parla per noi, perché Lui è dentro di noi. Purtroppo molte volte non avvertiamo questi sussurri d’amore perché non abbiamo un orecchio spirituale e soprattutto perché non ci lasciamo lavorare dalla grazia, non abbiamo quella passività di cui parla la Parola: “Io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”.
Nella seconda parte della Parola Isaia parla della conseguenza logica di questa opera di Dio: la persecuzione, l’ostilità, l’aggressione, il rifiuto del mondo, cioè di coloro che rifiutano la signoria di Dio. Il nostro tempo è ammalato di una gravissima malattia: il relativismo, cioè l’incapacità di reggere la verità di Dio, che viene annacquata, dimezzata o ignorata da un generico buonismo disponibilista. Ad una verità che schiaccia e pesa si preferisce il compromesso. Oggi siamo esasperatamente attenti e rispettosi della differenza altrui da dimenticare la nostra identità, ma questo atteggiamento non nasce dal vangelo di Cristo, egli, infatti, non ha dato come metodo d’azione il dialogo: “Se in una città non vi accoglieranno, scuotete la polvere e andatevene, però in verità vi dico che Sodoma e Gomorra avranno un trattamento più favorevole di quella città”. Un altro esempio ci è fornito dal vangelo di Giovanni che ci propone in questi giorni la diatriba tra Gesù e i farisei: Gesù non ha ricavato nulla da questo dialogo, Egli va sulla croce ed essi rimangono nei loro peccati. Gesù ha proposto, promesso, donato una verità, quella di Dio, ma oggi proviamo timore di dire che umilmente possediamo la verità che non è nostra, ma è di Dio, quasi ci vergogniamo nel dire che noi abbiamo la tutela, la custodia e la gioia di possedere la verità che Dio ha dato.
Il servo sofferente viene perseguitato perché portatore della verità, di una verità che l’uomo rigetta, che il mondo non vuole, ma è l’unica verità che salva e che rende liberi. Per questo il servo della Parola riceve le flagellazioni, gli schiaffi, gli sputi, gli scherni, il mondo, infatti, vorrebbe ridicolizzare e fermare il frutto della Parola che si manifesta in una persona diversa.
Isaia dice: “Rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso”, la faccia di pietra è la nostra vita, la nostra persona che, formate dalla roccia della Parola, diventano pietra contro la quale i nemici si sfracellano. Nel libro dell’Esodo leggiamo: “Ricordate da quale cava siete stati estratti” e Matteo : “è come colui che costruisce la casa sulla roccia, caddero le piogge vennero i venti ma quella casa non crollò”, la faccia di pietra è la faccia di chi non acconsente e di chi non è facilmente disponibile al compromesso. Isaia parla di faccia di pietra, Geremia di fronte di bronzo, cioè i cristiani devono avere una sicurezza interiore della loro verità tale che nulla li può turbare.
Una persona che sposa la grazia di Dio e ne riceve i tre doni diventa il vessillo profetico di Dio ed obbliga il mondo a scegliere, ad accettare o a rifiutare la verità. I cristiani che non hanno questa tempra non danno mai l’occasione di scegliere, di pensare e nemmeno di diventare contrari. È più terribile la persecuzione della freddezza che la persecuzione della lotta diretta, perché la freddezza vuol dire che il sale è andato a male da tanto tempo. Questa Parola parla dell’azione di Dio nella nostra anima per plasmarci servi, uomini e donne della Parola, per avere questa valenza profetica alla quale è legato un prezzo: la fedeltà nella persecuzione.


Seconda lettura    Fil. 2,6-11

Leggiamo oggi il famoso inno cristologico tratto dalla lettera di Paolo ai Filippesi. Si tratta di un frammento di una piccola forma di credo cristologico, forse cantato dalle prime comunità cristiane durante le celebrazioni del culto del Signore nelle case private, da cui Paolo ha dedotto lo sviluppo dottrinale del caso. In questo cantico notiamo due movimenti di Cristo: quello discendente, quando Cristo si incarna (“Non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio”), spoglia se stesso, assume la condizione umana e muore sulla croce, e quello ascendente: “Per questo Dio gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome”.
In questa seconda lettura contempliamo l’uomo della Parola per eccellenza, cioè Gesù. Egli è un’icona di fedeltà e di concretezza nel diventare uomini e donne afferrati da Dio e dalla sua Parola, un’icona inquietante ed esigente che guida la nostra vita perché anch’essa è fatta di un discendere e di un ascendere ed ha come centro la croce. Allora la vita di Gesù diventa il paradigma della nostra vita: anche noi siamo discesi nella nostra storia, nell’ambito della nostra vita, abbiamo dovuto come Cristo spogliarci, annientarci, però anche noi, se saremo fedeli, avremo la ricompensa e la gloria.
Anche la nostra vita è fatta di un discendere e di un ascendere ed ha come centro la croce, Gesù, infatti, dice: “Chi vuol essere mio discepolo prenda la sua croce e mi segua”. Certamente questa frase è stata composta dopo la pasqua di Gesù, quando la croce assumerà un valore salvifico, prima era il patibolum infame. Perciò questa Parola ci mostra Gesù che, diventando la Parola viva di Dio, sperimenterà la discesa, l’umiliazione, la croce, la morte, la risurrezione e la glorificazione, ma vuole aiutarci a capire un’altra cosa: che cosa vuol dire prendere la propria croce? Qual è la nostra croce? La croce non sono le molteplici scarogne che uno ha nella vita, la croce che Gesù ci dà non è altro che una volontà d’amore di Gesù che vuole renderci compartecipi di quello che manca alla sua passione, la nostra partecipazione al mistero glorioso della croce. La croce personale che ciascuno ha è una, comune a tutti, ma diversa per tutti: noi stessi siamo la nostra croce quando non siamo capaci di pazientare, di tollerare e di accogliere con serenità i nostri numerosi lavori in corso, il nostro non essere fatti completamente, il nostro non essere completamente avvinti dalla grazia. La nostra croce è quell’insieme degli aspetti della nostra vita che non ci soddisfano, che non amiamo, che non accogliamo; la nostra croce è la nostra vita in itinere, la nostra vita che sta compiendo il suo cammino, il suo pellegrinaggio sostenuta dalla potenza della croce di Cristo.
La nostra vera croce è non accettare con serenità i tanti limiti che ci ricordano che noi non siamo campioni insuperabili, ma siamo creature amate, salvate, completate, graziate, riempite da Dio. La nostra croce è vivere con serenità la nostra creaturalità. Oggi le persone che non vivono con serenità la loro creaturalità sono stanche, insoddisfatte, vorrebbero la completezza, la perfezione, invece si scoprono, giorno dopo giorno, deboli, non completi, in attesa del completamento.
La nostra croce è vivere con intelligenza la nostalgia di pienezza, di realizzazione e di appartenenza. La nostra croce più profonda è anche la nostra disistima spirituale, la nostra stanchezza di sopportarci così come siamo quando vediamo affiorare in noi i limiti, le ferite, le incapacità. È proprio questa mostra croce, unita alla croce salvifica di Gesù, che diventa la manifestazione più forte della nostra vita e della nostra vittoria.
La lettura ci suggerisce anche che il nome di Gesù dovrebbe essere veramente la parola con la quale preghiamo. Paolo ci dice che nel nome di Gesù si piega ogni ginocchio in cielo, alludendo alla preghiera di lode degli angeli, in terra, alludendo alla preghiera di adorazione e di fede della chiesa pellegrina, e sotto terra, alludendo alla paura che ha l’inferno della signoria di Gesù, la paura che ha il regno del male della potenza di questo nome. Perciò la Parola ci invita ad usare la potenza e l’efficacia di questo nome nella nostra vita, a cristificare la nostra vita, le nostre vicende, le nostra angosce, il nostro lavoro. Il nome di Gesù è la preghiera più potente presso il Padre, infatti Gesù dirà: “Finora non avete chiesto nulla nel mio nome, chiedetelo e riceverete tutto”.
Allora questa seconda lettura completa la prima: la prima ci mostra l’idealità di un servo di Dio, la seconda l’operatività e la pienezza del primo servo di Dio, che è stato il figlio Gesù. Contemplando questa Parola possiamo avere la forza di vivere con serenità spirituale la nostra croce, il nostro essere creature, il nostro lasciarci aiutare, graziare, accogliere e benedire dalla potenza di Gesù.        


Seconda lettura    Fil. 2,6-11

Paolo ci descrive questa meravigliosa kenosis di Gesù: si è umiliato, ha assunto la condizione di servo, ha svuotato se stesso. Paolo ci parla dell’evento della croce, ma anche oggi Gesù si annienta, si umilia fino in fondo, perchè oggi chiunque può dire di no a Gesù e non capita niente.
Gesù si nasconde nella povertà della nostra comunità, nella sciatteria e nella frettolosità dei sacramenti della nostra comunità, Gesù si annienta nel povero annuncio della sua parola fatto da un ministro inadeguato, Gesù si nasconde nella tribolazione di tante persone che non vengono più raccolte nella loro verità, ma che vengono commiserate nella loro povertà. Gesù si annienta in noi stessi, c’è un Gesù nascosto, c’è un Gesù dentro di noi che non abbiamo mai scoperto perché confondiamo la sua presenza come un impiccio ed è il Gesù che si annienta, si umilia e si nasconde nelle nostre ferite, nei nostri limiti, nelle nostre sconfitte, nelle nostre ombre, nelle nostre povertà.
Dovremmo scoprire l’annientamento e l’umiliazione di Gesù dentro di noi, mentre noi siamo portati a mal sopportare le nostre ferite interiori, le nostre contraddizioni perché vogliamo sempre essere all’altezza della situazione, all’altezza di ogni risposta, dimenticando che dentro di noi c’è un Gesù povero che vive assieme alle nostre povertà. Se Gesù non fosse dentro di noi umiliato, nascosto, obbediente, le nostre povertà non avrebbero senso, i nostri limiti non avrebbero valore, le nostre ferite non avrebbero luce.
Oggi la maggioranza della gente non si ama perché dentro di sé ha delle domande non risposte, delle domande lancinanti, ha la plastica dell’affermazione razionale, algebrica, infallibile, invece Gesù si nasconde proprio nella nostra infinita povertà. Siamo più vicini a Gesù quando siamo poveri piuttosto che quando siamo potenti, siamo più vicini a Gesù quando siamo lacerati dentro piuttosto che quando siamo vittoriosi.
Allora alle persone che avviciniamo e che vediamo insofferenti di se stesse dovremmo dare un lieto annuncio, dovremmo dire che dentro la nostra povertà è presente Gesù, riposa Gesù, perché egli, essendo presente nella nostra povertà, ci insegna il dono prezioso di una lettura di grazia contro una lettura matematico razionale. Molte volte Gesù dimora nella nostra povertà e noi lo andiamo a cercare nell’affermazione e nella vittoria. Spesso Gesù dice ai santi che li lascia poveri perché allora sentono il desiderio di Lui.
La Parola ci deve insegnare a vivere un rapporto interiore con Gesù, accettando di noi tutto quello che troviamo dentro e risanandolo con la grazia di una Presenza e di un dono di luce. Quando non c’è Gesù dentro di noi lo si vede subito perché in noi c’è solo la voglia di combattere, di affermarci, di vincere, di schiacciare, di superare, di passare davanti agli altri, c’è una grande voglia di truccarci per apparire di fronte al mondo quello che non siamo.
Cristo Gesù si è fatto obbediente fino alla morte, si è annientato perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei nostri cieli, che è la parte che cerca Dio, sulla nostra terra, che è la dimensione quotidiana, e anche sottoterra, che è la dimensione che vogliamo fuggire; tutto di noi si inginocchi davanti a Gesù perché, dove arriva Lui, tutto viene risanato per grazia e la grazia non fa domande, la grazia è solo grazia, è solo amore.
Ecco il Gesù povero che rende ricca la nostra povertà. Ecco perché Gesù ci insegna ad amare ciò che non siamo, perché proprio quella è la finestra della luce verso Dio.
              

Vangelo     Mt 26,14-27,66


Nella passione di Gesù leggiamo anche la nostra passione. Se essa si staccasse dalla sua, diventerebbe disperazione, macigno, pietra che ci schiaccia, ma con la sua la nostra passione diventa salvezza, perché completa nella nostra carne, nella nostra vita, nei nostri giorni la sua passione a favore della Chiesa.
Nel racconto della passione la croce di Gesù ci testimonia una grande verità: che non è difficile amare, ma è difficile amare sino in fondo. Quante volte anche noi nella nostra vita abbiamo mangiato e bevuto la solitudine del Getsemani, quante volte, magari anche in questi giorni, stiamo soffrendo come lui, da soli, perché la nostra sofferenza non può essere spartita con nessuno, è tutta nostra, solo nostra, è indivisibile, diversa per ciascuno di noi. Ogni cuore una sofferenza. Anche Gesù ha chiesto ai suoi amici di restare con lui, ma non sono rimasti così, quando anche noi siamo nella sofferenza, gli amici se ne andranno, avranno sonno, fuggiranno, non si comprometteranno per noi, perché amare sino in fondo costa e rimarrà con noi solo Gesù, l’amico fedele. Lui solo, infatti, lui solo può capire fino in fondo la nostra sofferenza e lui solo saprà salvare la nostra sofferenza. Gesù è amico dei nostri cuori spezzati, inabissati, occorre consegnare a lui le nostre profonde amarezze, le nostre solitudini, perché, se le consegniamo, vengono offerte, se vengono offerte, vengono salvate, se vengono salvate, diventano rugiada di grazia.
Leggendo la passione di Gesù, incontriamo il tradimento. Esso sarebbe sopportabile in sé, ma il tradimento è sempre partorito da un traditore con un volto ed un nome, e questo non è sopportabile. Il Salmo 40 recita: “Anche l’amico in cui confidavo, anche lui che mangiava il mio pane, alza contro di me il suo calcagno”. Quanti amori traditi, quanti matrimoni traditi, quante vite tradite, a tutti Gesù chiede di consegnare non solo i tradimenti, perché siamo discepoli di un Dio tradito, ma anche il traditore che ci ha venduto, che ci ha comprato, che ci ha mercanteggiato. Quante volte hanno venduto la nostra dignità, onorabilità, la nostra speranza, la nostra gioia, i nostri sogni. Quando uno tradisce è prezzo di sangue e non è lecito metterlo tra i tesori di Dio, perché neanche il Dio d’Israele voleva prezzo di sangue.
Quante volte, anche noi come Gesù, siamo stati giudicati dalla gente, dai piccoli funzionari di provincia, quante volte siamo stati trascinati anche noi davanti ai piccoli tribunali di paese e lì ci hanno giudicati, condannati, sbeffeggiati, uccisi, calpestati come Gesù.
Chiunque vuole essere profeta, servo fedele di Dio, dovrà pagare il prezzo alto di restare solo. Cosa avrà pensato Gesù di Pietro, che lo ha lasciato solo,  e che cosa dei discepoli che Matteo dice: “E tutti abbandonatolo, fuggirono”? Che cosa dirà di noi quando davanti ad una serva, ad una parola di pettegolezzo e di cattiveria, svendiamo ciò che siamo? Pietro ha svenduto se stesso e quello che c’era di più grande: esser amico di quell’uomo e per tre volte ha rinnegato Gesù; anche noi molte volte, prima che il gallo canti, abbiamo detto che non siamo suoi amici, perché seguire Gesù significa pagare un prezzo, la solitudine. Chi non paga questo prezzo è un clandestino, un avventuriero, un allineato. Se vogliamo essere discepoli di Gesù dobbiamo scegliere: essere amici di Dio o del buon senso, amici di Dio o dell’applauso, amici di Dio o del sistema, amici di Dio o di noi stessi. Pietro non ha voluto pagare questo prezzo, Giuda nemmeno e anche noi spesso non vogliamo pagare il prezzo dell’amore.
Anche la nostra vita passa da un tribunale all’altro, da Pilato a Caifa, anche noi veniamo giudicati continuamente dai funzionari della vita, corrotti, piccoli e grigi. A questo riguardo la passione di Gesù ci dà una grande luce attraverso quello che sembra un particolare minore, invece è carico di pregnanza: la moglie di Pilato gli manda a dire: “Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno per causa sua”. Quante volte Gesù ha parlato nella nostra vita attraverso il linguaggio dei sogni, come a Giuseppe o ai grandi uomini della Bibbia! Purtroppo ci hanno rubato anche i sogni, i sogni di amore, di pace, di luce. Signore Gesù, facci sognare, rendici capaci di rischiare per realizzare il sogno grande che hai su ciascuno di noi: la libertà perfetta.
Gesù viene battuto, flagellato, schernito e bendato, perché il colmo della sofferenza è quando si ricevono i colpi alle spalle, quando si ricevono gli schiaffi e gli sputi senza vedere chi ce li manda. Signore Gesù ti presentiamo anche la nostra vita battuta, flagellata, schernita.
Quante volte anche noi diciamo quella preghiera potente: ”Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Dio non fa silenzio nelle nostre sofferenze, è vicino a noi, raccoglie la nostra vita. Pensiamo anche a chi sta cercando Dio nelle pieghe della sua vita, a chi lo sfida dicendogli: “Scendi dalla croce e ti crederemo”.
Nulla della nostra vita è stato estraneo alla croce di Gesù e se vogliamo trovare un significato alla nostra vita di sofferenza, dobbiamo guardare alla croce. Da Gesù dobbiamo imparare ad amare rischiando, non misurando, non domandando, non ricordando quanto è stato. Se non ci sentiamo amati, andiamo dal Signore Gesù e dalla sua Parola, perché essa porta vita, è un fiume e i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio, come dice il profeta, “e sulle sponde gli alberi producevano foglie  frutti, e le foglie erano medicina e i frutti nutrimento”. Nessuna nostra sofferenza, nessuna ferita è sconosciuta al Signore e nulla della nostra vita andrà perduto, nulla della nostra sofferenza, nulla della nostra speranza, dei nostri sogni, ecco la passione. La croce di Gesù ci dice che finché terremo dentro di noi la nostra tomba, non usciremo, finché ci vergogneremo di noi stessi, finché ci scandalizzeremo di noi stessi  e della nostra fragilità, non saremo cristiani, non saremo Pasqua.  
Tiriamo fuori il nostro fardello e diamolo a Gesù, saremo guariti.
Signore Gesù la tua passione, la nostra passione, la tua croce, la nostra croce, la tua Pasqua, la nostra Pasqua.



Le ferite dell’amore


Passione secondo Matteo

Vangelo     Mt 26,14-27,66

Il racconto della passione non è altro che la conclusione di un racconto d’amore perché nella passione di Gesù vediamo concluso e portato al massimo grado l’amore.
Gesù nel passio ci dice innanzitutto che l’amore non è mai un’idea, l’amore non è mai una filosofia, l’amore non è mai qualcosa di aleatorio, ma l’amore di Dio rivelato in Gesù è diventato storia, visibilità, tangibilità, protagonismo e dono, per cui l’amore che Gesù ci ha donato nella sua passione è stato un evento e noi siamo stati salvati da un evento.
Dio Padre avrebbe potuto salvarci in altri modi, ma ha scelto questo modo perché noi possiamo toccare fin dove è giunto e fin dove si è spinto l’amore di Dio: a rendere uomo il Figlio e a consegnarlo alla morte per noi. Allora l’amore è questa scena, questo dramma, questa visibilità, questa icona. L’amore in Gesù non è stata un’idea, è un’immagine. Nel passio vediamo che quando l’amore è vero amore, quando viene da Dio, può essere aggredito, perché l’amore, quando è amore, è indifeso, e quando un amore si difende non è più gratuito, ma è un amore del pugilato. La prima aggressione che Gesù subisce nel suo amore ha un nome: Giuda, il traditore. Giuda tradisce Gesù perché non lo amava, egli era entusiasta di Gesù, era ammiratore di Gesù, era stato travolto dalla personalità di Gesù, ma non lo amava perché quando Giuda capì che Gesù non sarebbe diventato il capo degli Zelati, ma sarebbe stato un Messia sconfitto, non sapeva che cosa farsene di lui. Ecco l’amore tradito. L’amore è tradito quando si è stati usati nell’amore per vantaggio; quando il vantaggio finisce è normale vendere il prodotto che non ci serve più. Ecco Gesù aggredito, ferito, tradito nell’amore. E Matteo usa un’espressione molto forte: “Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato”, non tanto perché Gesù si sarebbe vendicato di Giuda, ma perché, quando si vende l’amore, la vita non ha più senso. Il tradimento di Gesù è la prima aggressione dell’amore agapico oblativo di Gesù.
L’amore ha anche delle sfumature: è sempre attento alla volontà dell’amante, ecco perché i discepoli si avvicinarono a Gesù per chiedergli dove dovevano preparare per lui per celebrare la pasqua. Quando vogliamo fare tutto da soli e precedere l’Amato, quando pensiamo che l’amore sia costruire una organizzazione, quando pensiamo che l’amore sia nutrito dalla nostra efficienza, non siamo più nella dimensione dell’amore, ma in quella di un prodotto d’azienda che deve fruttificare. Ecco perché i discepoli ci mostrano la delicatezza: “Dove vuoi che prepariamo per te perché tu possa mangiare la pasqua?” e Gesù sceglierà una casa che essi non si aspettavano, non era una casa conosciuta. Non sappiamo dove andò Gesù a celebrare la Pasqua, certamente il luogo l’aveva scelto lui, allora l’amore è anche credere all’Amante che, per l’amato, sceglie il momento, il luogo, il tempo migliore perché questo amore fiorisca.
L’amore diventa anche dono e l’amore è essenzialmente una presenza. Quando muore un nostro caro, la cosa più lancinante è che non si ha più la presenza di colui che si amava, è quello che scatena il dolore, perché l’amore è essenzialmente una presenza. Quando l’amore ci viene sottratto, subiamo una grande ferita. Gesù, sapendo che l’amore è presenza, ci lasciò il dono del suo amore nascosto nel piccolo segno del pane e del vino. Anche lì è un amore indifeso. L’amore diventa dono e si nasconde in un dono apparentemente opaco per non accecare i nostri occhi con l’amore sfolgorante della presenza reale e fisica di colui che ami.
L’amore viene aggredito anche dal sonno: “Rimanete qui e vegliate con me” e per tre volte Gesù andò a vedere se i suoi discepoli stavano vegliando in quella notte tremenda in cui doveva decidere di portare a compimento quello che aveva promesso al Padre incarnandosi e li troverà che dormono. Il sonno dell’amore, il sonno nell’amore che è quel soporifero sentimento che si sta spegnendo perché ucciso dall’abitudine. I discepoli non avevano capito che quella era l’ultima sera in cui avrebbero avuto il Maestro con loro, erano abituati ad averlo e, quando ci si abitua ad un dono, quando ci si abitua all’amore, si pensa di poter dormire e si pensa che quel dono e quell’amore resteranno sempre. Quante volte diamo per scontato un dono, quante volte trasformiamo un dono in un elemento feriale, in un soprammobile della nostra vita, eppure tutti noi siamo un dono, perché non sappiamo se domani avremo un altro giorno di vita.
Quanto cristiani oggi stanno dormendo, hanno smarrito la presenza, sono annoiati dell’efficienza, si ubriacano di attività e dormono beatamente un sonno di superficialità perché sono privi e nudi di una presenza che dà la vita.
L’more subisce anche l’aggressione della violenza che su di Lui riversano i soldati, i capi, i farisei, i sommi sacerdoti e Pilato. Gesù passa tra questi e viene malmenato, schernito, bestemmiato, offeso giudicato, perché l’amore di Gesù scuoteva un impero e una città. Quando un uomo o una donna decide di essere di Dio, comincia veramente ad essere perseguitato dagli uomini perché essi non tollerano e non capiscono la sua diversità e la sua pace. Quando si è veramente di Dio, quando si ha Dio dentro il proprio cuore, il mondo inizia un combattimento, però il cardinale Ruini dice che è meglio essere perseguitati che insignificanti. Siamo perseguitati quando siamo significativi. Quando siamo significativi di Dio e in Dio, spacchiamo la storia e il cuore degli uomini in due: chi ci approverà e chi no, chi dirà che stiamo barando e chi dirà che siamo veramente amici di Dio, chi dirà che siamo esagerati e chi dirà che siamo dei testimoni perché, quando siamo nell’amore e dell’amore, siamo divisi dentro perché abbiamo scelto Dio e siamo divisi fuori perché abbiamo  diviso il mondo, ma siamo rassicurati perché Dio è dentro di noi e ci dà la pace. L’amore ha questo prezzo; non si può fare sconti sul vero amore.
Gesù ci insegna soprattutto una cosa: di fronte alle aggressioni violente contro l’amore egli taceva. Gesù ha taciuto perché aveva parlato per tre anni, era diventato la Parola vivente di Dio. Gesù davanti ai tribunali non si difende perché Lui non è né un’opinione né un’idea, ma è il Signore della vita e non ha nulla da difendere, da salvaguardare, perché la verità è ancora più verità quando viene rifiutata. Nel nostro tempo, così ubriacato di dialogo, di opinionismo, di colloqui Gesù ci insegna che chi ama è capace di rispondere con il linguaggio del silenzio.
Gesù, facendo silenzio, ci dice che il linguaggio dell’amore è il silenzio che diventa più forte e più parlante della parola.
L’amore può venire aggredito anche dalla negazione dell’appartenenza: Pietro. Il primo papa viene indicato da una serva che gli dice di averlo visto con Gesù il Galileo, ma egli negò davanti a tutti : “non capisco che cosa dici”. La ferita più grande di oggi è questa. Essere amici di Gesù vuol dire rischiare molto, vuol dire mostrare al mondo con orgoglio, con dignità e con fierezza la nostra amicizia con colui che è l’amore. Oggi, invece, ad una appartenenza di Gesù e a Gesù abbiamo preso la scorciatoia dell’appartenenza alle idee, al buonismo, all’impegno sociale e caritativo e ad altri impegni, ma il cristianesimo è essere di Gesù e con Gesù.
Nelle nostre comunità quando uno è di Gesù, quando gli è amico, comincia a disturbare perché è  diverso, perché sottolinea e dice con la sua vita che le priorità vere sono altrove. Quando uno è di Gesù, viene riconosciuto subito e gli dicono: “Tu sei di quelli”. Oggi, invece, vogliamo essere di noi stessi o al massimo agganciati al dialogo, che è il nuovo Dio, e ai buoni sentimenti, che sono l’alibi per non appartenere, perché l’appartenenza a Gesù è veramente tremenda.  
A Gerusalemme, il giorno di Pentecoste, Pietro iniziò il discorso: “Voi avete crocifisso Gesù di Nazaret, ma Dio lo ha risuscitato e a quelle parole essi si sentirono trafiggere il cuore” quando hai Gesù dentro, quando sei di Gesù, sappi che tu trafiggi e non arrabbiarti se qualcuno si arrabbia o ti fa la guerra, perché questo è la prova del nove della tua appartenenza che è reale, non ideale, non mentale, ma concreta. Quando scoprono che sei suo non te lo perdonano.
Pietro uscì fuori e pianse amaramente, Giuda andò ad impiccarsi perché egli non ebbe la forza di credere all’amore.
Gesù viene sfidato nell’amore sulla croce, viene dissetato dall’amarezza del fiele e viene scambiato per un delinquente. Gesù tace ed accetta questa storia d’amore fino in fondo. L’ultimo atto d’amore di Gesù è proprio stato questo: l’ultimo grido, l’ultimo dono: “Gesù di nuovo gridò ed emise, donò lo spirito santo”.
Dopo questa emissione dello Spirito il velo del tempio del nostro cuore si squarcerà, non saremo più figli della religione, il nostro cuore di sasso tremerà, le rocce si spezzeranno, usciremo dal nostri sepolcri e ritroveremo la gioia di vivere. Ecco perché, uscendo dal sepolcro e avendo avuto l’esperienza dell’amore di Gesù, appariremo a molti nella città santa come uomini nuovi. Quello che sconvolge nell’amore è questo. Quando Gesù morirà e completerà l’amore, lo Spirito santo ci riserverà una grande sorpresa perché l’amore crocifisso, donato, immolato non andrà a fiorire su coloro di cui ci si poteva aspettare, non fiorirà nel tempio, nei sacerdoti, negli scribi, nei farisei, non negli apostoli né nelle donne, ma il primo graziato dall’amore è un pagano: il centurione. Il centurione è il primo frutto dell’amore perché l’amore stupisce, sorprende, l’amore rapisce e questo pagano sarà colui che compone la prima preghiera cristiana, il primo credo, il primo atto di fede: “Veramente quest’uomo era figlio di Dio”. L’amore ricade dove tu non sai, dove tu non te l’aspetti.
L’amore viene poi raccolto dalle donne, da Giuseppe d’Arimatea perché pensavano che l’amore dovesse essere onorato con il sepolcro, invece da lì comincerà un’altra storia.                      
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