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07 luglio 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 07 Luglio 2019
XIV Domenica Tempo Ordinario Anno C


Rallegratevi che i vostri nomi sono scritti nei cieli


Prima Lettura        Is 66,10-14


Il profeta Isaia ci presenta con immagini poetiche Gerusalemme, la città santa, che per lui è come una madre che partecipa alla felicità dei suoi figli che ritornano ad essa. E in questa contemplazione della gioia di Gerusalemme il profeta ci fa vedere anche la gioia, la maternità e il volto di Dio. C’è urgenza oggi di riscoprire il volto di Dio, specialmente il volto della maternità di Dio, senza cadere in uno stucchevole buonismo o in un riduzionismo antropomorfico del mistero di Dio. Certamente il profeta ci invita a contemplare il volto di Dio, il mistero di Dio, ad entrare in questa misteriosa e dolcissima maternità di Dio. La Parola oggi vorrebbe aiutarci a riprendere una dimensione della nostra vita spirituale che spesso perdiamo e smarriamo: la dimensione della contemplazione, dello stare davanti al volto e alla maternità di Dio per pura gratuità e senza nessun fine utilitaristico. Che cos’è la contemplazione? Tra le mille definizioni vorremmo ricordare questa: vivere davanti a Dio un santo ozio d’amore, essere con Dio nell’amore puro, nell’amore pieno, nell’amore vero. Non si può tornare a Dio senza il passaggio determinante della contemplazione, senza l’essere intimi di un volto e di un amore. Oggi molti cristiani sono assillati da mille urgenze o si danno molto da fare ritenendo che nell’impegno concreto, fattivo, visibile, e anche gratificante, l’esperienza di Dio sia completa, invece Isaia diventa il grande maestro e il grande profeta che ci ricorda che la prima esperienza e il primo ritorno a Dio è il succhiare la sua consolazione, è il lasciarsi portare in braccio dal suo amore, è il lasciarsi accarezzare dalle carezze materne della sua misericordia. Tutto questo non è intimismo, non è un hobby per poche anime fissate di spiritualità, ma questo dovrebbe essere l’urgenza e la dimensione fondamentale della vita di ogni discepolo della Parola. Non si può essere innamorati di Dio se non lo si contempla, non si può essere innamorati e gustare la maternità di Dio se non ci si ferma e non ci si lascia trasportare dal suo amore; non si può essere discepoli della Parola, se non si è dentro una familiarità d’amore. Oggi moltissimi hanno lasciato la fede e hanno dimenticato il volto di Dio, specialmente nella nostra Europa e nella nostra Italia, molti smerciano Dio come un qualcosa, come un darsi da fare, come puri impegni etici, sociali, morali, ma il mistero materno e il volto bellissimo di Dio possono essere donati e portati solamente dai contemplativi.
Nella chiesa ci sono oasi di contemplazione che sono i monasteri di clausura o i luoghi nei quali il primato viene dato a Dio, ma lo Spirito desidera guarire il nostro tempo, la nostra storia, il nostro difficile momento suggerendo e spingendo molti cristiani che vivono una ferialità nella loro casa, nelle loro esistenze, a diventare innamorati della contemplazione di Dio. La contemplazione non è un metodo orientale, non è una metodica da guru, in cui qualcuno ti insegna come sentire qualche sensazione spirituale per la tua gratificazione, la vera contemplazione cristiana è entrare nel fiume della grazia, nel torrente in piena, nell’amore infinito di una presenza. Che cos’è il frutto principale della contemplazione se non ritrovare la presenza, il volto, il battito, ritrovare la vicinanza, la familiarità con Dio, che è un mistero d’amore che nessuna lingua può esprimere, che nessun discorso può trasmettere? Ritrovare questo Dio che nella contemplazione ci dona la grazia della consolazione attraverso la quale fa gioire il nostro cuore, attraverso la quale fa scorrere verso di noi il fiume dell’acqua della grazia. Ecco perché il salmo responsoriale risponde a questa Parola con un’affermazione molto potente: “Venite e vedete le opere di Dio. Venite ascoltate voi tutti che temete Dio e narrerò quanto per me ha fatto”.
Sono i contemplativi, gli innamorati di Dio, che possono raccontare le opere di Dio. La chiesa e l’umanità del nostro tempo hanno bisogno di questi contemplativi, hanno bisogno di questi innamorati che tengono viva nella storia del mondo la seduzione per il volto bello materno e misterioso di Dio.
    
  
Seconda Lettura      Gal 6,14-18


Rivolgendosi ai Galati che si erano lasciati corrompere ed erano tornati alla religiosità tradizionale ebraica, Paolo, innamorato di Gesù e perciò irruente ed esagerato, in quanto l’amore ha questi due colori, si rivolge loro non con la Torah di Mosè, ma con la potenza della croce. L’apostolo dice che, attraverso la croce gloriosa, segno dell’amore di Dio per il mondo, tutto deve essere letto, capito, ritrovato, perché la croce, segno di potenza e di gloria, ha definitivamente sconfitto ogni artificiosa religiosità e la sicurezza facile di ogni ritualità. La croce, per Paolo, è la parola suprema, è la norma suprema dell’amore e Paolo ai Galati e oggi a noi fa questa promessa: su quanti seguiranno questa norma della libertà dalla religiosità, che Paolo esprimeva attraverso il rito della circoncisione, sia pace e misericordia. La croce di Gesù è proprio l’incrocio della nostra vita e attraverso la croce veniamo liberati da tutte le  mediazioni normative e disciplinari che molte volte tentiamo di darci per rassicurare semplicemente il nostro io naturale o mentale. Paolo, invece, di fronte a questa Parola della croce, di fronte a questa potenza della croce gloriosa di Gesù, proclama con forza che nessuno deve più procurargli i fastidi di una religione, perché egli aveva toccato, aveva vissuto, era entrato nella parola della croce e ne portava impresse le stigmate misteriose e interiori di Gesù, quelle stigmate che erano e sono la prova dell’amore, che sono la trafittura profonda di un cuore che si lascia rieducare e riaccogliere dall’unica parola dell’amore di Dio, che è la croce del Signore Gesù, Signore nostro, Signore della vita.
Questa Parola è di grande spessore profetico soprattutto oggi in cui tendiamo, sia come società sia come chiesa, a normare tutto e a rendere tutto frutto di una normativa, di una convenzione, di una regola, invece la Parola di Dio proclamata da Paolo ci riporta questa libertà.
Quanta gente sta aspettando questa Parola della croce, che non è una Parola di dolorismo, di pianto, ma è la Parola della libertà perché sulla croce Gesù, il Signore, ha vinto definitivamente la religione e ha fatto della croce la chiave d’entrata nell’esperienza di Dio. Il Signore oggi non ha bisogno di persone che tutelino una normatività morale o una normatività etica, il Signore oggi ha bisogno di persone che, attraverso la potenza dell’amore manifestato dalla croce, sappiano imprimere negli uomini e nelle donne del nostro tempo, smarriti e senza una capacità profonda di interpretazione di se stessi, i segni dell’amore, le stigmate della significatività, della profondità, dell’interiorità. Attraverso questa libertà che viene dalla croce nasce per ciascuno di noi che entriamo in questa Parola della croce una libertà grande ed infinita per poter raggiungere tanti uomini e donne crocifissi senza la croce gloriosa, crocifissi alle loro manie e alle loro paure. La croce di Gesù ci manda a schiodarli dalle crosci insignificanti e doloranti per collocarli nella croce della vita. Ma non possiamo essere operai della croce se prima non abbiamo accettato i segni di appartenenza della croce e queste stigmate, che non sono semplicemente ferite fisiche, ma sono segni gloriosi di un amore, sono necessari per chi oggi va in cerca dell’uomo e della donna del nostro tempo, che non si lasciano catturare e imbonire facilmente, ma che davanti ad un amore intelligente e liberante sanno ancora piangere e sanno ancora ritornare all’unica vera Parola della vita: la croce gloriosa.
        

Vangelo   Lc10,1-12.17-20

Del Vangelo di Luca di questa domenica, che è molto esteso e variegato, vorremmo coglierne qualche bagliore. Nessuna missione feconda ed autentica nasce da se stessi, non possiamo affidarci la missione di Gesù, ma ci deve essere affidata dal Signore che, designando altri 72 discepoli, li inviò a due a due avanti a sé. Non si può essere discepoli senza questo invio, senza questo atto di fiducia di Gesù verso di noi, nel quale veniamo abilitati ad andare nel mondo a portare Lui. Oggi, con tristezza, dobbiamo dire che molta pastorale e molta evangelizzazione non nasce da un atto di fiducia del Maestro, ma molte volte diventa un’usurpazione arrogante di alcuni che pensano di avere la capacità di autoinviarsi e di autoevangelizzare, usando Gesù, la sua Parola e la fede quasi costruendola da se stessi e proponendola come argomento accattivante, convinti che le mediazioni interessanti prodotte dall’uomo siano la carta vincente per far passare la Parola potente di Gesù. In molte missioni non c’è più Gesù, ma c’è solamente un se stesso egoista e protagonista che usa Gesù per i suoi scopi personali di riuscita e di compensazione. Invece la vera missione e la missione feconda nasce unicamente da questo invio, da questo mandato che viene donato se prima si incontra colui che deve mandare. Oggi non si può pretendere di evangelizzare la complessità della storia senza questo mandato che nasce da un amore, perché Gesù non ha bisogno di propagandisti o di attivisti o di rappresentanti di commerci, ma Gesù ha bisogno unicamente di una categoria: gli innamorati. Allora in questo vangelo leggiamo già la crisi delle vocazioni presbiterali e di speciale consacrazione, ce lo dice già Gesù: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi” e di fronte a questa insufficienza numerica di operai Gesù non ha elaborato nessuna strategia, non ci ha detto qual è il metodo giusto, non ci ha detto come convincere o avvincere nuovi operai, ma ci ha dato un comando inquietante e misterioso: “Pregate”. In quel pregate Gesù ha voluto farci capire che nella chiesa le vocazioni al presbiterato e alla vita consacrata sono solo doni autentici di grazia che nascono da grembi di preghiera e da grembi profondi di ascolto. Le vocazioni non sono frutti di cammini formativi, non sono frutti di marketing diocesani, non sono frutti di efficienti seminari che preparano queste persone, ma sono dono e frutto della preghiera, perché solamente nel mistero profondo della grazia della preghiera Dio farà sorgere gli innamorati di cui ha bisogno.
In questo momento attuale di grande crisi, anche numerica, delle vocazioni e di tanto sbandamento, che tante volte si manifesta anche nei consacrati, lo Spirito ci dà un grande messaggio: lo Spirito forse sta purificando una certa arroganza strutturale e formativa di certi ambiti della chiesa dove si pensa che molte buone vocazioni siano il risultato finale di tanti apporti umani formativo-psicologici. Se entriamo in questa logica, abbiamo il potere di suscitare i chiamati, ma questo potere non ce l’abbiamo, perché il potere, l’ha detto chiaramente Gesù, è del padrone della messe, è lui che può mandare, a noi resta l’unico compito che ci ha dato: pregare. Molti potranno accusarci di essere semplicistici in questa interpretazione del vangelo o di essere fondamentalisti, i soliti bene informati potrebbero parlare della necessità delle mediazioni formative. Possiamo essere d’accordo su questo, ma le mediazioni formative senza la sorgente misteriosa della preghiera formeranno solamente personale per una struttura e Gesù non ha voluto nessuna struttura, ma ha voluto consegnare a coloro che si innamoreranno il suo sogno manifestato nella potenza del Vangelo.
Quando Lui manda questi innamorati, dà loro alcuni compiti molto fluidi, non li assegna ad una stabilità geografica o strutturale, ma li assegna alla storia: “Andate come agnelli in mezzo ai lupi”, chiede loro di non portare le sicurezze umane (borsa e bisaccia), di augurare la pace nelle case in cui si entra, di adattarsi alla provvisorietà che si trova, di annunciare il regno di Dio e di scuotere la polvere dove non saranno accolti perché il vangelo non si impone con la forza, ma si propone con il fascino.
Dovremmo convertirci tutti a questa Parola: meno struttura e meno fede nelle nostre conquiste e nelle nostre mediazioni formative, che sono nostre, e più spazio alla misteriosità imprevedibile del padrone della messe, perché da là e non dalle nostre arroganze specialistiche arriveranno gli operai.            
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