08 novembre 2020 - Sito Sultabor

Vai ai contenuti

Menu principale:

08 novembre 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 08 Novembre 2020
XXXII Domenica del Tempo Ordinario. Anno A

Ecco lo sposo, andategli incontro!


Prima Lettura           Sap. 6,12-16

Il libro della Sapienza, scritto in greco ad Alessandria d’Egitto, non è accolto dagli Ebrei come libro biblico ed è l’incontro tra l’ebraismo e  la cultura greca. Ci parla della sapienza e la personifica in una figura femminile. La vera sapienza è Dio, è Lui la sapienza infinita, il volto della sapienza è Gesù Cristo, la forza e la grazia della sapienza è lo Spirito santo. La sapienza non è la saggezza cioè quell’atteggiamento intellettivo dovuto alle esperienze fatte. La sapienza è, innanzitutto, l’intimità e la familiarità con il mistero di Dio. Recita un salmo: “Initium sapientiae timor domini”cioè principio della sapienza è il timore di Dio, ossia quell’amore attento, profondo, che cerca l’amato. Una persona sapiente non è colei che sa rispondere a tutte le domande della vita, ma è una persona che è intima con il mistero di Dio, con la presenza di Dio.
La Parola dice: “La sapienza è splendida e non sfiorisce”, infatti è eterna, “facilmente si lascia vedere da coloro che la amano e si lascia trovare da quelli che la cercano”. Questo vedere è la via mistica unitiva, quando ci uniamo misticamente con Dio, lo vediamo nell’invisibile, anzi, più entriamo nella vita interiore e più rimaniamo lì, più vediamo Dio perché lo sentiamo e lo vediamo nel mistero di una presenza e di un amore. L’esperienza mistica ha tre vie: quella purificativa o purgativa, nella quale cercando Dio, Egli ci purifica da tutti quei bagagli che appesantiscono la nostra anima, la via illuminativa, quando si comincia a vedere l’invisibile e la via unitiva quando questo vedere e questo sentire si uniscono a noi e diventano una sola realtà con noi: allora Dio ci sposa, la via mistica, infatti, culmina con il matrimonio interiore, come ci dice santa Teresa d’Avila nel Castello Interiore. La sapienza si fa vedere e si fa trovare da quelli che la amano e la cercano. Il cercare è un volto dell’amore. Oggi tanta gente non ama più Dio perché non lo cerca, non ne sente la nostalgia. Quando cominciamo a cercare la sapienza, ella previene coloro che la desiderano, cioè non cercheremmo Dio se la sua grazia non ci avesse prevenuto, non seguiremmo Dio se Lui non fosse già davanti a noi. La sapienza previene perché il nostro desiderio di cercarla e di vederla apre questo fiume di grazia. Ecco perché “Chi si alza di buon mattino per cercarla non si affaticherà e la troverà seduta alla sua porta”. Questo passo riecheggia un salmo: “Precedo l’aurora e grido aiuto”: alzarsi di buon mattino significa che nella mia giornata ho deciso di dare la priorità a Lui, non comincio la giornata da homo faber, ma da innamorato. Molte giornate sono pesanti e difficili perché non le consacriamo al mattino, prevenendole. Se la giornata comincia con un tempo prolungato di preghiera, essa volerà, anche nelle difficoltà. Quando ci svegliamo pensiamo subito a tutto quello che dobbiamo fare, invece dovremmo precedere l’aurora per restare con Dio. Quando faremo così, Egli ci darà la gioia e lo troveremo che ci aspetta seduto alla porta della nostra anima. Questa è la vita dello spirito.
“Chi veglia a causa della sapienza sarà presto senza affanni” perché quando cerchiamo Dio, quando restiamo con Lui, Egli ci fa il dono della santa indifferenza spirituale (“Niente ti turbi, niente ti spaventi, chi ha Dio, niente gli manca” santa Teresa).
Vivere dentro, vivere la vita mistica è fare un grande dono a questo mondo che non sa più chi è, dove va e perché vive. Oggi avranno fecondità solamente le anime mistiche, tra cui ci siamo anche noi se ci decidiamo per Dio. San Giovanni Paolo II raccomandava spesso di vivere dentro: il mistico è la radice, ma la foglia senza radice, secca. Ci auguriamo che questa Parola ci incoraggi a vivere da mistici, è una necessità per non morire asfissiati in questo mondo senza lo Spirito.         

 
Seconda lettura    1 Ts 4,13-18


Oggi c’è un’ignoranza diffusa riguardo alla morte, che è l’unica cosa che non riusciamo a sconfiggere. I Tessalonicesi fremevano nell’attesa di Gesù, infatti le comunità primitive pensavano che Gesù tornasse prestissimo: erano cristiani vivi nell’attesa. Quando Gesù tornerà, ci radunerà con Lui; il paradiso, infatti, è quando Dio ci chiamerà e ci dirà che resteremo con Lui per sempre. Paolo dice che, quando tornerà il Signore per il giudizio universale, molti saranno vivi, però sappiamo che anche coloro che troverà vivi dovranno superare una prova come la morte. Tutti vivranno una morte quando il Signore verrà. Poi l’apostolo parla della scena del giudizio: il Signore ha un ordine, come Dio ha creato il mondo con la sua Parola, così la sua Parola sovrana dirà fine al mondo. L’apostolo afferma che alla voce dell’Arcangelo e al suono della tromba il Signore discenderà dal cielo. La chiesa ha sempre creduto che nella scena a apocalittica della fine il protagonista sarà l’arcangelo Michele perché egli ha sempre difeso l’onore di Dio e il suo grido di battaglia è “Quis ut Deus?” “Chi è come Dio?” per cui sarà colui che precederà la scena del giudizio. La tromba nel mondo biblico era lo strumento che avvisava per una battaglia. Paolo ci dice che prima risorgeranno i morti in Cristo, cioè i battezzati, e poi coloro che sono ancora in vita. Essere appartenenti a Cristo è la strada della nostra vita che culminerà quando risorgeremo e saremo sempre con Lui. Tutti insieme saremo rapiti nelle nubi per andare incontro al Signore: è bello pensare che voleremo in alto verso Dio, non tanto nelle nubi del cielo creato, per andare incontro al Signore in alto e così per sempre saremo con Lui.
Se credessimo veramente a questa Parola, ci verrebbe tanta serenità, non saremmo più nell’ignoranza, come dice l’apostolo, perché sapremmo dove andremo, con chi andremo, sapremmo chi ci aspetta, in chi abbiamo posto la nostra fede.


Vangelo       Mt 25,1-13

L’evangelista fa una distinzione tra stolte e sagge, ciò vuol dire che non siamo tutti uguali, nella vita ci sono gli stolti e i saggi. Le stolte della parabola hanno preso la lampada e si sono fidate del loro calcolo, della loro misura e della loro testa, le sagge, invece, hanno portato l’olio di scorta è un’immagine per parlare del nostro rapporto con Dio, fatto, nel primo caso, solo con le nostre forze,  senza la grazia, e quando, nel secondo caso, lo compiamo nella sua grazia. I due schieramenti vengono però unificati, infatti tutte le vergini si addormentano, sia le sagge che le stolte, perché lo sposo tarda. Che cos’è questo sonno? È il rischio nella nostra vita spirituale e nella nostra anima della tiepidezza, della mediocrità, dell’accontentarci dell’abitudine, di quel seguire il Signore senza entusiasmo che porta quella sonnolenza e quel sopore che ci fanno perdere la gioia di aspettarlo. Ma Lui arriva. Arriva a mezzanotte, nel colmo della notte, e si leva un grido: “Ecco lo sposo”. È il grido dei profeti di oggi che nella chiesa continuano a gridare che sta arrivando lo sposo, che è necessario svegliarsi, tener vivi l’attesa, il fervore e l’ardore. Tutte si svegliano per ricomporsi e le stolte vanno a chiedere alle sagge un po’ del loro olio, ma le sagge rifiutano. Andare incontro allo sposo è una scelta personale, non possiamo sperare in un altro perché lo sposo viene per ciascuno di noi. L’olio è quella fiducia nella grazia che mettiamo nella nostra vita perché non si spenga mai quella fiamma accesa in noi. Non dobbiamo sperare negli altri, perché il Signore non sposa la nostra buona volontà, ma ci sposa come ci trova. Agostino disse: “Temo il Dio che passa, perché quando passa io potrei non essere pronto e perdere il momento della grazia” perché lo sposo non aspetta, ma la porta viene chiusa. È drammatica la risposta che lo sposo dà alle vergini stolte: “Non vi conosco”; Egli risponde così perché, quando è arrivato, le vergini stolte erano assenti per andare a procurarsi con soluzioni umane quello che avrebbero dovuto procurarsi con la lungimiranza e la sapienza celeste e spirituale. Hanno perduto il momento in cui è passato. Questa è la nostra vita. Buona vita e buona scorta d’olio con la preghiera!   


Prima Lettura           Sap. 6,12-16

La sapienza è Dio stesso; è il primo dono dello Spirito. La sapienza che ha un volto è Gesù e la dimora della sapienza è stata Maria. Noi non possiamo essere ricercatori di Dio se prima non è Lui che ci cerca. Siamo cercati da Dio, siamo preceduti da una grazia di Dio perché la sapienza non è catturata con una metodologia, non è trovata con dei passi iniziatici, ma essa deve essere desiderata, attesa. Per la sapienza ci dobbiamo alzare di buon mattino, cioè dobbiamo metterla al primo posto del nostro tempo storico cronologico; se la cercheremo, l’aspetteremo, la desidereremo, la troveremo seduta alla porta della nostra anima.
La sapienza non è un merito che ci viene dato perché abbiamo cercato insistentemente di capirla e di scrutarla, la sapienza non è per gli studiosi, per gli arroganti, per i presuntuosi che la scambiano con la sensorialità sedativa di una ricerca neurale. La vera sapienza si dona, non è catturabile, è frutto di grazia, anzi, quando la cerchiamo e la desideriamo per amore, lei si concede perché la sapienza, che è Dio stesso, cerca unicamente innamorati inguaribili. La sapienza, perciò, non è speculazione cerebrale, non è assommare notizie, nozioni conoscenze e la Parola ci dice che, se la desidereremo con umiltà, essa si siederà davanti alla porta della nostra vita, alla porta della nostra storia, alla porta della nostra anima, perché ogni storia, vita e anima è misteriosamente diversa. Perciò la sapienza non è bloccata e frenata dalle complessità caratteriali di ciascuno di noi, la sapienza non si arrende davanti ai nostri rifiuti o sbagli o atteggiamenti contorti prodotti dal non essere amati. Non ci sentiamo amati perché non le siamo intimi.
Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, e chi sono le persone degne di lei? Quelle che si ritengono sinceramente indegne. La sapienza non cerca eroi, perché essi sono pieni di se stessi, non cerca superuomini perché hanno già le medaglie degli uomini che li hanno fatti diventare alberi di natale, cerca coloro che si ritengono indegni, inetti, incapaci, li cerca perché queste persone, che si ritengono sinceramente così, sono mosse dall’amore. La sapienza di Dio va in cerca e riconosce i suoi. E chi sono i suoi? Sono coloro che attendono tutto unicamente da Dio; a questi, che lei sceglie, va incontro con ogni benevolenza perché la vita spirituale, l’intimità con Dio, lo stare con Dio, è solo gioia, serenità perché Dio, quando arriva nella nostra anima, accoglie, consacra e finalizza tutto quello che noi non siamo capaci di accogliere, di consacrare e di finalizzare. La sapienza di Dio non va in sposa a coloro che si ritengono preparati, dotati e belli perché, se lo facesse, sarebbe una sapienza logorroica e protagonista di se stessa. La sapienza divina va in cerca dei suoi poveri, e le povertà più grandi che abbiamo dentro di noi sono quegli aspetti inspiegabili che toccano la nostra caratterialità, la nostra relazionalità, la nostra decisionalità, la nostra affettività. La sapienza va dalle persona che non hanno una risposta per queste povertà, perché le nostre risposte diventerebbero autocelebrazione della nostra sapienza, non di quella divina.
La sapienza cerca le persone santamente inquiete, santamente precarie, santamente inafferrabili; Dio ha un feeling con queste persone che non hanno permesso che una pratica religiosa abitudinaria spenga il sussulto d’amore.   


Seconda lettura    1 Ts 4,13-18

In questo brano Paolo propone un’ipotesi, dice che alla parusia finale alcuni saranno vivi. I superstiti non avranno alcun vantaggio rispetto a quelli che sono morti perché subiranno anche loro una prova pari alla morte. San Paolo ci dice che la meta, l’obiettivo e la finalità della nostra vita, che la nostra stessa vita non è altro che un incontro, l’incontro con Lui. Quando Dio ha creato Adamo ed Eva e li ha posti nel paradiso terrestre viveva con loro fianco a fianco; essi erano intimi con lui, erano referenti di Dio, lo vedevano, gli parlavano e Dio passeggiava con loro, perché Dio desidera fortemente l’incontro con la sua creatura, perciò la morte di ciascuno di noi non è altro che rendere pieno questo incontro, perché la vita vera, il paradiso, non sono premi, luoghi, non sono diplomi di merito, ma è l’incontrare il Signore per restare con Lui. Paolo dice che saremo rapiti tra le nubi per andare incontro al Signore nell’aria e così saremo sempre con lui, ci parla di un incontro che ci porta ad una intimità con lui. La nostra vita è finalizzata solo a questo.
Quando Gesù è diventato missionario e testimone del Padre, ha usato una sola metodologia di approccio: vivere incontri con le anime e i cuori spezzati; infatti il vangelo è una serie di incontri, tutti incontri con un’umanità diversissima, perché la nostra vita deve essere un incontro continuo, l’incontro con Dio non può mai diventare abitudine. L’incontro con Dio avviene dentro il nostro cuore, dentro la profondità della nostra vita, e il paradiso inizia già qui quando lo incontriamo, quando lo sentiamo dentro di noi, quando la smettiamo di argomentare con lui, ma iniziamo ad ascoltarlo. Dio non vuole argomentazioni, Dio vuole essere dentro di noi perché lui ha un grande sogno e lo sta realizzando, noi purtroppo non lo vediamo perché siamo ammalati di visibilità e questa visibilità esasperata ha atrofizzato i nostri occhi invisibili. Invece, se potessimo vedere, vedremmo il globo terrestre pieno di anime che nell’aria vanno incontro a Lui.
Quando le anime partono e vanno verso di Lui escono dalla fila del precario ed entrano nel corteo glorioso dei salvati.
Tutte le persone care che sono morte non sono vanificate, perché se con loro nella vita abbiamo vissuto una realtà di incontro profondo, pur nel limite creaturale, Dio non permette che questo finisca.
Moriremo quando Dio scoppierà di nostalgia per noi, quando non ce la farà più a rimanere senza di noi e quando sarà l’ora del nostro incontro con Lui ci manderà, per amore, le persone che abbiamo amato sulla terra, quelle che ci hanno preceduto nell’incontro con Lui, verranno coloro con cui abbiamo vissuto gli incontri profondi della nostra vita per dirci che la pienezza di questi incontri è vicina, perché la vita eterna non è altro che questa: saremo sempre con il Signore.


Vangelo       Mt 25,1-13

Il vangelo di Matteo ci propone un particolare che forse non abbiamo mai considerato: “Quando lo sposo arriverà, la porta verrà chiusa”. Perché la porta verrà chiusa? Perché quando arriva lo sposo, cioè Dio, coglie e accoglie con sé solamente i figli dell’amore, che sono coloro che nella loro vita non si sono mai fidati delle proprie misure, come le fanciulle stupide che avevano fatto della loro misura, del loro calcolo, della loro metodica la sicurezza della loro vita. Le stolte e le sagge mentre aspettano si addormentarono perché l’attesa molte volte sfianca e fa addormentare, ma nel cuore di quella notte si levò un grido: “Ecco lo sposo, andategli incontro”. Tutte le ragazze si destarono, le sagge avevano l’olio. Quelle lampade non sono semplici accessori delle vergini, la lampada è la persona stessa, siamo noi le lampade e l’olio che dobbiamo mettere dentro di noi è quella tenerezza, quella potenza, quel calore della grazia di Dio che quando è dentro di noi ci fa risplendere di luce riflessa. La luce propria delle vergini stolte va in black out, non basta, allora esse vogliono condividere la vigilanza e la dismisura delle sagge, ma la Parola ci insegna che i doni di Dio non sono condivisibili, perché ad ogni dono c’è una responsabilità. Così finché le stolte vanno a comprare l’olio, cioè finché creano una strategia figlia del loro pensiero e della loro misura, arriva lo sposo e coglie le innamorate, quelle che sono state sagge nell’abbondare nell’olio della grazia. Esse entrano e la porta fu chiusa perché Dio non ammette ritardi. Bisogna cogliere Dio quando passa, bisogna cogliere la grazia quando passa, non dire domani, perché le grazie sono stupende, meravigliose ma passano. Il problema nel ricevere le grazie è coglierle nel loro passaggio, quando sono passate non tornano più perché Dio le affida alla mano tesa dell’amore. Allora il Signore chiude la porta, perché la vita intima d’amore con lo sposo non è un evento pubblicitario, l’amore non ha bisogno di folla, di approvazione, di spettatori, di giudizi, di critica benevola o malevola, l’amore è l’intimità dell’anima con Dio a porte chiuse.
La Parola ci dice che puoi bussare quanto vuoi, ma se non hai colto la grazia, il passaggio, e non sei entrato nella logica dell’amore, quella porta rimarrà chiusa. Essa è il discrimine necessario tra coloro che hanno colto il passaggio dell’amore e coloro che invece, credendo che l’amore si potesse comprare andando ad acquistarlo, hanno trovato la porta dell’amore chiusa, perché nell’amore e nella misericordia Dio non fa nessuno sconto.
Quella porta che rimane chiusa è il segno di una radicalità, di una profondità dell’amore che non ammette ritardi e non si commuove al bussare degli stolti.     

   
Prima Lettura           Sap. 6,12-16

Il libro della Sapienza fa parte della letteratura sapienziale biblica che comprende anche il libro del Siracide, del Quoelet, dei Proverbi e di Giobbe. In Israele la letteratura sapienziale si sviluppa quando l’uomo si pone domande profonde sul suo esistere e sulla vita. Il libro della Sapienza è l’unico libro che la Bibbia ebraica non accetta, perché scritto in greco ad Alessandria d’Egitto da una comunità ebraica in diaspora che venne a contatto con il pensiero filosofico greco, infatti nel testo si può cogliere l’influenza platonico aristotelica.
La sapienza è il primo dei sette doni dello Spirito santo, che la Chiesa ha tratto da un passo del profeta Isaia: “Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza, di intelletto, di fortezza, di scienza, di timore del Signore” e a cui ha aggiunto la pietà.
Il termine sapienza deriva dal verbo latino “sapere”, che significa “conoscere”, non si deve, però,  confondere la sapienza biblica con la praticità o la conoscenza della vita, perché il termine biblico indica il gusto, la tensione, la nostalgia per il mondo, le cose e la mentalità di Dio, per la sua Parola e per la sua persona. L’individuo sapiente non è la persona saggia, ma è una persona che è in Dio e cerca ostinatamente Dio, la sua Parola, la sua presenza, la sua mentalità, la sua intimità, la sua interiorità. La sapienza, secondo questa lettura, va contemplata, amata, cercata, desiderata, trovata riflessa. La sapienza è Dio, o meglio l’eterna sapienza è Gesù Cristo, Verbo dell’eterna sapienza.
Il brano dice: “Chi si leva per essa di buon mattino, non faticherà, la troverà seduta alla sua porta”, questa affermazione trova un parallelo evangelico con l’episodio di Maria Maddalena che di buon mattino si recò al sepolcro dove trovò la pietra ribaltata e un uomo che la chiamò per nome, e in lui Maria riconobbe Gesù. Maria trovò la sapienza.
La sapienza non si farà trovare da chi non la ama, non la contempla, non la cerca. Non riceveranno la sapienza coloro che non sanno più stupirsi di Dio, coloro che vivono un rapporto con Dio in maniera stanca, razionale, logica, informativa, catechistica. Anche noi, quando andiamo a Messa, non ci stupiamo più di vivere un evento misterico di grazia, non ci stupiamo più che su quell’altare Gesù scende e ripete misteriosamente un gesto di amore oblativo. Tutto è scontato, dovuto, funzionalizzato. Per scoprire Dio, per sentirlo, bisogna amarlo, cercarlo, bisogna levarsi di buon mattino, che significa non solo levarsi presto dal letto, ma cercare Dio nella dimensione aurorale, che è ancora una dimensione di verginità dalla frenesia e dal rumore della giornata. Occorre iniziare la giornata in una verginità di stupore e di silenzio. Al mattino, quando ancora nei nostri paesi c’è una verginità di silenzio, possiamo scoprire Dio che ha vegliato su di noi tutta la notte, infatti, anche quando chiudo gli occhi, lo Spirito continua a pregare per me e in me.
Appena desideriamo e cerchiamo la sapienza, essa ci viene incontro, previene per farsi conoscere e va in cerca di quanti sono degni di lei, cioè di quanti vogliono entrare nell’abbraccio e nella dinamica della sua potenza.
Oggi la gente è insipiente, come recita un Salmo: “L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono”, siamo vicini a gente che non è entrata, che non cerca, non desidera il fascino del mistero.
Una persona interessante nasce da un entroterra misterico profondamente spirituale, è una persona che si tuffa tutti i giorni nel mistero della sapienza. Se non impareremo a fare questo, la vita ci sforerà con le sue scadenze implacabili.           


Seconda lettura    1 Ts 4,13-18

In questa prima lettera ai Tessalonicesi Paolo affronta anche il problema della morte e del dopo morte. Ci sono due particolari esegetici da notare in questo brano: la presenza di elementi di genere apocalittico giudaico: “Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo (l’apostolo allude all’arcangelo Michele che, secondo la tradizione ebraico cristiana, accompagna le anime) e al suono della tromba di Dio (strumento apocalittico per eccellenza), discenderà dal cielo.” e l’affermazione di Paolo: “E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nubi, per andare incontro al Signore nell’aria” che apre un problema teologico secondo il quale, quando Gesù Cristo verrà improvvisamente a giudicare i vivi e i morti, non tutti saranno morti, ma alcuni passeranno dalla vita al giudizio di Dio. Secondo i teologi queste persone non avranno alcun vantaggio rispetto ai morti perché dovranno vivere, senza il passaggio della morte, tutto il travaglio, le pene, le angosce, le sofferenze purificatrici di chi è passato attraverso la morte, altrimenti Dio farebbe due razze di uomini e ciò sarebbe contrario alla giustizia e all’uguaglianza che Egli ha verso le sue creature.
Paolo affronta il problema della morte e dei morti in una comunità carismatica effervescente, perché le prime comunità vivevano in un’attesa spasmodica del ritorno di Gesù, che per loro era questione di mesi, di qualche anno; da questo “scandalo” del non ritorno immediato di Gesù, della non parusia realizzata, un autore di nome Giovanni scriverà l’Apocalisse e farà il primo tentativo di una teologia della storia, perché i cristiani dell’Asia Minore, vittime di varie persecuzioni, si chiedevano dove fosse il Cristo che proclamava di vincere il mondo.
Riguardo al problema della morte, per Paolo la chiesa di Tessalonica era nell’ignoranza, perciò, per non lasciarla in questa condizione, sente la necessità di affrontare questo problema: “Non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri (i pagani) che non hanno speranza”. Paolo ci parla della morte come di una ripetizione solenne e definitiva dell’esodo, cioè di un ritorno a casa, alla terra promessa, immagini simboliche che non esauriscono e non colgono in pieno il concetto. Cristo Signore discenderà dal cielo, quasi per una nuova incarnazione, per guidare in questo grande esodo definitivo i suoi. In questo brano scritturistico si parla solamente di quelli che sono morti in Cristo, non di altri morti, è la Chiesa che in seguito comprenderà che tutti sono chiamati alla vita eterna, anche quelli che non appartengono a Cristo.
Questo esodo definitivo verso Dio avrà come capostipite Cristo, nuovo Mosè, che verrà a riprendere i suoi dispersi nella scena di questo mondo e li porterà alla pienezza dell’amore, per cui il paradiso non è un luogo, una localizzazione, ma è uno stato spirituale, è essere sempre nel mistero di Dio.
Leggendo questa lettura in chiave spirituale, anche noi ci riconosciamo molte volte nell’ignoranza e continuiamo ad affliggerci circa quelli che sono morti, e non si tratta solo dell’afflizione dei cari estinti, ma proviamo un’afflizione e un’ignoranza interiori quando non accettiamo le morti spirituali storiche continue che capitano nella nostra vita. La morte contrassegna tutta l’esistenza, basti pensare alla morte di un amore, di un’amicizia, di una passione, di una collaborazione professionale, di una speranza, di un entusiasmo. Noi ci affliggiamo per queste morti di aspetti relativi della nostra vita e non ci rassegniamo perché, essendo uomini e donne poco radicati in un’intimità con Dio, desideriamo essere rassicurati totalmente da presenze collezionate nella nostra vita e pretendiamo che nessuna di queste presenze si rompa, perché ci aiutano a sopravvivere, non a vivere. Non facendo esperienza dell’assoluto di Dio, della dinamica pasquale del mistero di Gesù, morte e vita, ci rifugiamo in un museo delle cere dove abbiamo collezionato presenze ed eventi rassicuranti che non vogliamo veder morire mai. Essi ci permettono di sopravvivere, ma non di vivere, perché non vogliamo credere e non facciamo esperienza della vera vita e dell’assoluto di Dio. Viviamo non mollando mai quello che abbiamo conquistato e trasmettiamo questo concezione della vita anche ai nostri figli, insegnando loro che ciò che ci si conquista, ciò che ci rassicura, non deve mai morire, non deve mai esserci tolto. Nessun evento privativo di morte deve toccare la nostra vita, in questo modo rimuoviamo tranquillamente il problema della morte, perché non c’è una risposta gratificante.
La morte biologico fisica è l’ultimo anello di tante morti che ci accompagneranno nella vita, ma queste morti ci faranno ancora di più amare la vita, perché ci faranno andare incontro al Signore nell’aria. Dobbiamo avere questa libertà profonda di persone pronte all’esodo, che amano la vita senza assolutizzarla ed idolatrarla. Oggi stiamo soffocando per troppa rassicurazione esistenziale banale e non vogliamo entrare in questa dinamica della morte e della vita, eppure sappiamo bene che nel mondo vegetale una pianta produce più frutti quando viene potata di parti vive e lo stesso Gesù usa questo esempio. Allora le prove della vita assumono un valore educativo didattico: quando si viene derubati di qualcosa che si assolutizzava, si cresce. Le morti minori, se vissute bene, danno un grande respiro di libertà interiore, che è molto salutare, perché noi valiamo prima di tutto e soprattutto come persona, non per quello che abbiamo.  
Le morti toccano l’avere ed impoveriscono l’essere quando non c’è un essere libero in Cristo.


Vangelo       Mt 25,1-13

Questo brano fa parte delle parabole di vigilanza raccontate dall’evangelista Matteo e si sviluppa in un contesto orientale, presentando costumi ed abitudini di vita diversi dai nostri.
Innanzitutto il vangelo ci dice che non si diventa affascinanti ricercatori di Dio se prima di tutto non si è capaci di avere in noi quell’ inquieta insonnia spirituale che mantiene viva in noi l’attesa di Dio. Oggi, purtroppo, molti credenti vivono un beato sonno, dormono nel loro buonismo, nella loro tranquillità, nella loro religiosità.
In secondo luogo non dobbiamo pensare di andare incontro a Dio perché siamo attrezzati, infatti non è l’attrezzatura che vale, è la nostalgia che conta, perché l’attrezzatura potrebbe anche conoscere un calcolo sbagliato di scorta. Infine questa Parola ci dice che una condivisione della lampada non è possibile: “Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi” non si può condividere l’anima, perché ogni anima è una lampada unica. Non possiamo prestare la nostra interiorità spirituale e il nostro olio spirituale a persone che non hanno fatto la scorta sufficiente, perché non possiamo dare ciò che è solamente nostro, ciò che fa parte di una configurazione spirituale unica, originale ed irripetibile che ci ha dato Dio. Perciò questa parabola ci proibisce di essere dei camaleonti, non possiamo colorarci con i colori dell’ambiente.
Tutte e dieci le ragazze si assopiscono perché è molto difficile vivere un’insonnia spirituale, una tensione spirituale. Questa Parola ci domanda se veramente siamo capaci di vivere dentro di noi una tensione, un’insonnia, un desiderio, un’attrazione positivi per accogliere l’inaspettato di Dio. Dio arriva nel colmo della notte ed è sempre preceduto da un grido: “Ecco lo sposo, andategli incontro”. Questo grido è possibile se nella vita della Chiesa e nella nostra vita resta viva la profezia, l’attesa, la nostalgia insonne per lo sposo. Le ragazze si svegliano perché c’è un grido che si leva, così nella nostra vita, se manca il grido della nostra tensione insonne, non possiamo captare l’arrivo dello sposo. Quando Dio arriva nella nostra vita, dobbiamo essere pronti, dobbiamo cogliere il suo passaggio, come diceva sant’Agostino.
Se andiamo verso Dio fidandoci solo dell’attrezzatura, quando Lui arriva, dobbiamo andare a procurarci l’olio perché non abbiamo calcolato la lunghezza della notte, se invece la nostra attrezzatura spirituale è in Dio ed è sufficiente e solo nostra, riusciamo a cogliere il momento, perché poi la porta viene sbarrata, perché Dio non ama i ritardatari negli acquisti, ma cattura i nostalgici della sua presenza.
stampa






 
Torna ai contenuti | Torna al menu