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06 ottobre 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 06 Ottobre 2019
XXVII Domenica Tempo Ordinario Anno C


Prima Lettura       Ab 1,2-3;2,2-4


Il profeta, di fronte alle violenze e alle contese del suo tempo, si domanda dove è il Signore che non interviene, non si fa presente. Il silenzio di Dio, una prova che alle volte Dio mette nella nostra anima, allora sembra che Lui non ci sia più. La Parola oggi comprende anche la nostra saturazione di dolore, di prove, di delusioni, di inutilità. Quanta notte spirituale c’è nella nostra vita quando sentiamo il Signore che non risponde e ci chiediamo dove sia! Però questa notte spirituale porta sempre con sé una grazia per l’anima che la vive nella fede del Signore.
Abacuc è all’estremo, infatti dice: “Ho implorato aiuto e non ascolti, ho alzato il grido e non salvi, mi fai vedere iniquità oppressione, ho davanti a me rapina, violenza, liti, contese”. Il Signore risponde al profeta Abacuc e gli dice una cosa che sembra strana: “Scrivi la visione e incidila bene perché la si legga speditamente”. Ossia dobbiamo scrivere qualcosa che vediamo, ma cosa, se diciamo di non vedere? Perché molte volte siamo angosciati e stanchi della nostra vita? Perché abbiamo smarrito lo sguardo di Dio e ci siamo riempiti della misura del nostro occhio. E il nostro sguardo, il nostro occhio, la nostra misura ci fanno vedere solamente il vuoto e la delusione. Che cos’è questa visione? Riabituare il nostro occhio spirituale a penetrare nello sguardo di Dio. Quante volte pensiamo che davanti a noi non ci sia niente, ma c’è un occhio, che lo Spirito santo educa e raffina, che è l’occhio che ci fa vedere il mistero di Dio, la misura misteriosa di Dio e soprattutto la rassicurazione dell’amore di Dio. La prima certezza con la quale Dio ci salva è che nessuna prova, nessuna delusione, nessuna violenza, nessuna oppressione è eterna. Nella nostra vita nulla c’è di eterno, se non Lui. Quante volte noi ci facciamo spaccare il cuore perché pensiamo che la prova sia eterna! Ritenere ciò è entrare nella trama ossessiva del nostro dolore che vuole rubarci l’amore di Dio, vuole staccarci dallo sguardo di Dio.
Quando vediamo questa visione misteriosa della vita? Quando affiniamo, laviamo, trapiantiamo i nostri occhi nella grazia della preghiera. Nella nostra vita ci sentiamo angosciati, sconfitti, disperati quando molliamo con la preghiera, e non si intende la quantità di preghiera, ma lo spirito di preghiera, quando molliamo il rapporto con il nostro Dio. La visione che Dio ci dà è la sua risposta e la sua libertà profonda alla nostra vita che vede solamente delusione ed oppressione, però dobbiamo scrivere questa visione sulla tavoletta, cioè dobbiamo inciderla bene nel nostro cuore, perché Dio ci assicura che lui non è lontano, assente ed estraneo. Questa visione attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce. Dio opera la sua visione quando smettiamo di pensare di essere la risoluzione della nostra angoscia. La visione è davanti a noi quando non ci facciamo imprigionare dalle cose; Abacuc, pur profeta, si era fatto massacrare dagli avvenimenti, dalle cose, dalla storia, Dio invece ci libera e, quando entriamo nella via della preghiera che diventa visione, il Signore ci fa scrivere nella tavola del nostro cuore la sua promessa.
Quando entriamo nella grazia della preghiera di Dio e dello Spirito, veniamo liberati dall’angoscia intollerante delle cose. Tutti ci lasciamo prendere dall’angoscia delle scadenze, delle risposte, delle non risposte, invece di riposare in Dio.
I santi ci danno veramente un grande esempio di libertà interiore. Madre Teresa di Calcutta, mentre ascoltava qualcuno, faceva scorrere continuamente la corona del Rosario, ascoltava e pregava, questo era il segreto della sua pace interiore: affrontava la vita incatenata alla preghiera. Lei stessa indicava nella preghiera il suo segreto.
Quando stacchiamo il cordone ombelicale da Dio, diventiamo preda delle cose e dell’angoscia. Dobbiamo essere come Abacuc nella seconda parte della lettura: dobbiamo scrivere la visione nel cuore. Il Signore poi esorta: “Se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà”. Chi soccombe: chi non ha l’animo retto, cioè chi vuole salvarsi da solo, mentre il giusto vivrà per la sua fede.
Non c’è nessun problema irrisolvibile per Dio, senza far diventare la preghiera la lista della spesa.
Questo è il segreto: affidarci. Quando consegniamo, vinciamo.

   
Seconda lettura      2Tm 1,6-8.13-14

È una Parola rivolta propriamente ai preti, ai diaconi, ai vescovi.
Paolo dice una cosa bellissima a Timoteo, innanzitutto si rivolge a lui chiamandolo: “Figlio mio”. Quanta paternità manca oggi nella chiesa! Quanto bisogno hanno i sacerdoti di paternità, quanto bisogno abbiamo tutti di paternità.
“Figlio mio, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te mediante l’imposizione delle mie mani”. Paolo è stato il vescovo che ha consacrato presbitero e poi vescovo Timoteo e gli ricorda che le sue mani appoggiate su di lui come gesto consacratorio gli hanno procurato il dono di Dio. Perché oggi sono in crisi il clero e anche i cristiani? Perché ci dimentichiamo di ravvivare il dono di Dio che è in noi, abbiamo tolto al dono la gratuità dell’atto e siamo diventati esecutori e faccendieri di cose. Un presbitero, un vescovo, un cristiano hanno un dono, non sono faccendieri, non devono preoccuparsi di fare cose, ma devono, con spirito di forza e non di timidezza, testimoniare il Signore. Paolo lo stava testimoniando in carcere, stava portando le catene per Lui.
Quando i doni di Dio vengono cosificati e fatti diventare prestazioni d’opera, prima o dopo svaniscono. Quando non hai più il dono, ma sei diventato prestatore d’opera, cerchi di riposare e fuggi perché il peso delle cose da fare ti sfianca. Il dono va ravvivato tutta la vita, perché in nessuna grazia di Dio si può vivere di rendita. Dobbiamo testimoniare il Signore, custodendo mediante lo Spirito santo che abita in noi, il bene prezioso che ci è stato affidato. Un dono che i presbiteri, i diaconi e i vescovi hanno ricevuto con l’imposizione delle mani, mentre per gli sposati il dono si riceve nel sacramento del matrimonio. Il dono di Dio vive della nostra collaborazione intelligente nel farlo ravvivare.
Il cuore della nostra vita è testimoniare Gesù, perché lo Spirito che abita in noi deve essere custodito per custodire quel bene prezioso che è il dono che ci è stato affidato perché porti frutto.
C’è un dono, che è venuto dall’alto e che è stato consegnato alla nostra libertà, che è uno solo: testimoniare il Signore, quando lo facciamo, entriamo nel mistero della paternità di Dio. Quando siamo segno della paternità di Dio, le anime verranno verso di noi come le mosche verso il miele perché, quando sentono e gustano la paternità, sentono in noi il dono di Dio. Quando, invece, vogliamo reclutare le anime per dare prestazioni d’opera, non dura, perché quando siamo prestatori d’opera, diamo del nostro, quando invece custodiamo un dono, diamo del Suo.
Quando in noi abita lo Spirito santo, siamo nella serenità, nella pace, quando in noi abitano le persone, le angosce, le scadenze, non possiamo dare niente.
I vecchi preti erano ad attenderti in chiesa, nel confessionale, era una paternità messa a disposizione; essi erano visibili, raggiungibili, operativi nel Signore. Ti sentivi atteso. Il padre non ti soccorre perché ne hai bisogno, il padre ti soccorre, ti accarezza, c’è, perché ci sei. Quando ti vede, indipendentemente che tu sia nel bisogno, lui è padre. Se rischiamo di diventare ridicoli prestatori d’opera, tutto svanisce.
Nessuno si improvvisa padre se non è dentro la paternità di Dio.   
Vangelo      Lc 17,5-10
La fede non è legata ad una unità di misura. La fede è legata ad una intensità. Quando hai un’intensità di fede, quando hai consegnato tutto te stesso al Signore, puoi sradicare non più un gelso, ma tanti cuori radicati nel male. Se dentro di te hai questa intensità di fede, un rapporto forte con Dio, hai l’autorità di sradicare e di cambiare non più la sorte di un gelso, ma la sorte delle persone.
Nella seconda parte del vangelo, il Signore non ci vuole dire che siamo inutili, ma vuole avvisarci di non diventare un ruolo ed un incarico, di non farci assorbire da ruoli, incarichi e cose, facendoli diventare il tutto della nostra vita, il nostro dio. Il Signore non ci ama e non ci stima per il nostro essere faccendieri, ma ci ama e ci stima quando andiamo più in là del servizio fatto. Quanta gente si gratifica del servizio che fa! Un servizio che diventasse il nostro dio, ci garantisce che siamo idolatri e che stiamo servendo noi stessi negli incarichi che hanno riempito il nostro cuore, invece le persone di Dio sono al servizio, ma sentono tutta la relatività di un incarico e di un tempo. La persona di Dio non va fuori di testa perché le tolgono un ministero in parrocchia, perché è già nel cuore di Dio e quello che fa è emanazione di un amore che ha dentro, di un servizio che non le dà diritti acquisiti né comando né autoritarismi. Quante volte incontriamo delle persone che non si sentono servi inutili perché desiderano comandare in forza di un servizio, allora hanno fatto del loro servizio, che avrebbe dovuto essere un servizio d’amore, il loro dio.
Quando dissero a Papa Giovanni Paolo II che era stato grazie a lui che era caduto il muro di Berlino, lui rispose che era accaduto grazie al Signore e che tutti siamo servi inutili.
La libertà interiore è quando siamo legati solo al Signore. Da questo deriva un consiglio per la vita spirituale: non abbonarsi al servizio, non sentirsi indispensabili, non sentirsi bravi, perché il nemico usa questa tattica per rubarci lasciarci il servizio, facendolo bastare per il nostro cuore.
Si legge nella vita di san Padre Pio che una sera il provinciale lo avvisò che avrebbe dovuto trasferirsi e padre Pio scomparve, dopo cinque minuti scese dalla cella con la valigia in mano, pronto a partire immediatamente, quella sera stessa.
Nessuno è indispensabile, allora viviamo nella inutilità liberante dell’amore di Dio.
L’unica indispensabilità è amare il Signore.
 

Prima Lettura       Ab 1,2-3;2,2-4

Il profeta vive in un momento storico ben preciso, sta terminando la dominazione assira su Israele e si sta stagliando quella babilonese. Abacuc vede venire avanti la dominazione babilonese e fa le eterne domande che facciamo anche noi: “Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti, a te eleverò il grido Violenza …” sono i grandi perché di Abacuc e dell’uomo. Il Signore rispose e mi disse: “Scrivi la visione, incidila bene nelle tavolette” la prima liberazione che ci dà la Parola è questa: io non sono un quesito che necessita di risposte, ma io sono un vivente inserito nel grande Vivente che è Dio; io non sono un esame di laboratorio, io sono un inserimento e un compartecipe della gloria e dell’amore di Dio. Per questo il Signore non risponde ad Abacuc con una risposta, ma con una visione. Non sappiamo che tipo di visione, ma essa porta in sé un termine, parla di una scadenza, non mentisce, se indugia attendila perché certo verrà e non tarderà. Anni fa un gruppo di carmelitane aprì un carmelo ad Auschwitz per elevare una preghiera incessante per il riposo eterno di coloro che erano morti disperati in questo luogo e perché il Signore non facesse più provare all’umanità questi orrori. Gli ebrei non vollero questo carmelo e lo fecero allontanare, perché ad Auschwitz non doveva esserci nessuna chiesa, sinagoga, moschea o pagoda, nessun segno religioso perché ad un posto simile si adatta solamente il silenzio perché Dio non ha risposto. Allora questa Parola ci fa venire un po’ di rabbia dentro perché si può dire che vogliamo una risposta chiara, dimenticando che il Signore ci risponde con una visione: la risposta di Dio è la presenza, è la compartecipazione alla nostra vita e alle nostre domande, perché alla luce del vangelo Dio ha già risposto e l’ha fatto con una presenza, con un sacrificio, con un amore, con un evento storico, che è la passione in cui il Figlio unigenito ha esperimentato la violenza, l’odio, l’iniquità e in cui la domanda di Gesù non ha ottenuto risposta dal Padre.
Allora la Parola di Dio ci vuole liberare da questa frenesia di piccole risposte dei nostri quesiti o dei nostri avvenimenti, perché Dio con questa Parola ci insegna che non dobbiamo assolutizzare noi stessi, la vita, gli eventi, la rapina, la violenza in quanto di fronte a Lui tutto passa. Ci sarà un termine, una scadenza, perché Dio raccoglie la storia, la guida e la porta avanti, ma finché noi non saremo capaci di relativizzare la nostra fame di risposte non potremo captare una risposta ben più grande che è la sua presenza, la sua vicinanza e la sua fedeltà.
Dio non ci dà risposte singole, Dio è la nostra risposta e vorrebbe liberarci dalla frenesia dei quesiti e delle piccole risposte perché la vita, dono di Dio, per essere vissuta nella gioia va liberata e relativizzata dalla tirannia della storia perché regni in noi l’eternità.


Seconda lettura      2Tm 1,6-8.13-14

Paolo rivolgendosi a Timoteo lo invita a ravvivare il dono di Dio che ha ricevuto mediante l’imposizione delle mani da parte sua. Anche il dono di Dio, che viene ricevuto attraverso una mediazione umana, va ravvivato e rigenerato perché, purtroppo, noi abbiamo il tremendo potere di rendere opaco, stanco e di rendere alle volte lontano il grande evento di Dio che viene ucciso da un’abitudine e da una stanchezza interiore. La Parola ci vuole ricordare che Dio ci ha creati per un sogno, una felicità e un obiettivo infinito, questo è il dono di Dio nel matrimonio, nell’ordinazione sacerdotale, nella consacrazione, ma questo dono va ravvivato, tenendo aperta in noi l’eterna nostalgia, l’eterna ferita e l’eterna fame di felicità. Quando diventiamo sedentari, abitudinari, abbiamo già ucciso in noi la passione di Dio per noi, perché abbiamo cercato una sistemazione, una certezza che apparentemente ci certifica e ci gratifica, ma uccide il sogno, l’evento e l’eternità. Occorre ravvivare perché in noi deve rimanere sempre aperta la ferita inguaribile di una felicità illimitata, piena e certa, senza questo non siamo capaci di essere testimoni perché non siamo più testimoni di un dono ma siamo custodi e funzionari di una mediocrità abitudinaria e allora il dono di Dio, efficiente per natura stessa perché dono di Dio, diventa imprigionato e fermato dalla nostra stanca abitudine e dalla nostra paura della libertà.
Paolo si rivolge a Timoteo e gli dice: “Sono in carcere per lui, ma so che anche tu soffri insieme con me per il vangelo”. quando siamo uomini liberi, quando siamo persone che lasciano viva la ferita della felicità, la cicatrice dell’eterno, saremo messi in prigione dagli uomini perché stiamo attentando alla loro apparente sicurezza e alla loro apparente certezza. I veri testimoni sono imprigionati dalla sfiducia e dalla prevenzione di piccole menti addomesticate dall’abitudine che hanno dimenticato che Dio o è un sogno infinito o non è.


Vangelo      Lc 17,5-10

Gesù ha detto: “Se aveste fede quanto un granellino di senapa potreste dire a questo gelso: sii sradicato e trapiantato nel mare ed esso vi ascolterebbe”. Il gelso è la nostra vita che è piantata sulla solidità terrena delle certezze umane. Pensiamo che una pianta per vivere deve avere terra, radici e profondità, però questo gelso, piantato nella terra, è immobile e apparentemente forte, invece la fede è proprio sradicare e trapiantare la nostra vita non più nella terra solida dell’uomo, ma sul mare di Dio. Sembrerebbe impossibile piantare radice sull’instabilità dell’elemento acqueo eppure se aveste fede il gelso vi ascolterebbe. Avere fede vuol dire essere risonanza della Parola di Dio. La Parola di Dio come guarigione ci libera dalle radici falsamente radicate in una terra che vorrebbe essere sicura, invece è friabile. Dobbiamo fare anche noi il nostro esodo se crediamo e, come gli ebrei attraversarono il mare, noi dobbiamo trapiantare la nostra vita nel mare per arrivare alla terra promessa. La fede è tutta qua: dall’apparente sicurezza della terra dell’uomo all’apparente instabilità del mare di Dio.
Il Signore porta poi come esempio un padrone arrogante che non concede alcun diritto al suo servo e lo lascia servo, ma il Signore ci ricorda una cosa in questo vangelo: che noi non dobbiamo preoccuparci o essere ossessionati dal nostro fare, la vita non è un fare infinito, anzi il fare infinito della vita è spesso estrema difesa di un’assenza di essere. Gesù dice infatti: “Anche voi quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato dite: siamo servi inutili” ciò non vuol dire che siamo servi che non sono necessari, ma quando abbiamo fatto tutto dobbiamo dire: per fortuna che siamo liberi, che non è il nostro fare che ci racconta, ci qualifica e certifica il nostro valore. Non è il fare che dimostra chi siamo.
Dio non ha mai cercato nella sua vita dei dipendenti d’azienda Dio non ha bisogno del nostro lavoro, della nostra opera o della nostra competenza nei suoi riguardi, Dio ha bisogno di noi, siamo noi che interessiamo a Lui; gli interessano la nostra vita il nostro valore indipendente dal fare, dal produrre e dall’essere un operaio qualificato nell’avventura della vita.
Dietro il fare si nascondono molte paure, molte povertà, molte solitudini, dietro il fare appare sempre un io apparente, un bene apparente, una vittoria apparente; ma quando abbiamo fatto trapiantato la nostra vita dalla terra del fare al mare dall’essere, allora essa porterà il frutto che si aspetta da noi, l’unico frutto: la libertà.           
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