09 Aprile "Giovedi Santo" 2020 - Sito Sultabor

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09 Aprile "Giovedi Santo" 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Giovedì 09 Aprile 2020

Messa in coena Domini






Prima Lettura        Es 12,1-8.11-14


Leggiamo la Pasqua del popolo d’Israele attraverso un rituale che Mosè struttura per ricordare il passaggio del popolo ebraico dall’Egitto alla terra promessa. Il rito della Pasqua conclude la missione di Mosè in Egitto e dà inizio al post esodo, al cammino nel deserto. La chiesa legge questo brano il Giovedì Santo perché vuole far vedere che nella celebrazione della Pasqua dei Giudei già si anticipava la vera Pasqua attraverso immagini simboliche.
Che cos’è per noi la Pasqua? La non rassegnazione di Dio per noi, che invece ci rassegniamo al compromesso con la schiavitù. La Pasqua è tutto l’anno perché la Pasqua è il centro della nostra fede, e Dio non vuole rassegnarsi che noi ci rassegniamo a tutte quelle situazioni interiori ed esteriori dove viene meno la nostra libertà, la nostra voglia di camminare, di procedere, di andare avanti, di seguire Lui che passa nella precarietà, nella debolezza, ma anche nella radicalità di una risposta. Per ciascuno di noi la spiritualità della Pasqua dovrebbe essere l’accoglienza di una Grazia pasquale che lavora tutta la vita in noi per vincere i condizionamenti, la rassegnazione, le paure e il lasciarci andare.
Oggi la spiritualità della Pasqua è opportuna per tanta gente che non pratica più, che non si riconosce più nella mediazione della chiesa. L’Esodo ci racconta il passaggio di un Dio che, secondo il genere epico, sceglie noi e uccide un altro. Certamente Dio vuole sterminare l’egiziano che c’è in ciascuno di noi, cioè tutto quella strutturazione che ci vuole togliere la libertà della Pasqua del Signore. Saremo di Dio e saremo nella fede della Pasqua quando saremo sempre più liberi interiormente, perché non ci vengano rubati la speranza ed il cammino.
Pasqua è la festa, la memoria della celebrazione della vita con il Signore: Lui ci porta nella vita e ci dà il gusto di rischiare la vita. In ogni celebrazione liturgica c’è sempre una grazia nuova di Dio. Come fare per tanta gente che non pratica più la fede in maniera regolare, visibile ed ecclesiale? Dovremmo diventare dei testimoni profondi di libertà. Oggi una persona intelligentemente libera dentro si fa notare perché vive la gradevole diversità di Dio dentro di lei, questa libertà interiore può diventare un ponte ed un’occasione per parlare con la gente che apparentemente fugge la pratica, ma non può sfuggire le domande profonde della vita.      
Oggi c’è sete di una Pasqua di libertà perché tanti vorrebbero trovare credenti in grado di percepire nel Signore le vibrazioni interiori del loro cuore. Oggi il credente ha la profezia della relazione profonda, perché se abbiamo Dio dentro, sappiamo cogliere le vibrazioni interiori, segno di una Pasqua interiore, segno di una vita che lascia alle spalle l’Egitto e guarda in avanti.
La Parola ci invita ad essere nella vita in cammino con Dio, liberi da ogni faraone e da ogni lobby, per andare avanti con il Signore.

Seconda Lettura          1 Cor 11,23-26

Paolo, essendo della generazione apostolica, racconta l’Eucaristia imparata e vista celebrata dagli apostoli. È la prima testimonianza su come la chiesa primitiva celebrava l’Eucaristia: ripeteva i gesti di Gesù. Nell’Eucaristia di oggi abbiamo messo come primo valore la comunità e non l’Eucaristia, ma l’Eucaristia precede la comunità. Abbiamo ucciso la priorità dell’Eucaristia per dare priorità alla comunità, ma la comunità non è interessante se non nasce dall’Eucaristia.
Quando Paolo ci parla dell’Eucaristia non ci parla della comunità, ma ci riporta le parole esatte del Signore che nell’Eucaristia parla di se stesso. L’eucaristia tornerà ad essere intensa, se toglieremo tutte le farciture che abbiamo aggiunto e faremo di essa il momento vibrante di un mistero più grande di noi che non ha bisogno di essere commentato, ma ha bisogno di essere creduto, ricevuto, amato, adorato.     

Vangelo         Gv 13,1-15

San Giovanni non ci parla mai dell’istituzione dell’Eucaristia perché il suo vangelo viene scritto tardi e le comunità vivevano già questo mistero, invece aggiunge un segno che i sinottici non raccontano.
Gesù è nella piena consapevolezza di passare da questo mondo al Padre. È consapevole di questo vero esodo, non quello degli ebrei, ma il suo, ma prima di fare questo amerà i suoi sino alla fine.
Giovanni ci racconta che durante l’Eucaristia arriva il diavolo e mette nel cuore di Giuda il proposito di tradire Gesù. San Giovanni parla dell’offerta di Gesù, dell’esodo di Gesù, del diavolo che arriva e per l’evangelista l’ora fissata per il Signore è il Getsemani e per Giuda è questo momento. Quando si vive un momento intenso di Gesù, un’esperienza vera di Gesù, arriva sempre il diavolo.
San Giovanni dice che nel cenacolo non tutti erano con Gesù, oggi abbiamo una mentalità che ci porterebbe a dire che non c’è nessun nemico, nessun cattivo, nessun traditore. Gesù, invece, sottolinea la differenza, non è compagnone o buonista.
Gesù lava i piedi agli apostoli e ripete il gesto dello schiavo che a quel tempo lavava i piedi al padrone. Pietro non vuole farseli lavare e Gesù gli risponde che altrimenti non avrà parte con lui, Gesù fa questo non solo per dare un esempio di servizio. L’espressione di Gesù: “Chi ha già fatto il bagno” significa: chi ha avuto il lavacro battesimale è già puro, deve lavarsi solo i piedi per imparare a servire.
Quando ebbe lavato loro i piedi, disse: “Voi mi chiamate Maestro e Signore”: la chiesa non nasce per l’assistenza ai poveri, ma nasce se riconosciamo Gesù come Maestro e Signore e laviamo il nostro Maestro e Signore nella persona dei poveri. Una carità senza teologia è un buonismo senza radice. Gesù ci chiede di essere nel suo amore, nella sua signoria, nella sua magisterialità il segno prolungato di Lui e non il protagonismo del nostro buonismo.
l vero bene è Gesù. Fare il bene è portare Gesù. Amare Gesù è non tradirlo.     


Prima Lettura        Es 12,1-8.11-14

L'Esodo, secondo libro del Pentateuco, narra l'uscita del popolo ebraico dall'Egitto. Questo brano narra solennemente la Pasqua d'Israele. Pasqua deriva da un termine aramaico che indicava in origine una festa ancestrale, pastorale, secondo la quale i pastori con le greggi si riunivano in una grande radura durante il plenilunio di primavera per celebrare la festa della fecondità, dei parti, della natura che si risvegliava. Nell'Esodo la Pasqua diventa un evento di liberazione, la notte nella quale Israele celebra il suo vero passaggio, ecco perché questa lettura potrebbe essere intitolata la notte della liberazione. Ancora oggi gli Ebrei celebrano la Pasqua a data fissa, il 14 del mese di Aprile, il primo mese dell'anno nel calendario biblico, invece la Pasqua cristiana si celebra nel plenilunio di primavera.
Questa Parola ci sfida perché ci dice che può celebrare la Pasqua solo chi si è fatto liberare da Dio. Noi non siamo capaci di liberarci, infatti il popolo degli Ebrei non sarebbe mai uscito dall’Egitto se Dio sull’Oreb, al roveto ardente, non avesse detto a Mosè di aver udito il grido del suo popolo e lo avesse mandato in Egitto a liberarlo. La libertà è dono di Dio e la libertà interiore dell’anima è un dono che Dio ci dà per i meriti di Gesù, perciò la Pasqua è la festa degli uomini liberati, degli uomini che permangono in questa libertà, delle persone che sono disponibili a seguire questa libertà.
Che atteggiamento bisogna assumere per lasciarci liberare dal Signore? Se vogliamo essere liberi, dobbiamo avere sempre i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano e dobbiamo mangiare in fretta questa Pasqua. La libertà di Dio ci rende precari e nomadici, perché nessuna esperienza ci possa catturare e possa rendere la nostra vita ancora una schiavitù dell’Egitto. Quando non ci lasciamo liberare da Dio, il primo faraone della nostra vita siamo noi stessi; quando non ci lasciamo liberare dalla grazia intelligente di Dio, il primo Egitto ed il primo tiranno siamo noi perché assolutizziamo ciò che è precario, ci rassegniamo a sederci su ciò che non è assoluto e non camminiamo, perciò in quella notte il Signore non potrà liberarci.
Quando non siamo liberi? Quando ci facciamo catturare e strumentalizzare da tutto ciò che è precario e il precario diventa il nostro dio. C’è una santa precarietà, dono di Dio, che è quella di essere liberi da tutto ciò che vorrebbe inghiottirci nell’assoluto relativo, c’è poi una precarietà che non viene da Dio e che consiste nel fissare la nostra vita su quello che è di natura precario e che noi rendiamo assoluto.
Dove si vedono i frutti di un Dio che passa nella notte del nostro cuore? Il primo frutto della libertà di Pasqua è il rapporto sereno e riconciliato che ciascuno di noi ha con se stesso. In noi ci sono due persone in eterno combattimento: la persona carnale e la persona spirituale; nella Pasqua abbiamo questa perfetta riconciliazione, perché nella Pasqua non facciamo fuori uno dei due, ma entrambi li mettiamo in cammino. Ecco perché la libertà di Dio è una libertà intelligente, paziente e fedele. Nella Pasqua si mangiano la carne arrostita, gli azzimi e le erbe amare; la carne arrostita simboleggia la potenza dell’Eucaristia, che viene resa incandescente con il fuoco dello Spirito. Nell’Eucaristia le erbe amare, cioè le amarezze della vita che tutti abbiamo, e il pane azzimo senza la saporosità di un sale che dà significato alla vita, cioè tutto diventa la Pasqua del Signore, a patto che cominciamo a camminare e a mangiare in fretta questa Pasqua. Quando siamo liberi in Dio, nella nostra vita inizia una corsa: la corsa dell’amore e la corsa dell’amore è necessaria perché solamente essa ci distanzia dalle truppe del faraone che ci vorrebbero portare indietro. Al tempo di Mosè tutto il popolo era entusiasta di partire dall’Egitto, ma durante il cammino voleva uccidere Mosè perché voleva tornare indietro e rimpiangeva del passato la carne, i porri, le cipolle e i cocomeri; in Egitto tutti erano sazi, felici e seduti. Che difficile è proseguire nella libertà! Quanto è facile tornare indietro! I tiranni gratificano con le certezze immediate, perché la libertà che essi danno è riempirci lo stomaco e svuotarci il cuore. Perciò una persona che accetta la Pasqua è una persona che viene contrassegnata dall’amore di Dio, simboleggiato dal sangue dell’Agnello. “Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore: io vedrò il sangue e passerò oltre” Quando Dio passa, crea due compagini: il popolo che segue la libertà e il popolo che viene sterminato, non tanto da Dio, ma dalla sua caparbietà a non essere libero. Quando non siamo liberi, moriamo e moriamo senza accorgercene, perché quando non seguiamo la libertà di Dio ci sembra di aver raggiunto tutto e invece il tiranno di turno, noi stessi o qualcuno, ci ha fatto sedere e ha fermato il nostro cammino.
Quando una persona è libera, cambia, diventa diversa e scandalizza chi la conosce, infatti corre perché è troppo grande l’amore che ha ricevuto e quando corre non si volta indietro. Quando siamo nella libertà di Dio, cambiamo volto, fisicità, modo di essere e modo di fare, scandalizzando gli egiziani di turno, perché la libertà di Dio non è qualcosa di astratto, ma libera nelle amicizie, nel modo di relazionare, nel modo di amare,  nel modo di essere, nel modo di donare.
La Pasqua è questo passaggio di Dio nella notte in cui dobbiamo decidere se vogliamo andare o se vogliamo rimanere. Se andiamo con Dio vivremo nel sogno di Dio e quando viviamo nel suo sogno egli ci precederà, ci farà camminare sull’acqua che si aprirà, le sue orme rimarranno invisibili, ma passeremo il Mar Rosso che è il punto di divisione tra il prima e il dopo. Chi vorrà inseguirci affonderà, perché chi ci insegue non ha accettato il sogno di Dio e vorrebbe riportarci a casa e metterci seduti. Chi va contro la libertà di Dio affoga se stesso nella sua arroganza di conquistare le anime, che devono rimanere libere. Saremo liberi e saremo pasquali quando il nostro passato non sarà più uno scheletro da rinchiudere in un armadietto o un argomento imbarazzante da passarci sopra, ma il passato rimarrà passato perché con Dio abbiamo iniziato una vita nuova, una storia nuova, una libertà nuova. La vera libertà raggiunge il suo zenit quando, entrando nella nostra interiorità, diventeremo amici non più giudici di noi stessi, quando non saremo più colui o colei che colleziona i fallimenti, gli errori, i sensi di colpa, i rimorsi, i massacri, ma quando la Pasqua di Dio, toccandoci dentro, ci porterà la grazia di essere liberi con noi stessi e non ci faremo massacrare dall’evidenza dei difetti o dei limiti, ma persevereremo nello sport che piace a Dio: la corsa d’amore.             

Seconda Lettura          1 Cor 11,23-26

La seconda Lettura ci propone il racconto di Paolo dell’istituzione dell’Eucaristia (“Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso”). È il frammento più antico sull’Eucaristia, scritto prima dei vangeli. C’è un parallelo con la prima lettura, anche qui viene sottolineata la “notte in cui veniva tradito” perché l’Eucaristia è il perenne esodo di Gesù che attraversa le nostre comunità, perché il frutto dell’Eucaristia è il portarci alla libertà. Il Signore ci ha detto che l’Eucaristia è per noi: “Questo pane, questo è il mio corpo che è per voi”, nell’Eucaristia io ricevo il Signore che ha scelto come destinatario me. In ogni Eucaristia la libertà perfetta di Gesù viene dentro di me per diventare la mia libertà perfetta. L’Eucaristia è il sacramento nel quale Gesù è lo stesso ieri, oggi e sempre e i commensali sono accolti uno ad uno nella loro diversità.
L’Eucaristia non è un sacramento che costruisce una comunità, perché comunità è un termine strutturale di assembramento, l’Eucaristia è invece la costruzione instancabile di Gesù in ogni anima. Solamente l’Eucaristia raccoglie le anime, perché nell’Eucaristia la mia anima affamata e assetata viene saziata e dissetata da Colui che mi dice: “Questo corpo è per te”.
Nell’Eucaristia il Signore viene in me per darmi la forza e la gioia di essere libero. Ecco perché nella messa il momento più importante dopo la consacrazione, che è l’evento dell’attualizzazione dell’ultima cena, è quello nel quale dovrebbe scendere un grande silenzio perché Gesù sta parlando con ciascuno di noi; è il momento dell’amore, il momento delle confidenze, il momento nel quel Lui raccoglie quel sigillo e quella segretezza  che ciascuno di noi si porta dentro. L’Eucaristia è per me, è per ciascuno di noi, noi siamo i destinatari di questo corpo e di questo sangue, che si spezza per amore. Gesù, quando entra in noi, conserva tutta la sua misura divina, ma si adegua alla nostra misura umana e lo spezzarsi di Cristo è il grande dono che Gesù fa in ogni messa di assumere la mia capacità di misura nella sua infinita capacità di  misura. In ogni Eucaristia io vengo inebriato di un amore folle di Dio e l’Eucaristia è talmente potente che è capace di bruciare anche i peccati non mortali che noi quotidianamente commettiamo, perché il fuoco dell’amore eucaristico, appena entra in un’anima, brucia tutto e ci rende carne arrostita dall’amore, quella carne citata nel libro dell’Esodo. La mia vita diventa bruciata dall’amore, impregnata dell’amore.
Nessuno comprende totalmente l’Eucaristia, come tutti i doni di Dio, e l’Eucaristia non è la spiegazione di una ritualità, ma è questo passaggio di Gesù nella comunità che lo celebra e che lo desidera. L’Eucaristia è la guarigione del mondo e la potenza dell’Eucaristia, venendo in me, viene trasmessa al mondo perché, quando riceviamo l’Eucaristia da innamorati folli di Gesù, Egli si comunica misteriosamente e per grazia agli amori che trova dentro di noi. Tutto quello che Gesù trova dentro il nostro cuore viene impregnato della potenza eucaristica.
Il sacramento dell’Eucaristia è andato talmente in crisi per quanto riguarda la modalità di darlo, di prepararlo, di riceverlo che tanti cristiani hanno deciso che ne possono fare a meno e si sentono a posto e buoni cristiani, ma non saranno mai uomini e donne eucaristici. Molte volte siamo stati noi che abbiamo fatto un cattivo servizio all’Eucaristia, perché l’Eucaristia non è un evento comunitario, ma è lasciare libero Gesù di restare in mezzo a cuori e ad anime che lo desiderano. L’Eucaristia non crea dinamiche comunitarie inesistenti, ma l’Eucaristia crea cuori innamorati. L’Eucaristia produce i piromani dell’amore, l’Eucaristia ci dà il fuoco eucaristico con il quale possiamo incendiare una comunità. In questi anni, invece, la centralità eucaristica è svanita per la complementarietà e la disposizione del mobilio e della servitù.
Il contorno non serve all’Eucaristia, l’Eucaristia non ha bisogno di colpi di scena, con i quali pensiamo di rendere interessante un evento che è già pienezza in se stesso. L’Eucaristia non forma le parrocchie, forma anime che la desiderano. Quando desideriamo l’Eucaristia e la riceviamo, essa crea in noi anche il desiderio di adorarla.  
         
Vangelo         Gv 13,1-15

Giovanni non racconta l’istituzione dell’Eucaristia perché scrive tardi il suo vangelo e, quindi, l’Eucaristia era una prassi assodata nella chiesa, mentre è l’unico che racconta il gesto della lavanda dei piedi. “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”, possiamo personalizzare questa frase e riferirla a ciascuno di noi, perché l’amore di Dio è un amore sino alla fine, non è un amore precario: Gesù ci ama fino in fondo.
In questo contesto di amore troviamo Giuda che viene sobillato da satana. Giovanni dice che il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda di tradire Gesù, perché la sede del diavolo è il cuore, che è anche la sede di Dio. satana vuole portare via l’interiorità (il cuore) a Dio. Tutto comincia nel cuore. Quando Giuda ha tradito il Signore non si è accorto che stava tradendo se stesso, perché quando il diavolo, che è menzognero per natura, omicida sin da principio, principe di questo mondo, ci incita a tradire, vuole che tradiamo noi stessi e, quando abbiamo tradito noi stessi, ci offre l’estrema soluzione: l’impiccagione.
Perché Giuda ha tradito Gesù? Perché viveva di una ideologia che era diventata il suo Dio. Egli era Zelota e voleva che Gesù fosse il capo di questo movimento. Se viviamo di ideologie, moriremo, anzi chi vive di ideologie è una persona che ha dismesso il cuore per vivere solamente di livore e di rabbia. Siccome Gesù non ha fatto il gioco di Giuda, perché Gesù non è un’ideologia, ma è l’amore, Giuda lo ha tradito e, tradendolo, ha tradito se stesso, quindi il diavolo l’ha spinto ad impiccarsi.
Guardando con gli occhi di Gesù, ci accorgiamo che attorno a noi c’è una selva di gente impiccata in se stessa, nei suoi limiti, nei suoi modi di vedere, nella sua caratterialità, nella sua rabbia, nel suo giudizio. Il diavolo stravolge tutti e vuole usare la croce di Gesù come albero dell’impiccagione. Invece Gesù prima di morire ha donato il respiro, lo Spirito. Il diavolo ci invita a tradire Gesù, appena ci ha staccato da Lui, ci stacca da noi stessi, quindi ci dice che il cappio è pronto. Ecco il dramma.
Poi Gesù, da uomo libero, fa il colpo di scena, si alza e sconvolge i suoi apostoli lavando loro i piedi, il gesto degli schiavi del tempo. Pietro non voleva farsi lavare i piedi perché, come noi, non voleva che nessuno toccasse i suoi imbarazzi, le sue vergogne, i suoi tabù e le sue resistenze. Proprio i piedi, sudati, impolverati, magari nascosti dalle scarpe di firma, ma Gesù vuole lavare il piede nudo e il piede nudo non può barare, dice di una persona tutta la sua fatica di vivere.
Gesù ha voluto lavare i piedi in ginocchio, perché Dio si mette in ginocchio per avere un rapporto d’amore con noi, perché il rapporto che Dio predilige con noi è la sua inferiorità di umiltà d’amore alla nostra presunta superiorità. È un rapporto sbilanciato, ma vince colui che porta giù il piatto della bilancia, che è Gesù. Il giovedì santo siamo tutti stati generati dalle ginocchia di Gesù. Gesù si è inginocchiato e, lavandoci i piedi, ci ha voluto far capire che Lui lava i nostri imbarazzi, le nostre vergogne, le nostre paure, perché Egli è il volto materno di Dio. Se non ci faremo lavare, non torneremo bambini e non entreremo nel regno dei cieli.
Pietro è il simbolo di ciascuno di noi, persone di facciata, persone orgogliose, persone imbellettate nei trucchi della vita.
Gesù non fa finta di servire. Servire è lavare i piedi. Amare è piangere con chi piange.
“Vi ho dato questo esempio perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”. Quando abbiamo  paura dei nostri imbarazzi, quando non vogliamo che Gesù ci lavi i piedi, siamo ancora fermi alla fase del fai da te e non possiamo essere salvati. Questa è la confessione, Gesù che si inginocchia davanti a noi e ci lava i piedi, ed elimina le durezze dei nostri cuori,  le callosità dei nostri piedi che sono le strade sbagliate della nostra vita perché ha fatto vedere i ciechi, udire i sordi, camminare gli storpi.
     



 
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