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05 luglio 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 05 Luglio 2020
XIV Domenica del Tempo Ordinario. Anno A

Voi non siete sotto il dominio della cane, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi.


Prima lettura     Zc 9,9-10


Il passo della Prima Lettura di questa settimana, che verrà realizzato da Gesù nell’entrare a Gerusalemme su un asino la Domenica delle Palme, appartiene al secondo Zaccaria, un profeta anonimo del IV-III secolo a.C.. Il brano, che presenta le caratteristiche del futuro Messia, del re, è una Parola di gioia: “Esulta grandemente figlia di Sion, (cioè Israele), giubila figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re”. Anche noi potremmo sentirci direttamente coinvolti in questo annuncio di gioia, perché potremmo sostituire il nostro nome a quello delle località citate, questo significa che è sempre Dio che viene verso di noi, non siamo noi che andiamo verso di Lui. Gesù racconterà questa certezza spirituale nella parabola del figliol prodigo: “Quando il padre lo vide che era ancora lontano, gli corse incontro”. Se Dio non si avvicinasse a noi, non sapremmo conquistarlo. Il profeta elenca alcune caratteristiche di questo re che va incontro alla sua creatura, Egli è giusto, vittorioso, umile, tanto che “cavalca un asino, un puledro, figlio d’asina”, mentre i re del tempo di Zaccaria montavano cavalli di razza lussuosamente bardati. Poi il profeta parla delle opere di questo re: “farà sparire i carri da Efraim”, alludendo ai carri da guerra usati al tempo del profeta per combattere; Dio è sempre stato allergico ai carri, ha sempre detestato la strategia militare, la potenza dell’uomo (nell’Esodo infatti leggiamo: “Ha gettato in mare cavalli e cavalieri, i carri del faraone li ha sprofondati nel Mar Rosso”). Inoltre Dio farà sparire i cavalli, che erano simbolo di potenza e di velocità, spezzerà l’arco di guerra e annuncerà la pace alle genti.
Infine Zaccaria elenca le caratteristiche del suo regno: “Il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra”, cioè sarà un dominio universale.
La Parola di Zaccaria ci dà una grande notizia: siamo noi quell’asino e quel puledro, quella cavalcatura così modesta, infatti non siamo cavalli di razza, purosangue, siamo povera gente, ma è veramente questa nostra persona che questo re, che raffigura ed anticipa Gesù, vuole cavalcare. L’immagine molto pittorica del profeta Zaccaria viene chiamata nella vita spirituale la signoria di Cristo, perciò questa Parola ci dice che se non abbiamo Cristo come giogo sulle nostre spalle, avremo mille altri gioghi, mille altri pesi, perché le spalle libere reclamano sempre di essere occupate da qualcosa. Se faremo salire Cristo su di noi, impediremo che le cose diventino peso, esasperazione, patologia, sofferenza. Sulle nostre spalle noi stessi carichiamo o gli altri caricano tanti pesi: sensi di colpa, doveri infiniti, persone che si appoggiano, ci usano, ci lasciano. Tanta gente è stanca della vita perché non vive questa signoria di Cristo, ma si porta pesi enormi sulle spalle, convinta di essere ancora una persona libera. Se ogni giorno non ci carichiamo Cristo sulle spalle, arriveranno pesi o persone che saliranno su di noi, ci useranno, ci schiavizzeranno ed useranno le briglie e la frusta per farci camminare dove vogliono loro. Gesù non ha né sella né frusta, ma vuole guidarci e portarci solo con l’amore della Parola.
Molta gente oggi si sente libera perché non ha nessuna appartenenza né ecclesiale né politica né umana, invece sono persone che hanno ancora più pesi. Allora questa Parola vuole tutelare la nostra libertà, anche nei confronti di persone che dicono di amarci: se una persona ci ama, non sale mai sulle nostre spalle, ma si affianca sempre a noi, non ci imbriglia, non ci frusta, ma sa amarci così come siamo. Quanta gente pensa di essere amata, invece è utilizzata, quante volte pensiamo di amare, invece utilizziamo. Allora la signoria di Cristo è l’evento che libera ed il sigillo di una libertà.

           
Seconda lettura     Rm 8,9.11-13


In questo brano della lettera ai Romani l’apostolo ripete per tre volte il verbo abita, riferendosi allo Spirito santo, poi fa riferimento alle opere della carne che sono le opere totalmente umane, quindi parla di una appartenenza: se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. Perciò in questo brano si parla della vita dello Spirito santo dentro di noi, della inabitazione, della presenza dello Spirito santo dentro di noi. Lo Spirito santo che abita nella nostra interiorità ci assicura la vita spirituale, la vita piena, dove invece non c’è lo Spirito santo c’è solamente l’abitudine stanca e ripetitiva, l’abitudine che uccide la speranza, la passione, la vita interiore. Oggi tantissima gente è priva della vita interiore, dimentica di una abitazione dello Spirito in sé ed è trascinata solo dalle opere della carne che sono l’abitudine, il buon senso, la produttività di un fatturato umano. La vita interiore, la vita dello Spirito santo in noi si manifesta ed è certa attraverso alcune coordinate che ciascuno di noi può vedere e trovare in se stesso. Innanzitutto quando lo Spirito santo abita dentro di noi ci porta il primo dono, legato al dono della grazia dello Spirito, che è quello della nostalgia di Dio, cioè lo Spirito ci rende dei credenti non stanchi, non abituati, ma nostalgici di un volto, di un cuore, di una presenza, di una comunione, ed è la plasmazione dentro di noi del profetismo, della santità. Per cui lo Spirito santo, abitando dentro di noi, ci fa protendere eternamente verso una pienezza, pertanto, quando non siamo nella pienezza, sentiamo tutta il nostro cuore spirituale vuoto o senza senso. Il secondo frutto della presenza dello Spirito è l’anelito verso una preghiera profonda del cuore, una preghiera mossa dallo Spirito, che, sentendosi stretto dentro una preghiera parolaia o abitudinaria, necessaria per la preghiera comunitaria, ma non indispensabile per la preghiera personale, la disturba. Lo Spirito vuole guarire continuamente la nostra vita di preghiera per portarci alla preghiera ispirata totalmente da Lui, alla preghiera del soffio. Quando lo Spirito santo abita presso di noi ci tira fuori da quel torpore, da quella abitudine in cui siamo caduti e ci dà una vita spirituale viva, che è fatta di picchi entusiasmanti, di momenti oscuri, di momenti faticosi, ma è una vita nel dinamismo dello Spirito. Il terzo frutto della presenza dello Spirito è l’amore per la Parola, per la profondità di Dio, per l’appartenenza. Attraverso la Parola, attraverso i sacramenti, attraverso la vita spirituale, scopriamo di appartenere a Cristo, la chiave ermeneutica di tutta la fede e la rivelazione di Dio. Allora lo Spirito santo ci dà la gioia di un’appartenenza, il cui frutto è la differenziazione: più apparteniamo, più ci differenziamo, ed è necessario differenziarsi per non cadere nella banalità della prostituzione di appartenenza. Infatti  molte volte la vita ci fa prostituire a diverse appartenenze, ma noi apparteniamo solamente a Cristo, come dirà Paolo: “Voi siete di Cristo e Cristo è di Dio”. Perciò l’appartenenza in cui ci colloca lo Spirito è quella forte vita spirituale in cui ci basta il Signore. L’appartenenza a Cristo ci dà un altro frutto di maturità, la capacità di distinguere ciò che è di Cristo e ciò che è accessorio, che può essere anche relativizzato. Potrebbero essere accessori la nostra comunità parrocchiale, il  nostro presbitero, il cammino che stiamo facendo o l’esperienza spirituale, l’importante è non confonderli con Cristo, che, invece, è volto, presenza, amore, unicità, per cui è giusto che più apparteniamo a Lui più ci differenziamo e più comprendiamo quanto tutte le altre cose siano degli accessori. Più si è di Cristo, più ci accorgiamo che gli annunci e le mediazioni sono da relativizzare e se non ci soddisfano dobbiamo ringraziare lo Spirito perché esso non ci fa annegare nel bicchiere dell’umano o della mediazione, ma ci vuol portare nell’oceano di pace che è Dio. Un cristiano maturo, spirituale, è un cristiano molto libero interiormente che sa vivere anche senza accessori rassicuranti, anzi, più cammina verso Dio, più sente in Dio la divina inabitazione dello Spirito, più diventa un solitario positivo, che porta luce e comunione alle altre persone. Allora quando si è differenziati, non si può vivere delle pluralità di appartenenza, anzi, quando qualche appartenenza relativa vuol diventare tirannica divinità, bisogna scappare. Una persona che vive nello Spirito è una persona estremamente libera che ha un rapporto conflittuale con la struttura ecclesiale, non con il mistero della Chiesa, perché è profondamente inserita nel soffio di Dio, del quale sente sempre il fascino e l’attrazione.                  


Vangelo       Mt 11,25-30


Questa bellissima preghiera di Gesù fa parte delle preghiere più brevi ed è citata oltre che da Matteo, anche da Luca, che aggiunge un particolare: “In quel tempo Gesù pieno di gioia nello Spirito santo disse”.
In questo caso Gesù è maestro di preghiera e ci invita ad una preghiera di benedizione. Egli benedice il Padre perché ha trovato dei discepoli del regno, i piccoli, cioè i sapienti e gli intelligenti dello Spirito, ossia coloro che lasciano spazio alla grandezza di Dio. Solamente i discepoli del regno possono capire il mistero di Dio rivelato in Gesù.
Gesù afferma il suo ruolo di Figlio: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.”, è Gesù il rivelatore del Padre, Gesù è unito al Padre e il Padre è unito a Gesù, perché quando si fa esperienza di Gesù, si fa esperienza del mistero della Trinità. Si conclude così la prima parte del vangelo, che comprende la preghiera di Gesù e la presentazione del suo mistero, poi c’è l’invito: “Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi, e io vi ristorerò”.
Gesù ci attira ad un tu, in questo consiste tutta la vita cristiana, che non è un venire alla Chiesa, ad un ministro o ad una morale, ma venire a Lui. L’affaticamento e l’oppressione dell’uomo si verificano quando egli ha smarrito il suo tu, quando il nostro io non viene raccolto da un tu che lo salva e non scopre di essere un tu interessante per un io divino. Perciò siamo stanchi ed oppressi quando ci è stata rubata la nostra personalità spirituale, la nostra identità spirituale, quando veniamo catturati come persone unicamente per una funzionalità. Se il nostro io non viene attratto da un tu salvante diventa un io meccanico, un io che viene solamente catturato per le necessità della vita, e la cosa più triste per una persona è sentirsi catturato, usato, rinchiuso per una mera funzionalità. Noi non siamo persone utili, persone che servono. Cerchiamo un tu libero e Gesù ci invita: “Venite a me”. Egli non ci chiama ad una organizzazione, ma all’ esperienza viva di una persona. Quando siamo esasperati e ridotti ad un servizio, ci sentiamo stanchi, oppressi ed affaticati. Gesù parla di un giogo soave, il giogo è la legge, la Torah, che i farisei avevano moltiplicato in mille osservanze minori, il giogo di Gesù è dolce, perché è la legge dell’amore e il suo carico è leggero perché è la sua signoria. La vita spirituale è tutta qua.
Nessuno deve catturare gli altri, nemmeno in nome di Gesù. Perciò anche nei confronti dei movimenti ecclesiali che cercano di fare adepti, dobbiamo ricordare che noi siamo di Cristo e il movimento può essere una strada che ci aiuta a vivere il suo mistero, ma quando l’appartenenza al movimento diventa appartenenza di salvezza, siamo sulla strada sbagliata. Gesù è maestro di libertà. È interessante soffermarsi anche sui verbi che Gesù usa: “Venite, prendete ed imparate”, se applicati ci porteranno al risultato di trovare.              
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