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08 maggio 2022

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 08 maggio 2022
IV Domenica di Pasqua    Anno C


Prima lettura        At 13, 14.43-52


Quando, per grazia, una moltitudine si aggiunge, cominciano le guerre. Perché non c’è più la moltitudine nelle nostre chiese? Probabilmente perché non siamo più capaci di suscitare interesse e di creare moltitudine, come invece sapevano fare Paolo e Barnaba.
“Quando videro la moltitudine, i giudei furono pieni di gelosia”, succede anche oggi: quando un carismatico crea moltitudine, subito viene attaccato perché la Parola deve essere contrastata. Paolo era il fuoco del Signore e Barnaba aveva il dono di vedere la grazia di Dio in azione, dicono gli Atti degli Apostoli, e suscitavano una moltitudine perché trasmettevano la Parola come una Presenza e la dipingevano come un quadro d’autore. Quando si porta la Presenza viva, si fa innamorare, si sente che quella Parola, che diventa presenza e pittura d’amore, sta dipingendo il tuo cuore e sta parlando proprio di quello che tu nascondi dentro. Invece, quando la Parola viene generata da un grembo di carta e viene mediata da letture di riviste teologiche, crea solo noia. Eppure anche oggi lo Spirito Santo vuole creare una moltitudine e sta lavorando su due versanti: da una parte lavora con la gente di fuori, soffiando una domanda profonda di significato della vita. È una domanda a cui nessuno dà risposta, ma che c’è dentro, però quando la gente, assetata di senso, arriva nelle chiese, trova un’eco del telegiornale. La Parola di Dio non è un’esortazione ad accogliere i profughi, non è la risonanza dei centri sociali, la Parola di Dio, quando viene proclamata nello Spirito santo, è quella chiave spirituale carismatica che apre le anime. Prova ne è che, dove la Parola viene letta in chiave spirituale, le chiese sono piene. La Parola di Dio non è contro uno o un altro leader politico, la Parola è contro il demonio e, quando la si usa in chiave politica o in chiave partitica, la Parola viene profanata. Quante volte Gesù ha parlato contro i Romani? Mai; anzi ha detto: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Oggi il veleno è politicizzare la Parola ed usarla come eco del proprio fallimento spirituale che si colora di polemica antipolitica contro qualche leader. Questa è la prova del nove che nel cuore non c’è nulla, non si è incontrato Dio, ma ancora sé stessi.
Quando la Parola diventa pittura d’amore, incursione del cuore, non c’è più pace in quel luogo e allora le lobby massoniche convincono le pie nobili dell’alta società e i notabili a cacciare Paolo e Barnaba. I due apostoli scuotono la polvere e la grazia raggiunge i pagani, mentre gli ebrei, laureati in sacra Scrittura, ne vengono esclusi. Paolo e Barnaba non annunciano una Parola che piace a tutti, come fa qualcuno che vuole avere l’en plein dell’applauso della piazza, la Parola divide e piace a pochi, quando è vera Parola di Dio. Quando si annuncia la Parola c’è la guerra e si viene cacciati, ma in quella città, Dio è passato.    


Seconda lettura              Ap 7,9.14-17


La Parola dipinge il mistero con il quale Dio salva le anime: “Vidi una moltitudine”. La Parola non dice: tutti, perché purtroppo alcuni non si salveranno, ma non perché Dio non voglia salvarli, ma perché essi non vogliono salvarsi. In questo sta la nostra libertà. Dio salva le anime in maniera misteriosa, affascinante, arcana, anche oltre la visibilità di una pratica religiosa, a volte. Ciò non significa che la pratica religiosa sia male, anzi, è il massimo della sequela, perché si mostra che si crede a qualcuno che ha toccato il cuore, ma solo Dio conosce ogni anima e solo Dio sa che cosa un’anima può dargli. Santa Caterina da Siena, illetterata, diceva ai confessori: “Non chiedete alle anime ciò che non possono darvi”. La salvezza non è il frutto di una parrocchialità, ma è un mistero impenetrabile, arcano, ma reale.
I salvati avevano in mano le palme, perché la vita molte volte è un martirio bianco. L’ultima parte del brano ci descrive il paradiso, di cui oggi non parla più nessuno. Che cos’è il paradiso? Un tentativo di raccontarlo è nelle ultime righe: “Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita e Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”. Quando si ruba il paradiso alle anime, esse sono state già tradite, perché tutto si risolve nella vita terrena. Perciò, se gli anni della vita passano in fretta, si deve provare tutto ciò che permette di sopravvivere. Abbiamo tolto l’assoluto di Dio e vediamo bene che cosa c’è in giro. Mentre siamo preoccupati di accogliere i profughi, non siamo preoccupati di accogliere le anime che stanno morendo senza il senso della vita.       
Vangelo         Gv 10, 27-30
Gesù è il pastore, racconta sé stesso e parla di noi come le sue pecore. Ci sono due sacramenti che precedono i sette: il sacramento fondamentale, che è Gesù Cristo, e il sacramento universale di salvezza, che è la chiesa.
Gesù dice a ciascuno di noi: “Sei mia pecora”, lo sei perché “ascolti la mia voce”, perché con me hai creato una relazione d’amore. È bello pensare che ognuno di noi sia stato consegnato a Gesù dal Padre e il Padre è più grande di tutti. Satana vorrebbe strapparci dalla mano del Padre, vorrebbe strapparci da un’appartenenza, da una sicurezza, da una benedizione, da una casa, che è la mano del Padre, ma nessuno potrà farlo se vivremo con Gesù questa relazione della voce. La voce di Gesù parla dentro di noi con le locuzioni interiori e noi non l’ascoltiamo il più delle volte. Dobbiamo coglierle.


Prima lettura        At 13, 14.43-52


In questa domenica la Parola ci racconta l’avventura di Paolo e Barnaba nella loro attività missionaria svolta da Perge ad Antiochia, in Pisidia, dove essi, forti dello Spirito e della Parola, cercavano di incontrare la gente per persuaderla a perseverare nella grazia di Gesù.
È molto bella questa immagine dei due missionari, Paolo e Barnaba, ricchi solamente di una grazia, bruciati da un amore infinito per Gesù Cristo, forti della loro fede, spogliati di ogni struttura, di ogni potenza umana, ricchi solo di Dio. Il sabato, questi missionari audaci, quando tutta la città era radunata per ascoltare la Parola del Signore, portano il vangelo di Dio e Dio crea folla e figli di Dio, allora i Giudei, ricolmi di gelosia, cominciano ad ingiuriare Paolo e a contrastarne le affermazioni. La vera evangelizzazione è sempre perseguitata, il vero annuncio missionario di Gesù conosce ostacolo, insulto e dileggio, ma questo è il sigillo dell’autentico annuncio. Quanto ha bisogno oggi la chiesa di missionari audaci, anzi, di esploratori di Dio che sanno portare alla gente del nostro tempo, che inconsapevolmente vuole la felicità, la verità, l’amore e l’eternità, l’ermeneutica di Dio, il punto di vista di Dio sulla vita, che è la Parola. La Parola provoca sempre uno scontro frontale quando rimane Parola, la Parola provoca sempre un terremoto spirituale, quando resta Parola, la Parola porta sempre una opposizione viva e forte da parte del nemico, il maligno, e dei suoi alleati, perché rimane Parola. Paolo e Barnaba, di fronte a questa reazione dei Giudei, scuotono la polvere e se ne vanno. Non cedono al compromesso. Quello che ci colpisce di questa icona degli Atti degli Apostoli è che Paolo e Barnaba non hanno percorso la via del dialogo con i Giudei, con i notabili della città e con le nobildonne. Quando la Parola ti afferra, la Parola totalizza il tuo cuore nella sua dinamica d’amore. È tempo che la chiesa ritrovi la fierezza, la dignità di essere portatrice dell’unica Parola di verità, è tempo che ci sia un sano esclusivismo d’amore per la Parola, è tempo che i missionari della Parola, audaci ed intraprendenti, non abbiano paura di percorrere le città e le agorà del nostro tempo, fieri e innamorati dell’unica Parola della vita, che dà vita e che porta vita. La Parola non si siede e non prende parte a convegni a più parole, la Parola non si siede al tavolo delle opinioni e delle filosofie, la Parola brilla di una bellezza propria di Dio e la santa intolleranza d’amore dei missionari della Parola è il segno del fuoco dello Spirito che, facendo bruciare d’amore, vuole che questo fuoco venga acceso in ogni anima.
Le anime di oggi, stanche di mediocrità e di soluzioni indolori di piccolo cabotaggio, stanno forse attendendo questa totalità, questo vento impetuoso del fuoco dello Spirito. Oggi non c’è più Perge o Antiochia di Pisidia, oggi ci sono le nostre città e i nostri paesi che stanno aspettando missionari di Dio, poveri di mezzi umani, ma ricchi della sua potenza.
Le anime stanno aspettando uomini e donne accecati della Sua luce, uomini e donne innamorati in maniera travolgente di Dio; la Parola sceglie solo costoro, gli altri li rifiuta, perché essa vuol essere accompagnata dal corteo degli innamorati, non dalla folla degli opportunisti.     


Seconda lettura              Ap 7,9.14-17

Il veggente dell’apocalisse, Giovanni, ci descrive uno squarcio di cielo: vede una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, vede una celebrazione stupenda: tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello avvolti in vesti candide e con rami di palma in mano. Giovanni vede la schiera di coloro che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti con il sangue dell’Agnello. Egli vede l’icona della chiesa del cielo, della chiesa del trionfo di Dio e di Cristo. Questo veggente dell’Apocalisse ci sta insegnando a celebrare Dio nel travolgente amore e nella incandescente lode. Come stiamo celebrando il Signore? Come trattiamo Dio e i suoi misteri? È una domanda rivolta sia ai presbiteri che dovrebbero essere amministratori dei misteri di Dio, sia ai battezzati che dovrebbero essere i destinatari dei misteri di Dio. Come stiamo trattando Dio, i suoi misteri e la sua presenza? Con amarezza bisogna dire che oggi Dio e i suoi misteri vengono trattati con disinvoltura, con frettolosità, nella mistura delle nostre opinioni e dei nostri punti di vista. Dio non è più il volto e il cuore incandescente di una lode, ma molte volte diventa un argomento su cui noi appoggiamo le nostre opinioni e il nostro modo di essere. Molte volte quello che celebriamo è la prova del nove della nostra estraneità con Lui. Quante volte celebriamo un assente, celebriamo un’abitudine, celebriamo noi stessi. Il veggente dell’Apocalisse ci ha squarciato il cielo e ci ha mostrato la liturgia celeste, certamente questo squarcio dovrebbe contagiarci di questa nostalgia per Dio e per l’eterna gloria del suo volto. Questo squarcio possa contagiare anche le nostre celebrazioni! Il fascino di Dio deve riaccendere il celebrare Lui e i Suoi misteri.
Ma celebrare i suoi misteri e la sua gloria è possibile ad una sola categoria, gli innamorati, i faccendieri non sono ammessi.   


Vangelo         Gv 10, 27-30

Il vangelo del buon pastore, collocato nella domenica di preghiera per le vocazioni, ci mostra un Gesù che descrive le sue pecore. Esse, cioè i fedeli di Cristo, hanno queste caratteristiche: ascoltano la sua voce, Gesù le ama ed esse lo seguono. Che triade stupenda, che spiritualità profonda del gregge e del pastore, così preoccupato perché nessuno strappi dalla sua mano le pecore! Il Padre gliele ha date e nessuno può strapparle dalla mano del Padre.
Due mani, seguono la nostra vita: la mano di Gesù e quella del Padre, due mani che raccolgono, che abbracciano, che custodiscono, che benedicono, che consolano e che difendono coloro che amano. Per due volte in poche righe si parla di strappare; l’antipastore e l’anti dio, il nemico, vuole strappare dalla mano di Gesù e da quella del Padre le pecore perché, strappandole dalle due mani d’amore, la mano creatrice del Padre e la mano redentrice del Figlio, le lascia cadere negli artigli senza pietà del lupo avido.
Quando un’anima è strappata dalle mani di Dio, è un’anima vagante nell’universo. Il compito dei testimoni e dei discepoli di Gesù è di collaborare con la grazia per riportare queste anime nelle mani del Padre e del Figlio. Le mani che parlano di tattilità, di carezza, di tenerezza, di protezione e di rifugio. Cos’è la chiesa? La chiesa è quel grembo che dovrebbe custodire queste due mani. Che cos’è la chiesa? La chiesa è quella tenda dove i viandanti della vita dovrebbero trovare la tenerezza e la carezza di Gesù e del Padre, perché Dio è tenerezza.    


Prima lettura        At 13, 14.43-52

La Parola di questa settimana ci presenta due apostoli che affrontano senza timore uno scontro frontale. La Parola di Dio è sempre servita da uomini e donne che hanno l’audacia dello Spirito e non la prudenza degli uomini. Barnaba e Paolo vanno direttamente ad Antiochia di Pisidia, cuore del giudaismo, anzi sono ancora più audaci, vanno a parlare nella sinagoga, certi che la Parola di Iahvè era stata completata dal figlio Gesù.
Oggi la Parola sta stagnando perché viene tenuta alle redini, chiusa nelle casseforti delle sacrestie delle parrocchie o dei soliti giri di persone devote o semidevote che cercano la Parola come se fosse camomilla, ma la Parola di Dio è per sua natura frontale e libera tutta la sua forza nell’incontrare frontalmente l’uomo del proprio tempo. Perciò la Parola non disdegna la lotta, il confronto e lo scontro, perché dove arriva la Parola di Dio nasce un evento, che si chiama chiesa e, nascendo questo evento, nasce una divisione in quanto essa, come primo frutto di autenticità, divide le persone, le città e i cuori. Li divide perché la Parola non è un’opinione da salotto, ma è una questione decisionale di vita o di morte. Perciò la Parola di Dio è esplosiva, vulcanica, carismatica, infuocata per natura. Paolo e Barnaba, non avendo nessuna struttura, nessun mandato, nessun insieme di strutturazione didattica o organizzativa, ma solamente la loro fede, la loro passione per la Parola e la loro certezza della forza della Parola, scombinano una città, al punto tale che il sabato seguente quasi tutta la città va ad ascoltare la Parola, meno che i giudei, i notabili e le donne pie di alto rango. In quella città si era sentita una Parola nuova, un cuore nuovo, un vento nuovo, una mentalità nuova, perché il giudaismo della Torah non bastava più. L’uomo di allora come l’uomo del nostro tempo cerca una risposta profonda alla sua vita e alla sua ricerca. Quando la Parola si impianta in una città provoca una lotta che arriva anche ad una inciviltà, alla bestemmia: i giudei contraddicevano le parole di Paolo bestemmiando, non tanto bestemmiando Iahvè altrimenti venivano lapidati, ma bestemmiando il Messia di Dio che era Gesù. Vedendo che anche le bestemmie non ottenevano nulla, allora si passa alla parte massonica, politica, organizzativa: le donne pie di alto rango e i notabili, cioè il corpus giurisdizionale di una città, sobillati dai farisei, fanno allontanare con la forza Paolo e Barnaba da Antiochia. Quella Parola sconvolge, ma quella Parola ha già vinto perché viene accolta dai pagani, da coloro cioè che non erano imprigionati nella religione, nella Torah, nelle modalità cultuali né nelle prevenzioni.          
I pagani, essendo liberi dalla gabbia della Torah, capiscono l’alternativa liberante di quella Parola. Oggi i pagani sono quelle persone battezzate che non si ritrovano più nella parrocchia, nella chiesa ufficiale e istituzionale. Questa gente sta cercando Dio fuori dal tempio, fuori dal culto, dalla modalità, perché Dio è libertà, Dio sposa il nostro cuore inquieto. Ecco allora che la Parola tocca i pagani di quella città, anzi Paolo li definisce “coloro che erano predestinati alla vita eterna”.
Perché la Parola non passa più per la nostra città? Perché qui non si vede la città divisa o gli evangelizzatori cacciati? Forse perché la Parola è diventata stanziale, si è stanziata in una realtà e parla la stessa lingua di questa realtà, ha perso il fascino della diversità, allora quella città non cresce, i cuori non si infiammano, ma si vive rassegnati ad una religiosità di facciata.
La Parola non si impone, ma si propone, può venire cacciata tramite gli annunciatori, ma la polvere scossa contro quella città li bollerà, per cui dice Gesù: “In verità vi dico, Sodoma e Gomorra saranno giudicate meno severamente delle città che hanno rifiutato la Parola”, perché rifiutare la Parola è rifiutare il palpito del cuore di Dio che vuol salvare anche oggi l’uomo che non si può dare da solo un significato per vivere.    


Seconda lettura              Ap 7,9.14-17


Giovanni, sempre con il linguaggio simbolico proprio dell’Apocalisse, contempla l’assemblea dei martiri cioè di coloro che, negli anni in cui Giovanni scriveva, venivano uccisi dall’imperatore romano perché cristiani. Questo provocò grande perplessità in molti che si chiedevano come mai  Gesù, che aveva detto di aver vinto il mondo, lasciava morire coloro che credevano in lui. La testimonianza martoriale sconvolgeva. Giovanni descrive questi martiri che hanno reso candide le loro vesti con il sangue dell’Agnello, e tengono in mano la palma, simbolo di vittoria. In questa visione di eternità mancano tre cose che invece contraddistinguono la nostra storia: la fame, la sete e l’arsura e sono i tre martìri bianchi o interiori che accompagnano la nostra vita quotidianamente e che noi magari riteniamo limiti e invece sono veri martìri perché sono mozioni spirituali di nostalgia infinita per una pienezza e una visione. Abbiamo fame non di pane, ma della Parola, cioè di una capacità interpretativa profonda di noi, che possa eludere gli schemi scientifici della valutazione; abbiamo fame di una destrutturazione di rapporti, di progetti, di vita; abbiamo fame di un abbraccio senza condizioni, abbiamo fame di serenità, di stabilità, di gioia, abbiamo fame, in una parola, di Dio e della sua vita e questa fame viene alle volte sedata da rimedi che non risolvono questa prima nostalgia.
La seconda nostalgia è la sete, la sete dell’anima che si disidrata nel cercare Dio, il suo volto, la sua presenza; abbiamo sete di esperienza spirituali profonde, di un contatto infinito con Dio, abbiamo sete di un rapporto con Dio che superi la mediazione visibile dei segni quotidiani; abbiamo sete dell’acqua viva, cioè dello Spirito, segno caro a Giovanni (“Chi ha sete venga a me e beva, parlava dello Spirito che avrebbero ricevuto”). È il dramma di tanta gente che vive una vita “animale” dove tutto è relegato al sintomo, all’istinto, al progetto, al visibile, all’immediato, alla ragione, al fatturato; gente che beve l’acqua materiale, ma disidrata se stessa nell’anima perché non beve l’acqua della vita, è la gente estranea all’esperienza viva di Dio mediante lo Spirito santo; è la gente che ostinatamente non ricorre a questa interpretazione, a questa scuola sovversiva che è lo Spirito santo che fa percepire Dio come fuoco, potenza, seduzione, guarigione, difesa e pace.
Il terzo martirio è l’arsura e si verifica quando la vita ci ha succhiato e ci fa rinsecchire nelle sofferenze e nelle preoccupazioni dell’oggi. L’arsura della vita, del mondo, di essere omologati, di fare tutto quello che fanno gli altri senza il coraggio di una originalità e di un linguaggio diverso, dove tutto diventa circostanza e galateo, dovuto, scontato, previsto, ecco l’arsura che brucia la creatività profonda dell’anima che vuole andare oltre.
Per questi tre martìri il Signore dà tre doni: per la fame la Parola, per la sete lo Spirito, per l’arsura la tenda, cioè la sua protezione, la sua presenza, la sua vicinanza e il suo amore. L’acqua della vita non possiamo trovarla da soli, ma seguendo Gesù Agnello che ci condurrà alle fonti dell’acqua della vita; la tenda viene distesa sopra di noi da Gesù e la fame viene saziata dalla Parola che ci è donata da Dio, che è più grande di noi. Ecco i tre martìri, i tre desideri dell’uomo di oggi che è affamato, assetato e disidratato e che non trova questa risposta di Dio e in Dio perché non trova questa origine originante che origina in lui la creatività e la speranza.          


Vangelo         Gv 10, 27-30

Giovanni ci descrive Gesù buon pastore e ne dà un’immagine forte, non dolciastra. Gesù dice che l’esigenza dell’anima è l’appartenenza, essere veramente di qualcuno, non in forza di un’istituzione, non in forza di un atto giuridico, non in forza di un documento solenne umano, ma in forza di una sintonia, di un ascolto di una voce. L’appartenenza nasce da questo, da una voce che non si visibilizza, ma si sente, la voce che si distingue, che attrae; perciò essere appartenenti ad una voce che raccoglie la nostra voce. La voce di Dio è unica ed indiscutibile ed è quella voce silenziosa, perché Dio non ha bisogno di un suono fonico, che lavora dentro di noi, che tocca le corde delle nostre ricerche, delle nostre delusioni, dei nostri desideri, quel malcontento che c’è dentro di noi e che l’uomo animale definisce un malessere psicologico, mentre l’uomo spirituale lo crede passaggio ed azione di Dio. È Dio che ci rende malcontenti dentro quando vede che ci stanno saziando con il mangime delle oche e non con la nostalgia del cielo. Noi siamo fatti per lo squarcio del cielo e Gesù ha squarciato il cielo e squarcia il nostro cielo. Quando siamo di Gesù nessuno può rapirci dalla sua mano. Essere di Gesù, fare esperienza della fede di Gesù e in Gesù, ci dice Giovanni, è vivere in due mani: la mano creatrice e la mano redentrice, la mano del Padre e la mano del Figlio, entrambe le mani sono forti e da queste mani nessuno può rapirci. Il Padre stesso ha consegnato a Gesù le pecore e la mano del Padre e la mano del Figlio accendono il roveto ardente dello Spirito che è l’amore che intercorre tra Dio Padre e Dio Figlio. In questo roveto ardente dello Spirito si svolge la nostra vita, tra il punto alfa, la mano del Padre, e il punto omega, la mano del Figlio, c’è il fuoco acceso che è lo Spirito. Questo è il nostro triangolo salvifico, su questo si svolge la nostra vita. Perciò in Giovanni l’esperienza di Dio non è più un’esperienza mentale, ma un’esperienza di appartenenza fortissima e fedele ad una mano.
Veniamo da una mano, da un’appartenenza, da una consacrazione, da uno stare nella mano di un altro; non sono io che ho deciso di stare in quella mano, ma è Dio che ha deciso per me e nessuno può rapirmi. Solo la nostra libertà può rapirci dalla sua mano, se decidiamo consapevolmente di staccarci, la mano di Dio, che non è una morsa, si apre e ci lascia andare, aspettando però sempre il nostro ritorno. Perciò anche le nostre due mani umane ci ricordano la mano creatrice e la mano redentrice e il cuore è il roveto ardente. Qui c’è tutta la nostra vita che si svolge all’insegna di questa mano. Gesù ci fa capire che noi non siamo seguaci di una dottrina, non siamo fedeli di una religione, ma che siamo il giocattolo di Gesù (per dirla alla maniera di Teresa di Gesù Bambino) che vive la sua vita tra una mano e un’altra, riscaldandosi al fuoco di Dio, che è lo Spirito.         
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