09 dicembre 2018 - Sito Sultabor

Vai ai contenuti

Menu principale:

09 dicembre 2018

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 09 Dicembre 2018
II Domenica d’Avvento. Anno C

Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio

Prima lettura   Bar 5,1-9

Baruc, segretario di Geremia, si rivolge a Gerusalemme. Oggi la Parola si rivolge alla vera, interiore, profonda Gerusalemme, che è la città di ogni anima, l’interiore di ogni anima, il mistero di ogni anima. I verbi di Baruc sono verbi di vita: deponi il lutto, rivestiti dello splendore della gloria che viene da Dio, avvolgiti nel manto della giustizia, metti il diadema di gloria sul tuo capo, perché Dio ti mostrerà il suo splendore. Quindi Baruc invita l’anima fedele a rimanere in piedi sull’altura, a guardare verso oriente. L’anima che è piena di Dio sa vedere lontano, sa vedere il ritorno, sa vedere la riunione dei figli di Dio, sa vedere incessantemente i segreti e i misteri della vita. Quando siamo pieni di Dio, vediamo i figli di Dio che stanno tornando. Saremmo tentati di vivere il nostro tempo con scoraggiamento (il santo Padre ha detto di aver indetto l’anno della fede perché il sale è diventato insipido), saremmo tentati di farci cadere le braccia di fronte all’analisi umana di ciò che abbiamo sotto i nostri occhi, eppure la Parola di Dio eterna, infallibile e vera parla di un ritorno dei figli che si erano allontanati da Gerusalemme, dei figli che ritornano al cuore di Dio, la città eterna del suo amore.
Oggi lo Spirito santo vorrebbe rendere profetici i nostri occhi, perché attraverso la sua luce, possiamo evidenziare e percepire la grande voglia di ritorno a Dio  che ha tante parte dell’umanità. Forse oggi tanta gente che vive con noi, che abita i nostri stessi paesi, ci dà la sensazione di un’allergia a ciò che è istituzionale e visibile, anche nel nome di Dio, forse oggi la gente non è attirata ed affascinata dall’aspetto visibile, organizzativo, giuridico del mistero della chiesa, ma ha sete di un ritorno, di una dimora, di una pace, di un senso della vita.
Forse oggi abbiamo credenti in potenza che non sono collocati in una militanza e in una adesione visibile, ma sono credenti in cui una grazia in germe sta lavorando. Pensiamo, ad esempio, all’iniziativa del santo Padre, chiamata “Cortile dei gentili” attraverso cui la chiesa cerca di avvicinarsi al mondo della cultura e al mondo contemporaneo così assetato di Dio.
Allora come facciamo ad avere questi occhi che vedono il ritorno, visto che Baruc aggiunge che esso sarà facilitato perché Dio spianerà ogni alta montagna e le rupi perenni? Come captare questo desiderio di ritorno e di Dio? Innanzitutto dando la priorità e la libertà dovuta alla Sua azione.
Gli occhi profetici che stanno captando il ritorno di tanti, mossi dalla forza misteriosa dello Spirito, non devono diventare proposte di militanza e nemmeno proposte di appartenenza a pure attività, chiamate molte volte pastorali. I cuori che stanno tornando non vogliono essere catturati in una utilizzazione da organico, non vogliono trovare strutture, ma vorrebbero trovare altre persone nomadi che, come loro, stanno aspettando e rincorrendo il sogno di Dio.
Baruc dice ancora che le selve e ogni albero odoroso faranno ombra ad Israele perché Dio lo ricondurrà con gioia alla luce della sua gloria. La Parola, cioè, ci invita ad essere ombra discreta di protezione contro un sole infuocato della prestazione e della militanza.
Oggi gli uomini e le donne di Dio non sono uomini e donne aggressivamente militanti, ma sono uomini e donne riempiti di un fascino e di una luce riflessa di Dio che si pongono ai crocicchi delle strade del nostro tempo, senza un involucro movimentista e senza la pretesa di catturare una militanza, ma sono quei buoni samaritani che indicano ai cuori in ricerca che c’è una comunità, chiamata chiesa, dove il sogno non muore, ma diventa pienezza.      


Seconda lettura  Fil 1,4-6.8-11

San Paolo dona ai Filippesi innanzitutto la sua preghiera: “Prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il vangelo”. Ancora Paolo insiste: “Prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza perché Dio ciò che ha iniziato in voi lo porti a compimento”. Quando una persona ti ama, quando sei caro al cuore di una persona di Dio, egli ti fa un dono grande, ti fa il dono della sua preghiera, non solamente una preghiera di intercessione per i tuoi bisogni, ma ti porta nella sua preghiera perché vuole consegnare il tuo mistero, la tua vita, i tuoi desideri, le tue nostalgie al grembo di Dio. Quando uno ama, come Paolo amava la comunità di Filippi, la ama nel rispetto del mistero del cuore di ciascuno e il vincolo della preghiera, il dono della preghiera, il fiume della preghiera rende le relazioni interpersonali piene del frutto dello Spirito. Oggi i rapporti interecclesiali tra pastori e fedeli o tra presbiteri e presbiteri, tra cristiani e cristiani, non sono di grosso spessore e non sono rapporti che abbiano in sé la carica della profezia, l’audacia della santità e la capacità tenera dell’affetto e dell’amore. Le nostre comunità sono fatte di rapporti funzionali, frettolosi, fuggitivi o molte volte di non rapporti. Il grande e vero male del nostro tempo è la nostra incapacità di creare rapporti veri di amore teologale e di comunione profonda nello Spirito. Se siamo sinceri, gli altri ci sono diventati un peso e, se possiamo sfuggire alla relazione e all’incontro con gli altri, coprendoci con le prestazioni dovute nel calendario delle scadenze per poi fuggire nel nostro privato per respirare, lo facciamo.
Abbiamo speculato sul nome comunità, abbiamo usurato questo nome, abbiamo fatto della comunità un dio perché tutto sia funzionale a dinamiche comunitarie, pero, se siamo sinceri, la vera comunità secondo il cuore di Dio non esiste. Quando i cuori non vengono ascoltati, accolti amati, quando non c’è una lectio cordium, ma c’è una frenesia di cose da fare senza cuore, potremmo chiamarla aggregazione o pura militanza, ma non comunità.
Paolo ai Filippesi dice che prega per loro perché essi hanno cooperato al vangelo, la relazione interpersonale tra persone credenti è il primo vangelo, il primo lieto annuncio. Le nostre comunità non sono più competitive perché sono diventate comunità di elargizione di servizi stanchi, usurati e a scadenza, dove nessuno vuole più fermarsi perché non sono comunità che vibrano con la vibrazione delle viscere e del grembo di Dio.
Paolo prega per la comunità dei filippesi perché Dio possa dare compimento a quello che ha iniziato in loro perché il pieno discernimento possa avvenire anche in quella comunità per portare frutti di giustizia. Oggi tanta gente avrebbe desiderio del calore di una tenda, oggi tanta gente avrebbe sete di relazioni profonde che nascono dalla preghiera, si radicano nella Parola e fruttificano nell’amore gratuito. Che lo Spirito ci aiuti a fare della preghiera il fondamento di ogni relazione interpersonale tra figli di Dio in cui nessuno si senta catturato o usato, ma semplicemente amato nella pienezza di una vibrazione d’amore.


Vangelo   Lc 3,1-6

Luca ci presenta la figura di Giovanni Battista e colloca l’evento di Giovanni attraverso coordinate storiche precise: “Nel quindicesimo anno dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa. Qualcuno potrebbe domandarsi perché Luca scelga di fare questa precisazione storica. L’evangelista vuole collocare l’evento di Giovanni in una storia vera, in un contesto storico di cui ci dà le coordinate perché possiamo collocare la pregnanza e la potenza di quell’evento. Che evento vuole collocare Luca in questa storia? Un evento potente, affascinante e grande che in una riga descrive con una pregnanza spirituale fortissima: la Parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Questo è l’evento. Quando la Parola di Dio viene dentro una vita, una persona, una storia, un’esistenza, quella persona, collocata in un segmento storico ben preciso, diventa una persona che contesta quella storia per diventare storia di Dio nella libertà dello Spirito.
Oggi troppi cristiani sono inghiottiti dalla storia che passa, oggi c’è un impegno per le realtà temporali e umane totalizzante, oggi molti vivono una spiritualità di impegnarsi fino in fondo attraverso le parole solidarietà, attenzione agli ultimi, servizio ai poveri, invece l’irruzione di Dio nella storia degli uomini ha un’altra dinamica. Giovanni Battista è questa icona, questa immagine di un uomo che ha superato il suo tempo, che è evaso dagli schemi abituali del suo tempo perché, quando la Parola di Dio scende su di te e diventa signoria della tua vita, tu spacchi tutto e non puoi essere contenuto da nessuna modalità; il deserto è la tua casa, la franchezza della Parola è il tuo modo di annuncio, la tua libertà è il tuo respiro nella libertà di Dio.
Nel nostro tempo così assolutizzato, nella nostra cronaca che non lascia spazio all’eterno, nel nostro relativismo che relativizza tutto e tutti e ci imprigiona nelle povere opinioni di ciascuno, che pretendono di diventare filtro della verità della vita, quanto abbiamo bisogno di uomini e di donne affascinati e imprigionati dalla potenza della Parola! Siamo stanchi di argomentazioni, di materiale cartaceo e mediatico su Cristo e su Dio, siamo stanchi di piccoli progetti di piccolo cabotaggio che non scalfiscono niente e nessuno, siamo stanchi di funzionari ecclesiali che custodiscono in maniera rassegnata le ultime trincee della fede! Vogliamo uomini e donne che vivano la signoria di Dio nella sua Parola e che percorrano nella libertà creativa dello Spirito le strade di oggi. Solo a costoro Dio dà la grazia della fecondità, della testimonianza e della cattura, nella rete bellissima della grazia, delle anime che aspettano di essere catturate da un amore che non passa.              


Prima lettura   Bar 5,1-9

Il libretto di Baruc, segretario di Geremia, è un’antologia di brani disparati redatti tardivamente nel II secolo a.C. che risentono molto della vicinanza di Baruc al suo maestro, il profeta Geremia. Dopo un prologo storico, il libro di Baruc si espande in una solenne liturgia penitenziale, in un inno sapienziale e infine in una omelia profetica. Baruc vuole lanciare un messaggio di fiducia e di speranza, vuole riportare ad Israele la tenerezza di Dio.
In questa Parola di Dio il profeta Baruc personalizza l’immagine di Gerusalemme quando le si rivolge come ad una persona rivestita delle vesti del lutto e dell’afflizione invitandola a deporre questa veste del lutto e dell’afflizione per rivestirsi dello splendore della gloria di Dio. Ciascuno di noi è la Gerusalemme di Dio, ciascuna anima fedele è la santa città di Dio e la nostra anima, la nostra vita spirituale, si sviluppa in una spiritualità del deporre e del rivestire. Qual è la veste del lutto e dell’afflizione che ogni anima possiede dentro di sé? È la veste, il rivestimento e la difesa della sola razionalità, della sola mente, della sola forza logica dei pensieri dove ciascuno di noi tende ad essere il tutto, il solo, l’unico e l’ultimo creando nella propria vita spirituale una situazione di lutto e di afflizione perché in questa scelta orgogliosa la sponsalità con Dio si frantuma. Perciò la Parola ci invita a spogliarci, a lasciare queste vesti dell’autosufficienza, per rivestirci dell’unico vestimento di Dio, che è lo splendore della sua gloria.
Il tema del rivestirsi è molto ricco e molto presente nella letteratura paolina tanto che Paolo addirittura dice che nel battesimo ci rivestiamo di Gesù. Ma non basta solamente rivestirsi dello splendore della gloria di Dio, bisogna anche fare un’esperienza interiore, profonda, grande che è l’avvolgersi nel manto della salvezza di Dio. Il profeta Baruc per esprimere le sue certezze spirituali su Dio usa immagini e quella dell’avvolgersi nel manto di Dio è un’immagine molto forte che parla quasi di uno scomparire, di un essere ricoperti da questa salvezza di Dio, raffigurata nella simbologia del manto. È questa esperienza spirituale del rivestirsi, dell’avvolgersi e dello scomparire in Dio che porta il frutto e il dono di vedere il suo splendore ai nostri occhi. La Parola richiama con forza questa via, che la mistica chiama via unitiva, nella quale l’anima scompare, viene assorbita, viene catturata dalla seduzione divina.
Oggi troppi cristiani sono icone del lutto e dell’afflizione, tanto dentro la loro vita, dentro il loro cuore c’è questa spegnimento di un’esperienza e di una via di unione profonda. Ma quando un’anima, una Gerusalemme di Dio, si apre alla sua grazia, Dio le dona innanzitutto un nome nuovo: sarai chiamata da Dio per sempre pace della giustizia e gloria della pietà. Quando si esperimenta e si entra nell’amore di Dio, si frantuma l’umano, si scioglie il logico, cade il razionale, sono insufficienti l’algebrico e l’equilibrato, perché Dio, quando entra in noi, ci porta il fremito di un amore che è sogno e seduzione. L’anima che riceve questo nome nuovo da Dio è un’anima che sorge, che vive l’esperienza pasquale del figlio di Dio, è un’anima che sta in piedi, simbolo di dignità, simbolo anche di prontezza, di attenzione al Dio che passa. L’anima sta in piedi sull’altura e guarda verso oriente. L’altura è la montagna santa di Dio, anzi è Cristo stesso, perciò occorre salire l’esperienza di Cristo, vivere l’altezza, la profondità di Cristo per essere persone che guardano con sguardo profetico verso oriente, cioè verso Cristo, quella luce che ha illuminato la storia personale e illumina la storia dell’umanità. L’anima innamorata, la persona innamorata di Dio, contempla il panorama del mondo e della storia attraverso la luce salvifica del Dio vivente e quando guarda, supera la visione immediata della frantumazione e della disunità della storia umana, perché con l’occhio illuminato da Dio vede l’azione misteriosa dello Spirito che riunisce da occidente e da oriente, cioè da esperienze diverse e da apparenti insormontabili fratture, tutti i figli di Dio. Ella vede la potenza della Parola, vede come Dio è potente nella Parola, nel ricordo e nella nostalgia; ella vede un ritorno dell’umanità, vede l’umanità che torna al grembo che l’ha generata, Dio, vede questo Dio che rende ricca Gerusalemme, cioè la chiesa di figli che, dopo l’amarezza di un esilio, sanno tornare con Dio al grembo generativo della pace.
Perciò questa Parola ci mostra il valore di una contemplazione profonda e di un dimorare con Dio. Quando dimoriamo con lui, quando entriamo e ci avvolgiamo nel manto della sua tenerezza, vediamo l’azione di Dio che spiana la montagna, che colma la valle, che spiana la terra. Dio vince le complessità, le tortuosità, le insormontabilità prodotte dall’uomo e dal suo orgoglioso pensare. Perciò fare esperienza di Dio è fare esperienza di un esodo liberante, di una processione di liberazione profonda e questo cammino avviene sotto la gloria di Dio, attraverso le selve e attraverso gli alberi odorosi, cioè attraverso il fragrante profumo dell’unico albero della vita, dell’unico albero che emana il profumo di Cristo, che è la sua croce gloriosa. Ecco perché anche il buon profumo di Cristo, insieme all’albero odoroso, ci ricorda la mistica della sequela del Cantico dei Cantici che afferma: “Ti seguiremo attratti dal profumo dei tuoi unguenti”.
Portare il buon profumo di Cristo e vivere una sequela di attrazione, di seduzione, di amore dove Dio vince, dove Dio regna, dove Dio ci fa camminare verso l’unica vera meta che è il suo amore.       


Seconda lettura  Fil 1,4-6.8-11

Paolo invita questa comunità a seguire la strada del discernimento per distinguere il giorno di Cristo, cioè il suo irrompere nella storia, per conoscere la carità di Dio dentro di noi.
Paolo si rivolge a questa comunità nella logica misteriosa di Dio e della grazia: “Prego sempre con gioia per voi, in ogni mia preghiera”. Ecco il legame, la qualità della relazione nel Signore: una relazione tra discepoli, tra credenti, nasce, si sviluppa, cresce e matura nel fiume della preghiera. La sequela di Cristo non è semplicemente un’attivazione di atteggiamenti etici, morali o buonistici, ma è innanzitutto entrare nella logica di grazia che viene donata dalla preghiera, perché Cristo Gesù ci renda veramente degni di essere cooperatori della potenza del vangelo.
La seconda via che Paolo usa con questa comunità e che dà uno stile di rapporti intraecclesiali è l’affetto. Paolo chiama Dio ad essere testimone del profondo affetto che ha per tutti i Filippesi nell’amore di Cristo Gesù: la via affettiva diventa una via effettiva di comunione e di amore.
Attraverso la via affettiva facciamo scendere sui fratelli e sulle sorelle che Dio ci fa incontrare la tenerezza e la carezza di un amore divino, perché Cristo Gesù nella sua esperienza terrena in mezzo a noi ha seguito la via degli affetti, dei sentimenti. Perciò la via affettiva è la via di una rivisitazione della carità, dell’amore che diventa dono e oblatività, dell’amore che ha sempre più bisogno di essere arricchito di ogni genere di discernimento.
Molte volte pensiamo che amare sia una cosa istintiva, facile e scontata. È proprio nell’amore che si distingue un credente e un discepolo della Parola, è proprio l’amore che fa la differenza, perché l’amore di un credente è un evento di grazia, l’amore di un credente è un’icona della tenerezza di Dio, è un sacramento universale salvifico che nasce dall’amore squarciato di Cristo. Perciò l’amore che nasce dalla logica della preghiera, della fede, dell’esperienza, della sequela, è un amore che vibra, è un amore che sconvolge, perché non è un amore pura prestazione di disponibilità, ma è un amore che diventa pagina vibrante di una Parola fatta carne e sangue, cioè Gesù Cristo.
L’amore che nasce da Dio, l’amore che cresce alla scuola di Dio è un amore che sconvolge chi lo riceve perché penetra le fibre più segrete della sua vita, è l’amore al quale tutti abbiamo diritto ed è l’unico amore che può ricolmarci di quei frutti dell’albero della vita che è Gesù Cristo.
In questa seconda domenica d’Avvento questa Parola è carica di profezia per i rapporti intraecclesiali e intracomunitari dove molte volte la via affettiva e la via spirituale sono soffocate e superate da un puro fremito di organizzazione umana o di corsa spasmodica per compiere delle cose. È la via affettiva, unita a quella spirituale, che costruisce in una comunità legami profondi dove il pastore non è il funzionario delle cose sacre, ma è la vedetta, la sentinella, il maestro che inizia, introduce, fa crescere e fa rimanere nell’unica esperienza che cambia la vita, che è l’amore di Dio. Perciò in una comunità il pastore, incendiato da Dio, incendia i fedeli a lui affidati; una comunità, in cui tutto nasce dalla logica misteriosa della grazia e della preghiera, darà smalto, valore, profondità alla carità. Lo stesso papa Benedetto XVI nella sua enciclica, parlando della portata rivoluzionaria della carità di Dio e dell’amore agapico di Dio e da Dio, ha segnato in questo evento la carica profetica di un cristiano.
La comunità dei Filippesi oggi è la nostra comunità, una comunità dove la priorità è nella preghiera di intercessione per coloro che fanno il nostro stesso cammino verso Dio, è una comunità che ha la certezza che è Dio che inizia e che porta a compimento, è una comunità che discerne, fa crescere e rende profetico l’evento dell’amore, è una comunità che sa distinguere al suo interno il meglio, la priorità e la necessaria profezia perché la comunità ecclesiale di oggi sia una vibrazione e un fremito di amore nel deserto del mondo.     


Vangelo   Lc 3,1-6

Questo brano di Luca ci presenta con pennellate profonde la figura inquietante di Giovanni, figlio di Zaccaria. Luca, maestro di narrazione, finissimo scrittore, pone la figura di Giovanni dopo una carrellata di figure storiche, di figure di funzionari che hanno segnato la storia di Giovanni stesso e di Gesù: Tiberio Cesare, Ponzio Pilato, Erode Tetrarca, Filippo, suo fratello, Lisania, i sacerdoti Anna e Caifa. Luca, in una sana ironia evangelica, ci presenta una nomenclatura governativa del tempo: questi uomini detenevano il potere civile e religioso, questi uomini governavano una provincia inquieta che sarà la sede geografica dell’inquietudine di Dio nel Messia. Ecco perciò che Luca, dopo aver elencato i nomi dei funzionari civili e religiosi, ci presenta quasi come uno squarcio di luce in un temporale buio la figura di Giovanni, figlio di Zaccaria. Di fronte a questa nomenclatura politica Luca ci presenta la solennità di quest’uomo di Dio sul quale scende la Parola. Luca tiene a sottolineare che il profeta è colui o colei sul quale la Parola scende, perciò il profeta viene battezzato dalla potenza della Parola e la Parola, battezzando il profeta, lo rende capace di agire senza una struttura, senza una tutela umana, senza un apparato, ma vergine e puro servo della Parola. Giovanni Battista ha preceduto la figura di Gesù, la presenza storica di Gesù.
Il Giordano è stato il primo lembo di terra in cui il profeta ha cominciato a gettare i segni della potenza di una Parola che si sarebbe rivelata in una persona. Questo vangelo è un vangelo profetico perché mette di fronte e contrappone la struttura, la nomenclatura, la politica di qualunque tipo al giudizio e alla potenza di una libertà profetica. Questo vangelo è un imput fortissimo per la chiesa perché sappia ritrovare la libertà destrutturante del Giordano e non si faccia soffocare dalla nomenclatura degli apparati umani che rubano la profezia, tradiscono il sogno di Dio e oscurano il sole della speranza.    
stampa





 
Torna ai contenuti | Torna al menu