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09 maggio 2021

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 09 Maggio 2021

Domenica VI di Pasqua anno B

L’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio.


Prima Lettura    At 10,25-27.34-35.44-48


La prima luce che emerge da questa Parola è che molte volte lo Spirito ci manda dove noi non andremmo mai. Molte volte nella nostra pre comprensione della vita e delle persone pensiamo che certe porte siano blindate, invalicabili, invece Pietro, mosso da una visione precedente, va nella casa del centurione pagano Cornelio. Dobbiamo pensare che, al tempo di Pietro, per un ebreo professante entrare nella casa di un non circonciso voleva dire perdere la purità rituale e la faccia. Eppure il Signore vuole aprire certe porte proprio tramite noi. Allora, per portare Gesù, occorre fare il primo passo andando verso una realtà, una vita che noi riteniamo invalicabile. Quando Pietro sta per entrare da Cornelio, il centurione gli va incontro e si getta ai suoi piedi per rendergli omaggio. Quando precediamo un cuore, anche uno che riteniamo impossibile, e non andiamo con l’armamentario della ditta, cioè con crocifisso, rosario, catechismo e la nostra pietà, come se fossimo rappresentanti di oggetti sacri, ma andiamo alla sua porta con il nostro cuore, con la nostra persona, con il nostro volto, con il nostro ardore, lo Spirito butta giù i muri. Se non ci compromettiamo con Dio, non capita nulla. Quanta gente nelle nostre comunità non viene avvicinata da nessuno perché la riteniamo impossibile, impenetrabile, perduta! Quanta gente forse sta aspettando che facciamo il primo passo verso di lei. Pietro rompe un tabù e si avvicina a Cornelio, il vangelo che gli porta è la sua persona. Dobbiamo ricordarci che le pre comprensioni razionali uccidono lo Spirito.
Pietro chiarisce subito che è un uomo e non un dio, poi prende la parola e dice che Dio non fa preferenze, perché Dio non agisce per schemi mentali, come noi. La libertà di Dio è sovrana. Questa Parola rappresenta il primato della grazia sulla metodica e sulla cognitività catechistica. Se oggi capitasse un evento simile, Pietro verrebbe accusato di emotività, di superficialità, di fretta perché nel cattolicesimo occidentale si è inserito un grande virus, quello di porre paletti, metodiche e sportelli per arrivare a qualcosa che è totalmente gratuito e che non è nostro: i sacramenti.
Mentre Pietro sta ancora parlando della libertà di Dio, lo Spirito scende su queste persone senza corsi di catechismo, senza sacramenti; lo Spirito scende su coloro che ascoltano la Parola, perché l’atteggiamento fondamentale della fede è l’ascolto, allora questi parlano lingue e glorificano Dio. Quando Pietro vede queste cose dice: “Chi può impedire che siano battezzati con l’acqua questi che hanno ricevuto come noi lo Spirito santo?” dovremmo riflettere a questo proposito perché avvengono parecchie liti per fissare giorno, ora, modalità per la celebrazione di un sacramento. Abbiamo ingabbiato e riteniamo nostro ciò che non lo è, ma che è di Dio. Pietro ha battezzato senza una preparazione, senza un catecumenato. Stiamo, forse, esasperando queste preparazioni che non portano a niente, perché non fanno incontrare nessuno?
Perciò la Parola ci invita a riflettere sulla libertà sovrana ed assoluta di Dio e del suo Spirito.
Finché facciamo di Dio una nostra proprietà e della comunità colei che gestisce in proprio il gratuito, le cose non funzionano.  
I doni di Dio sono liberi, gratuiti, imprevedibili, perché per fortuna non abbiamo ancora catturato Dio nei nostri schemi.         


Seconda lettura       1Gv 4,7-10

“Chi non ama non ha conosciuto Dio perché Dio è amore”. Chi non ama, dice Giovanni, non è entrato nell’amore, non ha fatto esperienza del Dio amore. Tutte le persone che sono complicate e non sono capaci di amare non hanno conosciuto Dio. Oggi la gente è immatura e non è capace di amare perché non è stata iniziata a sentire l’amore di Dio. Le nostre comunità danno tante informazioni, fanno tante cose, ma non fanno entrare la gente nel Dio amore.
Quando non sentiamo di essere amati da Dio, non possiamo amare e, non amando, non possiamo vivere, perché c’è un’immaturità di fondo che ce lo impedisce. Giovanni dice ancora che l’amore non è premio, non è un atteggiamento o una bravura nostra, è un contagio. Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi. L’amore previene e lo si sente. Parlare di amore non significa declinarlo nel significato di volontariato o di buone opere, questo non è amore.
Santa Teresa d’Avila dice nel primo capitolo del Castello Interiore che tante anime vivono inconsapevoli di questo amore e sono paralizzate perché hanno le gambe e le mani, ma sono atrofizzate. Se noi non sentiamo, non scopriamo che siamo amati, siamo persone a metà. Senza l’amore di Dio siamo persone capricciose ed immature che si mascherano acculturandosi con la scienza del niente.
Quanta gente oggi non ha mai sentito l’amore di Dio e quando incontra i cristiani vede solo uomini aggressivi e tristi che danno informazioni etiche di comportamento, ma l’amore non è un comportamento, l’amore è un contagio. Se non abbiamo il virus dell’amore di Dio non possiamo amare le sue creature, ci stufiamo, perché non siamo irrorati, consacrati, toccati, contagiati dal suo amore che ci ha amato per primo per ricordarci che l’amore non è un premio né un merito né una virtù. Dio ci ha amati per primo nella schifezza dov’eravamo, ci ha amati come eravamo.
Allora dobbiamo condurre le persone all’amore di Dio, ma parlare dell’amore con i piani pastorali è intristire l’amore, è renderlo un dovere, un meccanismo di coppia. Giovanni è chiaro: chi non ama non ha conosciuto Dio perché Dio è amore.
Abbiamo reso l’amore un dovere, invece l’amore è solo un’ebbrezza perché viene da Dio.       


Vangelo   Gv 15,9-17

Ti voglio bene non è un’espressione giovannea, Gesù dice tante volte: “Amatevi”. Quando io amo una persona? Quando mi fermo alla soglia del suo cuore e non vado per informarla, non vado per insegnarle qualcosa, vado da lei per rimanere. Il verbo dell’amore è rimanere. Una persona ti ama quando ti dice che per qualunque necessità lei c’è, rimane, resta con te. Il rimanere è il verbo che irrora l’amore, è un verbo di stabilità, di radice, di contemplazione, di comunione. Forse le nostre comunità sono così poco frequentate perché davanti a Gesù Eucaristia c’è il deserto, nessuno rimane davanti a Lui. La presenza eucaristica non è un diritto, da secoli Gesù abita con noi, è nostro vicino di casa, ma davanti a lui c’è il deserto.
Quando non andiamo da Lui, non possiamo dire agli altri: “Ti amo”, perché sappiamo amare solo se andiamo da Lui e rimaniamo con Lui. Possiamo andare da Lui perché è stato Lui che ci ha scelti a scatola chiusa, perché l’amore non è discutere dei limiti di una persona, ma è amarla in toto. Se stiamo con Gesù, siamo suoi amici e Lui ci racconterà tutto ciò che ha udito da suo Padre.  L’adorazione eucaristica non è una pia pratica, è l’ossigeno indispensabile per una comunità, lì si va per restare, per sentirci amati, per ascoltare i segreti di Dio. Solo allora si può andare alle anime e raccontare loro le cose segrete che Dio ci ha detto. Le anime aprono il cuore e questo è il frutto che rimane in noi.
Amare non è andare a dirigere o a informare, ma è rimanere. Cominciamo ad amare quando rompiamo il deserto della nostra comunità e andiamo davanti a Gesù perché lì diventiamo amici e lì Gesù ci racconterà le sue confidenze.  


Prima Lettura    At 10,25-27.34-35.44-48


Questo episodio degli Atti si riferisce alla visita di Pietro nella casa di Cornelio, un centurione romano, un non circonciso. Per comprendere l’episodio dobbiamo ricordare che nei primissimi anni della chiesa apostolica non c’era ancora la differenza tra sinagoga e chiesa cristiana e l’entrata di Pietro nella casa di un non circonciso scandalizzò molto i giudeo-cristiani che provenivano dalla circoncisione perché per la legge di Mosè entrare nella casa di un non circonciso era contrarre impurità rituale. Pietro va in casa di Cornelio e si lascia veramente usare dalla potenza di Dio, al punto tale che Cornelio, incontrando Pietro, si getta ai suoi piedi per adorarlo. L’apostolo gli dice di alzarsi, perché è consapevole che un uomo e una donna sono di Dio quando rifiutano ogni protagonismo, quando rimandano a Dio e non a se stessi. Gli uomini e le donne suscitati dallo Spirito di Dio hanno la responsabilità di far rivolgere a Dio lo sguardo, il cuore, la vita, la mente delle persone che incontrano, in quanto sono strumenti indiretti di Dio. Pietro non si fa dio, come Giovanni Battista che sottolineò che era necessario che lui diminuisse perché Gesù crescesse.
Dio si fa quasi sempre presente attraverso la mediazione di una persona umana, Egli usa molto le cause seconde, gli incontri fortuiti, le amicizie spirituali, gli uomini e le donne carismatici.
Allora la Parola ci fa una bella domanda: ci siamo mai fatti usare da Dio? Pensiamo che i nostri incontri siano frutto solo di occasionalità umane? Non abbiamo nulla da dire in nome di Dio alle persone che incontriamo, che frequentiamo, che amiamo? Spesso non ci sentiamo strumenti; alle volte abbiamo quasi paura di rendere ragione della speranza che è in noi, magari Dio vorrebbe usare la nostra presenza, la nostra persona la nostra sensibilità, la nostra parola, la nostra testimonianza, invece noi non ci sentiamo strumenti indiretti dell’azione di Dio, anzi abbiamo una timida vergogna di parlare di Lui. Ma agendo in questo modo rimarremo sempre buone persone che parlano di cose scontate. Pietro invece entra nella casa di quest’uomo, si lascia usare dallo Spirito di Dio, trova riunite molte persone e si rende conto che Dio non fa preferenze di persone, non è legato al classismo ebraico. Dio è più grande della sinagoga, invece noi pensiamo che Dio operi solamente nel francobollo di una Chiesa istituzione. Dio agisce anche fuori dell’istituzione, altrimenti sarebbe un Dio imprigionato e asfittico. Questo fa parte dello stile sorprendente di Dio.
Questa Parola vorrebbe scuoterci e dirci che alle nostre inadempienze, alla nostre paure, provvede Dio da solo, quando non trova persone che diventano cause seconde.
Pietro, che era un conservatore ed un impulsivo, si accorge che Dio non è così. Siamo così sicuri che la gente che non pratica i sacramenti o non frequenta la Chiesa non sia in grazia di Dio? Forse  tanta gente non accoglie il vangelo di Dio, perché vede un’asfissia, una chiusura, una miopia, una tristezza in persone che sono depositarie di un messaggio di gioia. La gente sta cercando più di quanto noi non pensiamo. Quando non la vediamo venire nelle nostre istituzioni, va altrove a cercare Dio e il mistero, perché da noi forse non ha trovato il pane buono, non ha trovato cristiani che si lasciano sorprendere da Dio.
Mentre Pietro si rende conto che Dio non fa preferenze di persone, lo Spirito santo scende sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso, per cui Pietro vive un’altra Pentecoste, perché lo Spirito scende su questa gente pagana e si fa presente con due manifestazioni: essi glorificano Dio e parlano le lingue, cioè scoprono la preghiera del cuore, la preghiera di lode, fanno esperienza di una presenza e pregano con lo Spirito. Allora Pietro, credendo che lo Spirito si infonde anche sopra di loro, si domanda se si può proibire che siano battezzati con l’acqua quelli che hanno ricevuto lo Spirito santo al pari degli apostoli. Oggi è cambiata l’ottica della chiesa primitiva, siamo talmente strutturati che pensiamo che, strutturando, salviamo la gente, ma il catechista più eccezionale è lo Spirito santo, questo non significa che non valgano le iniziative, ma non bisogna assolutizzarle. La Parola ci dice che lo Spirito santo non è struttura, mentre la Chiesa latina, a differenza di quella ortodossa, è molto strutturata. Gli Ortodossi  contemporaneamente battezzano, comunicano e cresimano un neonato, e nella loro chiesa non c’è nessun tipo di catechesi perché la divina liturgia, esperienza di cielo, assolve già questo compito. Allora la Parola ci mostra uno Spirito santo veramente libero e ci invita a chiederci se stiamo percorrendo una via dello Spirito o stiamo usando di un’organizzazione strutturata da qualche testa.
    

Seconda lettura       1Gv 4,7-10

Sarebbe fare un torto a questa Parola di Dio se la vedessimo solamente come un’esortazione generica al volersi bene, un’esortazione devota al cercare di amarci gli uni gli altri con sentimenti di mansuetudine e di bontà, invece essa è innanzitutto una Parola che sconvolge, una Parola che ci pone davanti all’ebbrezza di un mistero, perché fa un'affermazione forte: chi non ama non ha conosciuto Dio. (Miriana a Medjougorie afferma che i nemici più grandi della storia dell’uomo sono coloro che non hanno conosciuto Dio e la Madonna, nell’apparizione del due di ogni mese, invita alla preghiera dei non credenti che lei chiama coloro che non hanno conosciuto l’amore di Dio). Questa Parola ci trova tutti dilettanti dell'amore, autodidatti dell'amore: pensiamo, crediamo di amare, ma forse nella nostra vita non abbiamo ancora conosciuto l’amore perché non abbiamo ancora gustato, contemplato, dimorato nell’amore. Per amare bisogna essere generati da Dio, per amare bisogna essere alla scuola sublime di Dio. Ci accorgiamo come nella nostra vita il rapporto con Dio sia un rapporto molto convenzionale, cerebrale, religioso, cognitivo, antropologico, ma poco divino ed è questa la malattia fondamentale della nostra anima. Dio, nel suo mistero, ha un progetto, un obiettivo, una volontà per ciascuno di noi, Egli vuole fare di noi un tutt’uno con Lui, conservando la nostra differenza creaturale, è il fidanzamento o il matrimonio spirituale.
Oggi la Parola ci vorrebbe portare a contemplare come ama Dio. Dio ha un suo modo di amare che rimane sempre misterioso poiché supera il nostro percepire; la fede, infatti, non è percepire, ma è gustare, due cose diverse. Inoltre l’esperienza dell’amore di Dio, l’entrare in un amore di Dio è entrare in un mandato, in una missione: “In questo si è manifestato l’amore di Dio”, cioè Dio ha voluto manifestare l’ineffabile, l’indicibile, l’ha voluto manifestare per noi non per Lui, perché noi con i sensi potessimo captare qualcosa del suo immenso amore. Egli ha manifestato questo amore in una maniera unica e particolare: mandando il Figlio unigenito nel mondo perché noi avessimo la vita per Lui. Perciò san Tommaso d’Aquino, quando ci invita a contemplare Dio nel suo mistero trinitario, ci invita a contemplare le missioni trinitarie unite alle processioni trinitarie. Il Figlio e lo Spirito sono mandati continuamente nell’anima fedele dall’obbedienza, dall’amore e dalla potenza di Dio Padre. Il Padre è ingenerato e, in quanto ingenerato, manda il Figlio e lo Spirito nell'anima di ogni credente e lo manda continuamente perché Dio per amare deve venire a noi, non siamo noi che possiamo andare a Lui, perché avremmo davanti il muro dell’insuperabilità trascendentale di Dio. Allora Dio, per amarci, manda verso di noi il Figlio che ha rivestito della condizione, della natura umana. Noi siamo i destinatari delle missioni trinitarie di Dio.
L’amore di Dio non è un sentimento perché, se fosse tale, sarebbe ancora amore umano, ma è una missione, è un venire a noi, è un venire in noi, è un restare con noi. Questo avviene incessantemente perché la nostra vita ha bisogno incessantemente di Lui. Se Dio non visitasse la nostra vita nelle persone divine del Figlio e dello Spirito, essa sarebbe pura biologia.
Per avere la vita per Lui dobbiamo ricevere questa visita, questa venuta, questa missione. Dio non ci ama sentimentalmente, ma esistenzialmente, Egli non ci ama perché noi abbiamo diritto di essere amati o perché lo abbiamo meritato, perché l’amore di Dio non è elargizione, premio, ricompensa, ma Dio ci ama unicamente perché siamo nell’essere, siamo in essere, ed essendo la vita un essere è una compartecipazione al suo essere. Allora Dio deve amarci visitando continuamente la nostra vita, la nostra storia perché se Dio ci abbandonasse e noi non fossimo più visitati dall’alto come sole che sorge, la nostra vita diventerebbe inespressività. Oggi tanta gente ha una inespressività esistenziale, una incapacità ed un male profondo di vivere perché coscientemente si chiude a questa visita, a questa venuta di Dio.
In questo sta l’amore di Dio: non siamo stati noi ad amare Dio, perché Dio non è una conquista, non è un premio, altrimenti sarebbe unicamente la gratificazione di un mio desiderio, ma è Lui che ha amato noi, è Dio che ci precede nell’amore e deve precederci nell’amore perché possiamo amare.
Il nostro malessere spirituale profondo è dovuto al fatto che nella nostra vita abbiamo ricevuto e continuiamo a ricevere contraffazioni d’amore, infatti pretendiamo che l’amore creaturale abbia la stessa caratteristica dell’amore di Dio.
Allora l’inquietudine, la ricerca, la solitudine, il disagio nascono da un’assenza di esperienza dell’amore di Dio. Non possiamo vivere senza l’amore di Dio perché senza quest’amore misterioso, grande, ineffabile, indicibile la nostra vita diventa pura organicità e noi non possiamo reggere questa vita. Perciò la motivazione profonda del disagio che c’è nella gente d’oggi è la mancanza totale di iniziazione misterica con Dio: pensiamo di credere in Dio, di amare Dio, invece, quando ci va bene, siamo dei semplici utenti di un religioso e di un divino, ma non di un amore divino. Dobbiamo ricevere l’amore di Dio, dobbiamo restare nell’amore di Dio perché esso ha una caratteristica: quando ama rispetta l’amato e distingue l’amato: il Padre ama il Figlio e lo ama come Figlio, il Figlio ama il Padre e lo ama come Padre, però né il Padre né il Figlio vogliono rubare il ruolo distinto di ogni persona divina: il Figlio è sempre Figlio ed è sempre Dio come il Padre, ma è distinto nel mistero della distinzione personale. Perciò quando Dio ci ama e gli permettiamo di farlo, Egli tutela la nostra distinzione e unicità. Allora più facciamo esperienza di Dio e del suo amore, più restiamo, anzi aumentiamo, nella nostra soggettività che riceve forza da questo amore immenso, preveniente, di grazia e distinguente. Dio ama perché fa la differenza.
A volte la nostra aggressività, la nostra aridità, la nostra rabbia, la nostra insoddisfazione profonda nascono da questa assenza dell’amore di Dio. L'assenza procura nostalgia che molte volte pensiamo di placare con un vago sentimento religioso, ma il religioso non può estinguere in noi l’amore di cui abbiamo diritto, perché l’amore di Dio non è un evento religioso, ma è un evento di salvezza, è una venuta, una presenza, una totalità, una supremazia, perché Dio deve amarci per distinguerci e identificarci profondamente in Lui.
L'amore orizzontale è una grande illusione senza l’amore di Dio, è pura utilizzazione, buonismo, sentimentalismo, è un tentativo di amore. L’amore umano non ci può saziare, placare, difendere, perché, se ci bastasse l’amore umano, immediatamente saremmo ridotti ad un contenitore facilmente riempibile. Invece, poiché Dio ci ha creati e noi siamo essere nel suo essere, la nostra apertura all’essere è infinita, e ci serve l’amore di Dio, non per essere riempiti, perché se fossimo pienezza qui saremmo già nella vita eterna, ma per essere placati in maniera meno intollerante possibile nella nostra nostalgia.  È la preghiera del cuore che ci inizia a fare esperienza viva dell’amore di Dio, solamente attraverso di essa possiamo sentire l’amore, la visita, la dolcezza di Dio. Questo sentire non è il percepire umano, ma è essere avvolti da un mistero e da una presenza sublime, quella di Dio.
Uno scrittore disse che i cristiani sono coloro che per tutta la vita convivono con un estraneo che è Dio. Forse in tutti questi anni ci siamo accontentati di esperienze di corto respiro, ma non siamo stati iniziati alla contemplazione, alla preghiera del cuore, dove ci si può sentire veramente amati.  Santa Teresa d’Avila diceva che sentirsi amati da Dio è la cosa più bella che ci può capitare perché si sente entrare in noi, dimorare in noi, qualcosa di grande e di ineffabile che non siamo noi.
Il mistero di Dio trascende anche le istituzioni che in suo nome lavorano, infatti molte volte la stessa Chiesa non ci può dare l’esperienza di Dio, ma servono dei maestri spirituali, degli uomini iniziati al mistero. Nei primi anni del cristianesimo la celebrazione era una mistagogia, un’introduzione al mistero, oggi, invece, siamo appiattiti in un dato di fatto che deve diventare subito qualcosa di effettivo. Dobbiamo essere iniziati e sprofondare nel mistero di Dio, che non è colore, sapore, ma come dice Giovanni della Croce, è puro nulla perché, se potessimo percepire il mistero di Dio attraverso suoni, rumori, immagini, ancora una volta incontreremmo una proiezione del nostro umano, che gratifica il nostro umano con realtà umane, invece incontrare il nulla è incontrare il fascino di un Dio invisibile che ci affascina perché non diventa una gratificazione percettiva sensoriale.    


Vangelo   Gv 15,9-17

Il vangelo richiama la seconda lettura: non possiamo amare se non esperimentiamo l’amore, non possiamo amare se non veniamo generati da un amore che ci raggiunge e ci previene, non possiamo amare se siamo estranei alla vita di Dio, se siamo analfabeti dell’amore di Dio. Per amare dobbiamo veramente contemplare Dio e Gesù Cristo perché la sua Parola è gioia e perché la gioia della Parola sia veramente piena.
Giovanni chiama i discepoli con il titolo di amici, amici e non servi perché conoscono e sono  dentro al mistero di Colui che genera. Ecco l’importanza del rimanere nel mistero dell’amore.
Poi l’evangelista propone un versetto misterioso: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”, è uno dei più inviolabili segreti di Dio. Perché Dio ci ha scelti? Non siamo noi a sceglierlo, perché se lo facessimo, sceglieremmo un’opportunità e un’opzione, se invece siamo scelti, viviamo un amore. È stupido allora dire: non sono bravo, non sono degno, non sono buono, non sono santo perché Gesù e il Padre lo sanno benissimo, eppure ci hanno scelti. Gesù ha scelto ciascuno di noi perché non c’erano motivi di scelta: Dio in me non troverà mai motivi gratificanti di scelta, ma l’ha fatto unicamente nella gratuità dell’amore. Dio non ci ha scelti perché ce lo siamo meritati oppure perché scegliendo noi avrebbe fatto un grande investimento, avrebbe goduto di un’opportunità o avrebbe ottenuto una gratificazione. Dio non ci dice perché ci ha scelti, ma ci rivela che l’ha fatto. Se ci rivelasse il perché, ridurrebbe la sua scelta ad una pura attività logica vantaggiosa; forse non c’è nemmeno un perché, ma un per chi, per Lui. Scegliendoci, ci ha costituiti perché noi andassimo imitando l’amore di Dio, e portassimo frutto e il nostro frutto rimanga. Quale frutto? Quello di una operosità oppure di una imprenditorialità di una scelta oppure quello dello Spirito, di cui ci parla la lettera ai Galati? Una persona, quando è amata in questo modo, porta il frutto dello Spirito e, portandolo, costringe ogni persona che incontra a mangiare il frutto dell’albero della vita senza il veleno del serpente antico. Noi dobbiamo diventare il frutto della vita, cioè il frutto dello Spirito, ma lo faremo se saremo affascinati da questo amore che ci ha preceduto e che ci ha scelto a nostra insaputa, un amore che ci ha scelto non perché ha visto in noi i numeri giusti per giocare una imprenditoria, ma ci ha scelto. Non siamo cristiani nati da un’anagrafe parrocchiale, ma siamo cristiani perché scelti. Un grande cristiano non può scegliere perché, se potesse farlo, anche Dio sarebbe un’opzione preferenziale, ma poiché Dio non è un oggetto o un’opzione, ma è il tutto, noi non possiamo scegliere il tutto, ma è il tutto che sceglie noi.
Monsignor Angelo Comastri dice: “Signore Gesù, quando mi inginocchio davanti all’Eucarestia, sento il profumo di Betlemme, respiro il mistero dell’umiltà di Dio e provo vergogna per l’orgoglio che è dentro di me e che di continuo esplode nelle rivalità tra le persone e nelle vergognose guerre che insanguinano i popoli. Gesù, donami un briciolo della tua umiltà”       
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