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09 febbraio 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 09 Febbraio 2020
V Domenica del Tempo ordinario. Anno A

Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà.


Prima lettura         Is 58,7-10  


Il brano, tratto dal terzo Isaia, si legge anche nella liturgia penitenziale del mercoledì delle Ceneri. Il Signore esige, da parte di coloro che si aprono a Lui, l’abbandono di una ritualità vuota e inutile (ricordiamo che il digiuno era una pratica religiosa dell’ebraismo, ma spesso veniva praticato sperando che il giorno passasse in fretta per poter riprendere i propri affari). Di fronte ad una ritualità vuota e senza vita, il Signore manifesta la sua preferenza ed esplicita tutte le esigenze che vuole da un digiuno che diventa una celebrazione di amore di Dio nella vita.
In questa Parola il Signore ci ricorda che il tesoro di Dio siamo noi, sono tutte le persone, il vero tesoro è ogni uomo e ogni donna che stanno vivendo la storia della vita. Il Signore non ci affida in maniera generica i suoi tesori, ma li identifica con le ferite, con le mancanze, con le sofferenze che questi suoi tesori si portano dentro. Perciò come prima luce la Parola ci dice che prenderci cura degli altri non è iniziativa benefica, antropologica umana, ma per chi entra nelle corrente della Parola di Dio, il prendersi cura dei tesori di Dio, che sono gli uomini e le donne di ogni tempo, è una missione che parte da Dio stesso. È una missione che Dio ci affida, dandoci in consegna i tesori che più ama, che siamo noi.
La Parola ci indica tre tipi di povertà: la fame, la privazione di un tetto e la nudità. Certamente, leggendo la Parola in maniera letterale ed immediata, si vedrebbe subito il bisogno di fare un intervento benefico, cioè di sfamare, di trovare un alloggio e di vestire, e la Parola ci dice anche questo, ma in una lettura spirituale, in una contemplazione della Parola, la missione che Dio ci dà per i tesori del suo amore che siamo noi è una missione molto particolare. L’esortazione a dividere il pane con l’affamato ci porta ad evidenziare la fame presente nelle persone di oggi che sono sazie del pane materiale, ma ancora , persone che cercano soprattutto un altro pane. Nella figura del pane possiamo vedere il pane della Parola, dell’Eucaristia, ma molta gente alla quale il Signore ci manda è lontana dal pane dell’Eucaristia ed è estranea al pane della Parola.
Allora che tipo di pane si può dividere con questi affamati?       
Prima di tutto il pane della presenza, della disponibilità, della tenerezza e dell’accoglienza. Quanto facciamo fatica a condividere nella serenità le gioie e la luce di Dio! Siamo sempre opposti l’uno all’altro, evidenziamo sempre i nostri punti di vista. Condividere è davvero faticoso! Quando facciamo fatica a condividere i cuori, quando facciamo fatica a donare il nostro cuore, tutto quello che celebriamo è vuoto. Allora le parole comunità cristiana, condivisione, comunione sono una ritualità che è stata privata del battito e del palpito della vita.
Oggi la gente, che va sempre meno in chiesa e frequenta sempre in meno le comunità, deve trovare in noi, che siamo servi della Parola, uomini e donne che sanno innanzitutto fermarsi rispettosamente sulla soglia della casa dell’altro, lavorando nell’intelligenza e nella discrezione perché l’altro li faccia entrare nella sua vita e nei segreti laceranti che si porta dentro.
Oggi la seconda forma di amore è dare un tetto a chi non ce l’ha, cioè a tutte quelle persone che non hanno ancora trovato un’esperienza significativa unificante e stabile per la loro vita, sono i nomadi ricercatori di tetti, gente che sta cercando, magari per altre vie, esperienze profonde e continua a collezionare delusioni. La Parola ci esorta a diventare tetto di un altro, ma non un tetto di eternit, cioè un tetto intossicante con le nostri costruzioni mentali, ma un tetto di accoglienza.
Il tetto ha come compito quello di coprire, di difendere dalla pioggia e dal sole e di rendere calore. Se siamo figli della Parola, servi della Parola, e se saremo pieni della significatività della Parola, diventeremo tetto per quelli che non hanno un tetto. Il tetto non parla, il tetto accoglie. È assai preziosa oggi un’accoglienza rispettosa e silenziosa! Non dobbiamo aver fretta di dare soluzioni, di dire la nostra, di dare ricette, prima di tutto ascoltiamo, ecco il primo tetto, poi accogliamo una persona com’è e dov’è, infine affianchiamo una ricerca e un desiderio di trovare profondità.
Il terzo intervento che Dio dà per i suoi tesori è la nudità intendendo con questa espressione  quella gente che non è stata rivestita di certezze certe da spessori d’amore, gente denudata, ferita, abusata, abbandonata. Per vestire è indispensabile scoprire la misura dell’altro. Per vestire non dobbiamo misurare l’altro con la nostra misura, perché se reputiamo costui fuori della nostra misura, è dentro il cuore di Dio. Vestire vuol dire studiare, capire la misura dell’altro che è sempre dinamica, mutevole, perché lo possiamo rivestire dell’eleganza, dell’amore, dell’armonia, della perfezione dell’amore.
Perciò interessarsi dell’uomo non è un progetto antropologico interventistico di beneficenza, poiché l’uomo di oggi non ha bisogno di beneficenza, di pacchi dono; i nostri contemporanei hanno bisogno, invece, di una persona che sia condivisione, tetto e rivestimento, cioè di una carità che nasce dall’intelligenza di Dio. Se faremo questo ed eserciteremo questa celebrazione della vita,  la Parola ci fa tre promesse: “La tua luce sorgerà come l’aurora” cioè non saremo accecanti in un protagonismo di beneficenza perché, quando abbagliamo con la nostra efficienza di beneficenza, la nostra luce non è più un’aurora, è una luce che acceca e, accecando, impedisce di vedere la vera luce che è Dio. Saremo una luce aurorale, una luce discreta, una luce che annuncia il giorno, che sarà Dio. La seconda promessa che ci fa la Parola è: “La tua ferita si rimarginerà presto”; quando ameremo con lo stile di Dio, avremo un’autoguarigione, perché Dio ci farà amare in una maniera terapeutica, intelligente e la nostra donazione d’amore si riverbererà in noi e guarirà le nostre ferite. Non possiamo amare i feriti se non siamo feriti. È il Signore che farà rimarginare le nostre ferite.
La terza promessa è l’efficacia della nostra preghiera: “Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto e il Signore dirà: eccomi a te”, la nostra preghiera sarà potente perché nascerà da questa attenzione per i suoi tesori, che sono gli uomini e le donne.
La Parola non si ferma e sottolinea uno stile d’amore. Il Signore dice che dobbiamo togliere in noi tre atteggiamenti sbagliati verso gli altri. Il primo è l’oppressione. Se c’è l’oppressione, c’è un oppressore che la produce. L’oppressione è quella asfissia e quella intossicazione di umano senza grazia che soffoca i cuori, le anime e la vita, cioè l’oppressione si verifica quando, senza una ricerca profonda di profezia e di profondità, opprimiamo gli altri con frasi fatte, con interventi usurati e con prese di posizione vuote. Quanti oppressori e quante oppressioni!
Il secondo atteggiamento che dobbiamo togliere è il puntare il dito. È molto facile avere fame di giustizia, di colpevolizzare gli altri evidenziando lo sbaglio di un altro, ma puntare il dito è uccidere l’amore. Dio ci ha dato il dito perché lo puntiamo non verso i suoi tesori, ma verso di Lui, ricordando a coloro che amiamo che la vera interpretazione del nostro essere suo tesoro viene da Lui, che dall’alto viene la sua comprensione. Quando il dito dal puntare verso gli altri si solleva per puntare verso Dio, dà un’indicazione di libertà, di profondità, di sapienza e di pace. Dobbiamo rimandare a Lui l’interpretazione, perché noi siamo ammalati di superficialità e di immediato e, schiavi dell’evidenza evidente dei fenomeni e degli eventi, anche con i nostri figli non facciamo la fatica di restare in silenzio e di leggere tra le righe una dinamica di grazia.
Tutti  siamo stati colpiti da questo dito puntato e, a nostra volta, l’abbiamo ripuntato contro gli altri. Anche le comunità cristiane, che parlano di condivisione, di comunione, di amore, molte volte sono comunità in cui il puntare il dito è una delle attività più frequenti.
Se faremo ciò che ci indica la Parola, diventeremo luce piena come il meriggio, saremo veramente di Dio.                  

Seconda Lettura       1 Cor 2,1-5

Paolo ci ricorda in questo brano che è lo Spirito santo, la sua potenza, che darà forza e fecondità all’annuncio. È bello in questo brano soffermarsi a guardare Paolo, l’apostolo di Dio, che dice ai Corinzi che è andato tra di loro con debolezza, con molto timore e con trepidazione.
San Paolo era veramente un uomo libero in Cristo, veramente in lui viveva Cristo, perché egli non ha avuto paura di scrivere ciò che era il suo limite e la sua fragilità. Si potrebbe, allora, parlare di triade paolina della ferita: debolezza, molto timore e trepidazione. Paolo non è arrivato a Corinto con l’aria di conquistatore, non è arrivato in quella comunità dicendo che sapeva tutto, che era informatissimo sui fatti, uno specialista della dottrina di Cristo, ma Paolo è arrivato in un ambiente difficile, ostile, complesso, come era Corinto, raccontando ai Corinzi la sua debolezza. Se vogliamo aiutarci e aiutare la gente, non dobbiamo ritenere le nostre debolezze e i  nostri limiti argomenti tabù ed imbarazzanti, perché proprio le nostre debolezze, i nostri timori e le nostre trepidazioni sono i grembi più luminosi della nostra vita. Quando riconosciamo nella serenità ciò che non siamo, siamo già una terra che sta attirando la pioggia della grazia di Dio. Quando non ci sentiamo protagonisti, quando non ci sentiamo invincibili, realizzati, allora possiamo diventare umili servi di un annuncio.
Gesù Cristo crocifisso non è un argomento, non è neppure una storia o un articolo del Credo, perché il Signore Gesù crocifisso, che è l’unica Parola di Dio che in Cristo ci ha detto e dato tutto, come afferma san Giovanni della Croce, non può essere raccontato da chi è realizzato in se stesso e si sente capace e perfetto. Dio molte volte prende in giro i suoi annunciatori quando lo annunciano con l’arroganza di una sapienza, con la potenza di un’eloquenza e con la strategia di una furbizia. Dio si fa raccontare, ma non dà la grazia a chi ascolta, perché non vuole essere annunciato dai superbi e dai realizzati che stanno annunciando se stessi. Oggi tanta inefficacia nella predicazione, nella catechesi, nell’annuncio è dovuta al fatto che il Signore sta cercando persone ferite, persone umili, persone deboli perché solo un debole, un umile e un ferito possono raccontare la stoltezza del Crocifisso, l’esagerazione dell’amore di Dio raccontato nel Crocifisso.
Il Crocifisso non è una devozione, è un libro vivo, vero, aperto, è il libro che genera dalle piaghe gli annunciatori di un amore che non si rimargina.
Non possiamo raccontare Gesù Crocifisso che, dice Paolo, è il centro di tutto l’annuncio, se non siamo capaci di vedere i crocifissi che abbiamo davanti a noi, che magari sono persone crocifisse nelle proprie paure, nelle proprie manie, nelle proprie solitudini, nelle proprie umiliazioni, nei propri fallimenti.
La guarigione del Crocifisso si opera in una comunità quando colui che l’annuncia è veramente un ferito e da questo uomo e da questa donna feriti lo Spirito manifesta la sua potenza. È lo Spirito santo nella sua potenza che può raccontare Dio, il resto è tutto prodotto nostro, ma noi non possiamo ammaliare, convincere e sedurre le anime, è Lui che lo può fare e lo può fare se colui al quale affida questo compito è pieno delle ferite gloriose del Crocifisso. Nelle ferite del Cristo Crocifisso e nelle ferite del servo della Parola lo Spirito santo con la sua potenza compie cose grandi.
Forse dovremmo chiederci se lo Spirito santo e la sua potenza vanno in esilio dalle nostre comunità perché li abbiamo ingabbiati, perché vogliamo ingabbiarli nei nostri programmi, nei nostri punti di vista, nella nostra mentalità, nei nostri modi di essere, di capire e di fare. Quando lo Spirito viene ingabbiato nella gabbia delle nostre certezze, la sua potenza non si può esprimere perché viene contristato dalla nostra arrogante sapienza umana.
Paolo, però, dice che la nostra fede non si può fondare sulla sapienza, ma sulla potenza di Dio. Allora una grande scelta profetica per la chiesa sarebbe quella di liberare veramente lo Spirito, convinti che esso sorprenderà le comunità usando strumenti che non hanno il timbro e il rodaggio dei soliti o di quelli che si ritengono capaci. Lo Spirito santo, nella sua assoluta e sovrana libertà, affinché Cristo Crocifisso sia veramente una parola viva, compie autentiche rivoluzioni, perché lo Spirito sorprende sempre con la sua potenza e con il suo amore.


Vangelo         Mt 5,13-16


Gesù ha detto che, se siamo suoi discepoli, siamo sale e luce, non saremo. Gesù, quando ci ha chiamato al discepolato, ha usato una priorità: quella dell’essere. Non ha detto: andate, fate, lavorate, organizzate, costruite, inventate, ma ha detto: “Voi siete”. Per scoprire il nostro essere profondo dobbiamo far maturare e far accrescere quello che siamo in una intima, interiore vita con Gesù. Se non siamo e se facciamo, partiamo già con il piede sbagliato, perché saremo discepoli non più di Gesù, ma di noi stessi o del parroco o del mio gruppo o della nostra opinione.
Per essere discepoli di Gesù ci sono due condizioni precise: “Voi siete sale, voi siete luce” e per mantenere questa identità profonda del nostro essere non possiamo permetterci di non avere un’intimità profonda con Gesù. Riceviamo la nostra quotidiana salatura da Lui nella Parola, nella preghiera, nell’Eucaristia, nell’adorazione, nello stare con Lui. L’essere sale non è una volta per sempre, ma è rigenerato tutti i giorni, se rimaniamo davanti a Lui per ricevere il sapore del suo amore che diventa il sale saporoso della vita. Quando siamo stravolti dal fare, dall’organizzare e demotiviamo o trascuriamo l’essere suoi, faremo tante cose, ma queste non avranno sapore.
La salatura non viene da noi, perché siamo incapaci di dosare la giusta quantità di sale: ne mettiamo troppo poco o troppo, mentre l’essere sale è legato alla dosatura, propria della grazia di Dio. Se il sale è troppo fa diventare stomachevole il sapore della pietanza, se è poco rende quella pietanza insipida, ma se è giusto dà sapore.
Il sale non è mai protagonista, per funzionare deve mescolarsi con quello che vuole salare. Il sale è quotidiano, è un compagno fedele della nostra vita.
Oggi la gente sta cercando un sapore diverso perché è stomacata da sapori troppo forti o da non sapori, e il discepolo di Gesù è chiamato alla profezia della salatura.
Che cos’è l’essere sale? È entrare nel cuore della gente con la sapienza, l’originalità, l’audacia e la profezia di Dio. L’essere sale significa dare gusto, senso, sapore a qualunque elemento che troviamo davanti a noi, anche ad una storia piena di tenebre, di peccato, di dolore.  
Stiamo tutti morendo per troppo insipido e i nostri rapporti, le nostre relazioni, le nostre celebrazioni, le nostre attività hanno quel che di insipido, sono ripetitive, stanche e noi stessi magari contribuiamo ad allargare questo non sapore della vita. Invece il vero discepolo di Gesù è quell’uomo e quella donna che vengono cercati, perché è Dio che orienta a loro, in quanto hanno quel sapore intimo, segreto, di grazia che viene da Dio, che è il senso profondo della vita.
Dal sale viene la luce e la città posta sul monte. Quando siamo luce non ci possono non vedere, però, vedendoci, se siamo luce di Dio, glorificano il Padre che è nei cieli perché siamo luce riflessa della sua luce.
Gesù ci ha detto un’altra cosa: se non saremo sale saporito a null’altro serviremo che ad essere gettati via e calpestati dagli uomini. Il mondo di oggi sta calpestando e buttando via il cristianesimo e i cristiani. Quando diventiamo insipidi, nemmeno gli uomini ci reggono più. Quando abbiamo venduto il nostro fascino, la nostra salinità saporosa e la nostra luce e abbiamo voluto diventare una mascherina che cambia con le mode, quando non siamo chiaramente radicati in Gesù Cristo e diventiamo una voce fra le tante, potremmo essere opinione, far carriera, ottenere rispetto e un posto in televisione. Quando, invece, siamo pieni della salinità evangelica e saporosi non ci chiameranno in tv e non faremo nemmeno carriera, ma saremo cercati da coloro che, stanchi dello scontato e dell’insipido, stanno cercando nuove parole e nuovi testimoni per vivere.          


Prima lettura         Is 58,7-10  

Leggiamo questa Domenica un brano del terzo Isaia che vede nell’impegno quotidiano delle opere di giustizia e di amore la luce del fedele. Non è concepibile una frattura tra culto e vita, non è concepibile una fede che non si incarni nello spezzare il pane con l’affamato e nel rendere disponibile la casa a chi è senza tetto. Isaia anticipa in questa Parola un gesto tipico di Gesù: lo spezzare il pane “Così dice il Signore: - Spezza il tuo pane con l’affamato -” (ricordiamo infatti che i discepoli di Emmaus lo riconobbero nello spezzare il pane, il gesto dell’Ultima Cena con i discepoli).
Possiamo allargare questo gesto eucaristico dello spezzare il pane in una Eucaristia della vita. Spezzare il pane significa condividere con le persone quel nutrimento che a noi ha dato la vita, invece oggi, in una società come la nostra, siamo tentati di mangiare da soli, che ognuno si prenda il suo pane e se lo mangi, invece lo spezzare con i fratelli il pane della Parola, il pane della vita, dell’ascolto, della misericordia, dell’attenzione, dell’intelligenza è la condizione perché si possa creare veramente una profonda comunione. Allora un testimone del Signore comincia con lo spezzare il pane con l’affamato. Sembrerebbe difficile ravvisare l’affamato nel nostro Occidente sazio e benestante, eppure ci sono degli affamati che provano nel loro cuore un malessere che nemmeno riescono a diagnosticare, sono affamati di verità, di amore, di luce, di profondità, di grazia, di pace, è gente affamata che sta cercando questo pane, ma nessuno glielo spezza. Per spezzarlo dobbiamo introdurre in casa i miseri, senza tetto, che non significa aprire letteralmente la nostra casa a quelli che ne sono privi (Gesù vivrà questa urgenza di Isaia a Betlemme: “Non c’era posto per loro nell’albergo”, “Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo, mentre le volpe e gli uccelli hanno le tane”). Per spezzare un pane ci vuole una casa, la casa del nostro cuore, della nostra accoglienza, della nostra attenzione, la casa della nostra vita, cioè dobbiamo aprirci per far entrare l’affamato che ha fame di attenzione, di misericordia e di amore. Spezzando il pane non solo facciamo fare a costui esperienza di casa, ma anche rivestiamo la sua nudità, per questo al gesto eucaristico dello spezzare il pane Isaia lega l’introdurre, il dare un tetto ed il vestire chi è nudo. Tre gesti comuni alla vita di Gesù, che morirà nudo sulla croce. Allora un cristiano che usa questo profetismo del pane, del tetto e del vestito in senso spirituale è un discepolo che dà luce, non una luce abbagliante, perché quella è di Dio, ma una luce aurorale, quella della testimonianza discreta: “Allora la tua luce sorgerà come l’aurora”. Facendo questa esperienza di amore e di condivisione la nostra ferita si rimarginerà presto, perché ci siamo messi a servire le ferite degli altri, davanti a noi camminerà il Signore e ci seguirà la sua gloria. Un testimone cammina sempre in mezzo, Dio lo precede come guida, luce e colonna di fuoco, Dio lo segue come maternità, paternità e difesa, e il discepolo sta in mezzo, perché non è il protagonista, dà il primato a Dio, certo che le sue spalle sono protette dalla sua paternità.   
Poi faremo esperienza anche della potenza della nostra intercessione e della nostra preghiera: “Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà; implorerai aiuto ed egli dirà: Eccomi”, diventare intimi dell’uomo significa diventare intimi di Dio. “Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce,  la tua oscurità sarà come il meriggio”, perciò questa Parola di Isaia ci dice che più siamo attenti alla via dell’uomo, che è la via di Dio, più siamo attenti al mistero di Dio in noi, più consideriamo e accettiamo l’uomo come sacramento di Dio, più faremo esperienza di Dio in noi.
Questa Parola è anche base di un’antropologia cristiana: chi è l’uomo? Colui che ha fame, che desidera un tetto, un vestito, colui che è ferito, colui che vuole essere saziato, che vuole essere amato e non giudicato. Guai ad un cristiano che punta il dito e diventa oppressione per gli altri: non ha fatto esperienza di Dio.  

Seconda Lettura       1 Cor 2,1-5

Paolo presenta se stesso alla Chiesa dei Corinzi, che era molto affascinata dalla filosofia, dalle discussioni, dallo gnosticismo e dalle ricerche esoteriche, ma l’apostolo contesta questa sapienza umana, che forse i Corinzi si aspettavano da un uomo come lui, preceduto da una grande fama, e subito si qualifica dicendo che è andato in mezzo a loro con molta trepidazione e timore e soprattutto senza usare discorsi persuasivi di sapienza, cioè non è entrato nella logica del saper parlare, perché questo non è il vangelo. Il vangelo è potenza di Dio, dirà Paolo, e il cuore del vangelo è la croce di Gesù (“Quando venni tra voi, non mi presentai ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso”).
La Parola ci pone davanti al grossissimo problema della trasmissione della fede, che va donata di generazione in generazione e ci illumina sull’arte della trasmissione della fede che fa parte dei carismi dello Spirito, perché essa non è la comunicazione di dati, ma è il donare e il trasmettere agli ascoltatori un’esperienza viva di Dio. Per questo Paolo ritiene che ai Corinzi bisogna trasmettere l’esperienza fondante il vangelo, la croce, non nozioni filosofiche su Dio, perché il Dio di Gesù Cristo non è un’astrazione filosofica o un Ente o un Motore Immobile, ma il “Padre del Signore nostro Gesù Cristo”. Paolo ci insegna che l’arte della trasmissione della fede è un dono dello Spirito che si basa su un’energia e su una manifestazione dello Spirito stesso. Parlando di carismi, nella stessa lettera ai Corinzi, l’apostolo dice infatti che si tratta di una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune. Quindi la trasmissione della fede ha un’anima carismatica, deve essere suscitata dallo Spirito, perché Gesù stesso dirà: “Quando io me ne sarò andato, vi manderò lo Spirito, il quale vi ricorderà le cose che vi ho detto”, non in senso che sarà colui che aiuta la nostra memoria malferma, ma quel maestro, quel timoniere che fa fare ad ogni credente, in ogni epoca storica, un’esperienza sempre più vertiginosa e profonda di Dio. Perciò la trasmissione della fede non è un’operazione umana, non è un’organizzazione di dati, non è una lezione frontale, non è comunicare a bambini e ad adulti alcune conoscenze bibliche teologiche, ma è sapere coinvolgere una persona in un’esperienza viva di Dio, e questa esperienza, per Paolo, è la croce, cioè un’esperienza storica, visibile, verificabile.
Lo Spirito nella trasmissione della fede predilige una teologia narrativa, cioè un raccontare Dio, non uno speculare su Dio. Oggi la cosa più grave per un cristiano è il mutismo sulla sua esperienza di fede, i cristiani, infatti, sono imbarazzati nel raccontare la loro esperienza di fede, perché per molti la fede è un acquisire dei dati scontati su Dio e un prestarci fiducia, ma questa non è fede, è conoscenza di dati. Allora la trasmissione della fede viene collocata in una potenza dello Spirito, in una forza dello Spirito. Trasmettere la fede è essere collaboratori, servi dello Spirito, con il quale si fanno irrompere Dio e la sua potenza nel mondo e nella storia. Se la trasmissione della fede non è questa, essa viene collocata tra le grandi discipline dell’uomo, come la filosofia e la storia, e si rischia di trasmettere una fede fatta di dati, di nozioni o di ridurla in un’etica buonistica. Ecco perché il cuore dell’annuncio della fede per Paolo è il crocifisso, la croce, perché è questo il grembo di Dio, è qui che Dio ha dimostrato tutta la sua epifania e la sua potenza d’amore.
San Basilio Magno dice: “Dio si è fatto sarcofago perché l’uomo diventi pneumatoforo”, cioè Dio nel Figlio si è fatto sarcofago perché l’uomo diventi portatore del pneuma, del soffio dello Spirito. L’uomo creato secondo Dio è un uomo che ha una forte struttura cristologica pneumatologica per cui è lo Spirito santo che opera incessantemente nella nostra vita e ci porta ad essere annunciatori di un evento di Dio, di una potenza di Dio, di un amore di Dio.
Allora trasmettere la fede significa vivere le vertigini di un’esperienza continua dello Spirito che agisce e che opera dentro di noi. Quando si è gravidi dello Spirito, si può trasmettere l’evento dell’amore di Dio, che è l’evento crocifisso, se non si è gravidi dello Spirito, si trasmettono solo parole o conoscenze, che producono sapienza, ma non danno salvezza.
  

Vangelo         Mt 5,13-16


Il sale e la luce di cui parla questo brano del vangelo evidenziano due dimensioni della vita: il sapore e la luminosità, che trasformano rispettivamente la massa amorfa di un cibo e la vastità delle tenebre. Secondo alcuni studiosi, Gesù avrebbe potuto prendere questa immagine del sale, usato per cauterizzare le ferite, dal salgemma di cui grondavano le sponde del mar Morto e che era usato a blocchi anche per accendere la fiamma del focolare. Sale e luce sono due segni, due simboli che Gesù dà ai suoi discepoli. La luce è missionaria per natura, non si nasconde, per natura deve brillare ed illuminare le tenebre. Gesù non dice: “Andate a fare”, ma “Voi siete”, allora un discepolo è innanzitutto l’uomo dell’essere. Un discepolo non è un maneggione, un indaffarato, uno capace di far tutto, innanzitutto è, cioè vale innanzitutto per la sua presenza, la sua permanenza, la sua fedeltà in un evento di storia. Chi siamo oggi come discepoli di Gesù? Siamo semplicemente delle brave persone o siamo veramente il sale e la luce? Dobbiamo essere sale perché l’amorfo mondo di oggi è veramente insipido, perché non gusta più la salinità della Parola che garantisce gusto alla vita. Quando la vita e la storia umana fratturano la loro esistenza dalla Parola, la prima conseguenza è l’insipidità. Tanta gente oggi è insipida perché non si lascia salare e non gusta il buon sale della Parola. La Parola è l’alleata profonda della qualità della vita, se non saliamo la vita con il sale della Parola la vita insipida ci mangerà, se non illuminiamo la nostra vita con la luce della Parola, la vita diventerà una notte infinita, vivremo nell’eclissi totale del sole di Dio. Ecco perché non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, e questa città è la nostra vita, siamo noi, è il credente collocato sui vari monti di Dio: il monte del profetismo (il monte delle Beatitudini), il monte del mistero (il monte della Trasfigurazione), il monte della follia dell’amore (il monte del Calvario), il monte della nostalgia (il monte dell’Ascensione). Dobbiamo essere collocati sopra questo monte perché non è possibile che la città di Dio, cioè il credente, sia collocato in una pianura, in quanto il credente è un punto di riferimento, è questa luce di Dio nella vita e nel mondo.

Un giorno un uomo andò a cercare nel deserto un monaco che aveva fama di grande santità e dava delle risposte a coloro che andavano da lui per avere consigli o esortazioni spirituali. Arrivato dal monaco, gli chiese: “Come posso essere felice?” Il monaco lo fece accomodare sulla pietra e continuò a pregare. Passò del tempo. Allora l’uomo chiese per la seconda volta: “Come posso essere felice?”, ma il monaco non rispose e continuò a pregare. L’interlocutore pose la domanda per la terza volta ma, vedendo che il monaco non rispondeva, si stizzì, si alzò e se ne andò. Mentre si stava allontanando, il monaco gli gridò: “Non sei felice perché non sai accettare la salatura dell’attesa”.       
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