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08 marzo 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di domenica  08 marzo 2020
II domenica di Quaresima


Prima lettura       Gn 12,1-4


Nella seconda domenica di Quaresima la chiesa ci presenta Abramo, pastore di Ur dei Caldei, il primo uomo chiamato da Dio a lasciare le sue sicurezze per seguirlo e per immergersi nella sua fedeltà.
Abramo è una figura profonda, lontana, misteriosa che la chiesa, nella Preghiera eucaristica I, definisce nostro padre nella fede. Che cosa può dirci questa figura così lontana e avvolta nelle nubi della storia? Abramo, prima di tutto, ci può essere modello di una profonda libertà e la vera libertà dell’uomo nasce da un profondo ascolto interiore non di se stesso, ma di Dio che parla nel fruscio discreto della nostra anima. Perché Abramo è modello di libertà? Perché questo uomo, quando ha percepito la chiamata di Dio dentro di sé, si è liberato da tutte quelle schematizzazioni e da tutte quelle pre comprensioni  che facevano parte della cultura della sua vita.
Anche oggi, se siamo sinceri, ciascuno di noi non vuole lasciare niente di ciò che gli appartiene. In quella terra che Abramo lascia possiamo vedere tutta la nostra modalità di vita che non vogliamo mai mettere in discussione per una libertà maggiore e in cui il fruscio discreto della Parola di Dio viene soffocato nella nostra pre comprensione mentale secondo cui riteniamo di aver raggiunto il vertice e il massimo della nostra libertà. Non siamo liberi da noi stessi, dai nostri modi di pensare, di agire, di capire, abbiamo assolutizzato tutto e non vogliamo cedere niente. Diciamo che vorremmo seguire il Signore, ma vorremmo seguirlo con il tir carico delle nostre cose e delle nostre certezze, invece la vera libertà, dono dello Spirito, alle anime che ne aspirano il profumo in Cristo, è una libertà che la potenza di Dio mette nel nostro cuore e che dà senso alla nostra precarietà, alla nostra provvisorietà e alla nostra instabilità. La vera libertà interiore, la vera libertà spirituale da cui poi viene generata la sequela e il cammino verso Dio è proprio quella libertà intelligente da tutto ciò che noi chiamiamo rassicurazione, cioè dalle nostre paure esorcizzate e confezionate in ripetitività rassicuranti che ci impediscono di camminare verso orizzonti nuovi.
Stiamo tutti invecchiando e siamo tutti stanchi, spossati  e carichi delle nostre certezze, delle nostre strutture e delle nostre pre comprensioni; in Europa la fede sta morendo, il sale del vangelo è diventato insipido perché i credenti nella Parola e nella potenza di Dio dovrebbero essere quegli uomini e quelle donne snelli e affascinanti di una essenzialità che va a favore di una libertà profonda. Non potremo partire, uscire, testimoniare nulla se, quando vogliamo farlo, apriamo un grande supermercato dei nostri prodotti e delle nostre certezze, invece Abramo è la figura dell’uomo essenziale, nomadico, pastore, snello e sobrio di se stesso con il quale Dio ha iniziato una storia, un popolo nuovo, una famiglia nuova, una generazione nuova.
Abramo è proprio questa suggestione che la chiesa pone davanti a noi in questa seconda domenica di Quaresima in cui la Parola ci invita a uscire, ad andare verso il misterioso approccio e traguardo di Dio per essere suoi collaboratori intelligenti con la nostra sobrietà, la nostra libertà, la nostra santa precarietà e provvisorietà che dovrebbero diventare icone del nostro cuore grande, capace di accogliere la proposta liberante di Dio.


Seconda lettura        2Tim 1,8-10

Paolo si rivolge a Timoteo, suo collaboratore, e lo invita a soffrire insieme a lui per il vangelo, aiutato dalla forza di Dio. Non è certamente una vocazione allettante quella che Paolo ci propone oggi, perché la Parola non è più per Timoteo, ma è per noi. Ma che cosa vuol dire soffrire per il vangelo? Significa innanzitutto soffrire perché il seme, la forza, la potenza del vangelo venga partorita dalla nostra vita nella docilità e nella libertà di un’adesione umile e di una catena dolce d’amore con la quale ci leghiamo al primato, alla forza e alla signoria del vangelo. Per il vangelo bisogna soffrire, perché il vangelo non è moda, non è opinione, non è ipotesi, non è storia, non è filosofia, il vangelo è vita ed essendo vita, la vita di Dio per noi e la vita di Dio in noi, la sofferenza è l’ingrediente che contraddistingue la vocazione ad essere testimoni e servi del vangelo.
Perché bisogna soffrire per il vangelo, aiutati certamente dalla forza e dalla grazia di Dio? Perché il vangelo, essendo questa forza liberante e questa potenza di libertà, incontra senz’altro l’avversione e il rifiuto di molti che non vogliono appartenere a questa libertà. Oggi, nel grande supermercato delle proposte religiose, dove c’è di tutto e di più, l’unica proposta religiosa che soffre è l’annuncio del vangelo fatto dalla chiesa cattolica, perché questo annuncio, questa proposta non è un’aspirina o un bignè alla crema, che vengono invece offerti da altre proposte religiose, che non offrono la salvezza ma solamente la placazione della sofferenza immediata attraverso un intruglio di vari ingredienti che donano una pace la quale non è altro che un atto supremo di egoismo e di introspezione nel proprio egoismo. Il vangelo non ci dà questa pace aspirina, perché il vangelo è una spada, è una divisione che mette in luce tutto ciò che nella nostra vita non è per la nostra pace e per la nostra libertà.
Il vangelo non può essere portato da gente accomodante, insipida ed insignificante, il vangelo può essere servito solamente da gente ferita per il vangelo, da gente entusiasta per la forza del vangelo, da gente tatuata dalla ferita inguaribile del fascino di Dio, segnato nel cuore di coloro che trovano in questo vangelo tutta la loro vita. Il vangelo è quella vera circoncisione spirituale, è quel vero tagliare con tutto ciò che è ovvio, accomodante, mediocre, per dare gloria alla proposta radicale di Dio, a questa proposta che non conosce né accomodamenti né compromessi.
L’apostolo Paolo è un grande, perché non ha ingannato Timoteo, non gli ha detto di andare e di diventare un uomo di comunione a tutti i costi, ma ha detto a Timoteo di andare e di soffrire con lui, perché il vangelo conosce l’intolleranza dell’amore e non permette che l’amore venga edulcorato e falsato, perché quando venisse falsato l’amore sarebbe falsato anche l’uomo che si illude di amare.


Vangelo             Mt 17,1-9

L’episodio della trasfigurazione raccontatoci da Matteo non è solamente una cartolina luminosa o un’icona affascinante della vita di Gesù, ma è innanzitutto una proposta che Gesù non fa a tutti, ma solamente a coloro che lo amano. Quando noi non accogliamo questo invito dolce di Gesù, del Gesù del monte, del Gesù della gloria, del Gesù della luce, del Gesù dell’intimità con il Padre, del Gesù che completa la profezia e la legge dell’amore non siamo testimoni trasfigurati e non trasfigureremo il mondo. Vivere il mistero della trasfigurazione nella vita spirituale dell’anima è vivere ed aprirsi al contagio della bellezza divina, del mistero divino, del fascino di Dio.
Oggi gli uomini e le donne del nostro tempo, che stanno rincorrendo l’ideale della bellezza palestrata, tonica, “lampadata”, stanno ponendo una domanda a noi, che molte volte ci presentiamo come testimoni grigi di un’idea. E la domanda è questa: dov’è la vostra bellezza, dov’è la vostra proposta di bellezza? Le anime di Dio sono anime incandescenti nella bellezza divina, sono anime affascinanti della sua bellezza e sono testimoni di bellezza, perché sarà la bellezza che salverà il mondo. La bellezza non è l’estetismo, la vera bellezza spirituale è incontrare uomini e donne sedotti dal fascino del mistero che, attraverso le fessure della loro anima, emettono una luce affascinante e risplendente. È la luce riflessa di una luce propria che, quando tocca la nostra vita, la cambia, perché senza questa luce e senza questo incontro quotidiano con la bellezza rimaniamo inchiodati all’eterna bruttezza di noi stessi quando ci autoponiamo e ci autoreferenziamo come testimoni di ciò che non abbiamo.
Il primo sintomo del nostro malessere è la sterilità: non siamo fecondi né con la nostra anima né con le anime degli altri e vorremmo pretendere che la bruttezza della nostra autoreferenzialità seducesse le anime del nostro tempo che, magari inconsapevolmente, chiedono bellezza.
Il mistero della trasfigurazione ci indica una priorità: lo stare con Lui, l’essere con Lui, l’essere in Lui e l’essere per Lui. Da qui comincerà il vero rinnovamento della chiesa, che non sarà più fatto da mutamenti disciplinari o strutturali, ma sarà operato da uomini e donne sedotti dalla bellezza divina che diventeranno i nuovi pittori di un’umanità sbiadita che attende il colore di Dio.
Una goccia di luce

Chi ha Dio nel cuore non ha manette, è indifferente, cioè libero...


Prima lettura       Gn 12,1-4


Abramo è diventato, dopo la vicenda di Adamo e dei patriarchi, il primo referente e il primo uomo al quale Dio comunica gradualmente la sua rivelazione. Oggi la Parola ci dice che, quando apriamo il cuore a Dio, cominciamo con lui un cammino: Dio ci fa lasciare la nostra terra, che molte volte è la nostra testa, la nostra parentela, che è la nostra prigionia rassicurante, la casa di nostro padre, le nostre radici soffocanti e ci manda verso una terra che Lui ci indicherà. Quando l’anima si apre a Dio, diventa nomade d’amore. La nostra anima diventa abramitica quando, nel rapporto profondo con Dio, trova la sua pace e trova il suo tutto. Quando l’anima diventa abramitica e corre verso Dio, scopre che Dio è l’unico necessario. Quante anime si illudono di incontrare Dio, ma non fanno un passo perché prima di Dio vengono tutte le loro rassicurazioni, costruite, nutrite e custodite per mascherare la paura profonda che molte volte ognuno ha dentro di sé. Abramo lascia tutto e segue Dio, l’anima che fa questo è l’anima che inizia questo viaggio misterioso con il suo Dio. Più la nostra anima entra in Dio, più cammina e più è libera in Dio di camminare e di andare avanti. Quando Dio incontra la nostra anima e la nostra anima incontra Dio, frutto specialissimo di grazia consegnato alla nostra volontà, Dio ci libera dal nostro auto sentirci, autointerpretarci, dal nostro autodirci. Quando Dio ci fa camminare, ci libera da noi stessi e ci riempie di Lui.
Abramo non è una figura folkloristica, è il vero modello di ogni anima perché lui è nostro padre nella fede. L’anima che cammina con Dio e diventa intima di Lui è nella sua grazia e per lei Dio ha un amore privilegiato: “Io ti renderò grande e tu sarai una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò”, Dio l’ama di un amore di parte, geloso, esclusivo. Le anime che, incontrando il suo amore, hanno deciso di camminare con Lui, scelgono di andare verso l’ignoto e il misterioso, perché, quando Dio ti prende, non ti dice dove ti porterà, ti chiede di fidarti. Le scelte divine per l’anima non sono mai completamente spiegabili.
Abramo partì come gli aveva ordinato il Signore: quando ti decidi seriamente per Dio, devi vivere in coabitazione con il nemico, perché la stessa Parola dice che se uno si prepara a servire il Signore, deve prepararsi alla tentazione e alla prova. Quando il nemico si farà vivo nella nostra anima e vorrà avvilirci, intristirci e renderci pesante la vita, abbiamo già una grande gioia data dal fatto che stiamo facendo qualcosa di significativo di profondo, di vero e di grande perché il diavolo non perde tempo con chi è già suo. Perché il diavolo va a tentare Gesù, come abbiamo letto nel vangelo della prima domenica di Quaresima? Il diavolo aveva capito che Gesù si era deciso per il Padre e voleva svuotare la sua messianicità e la sua missione tutta spirituale di andare a morire per salvare le anime, perciò lo tenta proponendogli di diventare un benefattore sociale trasformando le pietre in pane (oggi c’è la grande tentazione di dare il pane alla gente, di riempirne lo stomaco, lasciandone vuote le anime), facendo della fede uno spettacolo e proponendogli l’idolatria (Dio senza l’uomo non può fare nulla). Ma appena il diavolo se ne andò, ci dice Matteo, gli angeli servivano Gesù, più siamo nella prova del nemico, più il mondo angelico è con noi.
Oggi chiediamo di diventare anche noi Abramo.          


Seconda lettura        2Tim 1,8-10

San Paolo dice a Timoteo, suo figlio prediletto: “Figlio mio, con la forza di Dio soffri con me per il vangelo”, cioè soffri con me per il vero vangelo, che è Gesù. Quando scegliamo Gesù, sappiamo che facciamo la scelta più bella della nostra vita, ma prepariamoci a grandi guerre, perché il mondo non vuole combattere noi, ma quel Gesù che abbiamo scelto. Quando scegliamo in verità Gesù, vorremmo portarlo a tutti, perché è la gioia della nostra vita, ma davanti a noi troviamo tante porte chiuse. Oggi non si parla più di Lui, nemmeno con le persone più care perché, quando scegliamo Gesù, Egli divide ed ha un difetto secondo il mondo: dice la verità della vita, ma oggi dire la verità della vita non è possibile. Per portare Gesù bisogna soffrire, perché quando portiamo Gesù lo stiamo partorendo nella nostra vita. La gente ha sete di Gesù, ma ne anche paura, lo vuole, ma ha paura che la richiesta sia troppo alta e allora c’è questa sofferenza per il vangelo.
Quando non vogliamo soffrire per Gesù, abbiamo fatto la scelta vile di andarcene, ma Gesù ci ricorda quello che disse anche rivolto a Cafarnao: “Se vuoi andare, vai, io non ti trattengo, ma se rimani con me ti do tutto, ti do la vita e la gioia”. Rimaniamo con Gesù, soffrendo per portarlo agli altri. Se non portiamo Gesù, non porteremo nulla agli altri.     


Vangelo             Mt 17,1-9

Quando abbiamo la grazia che la mano di Gesù ci sfiori e ci prenda, ci porta nella grazia della contemplazione, perché ogni cristiano è fondamentalmente un contemplativo. Come comincia la contemplazione? Lasciando libertà a Gesù di sfiorarci, di prenderci la mano e di condurci. Quando diventiamo contemplativi? Quando Gesù sente che nel nostro cuore abbiamo questa infinita sete per Lui, per il suo mistero e per la sua presenza. Il cristiano contemplativo è la radice profonda dell’eventuale cristiano operativo, ma un cristiano operativo senza il cristiano contemplativo produrrà solo molte foglie, molta apparenza, ma non la profondità e la sostanza della via unitiva con il mistero. Che cosa vuol dire contemplare? Il metodo è uno solo: lasciarci prendere da Gesù, Lui ci porta sul monte, ci fa innalzare e ci rende uomini e donne delle vette. Il nostro Tabor è dentro di noi ed è il nostro cuore che arriva al suo cuore: è lì che noi potremo dire: “È bello, Signore, per noi essere qui” perché finalmente l’anima trova la felicità e la gioia nella via di unione profonda con Gesù. Santa Teresa d’Avila dice che l’orazione mentale o la meditazione non è la preghiera più pura e più alta perché nella meditazione ci mettiamo ancora del nostro, ragioniamo sulla pagina sacra per ricavarne qualcosa, mentre la preghiera più bella è la contemplazione quando Gesù spegne in noi la memoria, l’intelletto e la volontà e ci fa riposare nell’amore. Questa è grazia, è dono, questo è il Tabor: rimanere con Lui.
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