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09 giugno 2019

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Commento spirituale della Parola di Domenica 09 giugno 2019
PENTECOSTE Anno C
Messa vespertina


Prima Lettura         Es19,3-8a.16-20b   
 

Di che cosa hanno bisogno oggi la chiesa, l’umanità, la nostra Europa? Hanno bisogno di uomini di Dio. Non sono i politici che fanno la storia! Abbiamo bisogno di uomini e di donne dello Spirito perché è Lui l’unico vero, grande riformatore della chiesa, del mondo e dei cuori. Mosè è un uomo dello Spirito, ha lo Spirito di Jahwhè, e come tale ha tre caratteristiche: è un uomo che sale, è un uomo che risponde alla chiamata, è un uomo del monte. Uomini e donne che appartengono allo Spirito santo hanno queste tre caratteristiche: sono uomini e donne che salgono nella verticalità di Dio, sono uomini e donne che ascoltano e rispondono all’appuntamento di Dio, che avviene sul monte. Tutti coloro che hanno riformato la chiesa sono partiti da soli, salendo, ascoltando e arrivando sul monte, pensiamo a san Francesco d’Assisi, a san Benedetto da Norcia, a sant’Agostino, ad Ignazio di Loyola. Se non abbiamo degli uomini che salgono il monte, quelli che rimarranno giù moriranno tutti.
Un’altra cosa è interessante: lo Spirito santo non chiama mai in gruppo, ma si effonde su ciascuna identità di creatura perché Egli sta scrivendo una storia, un’azione, un evento diversi in ciascuno di noi.
Un’altra caratteristica degli uomini e delle donne dello Spirito è che quando scendono dal monte non si domandano se quello che ha detto Dio verrà accolto da quelli che stanno di sotto, non infagottano la Parola di Dio, cambiando la verità con il linguaggio nuovo, ma scendono e ripetono quello che ha detto Dio. San Francesco diceva ai suoi frati di leggere il vangelo “sine glossa” cioè senza nessun commento.
Mosè riferisce al popolo di una liberazione, un’appartenenza e una identità: “Io vi ho liberato dall’Egitto, vi ho fatto venire a me su ali d’aquile e vi ho costituiti perché siate un regno di sacerdoti, io vi ho scelto fra varie nazioni”. Ecco l’azione di Dio, ecco l’azione dello Spirito. Quando noi non siamo fedeli allo Spirito, allora entra anche nella vita cristiana un virus che si chiama democraticismo, referendum, politicizzazione, orizzontalità. Quando noi ci vergogniamo della Parola di Dio e pensiamo di renderla gradevole scontandola, deprezzandola, infagottandola, immediatamente Dio ci abbandona, perché stiamo dicendo cose nostre, non sue. Mosè, un uomo solo, ha liberato un popolo, l’ha condotto e l’ha portato avanti perché gli uomini e le donne dello Spirito santo diventano giganti dell’amore.  
Il popolo non sale sul monte, ma alle falde assiste, vede e sente la presenza di Dio che viene raccontata secondo i parametri culturali del tempo (tuoni e lampi, una nube densa, un suono fortissimo di corno). Il popolo va ai piedi del monte per fare esperienza viva di Dio. Quando Mosè dice al popolo ciò che Dio gli aveva comandato di dire, il popolo esclama: “Quanto il Signore ci ha detto, noi lo faremo”, a questo Gesù ha aggiunto l’effetto Cafarnao, cioè mentre qualcuno gli faceva notare che quello che stava dicendo era duro, Egli ha risposto: “Volete andarvene anche voi?” finché la chiesa non pronuncerà queste parole di Gesù, la mediocrità dell’inclusività sarà un danno per lo spessore della fede.    
Questo è il Dio che ci racconta lo Spirito santo nel libro ispirato che è la Bibbia. Gli uomini di Dio sono così.
La Parola di Dio è una spada e lo Spirito santo conserva la dignità alla Parola: quando noi la usiamo a nostro uso e consumo e la facciamo diventare un discorrere comunitario, alle spalle Dio ritrae la sua mano e la sua grazia. Le chiese ormai vuote sono indice di questo.  
Mosè non era un uomo tollerante, ecumenico e costruttore di ponti, oggi verrebbe cacciato da ogni parrocchia, ma questo uomo portò fuori il popolo del Signore.


Seconda Lettura          Rom 8,22-27

“La creazione geme e soffre fino ad oggi le doglie del parto”, Paolo parla di creazione e dice che quello che Dio ha creato non è insensibile a quello che sceglie l’uomo, ma tutta la creazione è in un gemito e in una sofferenza perché la creazione stessa rifiuta il male, il peccato, la violenza, la ribellione a Dio. La creazione geme e soffre perché sente che è abitata da noi uomini che ci stiamo allontanando dal Creatore. Tutto ciò che Dio ha creato ha una sensibilità. Un salmo dice che il Signore chiama le stelle per nome, i cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annunzia l’opera delle sue mani. Paolo ci dice che non solo la creazione, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli e la redenzione del nostro corpo.  Noi gemiamo perché in noi l’azione dello Spirito (che è il destabilizzatore delle nostre certezze cerebrali, è il terrorista dell’amore di Dio che lancia bombe d’amore sulle nostre certezze cerebrali ci inocula la nostalgia dell’eterno, della visione, della pienezza che non abbiamo ancora; abbiamo ricevuto le primizie, ma non il frutto. È lo Spirito che rende inquieta la nostra anima perché essa soffre in quanto prigioniera dello spazio e del tempo, mentre vorrebbe volare verso la vera patria, l’eternità. Lo Spirito impedisce che ciascuno di noi si senta pienamente felice con le piccole misure dell’uomo. Più si va avanti nel cammino spirituale, più siamo insoddisfatti di quello che viviamo dell’umanità perché ne sentiamo tutta la precarietà, la fragilità. Più si va avanti nella vita spirituale, più nessun amore umano ci sazia, perché non ci basta più nulla. Più si va avanti, più le cose diventano relative.
Paolo dice che lo Spirito tiene viva la nostra speranza ed essa è l’attesa del non vedere, ma la certezza che lo vedremo.
Lo Spirito è veramente il nostro grande personal trainer della vita, perché conosce chi siamo, ci conosce oltre noi stessi. C’è una parte sconosciuta che noi non conosceremo mai, lì arriva solo la Parola (quel punto in cui giunge la spada della Parola, il punto di divisione delle ossa, delle midolla). Arrivando a conoscerci in profondità, lo Spirito ci butta in faccia una verità, cioè che siamo così deboli che non siamo nemmeno capaci di pregare e di chiedere le cose giuste. Quando preghiamo in modo non conveniente chiediamo il sensoriale, il sintomatico, l’immediato, chiediamo il sasso. Allora lo Spirito santo intercede per noi, ci sostituisce e prega al posto nostro, prega con gemiti inesprimibili perché tutto ciò che esprimiamo è sempre il nostro superficiale in quanto il profondo di noi non può essere espresso. La preghiera dello Spirito  è una preghiera di domanda verso il Padre e il Padre conosce bene il nostro cuore e lo scruta, lo Spirito precede i desideri del Padre perché egli stesso è Dio, come il Padre, e sa quali sono i desideri del Padre per noi. Lo Spirito dà al Padre la gioia di una intercessione alla pari nella inesprimibilità della domanda perché la lingua dello Spirito non è umana.  Non sapremo mai ciò che lo Spirito sta chiedendo per ciascuno di noi, ma è certo che sta chiedendo l’ottimo, il migliore, il tutto.


Vangelo   Gv 7,37-39     

Gesù ritto in piedi grida, è anticipato il suo grido sulla croce: “Ho sete”. Gesù ha definito i credenti: coloro che hanno sete. Non si fa tante illusioni, infatti dice: “Se qualcuno ha sete”, non ha detto che tutti avranno sete. Il credente è uno che ha sete di Dio (“L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente”). L’acqua di Gesù è la Parola, se beviamo l’acqua di Gesù, dal nostro grembo, dalla nostra anima, sgorgheranno fiumi d’acqua viva. La gente che ci sta attorno ha tanta sete, è disidratata, e noi diamo loro la pesantezza di un ragionamento, i discorsi, invece all’assetato serve solo l’acqua.

 

    

Commento spirituale della Parola di Domenica 09 giugno 2019
PENTECOSTE Anno C
Lo Spirito di Dio abita in voi


Prima Lettura      At 2,1-11

Gli Atti ci raccontano la discesa dello Spirito sugli Apostoli mentre stava finendo la festa ebraica della Pentecoste. Per gli ebrei questa festa celebrava l’alleanza di Dio con il popolo eletto, mentre per noi cristiani, pur rimanendo il nome ebraico della festa, ricorda l’effusione dello Spirito sugli Apostoli e la nascita della chiesa, la comunità che testimonierà Gesù.
Perché lo Spirito, come prima manifestazione, ha fatto il dono delle lingue? Ogni lingua umana è lingua dello Spirito. Per lingua umana si intende non solo la lingua idiomatica, ma tutto il nostro modo di esprimerci è una lingua. Noi parliamo con le parole, ma anche con i gesti, con gli atteggiamenti, con il nostro modo di fare. Ogni lingua, ogni modo di esprimersi, ogni modo di vivere la vita è un modo dello Spirito. Lo Spirito non è estraneo a nessuna diversità.
Questo dono non è stata una traduzione, perché se fosse stato una traduzione da un’altra lingua ci sarebbe stato il primato di una lingua rispetto ad un’altra, mentre la Parola di Dio dice: “Come mai ognuno di noi li sente parlare nella propria lingua nativa?” Lo Spirito ha raccontato le grandi opere di Dio nella lingua di ciascuno, perché quando si traduce la lingua di un altro si tradisce. Allora il soffio dello Spirito in questa Pentecoste dà un valore immenso a ciascuno di noi.
Lo Spirito valorizza, consacra, benedice, rende prezioso ciascuno di noi. Perciò il primo dono della Pentecoste è il dono del profondo rispetto della lingua di un altro e in questo nascono la santità e l’armonia. Oggi, invece, nelle nostre relazioni c’è sempre la tentazione di dominare le lingue minoritarie per rendere potente una sola lingua e permetterle di monopolizzare le altre. Questo atteggiamento è contristare lo Spirito, perché lo Spirito si contrista nell’uniformità, in quanto lo Spirito si realizza nella diversità che diventa armonia e unità. Perciò oggi la Parola vorrebbe che noi dessimo valore e amassimo la nostra lingua, il nostro modo di essere, il nostro modo di manifestarci. Lo Spirito non vuole che siamo sottomessi da nessuno, non vuole che cloniamo nessuno, perché lo Spirito ha dato a ciascuno di noi questo grande dono di essere una lingua unica, meravigliosa e necessaria. Lo Spirito ha così sconfitto l’utopia di Babele che voleva fare dell’umanità una lingua sola. Lo Spirito si manifesta in ogni linguaggio e in ogni cuore. La chiesa cattolica, nata dallo Spirito, è una chiesa che molte volte soffre ed è sterile perché non vuole fare la fatica che ha fatto lo Spirito  e vuole uniformare ciò che invece è duplice, triplice, infinito. Così spesso accade che nella nostra madre chiesa abbiamo l’atteggiamento aggressivo di ignorare completamente lingue che non comprendiamo, dimenticando invece che lo Spirito santo parla attraverso le lingue di tutti, perché  il suo fuoco si divise in lingue e si posò su ciascuno; nessuno rimase senza la lingua di fuoco.
Lo Spirito santo in questa Pentecoste sta raccogliendo noi, la nostra lingua, la nostra vita, la nostra storia.
Allora lo Spirito dice di non tradurre la lingua dei nostri figli, dei nostri amici, degli altri, ma piuttosto di cercare di ascoltarla e di impararla, perché molte volte essi ci dicono delle cose non verbali ma silenziose, e noi, essendo così estranei alla logica dello Spirito, non le comprendiamo. Allora il primo dono dello Spirito nella Pentecoste è il dono di una relazione spirituale, intima, gioiosa, profonda, di spessore, perché la relazione è possibile quando l’altro non si sente aggredito nella sua lingua, non si sente colonizzato da una lingua straniera, non si sente imbarazzato nel suo modo di essere; questa è la vera Pentecoste. Lo Spirito, che non ci meritiamo, viene all’improvviso come un fragore e un vento che si abbatte impetuoso e riempie la casa; lo Spirito si abbatte per abbattere tutte le costruzioni costruite senza di Lui, perché non può tollerare le costruzioni che non sono nate dal suo amore. Lo Spirito si abbatte , si presenta, fa un’irruzione perché lo Spirito è il maestro interiore di ciascuno di noi e, siccome lo Spirito sa che l’annuncio della fede passa attraverso una relazione fruttuosa, ci obbliga prima di tutto ad ascoltare e poi ad imparare la lingua della diversità, perché dove c’è una diversità c’è un cantiere aperto dello Spirito.
Egli è l’eterno animatore della nostra anima, senza la sua animazione la nostra anima muore, senza la sua animazione la nostra comunità muore, senza la sua animazione tutte le cose che facciamo muoiono. La sua animazione comincia proprio qui, nella diversità che comprende nella sua originalità le opere di Dio.

     
Seconda Lettura          Rm 8,8-17

Più di una volta Paolo usa il termine carne, che per lui non indica solo le opere impudiche o l’impudicizia, ma la carne, per Paolo, è quell’arrogante sovranità nell’uomo dell’uomo senza lo Spirito. Quando in un uomo c’è una prevalenza della carne, in quell’uomo c’è uno spaesamento, perché la carne, cioè l’umanità, per sua natura abbassa e tarpa le ali dell’uomo e quindi un uomo che vive di sola carne, di un’antropologia fisiologica razionale, è un uomo che si soffoca, è un uomo che fa morire in sé il cuore, il sogno, il desiderio, l’eterno, perciò muore.
Paolo, infatti, dice che dove c’è il dominio della carne noi moriamo, perché la nostra vita è abitata dallo Spirito. Paolo più volte usa il termine abitare e appartenere, perché lo Spirito prima di tutto è una dimora, lo Spirito santo in noi è una solidarietà d’amore: lo Spirito abita presso di noi per amore, non perché ce lo siamo meritati, non perché abbiamo preparato una casa degna di Lui, ma perché lo Spirito, con il nostro desiderio aperto e umile, viene ad abitare in noi perché non veniamo sottomessi e monopolizzati  dal mono linguaggio della carne che rende sfasata la lettura della vita, rende l’antropologia sull’uomo triste e vuota e rende soprattutto l’uomo tiranno a se stesso. L’uomo non è causa sui; un uomo che diventa causa di se stesso e interprete di se stesso è un uomo che muore e che produce paura, è un uomo che ricade nella paura.
Che cos’è la paura? La paura è la lettura riduttiva, miope e insufficiente della vita fatta dalla carne, fatta dal solo uomo eretto a causa sui. Questo uomo, che si proclama causa di se stesso, è un uomo che vive di paure, perché la mente di un uomo così arrogante partorisce continuamente le paure che sono aspetti che non si possono ricondurre al controllo razionale, sono visibilizzazioni o proiezioni di insicurezza e terrore, perché sente che da solo non può controllare e dominare la vita. Un uomo senza lo Spirito è un uomo che continua a vivere con il timore di perdere quello che ritiene di avere fatto e di perdersi nelle conquiste che ha fatto. Quando un uomo non ha lo Spirito, la più grande bestemmia va verso la vita e verso l’uomo stesso che produce in se stesso l’infelicità e la morte perché l’uomo, non essendo causa sui, non ha il potere e non ha la chiave ermeneutica di interpretarsi. Qualunque interpretazione che l’uomo dà a se stesso è sempre un’interpretazione riduttiva, miope e falsa, perché l’uomo è un mistero troppo grande per poter essere racchiuso nel raziocinio e nella conquista dell’intelligenza. Dio, nel nostro dna, ha creato l’apertura all’infinito, il desiderio di amare e di essere amato. Lo Spirito, abitando dentro di noi, tutela il nostro dna e ci rassicura che in esso c’è la paternità divina (Abbà, Padre), e che noi non siamo figli del caso, della biologia, ma di una paternità creativa che ci ha creato e lo ha fatto talmente bene che tutto quello che vorrebbe diventare una risposta gratificante in noi diventa inquietudine, perché non è dallo Spirito.
Il nostro dna spirituale  ci attesta che veniamo da un Abbà, da un eterno. Oggi la tirannia della carne sta uccidendo l’uomo, sta uccidendo le civiltà, sta spaesato la speranza dell’uomo. L’uomo spaesato, da solo può arrivare al massimo all’esperienza religiosa generica, ma non a Dio.
L’esperienza religiosa è l’esperienza della religiosità naturale, mentre Dio è una rivelazione e una precedenza di grazia. Oggi non c’è una perdita di Dio, c’è una perdita dell’uomo, c’è un uomo che si è eretto a causa sui, ma questo non è possibile perché nel nostro dna questo non regge; l’uomo, diventando causa sui e avendo abolito il cielo e l’eterno, è diventato causa della sua tristezza e della sua disperazione, è un uomo che muore nella carne e che rifiuta di dare abitazione allo Spirito.
Lo Spirito, allora, ci manda soprattutto a recuperare l’uomo e il primo recupero è l’ascolto intelligente del suo disagio, non prospettando soluzioni umane transitorie, ma facendo riscoprire all’uomo di oggi il suo dna, che rimanda a Dio.


Vangelo          Gv 14,15-16.23-26

In questo vangelo Giovanni sottolinea il verbo osservare. La condizione previa è sempre la stessa: “Se mi amate; se uno mi ama”, e nella prima riga si legge: “osserverete i miei comandamenti” e nella seconda “osserverà la mia Parola”, poi ancora “Chi non mi ama non osserva le mie parole”. Noi pensiamo che la persona osservante sia una persona religiosamente ineccepibile, una persona che ha fatto delle regole morali di una religione la sua griglia di vita, invece nel vangelo di Giovanni l’osservare la Parola nasce dall’amore e vuol dire questo: se uno si tufferà nella mia Parola, se uno abiterà nella mia Parola, se uno si entusiasmerà per la mia Parola, che è il compimento dell’amore, allora Dio potrà venire ad abitare con lui, perché attraverso l’entusiasmo della Parola si arriva all’esperienza viva di Dio in se stessi. E la Parola che lo Spirito vuole ricordarci e insegnarci non è un codice, non è una letteratura sapienziale, non è una morale, non è un’esortazione, ma lo Spirito vuole insegnarci la Parola, rendendola viva, e vuole ricordarcela perché essa diventa pellegrina con noi. Lo Spirito deve ricordarci e insegnarci l’efficacia e la vivezza della Parola che sta camminando con la nostra dinamicità, con la nostra peregrinazione. Perciò dobbiamo tuffarci nella Parola e ci dobbiamo rassegnare delle mini interpretazioni che noi diamo a noi stessi.
Quando ci tuffiamo nella Parola, quando viviamo nella Parola, quando ci entusiasmiamo della Parola, il primo dono che ci lascia la Parola con lo Spirito santo è che rimaniamo un discorso aperto, un’esistenza aperta e non veniamo inghiottiti e normati da piccoli discorsi apparentemente inossidabili, discorsi patetici che vorrebbero assolutizzare momenti di passaggio della nostra vita. La Parola, invece, non ci fa vivere di ricordi, di nostalgia, ma la Parola ci fa vivere di desiderio in avanti nella pienezza della vita e della verità. Senza il Maestro di biblica, che è lo Spirito, non possiamo amare e non possiamo dimorare nel mistero di Dio, perché diventiamo osservanti di un amore quando ci tuffiamo in questo mare della Parola, in cui lo Spirito non ci trattiene nel piccolo pezzo di mare che conosciamo, ma ci porta avanti, perché Egli non è confine, non è limite, ma ci dice: “Duc in altum”, “Prendi il largo”, perché la Parola ci insegue affinché nulla della nostra vita sia senza l’interpretazione intelligente di Dio.      


Prima Lettura      At 2,1-11

La prima lettura ci descrive l’evento della Pentecoste che diede inizio alla vicenda della Chiesa e alla sua avventura nella storia umana. Esso avvenne in uno spazio, Gerusalemme, in un luogo, il Cenacolo, su delle persone storiche che erano presenti, gli Apostoli, per persone che aspettavano questo annuncio, tutti coloro che erano presenti nella città per la festa della Pentecoste. La Pentecoste ebraica concludeva il ciclo pasquale di Israele, la Pasqua per gli Apostoli era stata contrassegnata dal dolore e dall’oscurità della croce, la Pentecoste è contrassegnata dal vento e dalla forza.
Questa Parola di Dio, così rossa di fuoco, così ardente di calore, così mossa dal vento dello Spirito, ci vuole trasmettere la potenza efficace dello Spirito, che agisce nella storia di ciascuno di noi e nella storia umana in generale. Lo Spirito, che viene descritto come rombo, come vento, come lingue di fuoco, si posa su ciascuna mente, su ciascun cuore, su ciascun nome e, riempiendo, dona la capacità di parlare anche in altre lingue. Il primo dono che lo Spirito fa alla Chiesa nascente è quello di poter parlare in altre lingue, perché il primo mandato che lo Spirito affida alla Chiesa è quello di trasmettere la potenza del vangelo di Dio e, per poterlo fare, la via della predicazione è indispensabile. È bello constatare che lo Spirito fa capire il mistero di Dio a tutti i popoli diversi elencati nel brano nella loro lingua nativa, con essa non si intende semplicemente l’idioma nazionale di un popolo, ma si allude alla lingua nativa propria di un uomo e di una donna spirituali, la lingua dello Spirito, che consente la trasmissione dei segreti di Dio nello Spirito.
Oggi come non mai lo Spirito deve sostenere i servi della Parola, gli evangelizzatori, che molte volte non percorrono mediazioni efficaci per contagiare e far giungere ad ogni cuore la potenza del vangelo di Dio. Innanzitutto, lo Spirito ha dato due doni alla Chiesa primitiva: la capacità di parlare la lingua di ciascun popolo e la capacità di udire da parte di ciascun popolo nella propria lingua le grandi opere di Dio. Parlare ed udire, parlare ed ascoltare, annunciare ed accogliere, ecco la grande avventura della Chiesa, anche di quella di oggi, che davanti a sé ha i destinatari di questo tempo, uomini e donne assetati di verità, di immensità di Dio. Allora la Parola ci ricorda che evangelizzare, annunciare la potenza del Signore, non è un atto di buona volontà e non è nemmeno una strutturazione umana di cose da dire, ma è un dono, un evento che precede qualunque volontà umana, perché il grembo della missione non è nella buona volontà degli annunciatori, ma è nella potenza di Dio, nella potenza dello Spirito, nel grembo della Pentecoste.
Il papa insiste molto sulla nuova evangelizzazione, sulla necessità di rievangelizzare soprattutto l’Europa, che sta smarrendo le sue radici e la sua identità cristiane. Tutte le metodiche pastorali che si possono mettere in atto per una nuova evangelizzazione non devono nascere a tavolino, ma devono essere contrassegnate dal rombo, dal vento e dal fuoco. Questo Spirito, che appare come lingue di fuoco che si dividono e si posano su ciascuno degli Apostoli, è proprio lo Spirito che dà il dono della condivisione e della comunione negli evangelizzatori, perché da un unico fuoco e da un’unica fiamma che si divide su ciascuna mente e su ciascuna storia possa veramente nascere l’avventura della Chiesa. Anche oggi, nell’annunciare il vangelo, dovremmo ancora essere capaci di stupire i destinatari e gli uditori, di stupirli nello Spirito, perché essi sentono che la potenza e la gloria di Dio raggiungono la loro storia, la loro identità. Annuncio e risposta, evangelizzatori e destinatari, in mezzo e a monte c’è il mandato, il fuoco, il grembo dello Spirito.


Seconda Lettura          Rm 8,8-17

San Paolo ci parla della vita secondo lo Spirito, che contrappone alla vita secondo la carne. Innanzitutto, l’Apostolo ricorda ai cristiani di Roma che per il Battesimo non sono sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, in forza della inabitazione che lo Spirito ha in loro. La Parola si spinge oltre: se lo Spirito non abita in noi, non abbiamo la forza di un’appartenenza totale a Cristo. Appartenere a Cristo, essere di Cristo, non è un’adesione di buona volontà a qualche verità o a qualche struttura ecclesiale, appartenere a Cristo è dono dello Spirito e si appartiene a Lui quando Egli ci fa vivere l’esperienza del perdono, della giustificazione, della risurrezione. Allora, appartenere a Cristo è percorrere le tappe di Cristo, la sua Pasqua. Vivere la vita dello Spirito è veramente vivere nella logica dello Spirito, non nella logica della carne, perché la Parola è chiara: “Se vivrete secondo la carne, voi morirete”. Mai come oggi questa Parola è urgente e forte perché evidenzia le tante morti che contrassegnano la nostra esperienza e la nostra storia di credenti. Perché in tanti muoiono l’amore, la fede, la speranza, la missione, l’offerta, il dono, la vocazione? Perché molte volte viviamo secondo la carne, cioè viviamo in una pura ottica efficientistica del sentire umano e non facciamo l’esperienza di essere figli adottivi, non facciamo l’esperienza del grido dello Spirito: “Abbà, Padre”, non facciamo l’esperienza di questa inabitazione, di questa appartenenza, di questa consacrazione. “Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene” questa Parola, che è tagliente come una spada, domanda a ciascuno di noi: di chi sei? Di chi vuoi essere? A chi stai consegnando la tua vita e la tua storia?      


Vangelo          Gv 14,15-16.23-26

Il vangelo ci mostra Gesù intercessore presso il Padre per ottenerci un altro Consolatore, lo Spirito, affinché possa rimanere con noi per sempre. Lo Spirito è sempre con noi, è sempre per noi, è sempre in noi. È indispensabile che lo Spirito rimanga sempre con noi, perché in ciascuno di noi ha una missione. La prima missione è quella dell’amore, è lo Spirito che ci prepara, ci conduce, ci insegna, ci guida all’amore per Gesù, ed è lo Spirito che dal primo dono ne fa discendere un secondo: osservare la Parola, non un osservare legalistico, ma un affondare le radici nella Parola. Amare e osservare è il binomio indispensabile per ricevere l’amore del Padre, ma è lo Spirito, il maestro interiore, che ci dà questa grazia: amare per osservare la Parola, amare ed osservare per ricevere l’amore del Padre. Quando il Padre ci ama, dice Gesù, “Noi verremo a lui”, cioè il mistero della Trinità verrà in noi per prendere dimora presso di noi. Ecco perché lo Spirito deve rimanere con noi per sempre, perché è lo Spirito che prepara la nostra vita come dimora della Trinità. Se Dio non abita in noi nel suo mistero trinitario, non possiamo amare, osservare e dimorare in Lui, ecco perché lo Spirito, preparandoci ed istruendoci alla dimora della Trinità nel nostro cuore, ci ottiene un’altra cosa: di essere familiari della Parola (“lo Spirito santo che il Padre manderà nel mio nome vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io ho detto”), cioè ci darà la grazia della custodia e della profondità della Parola. Il vangelo è la conclusione delle letture di questa messa di Pentecoste: parlare nella lingua nativa di ciascuno, vivere la vita nello Spirito, appartenendogli, per poter essere capaci di ricevere l’insegnamento dello Spirito, che ci fa custodire la Parola, custodendoci nella Parola perché la nostra vita non intristisca nel deserto della non parola.   
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