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07 giugno 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 07 Giugno 2020

SANTISSIMA TRINITÁ Anno A

La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito santo siano con tutti voi


Prima Lettura          Es 34,4-6.8-9


La Parola di questa Domenica, tratta dall’Esodo, racconta il ritorno di Mosè sul monte dopo la vicenda del vitello d’oro, il peccato d’idolatria che il popolo commise quando si prostrò al dio  cananeo della fertilità raffigurato dal vitello d’oro. Mosè ritorna sul monte con le due tavole della legge in mano per intercedere per il popolo.
La Parola ci dice innanzitutto che una delle caratteristiche di un uomo o di una donna di Dio è quella di salire il monte, è quella di andare verso il Signore, verso la santa montagna che è Gesù Cristo, il Signore, qui c’è tutta la spiritualità carmelitana. Un innamorato di Dio, un mistico, è un uomo che sale, che non si preoccupa di avere un seguito dietro, ma di salire. Quando in un’esperienza umana mancano uomini e donne di Dio, in breve tempo in quella esperienza umana (accampamento, città, paese, famiglia, parrocchia) comincerà la logica della maggioranza, quando ci si stancherà di aspettare il Signore, governerà non più lo Spirito del Signore, ma una maggioranza che fa dei diritti autentici delitti, ed è la logica anche dei nostri giorni. Basta che un uomo di Dio si allontani da una realtà che quella realtà decada in un immediatismo, in una maggioranza e in una gratificazione immediata dei bisogni, non c’è più lo spazio per il mistero, per la fede, per l’attesa, per la rivelazione di Dio.
Oggi viviamo in una società appiattita che vuole rimanere nella pianura, nello scontato, non vuole accettare la fatica di una salita.
Mosè, dopo questa delusione a causa del popolo, deve ritornare sul monte, deve ritornare a vivere una forte esperienza di Dio. In questo brano abbiamo un Mosè che ascolta profondamente il Signore, un uomo che è capo di un popolo, ma che è anche mistico, un uomo che dà priorità al Signore. “Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai come il Signore gli aveva comandato”: Mosè è una persona che dà priorità a Dio. Per essere uomini e donne di Dio è necessario dargli priorità di buon mattino: “Precedo l’aurora e grido aiuto”. Se non c’è nel nostro cuore una priorità bruciante, non saliremo mai la montagna del Signore.
Mosè potrà guidare il popolo perché era un uomo diverso, ma soprattutto perché usciva dagli incontri con Dio con il volto così luminoso che accecava gli Israeliti. Oggi, nelle nostre comunità, è lo Spirito che suscita questi uomini e queste donne che non si preoccupano di crearsi un seguito o di avere un consenso, ma che sono bruciate dal desiderio di Dio e dal desiderio di incontrarlo profondamente a tu per tu nel mistero.
Mosè sale sul monte e ci sono le due fasi della teofania: prima l’abbassamento, Dio si mette al nostro livello per entrare in noi, poi nella nube, simbolo del mistero, il Signore proclama se stesso. Il Signore racconta se stesso perché qualunque discorso noi facciamo su Dio è sempre incompleto, difettoso, limitato. Quando Mosè incontra il Signore aveva con sé le tavole di pietra, pensando che il Signore fosse ripetitività precedente, invece scopre che il mistero di Dio è sempre nuovo; Dio non nomina nemmeno le tavole, e in questa nuova relazione dimostra di voler operare un cambiamento di rotta enorme rispetto al decalogo, infatti raccontandosi dice: “Il Signore Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira ricco di amore e di fedeltà”. Il mistero di Dio è continuamente dinamico e di corsa, infatti, quando Mosè percepisce la presenza del Signore, lo scrittore dice che il Signore gli passò davanti. Se il Signore non ci passa davanti, non possiamo sperimentarlo, ma continuiamo a sperimentare qualcosa di noi su Dio che non è dio. In questo passare avanti c’è un parallelo con l’episodio che vede Gesù dire a Pietro di andare dietro e di non essere d’intralcio. Dio passa davanti a noi e meno lo capiamo più lo percepiamo, meno lo descriviamo più lo amiamo, meno lo usiamo, più siamo dentro il suo amore.
Dopo l’amarezza di un accampamento senza Dio, Mosè ne fa una grande esperienza. Quando non c’è Dio riempiamo la nostra vita di ninnoli religiosi. Dio rigenera Mosè e lo fa ritornare giù ancora capace di guidare il suo popolo. Se vogliamo essere uomini e donne di Dio dobbiamo salire e scendere, ma non restare nell’accampamento perché, se non facciamo esperienza di Dio, prima o dopo diventiamo come il popolo, allora non siamo più diversi e non siamo più testimoni di una realtà più grande della storia e del tempo.
La preghiera dovrebbe essere questo salire il monte. Se non ci stacchiamo con il cuore e con la testa dall’accampamento, ne diventiamo un ingranaggio. Gli uomini di Dio, come Gesù, ci sono e non ci sono, fanno perdere le loro tracce.
La preghiera non è altro che salire il monte e far passare avanti a noi Dio. Mosè si curvò e si prostrò e a Dio conferma che quello degli Israeliti è un popolo di dura cervice, cioè è un popolo religioso e non credente, ma gli chiede di perdonare la colpa che egli prende anche su di sé. L’uomo di Dio si associa alla sua gente peccatrice. Quando non ci sono più questi uomini di Dio, ogni realtà diventa preda degli uomini e c’è la logica dell’idolo.
Gli uomini di Dio non agiscono per approvazione umana, ma per dinamica divina.


Seconda Lettura        2Cor 13,11-13

Questa Parola, tratta dalla seconda Lettera ai Corinzi, contiene un comando: “Salutatevi a vicenda con il bacio santo” che era il saluto dei primi cristiani, dei santi, perché la nostra vita è iniziata con il bacio del Creatore, quando insufflò nel fango il suo Spirito. Lo stesso mistero d’amore dell’Eucaristia è punteggiato da baci: si comincia e si termina con il bacio all’altare, che è Gesù Cristo, si bacia la Parola e dovremmo baciarci tra di noi prima della comunione. Il venerdì santo baciamo la croce come preghiera centrale della celebrazione. Il bacio è proprio un linguaggio che ha una pregnanza spirituale. San Paolo, quando dice questo, vuol far prevalere l’amore alla mente, far prevalere il segno tenero di un amore ad una convenzione umana.
L’esperienza spirituale è un’esperienza di baciati, il Cantico dei Cantici, infatti, inizia proprio così: “Mi baci con i baci della tua bocca, i tuoi baci sono più dolci del vino” e Gesù si farà baciare dalla prostituta e dirà che ha molto amato. La preghiera non è altro che ricevere e accogliere il bacio santo di Dio che ha tre dimensioni: è un  bacio che crea, che redime e che santifica. Allora Gesù, quando lavò i piedi degli apostoli, li baciò per imprimere sui loro piedi di evangelizzatori il bacio della fiamma dell’amore di Dio. Il bacio trinitario è la vera esperienza della preghiera.
Tutti i mistici nel mistero della preghiera sentono un coinvolgimento tale che arrivano a dire: “Mi sentivo come una fiamma che bruciava”. Noi, purtroppo, abbiamo trascorso la maggior parte della vita nella soglia della preghiera e ci hanno insegnato che la preghiera è una confezione di qualcosa fatta insieme, invece la preghiera vera, quella che dà guarigione, pace, luce, gioia, è il bacio, il bacio di Dio, che non è un bacio labiale, ma è un bacio teologico spirituale divino. La nostra vita è tutta contrassegnata da questo bacio divino. Al mattino, quando riapriamo gli occhi per un nuovo giorno, Dio ci ha già baciato e, baciandoci, ci ha dato lo Spirito; la sera Lui ci ha già baciato e la notte il suo amore per noi non viene meno.
Il bacio è proprio lo scrigno, il diamante più bello del vangelo di Dio. Le tre persone divine nella nostra anima ci danno continuamente dei baci d’amore ed è lo Spirito santo che risveglia in noi la responsabilità, la sensazione, la tenerezza di questo amore. Il bacio di Dio si può definire anche il bacio dell’Amante, il Padre, dell’Amato, il Figlio, dell’Amore, lo Spirito; è il bacio del Creatore, del Salvatore e del Dono. È un bacio infinito, perché Dio con noi ha solo un rapporto d’amore.
Il bacio santo per i cristiani era ridonare ai fratelli quello che avevano precedentemente ricevuto dal mistero di Dio. Paolo augura ai Corinzi che la grazia di Gesù, l’amore del Padre e la comunione dello Spirito siano con tutti loro, che cioè entrino, permangano, abitino, diventino loro vita. È un augurio che fa venire i brividi se lo prendiamo sul serio, perché sconvolge la nostra vita e ci dice che noi siamo dimora, in abitazione, casa, intimità di Dio.
Il demonio ci vuole rubare la preghiera lasciandoci le preghiere abituali, ci vuole rubare l’intimità di un amore, ci vuole lasciare una parvenza di religione perché sa che quando un’anima è innamorata, affascinata, imprigionata dal mistero della Trinità è qualcosa di incandescente e non c’è posto per lui. Paolo stesso, definendosi, ha descritto il corretto rapporto con Dio: “Io Paolo, il prigioniero del Signore”. Quando ci lasciamo baciare, quando entriamo in questo rapporto d’amore con Dio, siamo davvero prigionieri del suo amore e solo allora saremo gioiosi, perfetti,  coraggiosi, pieni di sentimenti e di pace.
Il credente non ha un bagaglio di doti naturali, il credente ha un bagaglio di doni soprannaturali. Il discepolo del Signore si differenzia dalle altre persone perché è entrato nell’esperienza dell’amore.
Dio non si compiace di noi attraverso la via speculativa, razionale, obbedienziale, religiosa, Dio si compiace di noi attraverso la via affettiva; la via amoris è la via di Dio, al punto tale che sappiamo che un’anima si salva per un atto d’amore.
Questo salva il cristianesimo dal pericolo di diventare un club di buone persone che fanno opere di carità. Il cristianesimo è l’esperienza folle di un amore divino vissuto in noi.

   
Vangelo        Gv 3,16-18

Il vangelo narra l’incontro tra Gesù e Nicodemo, che andò di notte da Lui per chiedergli parecchie cose. Nicodemo era un membro del sinedrio, un politico, una persona istruita nella legge, un uomo facoltoso che ad un certo punto sentì che nulla dava risposte alle sue domande e allora decise di andare da Gesù di notte. Gesù spiazza Nicodemo perché alle sue domande da ebreo, che erano solo informazione, Gesù non risponde con delle informazioni, ma racconta l’amore. Questo è il più bel vangelo di Gesù che potremmo riferire a ciascuno di noi facendone una versione personale: Dio ha tanto amato il mondo, cioè me, da dare il figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto ma abbia la vita eterna, Dio infatti non ha mandato il figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Gesù ha raccontato l’amore.
Di che cosa ha bisogno la gente? La gente ha bisogno di risposte a tante domande. La gente di oggi ha delle domande così profonde e lancinanti che per rispondere ci vuole tanta grazia di Dio e tanta sapienza. Tanta gente non ci fa delle domande perché diamo l’impressione di essere persone affrettate, frettolose, mediocri, cordialotte, precipitose che, più che rispondere a domande, creano spazi aggreganti di cordialità. Ma nel cuore le domande ci sono perché Dio, creandoci, ha messo dentro di noi lo spirito della domanda. Le domande sulla vita, su noi stessi, sulla storia sono doni autentici dello Spirito.
Gesù ci insegna che ciascuno ha le proprie domande, Gesù ha chiamato Nicodemo, l’ha accolto da solo perché ciascuno di noi è una Parola originaria di Dio ed è un infinito e con lui ha dialogato raccontando l’amore. Su Dio hanno pubblicato biblioteche intere, ma se Dio non tocca il cuore, si fa informazione su Dio, ma non si creano discepoli. Chi fa l’esperienza di Dio, chi ha Dio nel cuore, genera la vita. La fede è proprio la risposta alle domande profonde della vita.  
Quando Dio ti viene annunciato da un innamorato, diventa una questione di vita o di morte, perché capisci che Dio è la risposta alla tua domanda che è una sola: l’amore.  


Una perla di luce ...
La profezia è l’irruzione di Dio attraverso un uomo o una donna che accolgono questo mandato e si fanno bruciare dall’amore di Dio...
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