08 settembre 2019 - Sito Sultabor

Vai ai contenuti

Menu principale:

08 settembre 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 08 Settembre 2019
XXIII Domenica Tempo Ordinario Anno C


Chi ha conosciuto il tuo pensiero, se tu non gli hai concesso la sapienza e non gli hai inviato il tuo santo spirito dall’alto?

Prima lettura         Sap. 9,13-18


Il libro della Sapienza è uno dei libri più recenti dell’Antico Testamento, infatti è stato scritto ad Alessandria d’Egitto tra il 50 e il 30 a.C. per una numerosa colonia ebraica presente in quella città. L’autore propone una specie di rilettura di testi biblici anteriori tenendo conto della mentalità greca.
Quella di questa domenica è una Parola splendida perché tutela la santità di Dio e la sua irraggiungibilità. Essa ci ricorda che ogni discorso umano che facciamo su Dio è sempre un discorso a metà, un sussurro, un balbettio perché, se noi creature fossimo capaci di comprendere il Creatore, saremmo anche noi concreatori con lui.
Questa Parola è anche una Parola d’amore, di speranza, perché ci ricorda che l’unica via per arrivare più vicini possibili all’essenza di Dio è la via dell’amore. La via dell’amore è l’unica via percorribile per esperimentare l’amore e la presenza di Dio. Abbiamo parecchi maestri in questa via, pensiamo a santa Teresina del Bambin Gesù, alla beata Teresa di Calcutta, a san Giovanni della croce, a santa Teresa d’Avila, a sant’Ignazio di Loyola, a tutti i mistici che hanno percorso l’unica via dell’amore, perché la via dell’amore supera ed è più grande della via della ragione.
Il santo Padre Benedetto XVI più volte ha richiamato sul fatto che una teologia arrogante che quasi si impadronisce di Dio e lo usa per gratificare la sua superba razionalità è una teologia che trasmette se stessa e non l’esperienza, la presenza e il fascino di Dio. Perciò questa Parola ci ricorda che la nostra anima è come una tenda d’argilla molte volte oppressa da una mente piena di preoccupazioni ed ha bisogno quotidianamente del bagno dell’amore, dell’esperienza dell’amore di Dio, un dono che nasce da Lui e al quale noi creature, con la nostra libertà, rispondiamo con l’accoglienza umile e sedotta di questo grande amore. Più che discorsi su Dio, più che ragionamenti su Dio, che pure sono necessari, occorre che la teologia sposi l’amore, allora diventa una teologia innamorata che non parla più di un argomento, ma parla dello Sposo, parla della seduzione dello Sposo che l’ha sedotta con il suo amore. Quindi un’anima, che vuole accogliere questa Parola e vuole avvicinarsi a Dio attraverso la via mistica e umile dell’amore, deve percorrere necessariamente quest’unica strada. Da che cosa è caratterizzata questa via dell’amore? Prima di tutto dall’umiltà, dice infatti il libro della Sapienza: “A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi ha investigato le cose del cielo? Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?”. L’umile è sempre l’innamorato stupito dell’amore, perciò la via dell’amore è percorsa solamente dall’umile, la via dell’amore è profumata dal silenzio stupito della visione dell’amato, una visione interiore, profonda, intima che lo Spirito santo concede all’anima innamorata e affascinata dal mistero dell’amato. La terza caratteristica della via dell’amore è la docilità e la sottomissione all’amore: l’esperienza di Dio non è un’esperienza del do perché tu mi dia, non è un’esperienza da organizzare nelle categorie mentali, ma è veramente il fruscio dell’amore, il profumo dell’amore, l’attrazione dell’amore.
Oggi la pastorale si preoccupa di come far giungere il messaggio del vangelo e il messaggio del Dio biblico alla gente del nostro tempo che vive come se Dio non ci fosse. Per le persone del nostro tempo, già così appesantite da schemature e da una cultura arrogante, percorrere la via della sola razionalità o della sola argomentazione razionale è una partita persa. Oggi l’uomo del nostro tempo vuole essere raggiunto da un fremito d’amore, che nasce da una dimensione soprannaturale, quella dell’intimità umile, stupita con Dio. Lo Spirito santo ci sta indicando che c’è una fame immensa di spiritualità e di Dio e affinché questa spiritualità non evapori in ricerche esoteriche occorrono uomini e di donne d’amore, uomini e donne che sanno sedersi lungamente di fronte al mistero per imparare l’amore.
Profumati dal mistero dell’amore potremo conquistare l’umanità.        


Seconda lettura                Fm 9-10.12-17

L’occasione per cui Paolo compone questa lettera, che non è indirizzata a una chiesa o a dei vescovi, sebbene rimanga un po’ vana, si può intuire: Onesimo, uno schiavo, è fuggito e si è rifugiato presso Paolo, facendosi cristiano. L’apostolo lo rimanda da Filemone, il suo padrone, con questo biglietto nel quale lo invita a trattarlo bene, non più come schiavo, ma come fratello nella fede. È una lettera anomala nell’epistolario paolino, sembra quasi una lettera che riguardi una faccenda personale di Paolo, invece in questa Parola possiamo cogliere una certa intensità e una pregnanza profonda. Prima di tutto l’apostolo Paolo ci insegna ad amare le persone concrete: Paolo ha amato Onesimo sebbene nella mentalità del tempo egli avesse compiuto un atto di insubordinazione verso il padrone Filemone, non dimentichiamo che Paolo è dentro la cultura del suo tempo, eppure Paolo prima di tutto accoglie Onesimo, che ha generato in catene. Paolo dice che Onesimo gli sta tanto a cuore, in questo modo l’apostolo ci insegna ad amare le persone e solamente gli uomini e le donne di Dio sono capaci di amare le persone, anche quelle che sbagliano, anche quelle che fuggono, anche quelle schiave di una schiavitù di cui nemmeno si accorgono. Amare le persone alla scuola di Dio è amare Dio stesso, amare le persone alla scuola di Dio non è fare una generica beneficenza o un assistenzialismo o un volontariato per i bisogni immediati della gente, ma è veramente amarne il cuore, amarne il profondo, amarne la ricerca, amarne il desiderio di libertà, di profondità, di novità. Quando una persona ti ama con il cuore di Dio, ti guarisce perché non ti rimanda più come schiavo, ma come fratello carissimo. Una relazione d’amore guarisce una vita che soffre.
Sappiamo quanto il nostro tempo sia carente nelle relazioni d’amore tra le persone, relazioni fatte di emotività, di interesse, di erotismo, di possesso, di uso, di abuso, molte volte di puro utilitarismo, anche purtroppo in ambito ecclesiale, quando si usano le persone ma non si amano.  Si tratta di una grave inadempienza perché la persona non va usata, ma prima di tutto va amata per poi goderne i servizi dell’amore che lei contraccambierà non come dovere ma come risposta alla logica dell’amore. Quanti Onesimo ci sono nel nostro tempo, smarriti, alla ricerca di una libertà, stanchi delle catene, stanchi anche dei Filemone che impediscono loro il respiro lungo della libertà e dell’amore.
La persona umana è veramente la via di Dio e oggi Dio ci manda ad amare con il suo amore. Non più assistenzialismo ai bisogni, ma entrata profonda nel cuore dell’altro con la tenerezza, la discrezione e l’intelligenza di Dio.     

Vangelo      Lc 14,25-33

Il vangelo di Luca ci parla di Gesù che, rivolto alla folla, proclama le esigenza della sua sequela. Si tratta in particolare di una esigenza: il primato suo su tutto; poi Gesù dice che coloro che lo seguono devono portare la loro croce, cioè devono portare il loro limite, la loro pesantezza, la loro insoddisfazione, la loro oscurità per seguire il Maestro crocifisso che ha fatto della croce il libro della vita. Gesù ci dice ancora che colui che vuole essere discepolo è una persona umilmente umile che non fa della sequela un protagonismo, un evento di successo, un egocentrismo di lode per la sua opera. Seguire Gesù è veramente sedersi per calcolare con la misura dell’amore se siamo disponibili a seguire Gesù che ci ha amato sino alla fine. Quanti cristiani hanno gettato le fondamenta della sequela e poi se ne sono andati perché non avevano calcolato le esigenze dell’amore, quanto cristiani volevano essere discepoli facendo i pacifisti con tutto e con tutti per evitare la guerra santa che il vangelo e l’amore esigono per vincere sull’odio e sulla logica anti Dio e anti vangelo. Molte volte abbiamo preteso di seguire Gesù guerreggiando con le nostre forze, anzi molte volte abbiamo preteso di seguire Gesù evitando le guerre e facendo di Gesù un argomento possibilista in cui il compromesso è l’unica strada per stare in pace e non conoscere la persecuzione per l’amore.
Gesù ci dice: “Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo”, Gesù esige una rinuncia d’amore, una rinuncia al tuo te stesso, al tuo protagonismo, al tuo fai da te, alla tua autosufficienza che ti impediscono di essere discepolo, perché il discepolo è colui che si mette dietro, è colui che con umiltà segue le orme del Maestro. Il discepolo non è un cane sciolto della sua immatura libertà, non è soffocato dal peso rigorista di una struttura senza cuore, magari fatta in nome di Gesù, ma il discepolo è colui che, ammaliato dalla bellezza di Gesù, ne segue i passi accettandone i tempi, i ritmi, il silenzio e la perseveranza d’amore.     
stampa




 
Torna ai contenuti | Torna al menu