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10-15 giugno 2019

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RIFLESSIONI SULLA PAROLA
10- 15 giugno  2019


Lunedì 10 giugno

Santi del giorno: B.V. Maria Madre della Chiesa

Dal libro della Genesi
[Dopo che l’uomo ebbe mangiato del frutto dell’albero,] il Signore Dio lo chiamò e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».
Allora il Signore Dio disse al serpente:
«Poiché hai fatto questo,
maledetto tu fra tutto il bestiame
e fra tutti gli animali selvatici!
Sul tuo ventre camminerai
e polvere mangerai
per tutti i giorni della tua vita.
Io porrò inimicizia fra te e la donna,
fra la tua stirpe e la sua stirpe:
questa ti schiaccerà la testa
e tu le insidierai il calcagno».
L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi.
Il brano si apre quando già il primo nucleo umano ha consumato il peccato originale, un peccato profondamente teologico, dovuto al fatto che i nostri progenitori, su ispirazione del serpente, che aveva voluto sfalsare l'immagine di Dio, dicendo loro che Egli li aveva ingannati, non hanno accettato il loro ruolo di creature, ma hanno voluto essere alternativa di Dio. Questo primo nucleo umano, che viene da Dio chiamato a rispondere di quello che ha fatto, ci mostra le tre conseguenze del peccato originale. Alla domanda di Dio, Adamo risponde: "Ho udito il tuo passo nel giardino ed ho avuto paura": la prima suggestione del nemico consiste nel metterci paura di Dio. Paolo stesso dirà: "Voi non avete ricevuto uno spirito per ricadere nella paura" e quando nella messa preghiamo il Signore perché ci liberi da ogni male, da ogni turbamento, usando questo termine gli chiediamo di liberarci dalla paura più profonda che è nell'uomo. Il secondo frutto è il traumatismo spirituale, che si prova quando il nemico, dopo averci attaccati e vinti, ci butta in faccia la nostra nudità. Non dimentichiamo che il libro della Genesi narra che Dio creò Adamo ed Eva nudi, ma essi non ne provavano vergogna, ciò non vuol dire che erano senza indumenti, ma che erano contenti del loro essere creature, e la loro era una dipendenza serena da Dio. Invece il nemico è specialista nel traumatizzare spiritualmente la nostra vita, nel farci vedere il nostro limite come una spira che ci soffoca. Ai primi due frutti ne segue un terzo, che possiamo cogliere nelle parole di Adamo: "E mi sono nascosto", alla paura di Dio segue quella di reggere la vita, la paura di noi stessi e, quindi, la necessità di nasconderci. Ecco il dramma dell'uomo, il dramma di ciascuno di noi.
Dio riprende: "Chi ti ha fatto sapere che eri nudo?", il Signore, che ama l'uomo, vuole sapere perché Adamo non vive più serenamente la sua nudità, il suo stato di creatura.
C'è una rivelazione che ci porta la vita, ed è la rivelazione che Dio fa per amore, e c'è una rivelazione d'inganno del nemico, che vuole distruggere la nostra vita, facendo diventare vita della nostra vita un'autodeterminazione spirituale e morale che uccide l'uomo. Il dramma dell'uomo dei nostri tempi consiste nell'aver escluso Dio dalle scelte della vita, nell'essere diventato legge a se stesso, dio a se stesso, per cui, appena commesso il peccato, appena scoperta la sua nudità in maniera traumatica, oltre ai tre doni malefici, paura di Dio, nascondimento e nudità, avverte anche la fine della relazione umana, Adamo, infatti, risponde: "La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato". Alla domanda del Signore, la donna risponde: "Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato". Quando il nemico attacca la nostra vita, distrugge la relazione profonda con Dio e, di conseguenza, mina le relazioni profonde e vere tra le persone ed annienta quella serenità che si trova nell'essere interlocutori di un Dio amore.
In questa Parola della Genesi, in cui Dio chiama in causa l'uomo, la donna e il serpente, ci saranno tre  sentenze: per il serpente, la condanna di strisciare e di mangiare polvere, per la donna di partorire con dolore, per l'uomo di lavorare con sudore, cioè l'uomo e la donna, insidiati dal nemico, vivranno una vita perennemente traumatizzata.
Ci potremmo chiedere perché, non avendo commesso il peccato originale, nasciamo ugualmente con esso e dobbiamo ricevere il Battesimo per ottenerne la cancellazione. Dio ha creato la storia solidale, non a compartimenti stagni, ed entrando in essa, siamo solidali con tutta la storia, con il bene e con il male. Abbiamo per padre Dio, ma anche Adamo, siamo figli di Dio e figli di Adamo. Nell'uomo c'è questa misteriosa solidarietà nel male, per cui nasciamo in una genealogia di male ed abbiamo bisogno che Dio ci liberi con la sua grazia.
In questo brano della Genesi compare il serpente, una figura mutuata dai miti circolanti attorno al mondo biblico, che vedevano in questo animale un simbolo della vita, in quanto, cambiando la pelle, era capace di rigenerarsi continuamente. Solo in seguito il serpente verrà riletto nella tradizione cristiana come l'immagine del demonio. L'autore biblico, attingendo da queste idee del suo tempo, introduce nella narrazione questo animale come simbolo di una vita ribelle a Dio, come istigatore ad una vita autonoma da Lui. Il serpente viene condannato a strisciare e a mangiare polvere, ugualmente l'idolo che vuol farsi dio è destinato a frantumarsi. Coloro che sposano gli idoli e che credono nell'ideologia dell'alternativa senza Dio, sono destinati a non essere  più capaci di vedere il cielo, ma a strisciare e a mangiare la polvere della storia.
La maledizione di Dio nei confronti del serpente continua: "Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno". I biblisti parlano di questo messaggio come di un proto evangelo, cioè il primo annuncio di un vangelo di salvezza, che risuona nelle primissime pagine della Genesi.
C'è qui l'annuncio della nascita in Dio di una nuova stirpe. Possiamo dare alla frase: "Io porrò inimicizia tra te e la donna" due significati: ecclesiologico e mariologico. La donna, prima di tutto, è la Chiesa, la nuova stirpe, la stirpe di tutti coloro che accettano di essere di Dio e che si contrappongono alla stirpe del serpente. Nella Chiesa, il membro più santo ed eminente è Maria, per cui la Chiesa, nel suo mistero, ha due facce: è mariana, cioè di Maria, ed è petrina, cioè dei pastori. La Chiesa è mariana, perchè ascolta umilmente il suo Dio ed è continuamente chiamata a schiacciare il nemico. La Parola dice anche che il serpente insidierà il calcagno della donna, e in questo gesto possiamo leggere tutte le prove storiche della Chiesa e di tutti noi, che siamo Chiesa. L'autore sacro specifica che il serpente insidierà il calcagno, perché il nemico vuole impedirci di camminare, il nemico ci vuole paralizzare, impaurire, far disperare, far nascondere.
Tutto ciò che viene da Dio è amore, misericordia e pace, tutto quello che non viene da Dio è trauma. Nell'Apocalisse leggiamo della donna che, nelle doglie del parto, sta per dare alla luce un figlio maschio, mentre il drago con sette teste, che le sta davanti, vuol divorare il bambino appena nato, si tratta anche in questo caso del nemico che vuole rendere presente nel mondo una sola genealogia, quella dei disperati, mentre Dio lavora per la genealogia dei salvati. Quando noi siamo Chiesa, facciamo parte della stirpe della donna che rompe la logica del nemico. Maria è l'unica creatura umana che è sempre stata di Dio, non è mai stata toccata dal peccato, perché è stata preredenta da Lui, in vista di diventare la madre del Signore Gesù. Dio ha voluto che Maria, una creatura  umana, fosse icona di quello che Lui aveva pensato per noi fin dall'inizio: quello che è Maria, lo eravamo tutti prima della colpa dei progenitori e lo saremo alla fine, quando andremo nella visione di Dio.


Martedì 11 giugno
Santi del giorno: san Barnaba apostolo

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, [in Antiòchia], un grande numero credette e si convertì al Signore. Questa notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, e mandarono Bàrnaba ad Antiòchia. Quando questi giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò ed esortava tutti a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore, da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede. E una folla considerevole fu aggiunta al Signore. Bàrnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Saulo: lo trovò e lo condusse ad Antiòchia. Rimasero insieme un anno intero in quella Chiesa e istruirono molta gente. Ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani.
C’erano nella Chiesa di Antiòchia profeti e maestri: Bàrnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo. Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Bàrnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono.

Leggiamo oggi dagli Atti degli Apostoli un brano che cita questo santo, appartenente alla chiesa di Antiochia. Lo Spirito, durante una preghiera, vuole che Barnaba e Saulo vengano riservati per un’opera alla quale sono stati chiamati. Barnaba è stato scelto da Dio per l’opera grande dell’annuncio del vangelo. Barnaba ci ricorda che non siamo noi che ci proponiamo, che non siamo noi che ci scegliamo, ma veniamo scelti, amati, afferrati da una volontà misteriosa e superiore a noi, che è quella che opera lo Spirito nelle anime fedeli. San Barnaba ci ricordi la gioia di essere discepoli di Gesù ed interceda oggi per noi perché, durante l’esperienza di preghiera dello Spirito, ci sentiamo scelti e riservati per il suo amore.
 
Pensiero del giorno: San Barnaba contagia il nostro cuore del tuo entusiasmo per Gesù maestro.  


Mercoledì 12 giugno
Santi del giorno: sant’Onofrio, san Gaspare Bertoni

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
Fratelli, proprio questa è la fiducia che abbiamo per mezzo di Cristo, davanti a Dio. Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, il quale anche ci ha resi capaci di essere ministri di una nuova alleanza, non della lettera, ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito invece dà vita. Se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre, fu avvolto di gloria al punto che i figli d’Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore effimero del suo volto, quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito? Se già il ministero che porta alla condanna fu glorioso, molto di più abbonda di gloria il ministero che porta alla giustizia. Anzi, ciò che fu glorioso sotto quell’aspetto, non lo è più, a causa di questa gloria incomparabile. Se dunque ciò che era effimero fu glorioso, molto più lo sarà ciò che è duraturo.
Paolo ricorda ai Corinzi che i figli di Israele, quando guardavano il volto di Mosè che era splendido, rimanevano stupiti di questa luce. Mosè è il figlio del magistero della pietra, noi siamo invece i figli dello Spirito che dà la vita. L’amore e la volontà di Dio non vengono più incisi su pietra, ma sulla carne viva del nostro cuore. La vera esperienza e il vero incontro con Gesù illuminano il nostro volto e i nostri occhi perché abbiamo incontrato la vera e unica luce che dà calore e vita.
Pensiero del giorno: Signore, se non incontriamo Te, siamo lampadine bruciate che non danno luce.  


Giovedì 13 giugno
Santi del giorno: sant’Antonio di Padova

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
Fratelli, fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul cuore dei figli d’Israele; ma quando vi sarà la conversione al Signore, il velo sarà tolto. Il Signore è lo Spirito e, dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà. E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore. Perciò, avendo questo ministero, secondo la misericordia che ci è stata accordata, non ci perdiamo d’animo. 
E se il nostro Vangelo rimane velato, lo è in coloro che si perdono: in loro, increduli, il dio di questo mondo ha accecato la mente, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo, che è immagine di Dio. 
Noi infatti non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di Gesù. E Dio, che disse: «Rifulga la luce dalle tenebre», rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo.
Paolo parla del popolo d’Israele che ha il cuore velato e non ha accolto la grazia e la venuta di Gesù come messia dell’unico Dio. L’apostolo prova un grande dolore per questo velo perché lui, innamorato di Cristo, vuole portare tutti all’unica vera mediazione di grazia, che è Gesù. Anche oggi tanti nel mondo hanno il cuore velato, non vedono la luce che rifulse e risplende. Il dolore di Paolo dovrebbe essere il dolore di ogni vero evangelizzatore perché, quando si ama una persona, si vuole la sua salvezza totale, la salvezza eterna, la salvezza vera. Questa tristezza di Paolo e la sua preoccupazione diventino anche la nostra preoccupazione e il nostro amore perché il vangelo giunga ad ogni cuore.
Pensiero del giorno: la luce di Gesù toglie ogni velo, perché è luce di grazia e di amore.


Venerdì 14 giugno
Santi del giorno: sant’Eliseo profeta, santi Valerio e Rufino.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
Fratelli, noi abbiamo un tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi. In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. Cosicché in noi agisce la morte, in voi la vita.
Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: «Ho creduto, perciò ho parlato», anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, accresciuta a opera di molti, faccia abbondare l’inno di ringraziamento, per la gloria di Dio.
Paolo parla delle sue tribolazioni, ma egli porta sempre e dovunque nel suo corpo la morte e la vita di Gesù. Egli è stato veramente afferrato da Gesù e tutta la motivazione del suo apostolato si sintetizza in una frase: “Ho creduto, perciò ho parlato”. Si può parlare solamente se il nostro parlare è parto del nostro credere. Molte volte noi pensiamo che parlare di Gesù ed annunciare la fede sia una cosa tra le tante, ma quando l’annuncio non nasce da una profonda fede che entra nel mistero, nel fascino, nella seduzione di Gesù, quell’annuncio rimane sterile o rimane ideologico, intellettuale, perché non si può annunciare la fede senza una grazia previa del suo amore.
Pensiero del giorno: Signore, tu non hai bisogno di giornalisti, hai bisogno di innamorati; solo gli innamorati sono i narratori del tuo amore e del tuo dono.  


Sabato 15 giugno
Santi del giorno: san Vito, sant’Amos profeta

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
Fratelli, l’amore del Cristo ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro. Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così. Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.
Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.
Paolo proclama che Gesù è morto per tutti, così l’apostolo ricorda che chi incontra Cristo è una nuova creatura, perché in Cristo  si incontra la vera novità di dio. Gesù Cristo ci toglie il passato senza grazia e ci riempie di un presente pieno di luce e di grazia. La riconciliazione con Cristo è affidata a un sacramento che dobbiamo amare sempre di più e coloro che vengono da Cristo hanno ricevuto la parola della riconciliazione, ecco perché Paolo afferma che l’urgenza più urgente, anche del nostro tempo, è lasciarci riconciliare in Dio attraverso la potenza del sacramento del perdono, che è la guarigione e la vittoria di Dio su ogni anima.

Pensiero del giorno: Signore, rendimi frequentatore entusiasta del sacramento della Confessione e toglimi l’illusione del fai da te che non viene dal tuo amore.  
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