10 maggio 2020 - Sito Sultabor

Vai ai contenuti

Menu principale:

10 maggio 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 10 maggio 2020

V Domenica di Pasqua Anno A
Io sono la via, la verità, la vita


Prima Lettura         At 6,1-7


La chiesa primitiva di Gerusalemme aveva le idee chiare e, come conseguenza, la Parola si moltiplicava e si diffondeva. Invece, quando non ci sono le idee chiare, la Parola stagna. Qual era l’idea chiara che aveva la chiesa dei primi tempi? Anche allora bussavano alle porte della chiesa i poveri, volevano che ci fosse una Caritas efficiente e si lamentavano che molti venivano trascurati nella distribuzione, ma gli apostoli avevano capito che questo non era il loro compito, dovevano dedicarsi alla preghiera e al servizio della Parola. Le priorità sono la preghiera e la Parola perché esse sono la prima carità ai veri poveri. La Parola ci dice che i diaconi dovevano essere di buona reputazione, pieni di spirito e di sapienza. I diaconi non sono mezzi preti o mezzi “crocerossini” o buoni uomini disponibili. Il diacono deve essere pieno di spirito santo per non fare beneficienza, ma per portare ai poveri la Parola fatta amore. Il diacono non deve strutturare la Caritas, ma deve fare in modo che l’attività caritativa della chiesa sia un riflesso e una emanazione dell’amore di Dio, perché oggi abbiamo tutti bisogno di amore,  ed il grande amore uno lo sente quando trova un cuore che lo accoglie, lo attende, lo ascolta con il cuore di Dio. La chiesa di Gerusalemme aveva le idee chiarissime, non chiedeva il parere del Consiglio Pastorale, ma aveva avuto questa illuminazione dall’alto. La chiesa di oggi soffre per questo democraticismo partecipativo che non  porta da nessuna parte, non è questa la via da percorrere per servire la comunità di Gesù, ma  prima di tutto bisogna essere pieni di Spirito santo. Se non diamo la priorità alla Parola abbiamo subito la prova del nove: i fedeli diminuiscono, la Parola non si diffonde e quello che si fa è ininfluente. Nelle ultime quattro righe della prima lettura leggiamo: “la Parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente e anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede”: questo accade quando la Parola di Dio viene servita e non viene strumentalizzata, perché, quando la si strumentalizza, diventa ideologia. Oggi abbiamo una chiesa che vuole piacere al mondo, ma questa non è la chiesa che piace a Gesù. Se non lasciamo la Parola com’è e non la serviamo, la uccidiamo.
Se non serviamo la Parola di Dio nella certezza della fede, facciamo della Parola un’ideologia, cioè usiamo la Parola per un nostro punto di vista, la mettiamo davanti, ma dietro ci siamo noi che teniamo i fili e allora la Parola non ha più la libertà della grazia. La Parola deve essere seguita, amata, adorata e portata come Parola di Dio, allora ha questa carica di diffondersi e di moltiplicare i figli della Parola. La chiesa primitiva era una chiesa chiara, nitida, in cui c’era la consapevolezza che prima vengono Dio e la sua Parola, dopo tutto il resto e quelli che erano mandati ai poveri non erano persone sociali, ma teologali, cioè piene di Spirito e di sapienza e di buona reputazione.   
     

Seconda Lettura          1 Pt 2,4-9

Pietro ci dà l’identità di un credente. L’apostolo afferma innanzitutto che, per cominciare l’avventura della fede e per formare la chiesa di Dio, bisogna avvicinarsi al Signore, cioè serve la via unitiva, la via affettiva, la via illuminativa, la via contemplativa: dobbiamo avvicinarci al Signore e dobbiamo sentirlo una persona viva. La fede è uguale per tutti nel dato rivelativo, ma la fede che ci porta ad avvicinarci al Signore è un mistero per ciascuno. La nostra modalità di credere non è uguale negli uni e negli altri, ma arriviamo tutti allo stesso Signore. Ogni storia, ogni cuore, ogni volto è una strada unica di Dio.
Chi siamo noi? Siamo coloro che credono e si avvicinano alla pietra rifiutata, ma scelta e preziosa: Gesù, pietra della nostra vita. Noi diventeremo pietra viva e costruiremo la chiesa, ma non siamo solo pietra, siamo sacerdozio, profezia, nazione santa e popolo che Dio si è acquistato. Viviamo la dimensione sacerdotale battesimale nella nostra vita? Nella messa questa sacerdotalità dei battezzati dovrebbe rifulgere nella preghiera dei fedeli, perché il sacerdozio battesimale dovrebbe, dopo l’omelia del sacerdote, liberare l’intercessione ispirata dalla Parola ascoltata.
San Pietro ha le idee chiare sull’identità del credente, oggi invece questa identità si sta annacquando perché andiamo a braccetto con tutti, invece il credente è la pietra che si lega alla pietra che è Cristo. La nostra vita dovrebbe diventare una liturgia interiore, dovremmo celebrare Dio nella nostra interiorità. Quali sono i sacrifici spirituali graditi a Dio? Qualsiasi dolore, sofferenza, stanchezza, preoccupazione, che vengono offerti, tutto può diventare sacrificio, celebrazione, liturgia.  
 

Vangelo     Gv 14,1-12

Ci soffermiamo su una bellissima frase del vangelo: “Non sia turbato il vostro cuore, abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. Perché il cuore è turbato? Perché ascoltiamo la voce dell’estraneo, come ci diceva il vangelo di domenica scorsa, e chi è l’estraneo? Il nemico, il maligno che sa bene come esasperarci. Fa così perché noi non siamo nella pace del nostro Signore. In questo vangelo abbiamo due apostoli che fanno una pessima figura: Tommaso non capisce niente e Filippo vuole andare subito al dunque e Gesù ha tanta pazienza con loro. Non è semplice sentire Gesù, non è semplice rapportarsi con Lui, ecco perché molte volte l’estraneo ne approfitta. Oggi in questo vangelo Gesù ci chiede una sola cosa: “In verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio, anzi ne farà di più grandi”.  
Se io credo compirò opere ancora più grandi di Gesù, perché Egli mi renderà segno autentico di sé.  


Prima Lettura         At 6,1-7

Una delle cose più difficili per noi è avere chiare le priorità della nostra vita, essere loro fedeli e mantenerle come tali. San Benedetto ai suoi monaci scrive: “Nulla antepongano all’amore di Cristo”.
Quando nella comunità fresca, giovane, di Gerusalemme nasce il malcontento, gli apostoli hanno chiare due priorità: “Noi vogliamo dedicarci alla preghiera e alla Parola”. Quando in noi, in una vita, in una storia non ci sono delle priorità ben precise, faremo tante cose, ma le faremo tutte male perché renderemo prioritario tutto, anche quello che è secondario e relativo. Un’anima equilibrata, un’anima piena di Dio dovrebbe avere chiare queste priorità: Parola e preghiera. Quando ci mancano le priorità, tutto diventa banale, tutto diventa un mettere in opera, ma l’operosità senza le priorità spirituali diventa un facchinaggio compensativo di qualcosa di noi che non funziona. La priorità della preghiera e della Parola conservano nel nostro cuore quella necessaria intimità con Colui che ci dà la vita. In un suo recente libro-intervista Anselm Grun definisce la preghiera un incontro più che un dialogo, perché quando si prega e si fa della preghiera un incontro si percepisce Dio, se non lo si percepisce, significa che non stiamo percependo nemmeno noi stessi.
Il vescovo, mandandolo ad Ars, aveva detto a san Giovanni Maria Vianney che in quella parrocchia non c’era molto amore di Dio ed il suo compito sarebbe stato proprio quello di mettervelo, così, per cominciare, il santo passò molto del suo tempo davanti a Dio.
Quando rimaniamo davanti a Lui, siamo certi che siamo innamorati, quando rimaniamo davanti a Lui e non lo soffochiamo con le nostre parole, siamo certi che siamo ancora sedotti.
Questa è la priorità nella nostra vita di cristiani e su questa priorità dovremmo impostare tutta la nostra giornata. La mattina precediamo l’aurora per gridare aiuto, come recita un salmo; leggiamo la Parola, facciamo silenzio perché la Parola entri in noi. Allora avremo subito un dono, la Parola ci libererà da due veleni: il parlarci addosso e il soffrire per quello che gli altri dicono di noi, perché potremo veramente dire: “Roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre”. Improntiamo la nostra preghiera sul silenzio, sullo stare davanti a Lui, perché le nostre parole non soffochino la sua Parola, allora impareremo a respirare le lodi, a centellinare le lodi come se fossero una bevanda buonissima, e la preghiera ci manterrà le priorità.
Se abbiamo le priorità degli apostoli saremo certi che siamo innamorati, se le perdiamo, ci accontenteremo di essere indaffarati. Quando facciamo la beneficenza e distribuiamo le borse viveri, cominciano i malcontenti, infatti la Parola ci dice che le vedove degli ellenisti si lamentavano perché venivano trascurate nella distribuzione quotidiana. Per rispondere a questo malcontento gli apostoli hanno mantenuto le priorità della preghiera e della Parola e hanno ordinato sette diaconi. Il diaconato è un ministero sacro, ma è anche un ministero di tutti, perché quando serviamo per amore di Cristo, facciamo un servizio, cioè un diaconato.
Questi sette uomini vengono scelti perché hanno una buona reputazione e sono pieni di Spirito santo e di sapienza; oggi forse ci accontentiamo della prima dote, quando c’è, mentre la seconda sta scricchiolando.  Gli uomini e le donne di buona reputazione, nella loro grande disponibilità, potranno fare solamente distribuzione di beni e di viveri, invece oggi la più grande carità e il più grande amore che dovremmo avere per gli uomini del nostro tempo è essere collaboratori dello Spirito santo e andare con Lui per compiere incursioni spirituali nei cuori degli uomini, che sono chiusi come casseforti e aspettano queste bombe d’amore. Questo è possibile solo se siamo pieni di Spirito santo e di sapienza. Pieni di spirito santo significa avere allargato il nostro cuore e la nostra tenda a questo fluttuare di Dio. Siamo pieni di Spirito santo quando lo Spirito santo ci fa percepire dentro i sentimenti di Dio, l’amore di Dio, la tenerezza di Dio, la gioia di Dio, allora potremo distribuire non beneficenza, ma vita; allora diventeremo concelebranti di un’azione misteriosa dello Spirito. Se, umilmente, siamo collaboratori dello Spirito, diventeremo ministri di un’Eucaristia mistica e la porteremo nel cuore della gente.
Oggi le persone che ci stanno accanto non hanno bisogno di beneficenza, non hanno bisogno di una distribuzione quotidiana di viveri, hanno bisogno di un’ incursione dello Spirito con la nostra collaborazione.
La cosa più triste per un credente è incontrare una persona che porge una domanda e darle una risposta scontata, perché dentro non abbiamo lo Spirito santo. Quando non abbiamo dentro di noi lo Spirito santo, siamo solamente un uomo e una donna di buona reputazione, ma non basta.
Luca ci dice che proprio in questo modo la Parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli si moltiplicava grandemente e anche una grande moltitudine di sacerdoti ebrei aderiva alla fede.
Oggi gli orizzonti sono diversi, oggi abbiamo davanti a noi un altro tipo di gente, allora occorre una pastorale diversa: la pastorale dell’incursione del cuore con lo Spirito santo. Se abbiamo lo Spirito santo e la sapienza, diventeremo diaconi, cioè servi, della diaconia del cuore.
Quando si è uomini e donne di Dio e si è alleati dello Spirito si arriva al cuore della gente, altrimenti faremo assistenzialismo quotidiano, ma non porteremo Dio.          


Seconda Lettura          1 Pt 2,4-9

San Pietro apostolo in questa seconda lettura così parla dell’esperienza spirituale: “Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, diventate pietre vive”. L’esperienza spirituale è avvicinarsi nell’intimità di Dio, in cui troviamo una solidità come la roccia, perché la roccia di Dio è la base della nostra vita, ma questa roccia è viva, perché la roccia di Dio è dinamicamente mossa dall’amore. Perciò non diventiamo pietra viva se prima non ci stringiamo, come diceva la traduzione precedente, in questa esperienza profonda di Dio. Se non diventiamo pietra viva, non possiamo costruire l’edificio spirituale che è la chiesa, la comunità. Allora la comunità dovrebbe essere il capolavoro di pietre vive. Le pietre vive sono le persone che hanno ricevuto una solidità da Dio e che la accorpano a una vita vissuta intensamente come dono per gli altri. Se diventiamo pietre vive, costruiamo l’edificio, esercitiamo il sacerdozio battesimale, offriamo sacrifici spirituali graditi a Dio mediante Gesù. Questa è la dinamica ecclesiale della comunione. Ma se non ci avviciniamo e non stringiamo la pietra viva, non costruiamo l’edificio, perché useremo le pietre morte per lapidare gli altri. Quando non siamo nella pietra viva e quando non diventiamo pietra viva, lapidiamo gli altri, come i Giudei volevano lapidare Gesù.
Che cosa vuol dire essere sacerdoti ed offrire sacrifici spirituali graditi a Dio? Vuol dire fare della nostra vita una celebrazione interiore, mistica, profonda di tutto il nostro essere. Che cosa vuol dire celebrare? Vuol dire portare tutto nel sogno di Dio, portare tutto, perché nella preghiera Dio guarda anche quegli aspetti oscuri del nostro cuore che non dobbiamo temere di dargli. Se noi diamo e consegniamo a Dio e al suo sogno tutta la nostra vita, essa non è più una rassegnazione e una disperazione, ma diventa una celebrazione, perché celebriamo quotidianamente nell’offrire i sacrifici spirituali graditi a Dio. Allora la nostra ferialità, la nostra povertà, la nostra fragilità, il nostro chiaroscuro, il nostro limite verranno offerti, celebrati e consegnato al sogno di Dio.
Perché le nostre celebrazioni comunitarie molte volte non ci fanno entrare nel sogno di Dio e non ci fanno passare il fiume d’amore di Dio? Perché sono diventate capolavori di presenzialismi e di protagonismi a gettone. Siamo preoccupati di organizzare una partecipazione, che molte volte c’è e la si tocca, ma è scomparsa l’anima, e quando una celebrazione è senza anima, senza cuore, senza sogno, si riduce ad un organismo partecipativo, ma non passa più Lui, non c’è più Lui, perché l’abbiamo cacciato, troppo preoccupati di strutturare il nostro ruolo e la nostra gloria.
Essere sacerdoti ed offrire quotidianamente i sacrifici è portare la nostra vita e la vita di chi amiamo nel sogno di Dio e nell’offerta di Dio.
Quando tutto è celebrato e offerto allora sarò una pietra viva che costruirà l’edificio spirituale dove i figli di Dio consegneranno a Dio tutti i loro sogni e i loro desideri infiniti. Le vere celebrazioni dovrebbero essere sobrie, essenziali, silenziose, celebrazioni in cui il liturgo, il pastore, dovrebbe coordinare i cuori dei concelebranti perché tutto possa arrivare all’unica offerta perfetta che è Gesù.
Pietro, pensando che forse non abbiamo capito bene che cosa ci ha detto, ci ripete che siamo stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di Lui, che ci ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. Il frutto del celebrare è il proclamare le opere ammirevoli di Dio per ciascuno di noi. Perché non parliamo mai di Dio, perché non diciamo ciò che Dio fa per noi? Perché non proclamiamo le opere sue? Allora ha ragione Anselm Grun quando dice che se non lo percepiamo è perché non percepiamo più noi stessi e perché non percepiamo più noi stessi? Perché abbiamo negato la celebrazione per un’efficienza di una vittoria e di una gratificazione del nostro io. In questo modo, però, stiamo inciampando, perché non obbediamo alla Parola. Così nella comunità, quando la Parola e la pietra viva non sono più al centro, ci accontentiamo di una democratica partecipazione, assegnando ruoli ed incarichi, ma dimenticando che nel frattempo il personaggio principale se n’è andato, perché a Dio queste cose non interessano proprio. Lui sta cercando il nostro cuore.   
   

Vangelo     Gv 14,1-12

La vita cristiana sta in quello che Gesù ci dice in questo vangelo: “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me perché dove sono io, siate anche voi”. Questo è il paradiso: essere con Gesù, la via unitiva, la via dell’amore, la via dello stare insieme con colui di cui siamo certi che ci ama, secondo un’espressione di santa Teresa d’Avila.
Perché Gesù è andato a prepararci un posto? Certamente non si tratta di un posto spaziale, temporale, il posto che ci prepara Gesù non è altro che aprirci la strada nell’eternità perché tutto quello che qui, nel corto respiro del tempo, abbiamo seminato, venga portato a pienezza, quando saremo con Lui. Siccome Gesù ci ha detto: “Aspettami, io verrò”, noi dovremmo relativizzare tutta la vita nell’essenzialità, per mettere nelle valigie ciò che vorremmo portare nell’eternità affinché venga rivestito di pienezza e di eterno.
Gesù ci va a preparare un posto perché desidera che ciascuno di noi venga immerso nel mistero di Dio e nell’eternità; un posto per ciascuno, perché Dio sarà tutto in tutti quando accoglierà la nostra unica storia e il nostro unico volto nel suo amore.
Gesù non può avere spazio nella nostra vita spirituale quando ci fermiamo a due “difetti”, incarnati in questo brano da Tommaso e da Filippo. Come Tommaso vogliamo essere uomini informati che conoscono la modalità, la metodica, infatti Tommaso dice: “Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?”. Siamo come Tommaso quando facciamo della nostra vita spirituale non un’attesa dell’Amore e dell’Amato, ma una serie di modalità informative e di passaggi che ci hanno strutturato e ci strutturano. Filippo ci mostra il secondo difetto: la concretezza, i piedi per terra: “Mostraci il Padre e ci basta”, cioè veniamo al dunque. Sono due atteggiamenti sbagliati della vita spirituale: volere le informazioni per arrivarci e arrivare al dunque, invece la vita spirituale è aspettare che Gesù ritorni. Lui stesso l’ha detto: “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”. Gesù è colui che parte prima di noi per organizzare la festa, perché noi possiamo arrivare dove Lui ha organizzato la festa del ritorno e della gioia.
La vita spirituale è avere le mani in cielo e i piedi sulla terra; la seduzione di Gesù è essere metà in cielo e metà in terra. Sulla terra non siamo a casa nostra e Gesù ce lo ricorda con un grande dono: la nostalgia di Lui.
Gesù ci ha detto un’altra cosa: “In verità, in verità io vi dico chi crede in me anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre”. Andando al Padre, Gesù rende forte la sua intercessione per noi.
Quando Dio vuole cambiare il mondo, sceglie una persona, non un gruppo o un movimento, pensiamo a Giovanni Paolo II, a madre Teresa, perché gli uomini e le donne che compiono le opere più grandi di Dio non possono vivere in cooperative. L’elogio della cooperativa e della comunità è allungare il vino buono che Dio dà ad ogni anima. Dio aborrisce la prigionia delle anime che devono essere uguali in nome di una comunità. Se nei nostri paesi il Signore susciterà un’anima tutta sua, la prima cosa che salterà sarà l’illusione che la comunità è l’assoluto di Dio, perché ogni anima è l’assoluto di Dio e un’anima sola, se è di Dio, può cambiare una comunità e il mondo perché comincia a credere e allora compirà “opere più grandi di queste” perché Gesù parlerà al Padre di quell’anima che si fida di Lui.
Il dilettantismo spirituale è opera del diavolo, è il diavolo che ama il comunismo, l’apparente uguaglianza, e lo fa per paralizzare tutto. Gli uomini e le donne che Dio suscita sono uomini e donne che escono da una paralisi generalizzata della mediocrità, perché prima di compiere le opere di Dio Egli da noi vuole un prezzo: uscire dalla massa, perdere la faccia e andare.
Gesù ci chiede di perdere la faccia, perché non lavora mai con le cooperative, lavora sempre con liberi professionisti dell’amore.  



Una goccia di luce ...

La sapienza è la sposa della preghiera...
 
Prima Lettura         At 6,1-7


La prima chiesa di Gerusalemme è attenta anche alle mormorazioni, perché esse, quando sono fatte in maniera intelligente, di carità, sono manifestazioni della mancanza di qualcosa. Una comunità non mormora mai per niente. Nella comunità di Gerusalemme le mormorazioni vengono raccolte, vengono lette nello Spirito santo e viene data loro una risposta.
Le mormorazioni erano ad opera degli Ellenisti, i cristiani greci, che lamentavano una trascuratezza verso le loro vedove. Perciò il primo servizio profetico di un cristiano in una comunità è quello di recuperare la trascuratezza. Quando un fratello o una sorella è trascurata nell’amore, questa mormora, è malcontenta, per cui abbiamo una comunità che è profetica perché ha le idee chiare. Nel gruppo apostolico si dice che non è giusto che vengano trascurati la preghiera e la Parola per le mense, per cui gli apostoli fanno precedere alla caritas la fides e l’ascolto, questa comunità aveva capito che la base di una comunità è l’ascolto e la preghiera.
In questa chiesa degli apostoli non si ha avuto subito la frenesia di creare una rete organizzativa per dare i pacchi ai bisognosi, ma si è partiti da una scelta, si è data la priorità ad altro: la Parola e la preghiera. Perciò vengono scelti sette uomini e da loro si esigono due caratteristiche: la buona reputazione, cioè che siano uomini senza secondi fini, una dote sociologica, a cui si affianca una dote spirituale: che fossero pieni di Spirito santo e di sapienza.
Noi pensiamo che il servizio in una comunità sia una cosa estremamente facile da fare, basta trovare dei volonterosi che danno una risposta alle necessità, invece il servizio deve essere affidato a uomini pieni di Spirito santo e di sapienza perché il primo servizio che lo Spirito ci affida è il cuore di un altro, anzi è la lingua di un’altra persona: tra due etnie era sorto questo malcontento. Il primo servizio spirituale che ciascuno di noi è chiamato a fare è il rispettare, l’interpretare, l’accogliere, nella sapienza dello Spirito, la lingua di un altro, le esigenze di un altro, il cuore di un altro, i bisogni di un altro, perché il primo servizio al quale ci manda il Signore è un servizio fondamentale, semplice ed esigente: amare gli altri col cuore di Dio, altrimenti i destinatari della nostra caritas sono solamente persone che pensiamo di sistemare con i pacchi, con i viveri (cose buone, ma che non bastano). Allora in una comunità ci vorrebbe soprattutto una vera caritas che per Giovanni è Dio stesso, ed è la caritas delle anime, dei cuori, dei bisogni, perché se una comunità non raggiunge i suoi figli in questo esercizio profetico, fa solamente beneficenza. La beneficenza è accessibile a tutti, invece il servizio dell’amore è proprio di chi ha dentro di sé la forza dello Spirito per amare gli altri con il cuore di Dio. Luca ci dice che, quando una comunità fa questo, la Parola di Dio si diffonde, il numero dei discepoli si moltiplica (una grande moltitudine di sacerdoti, cioè di coloro ai quali era affidato il servizio del tempio) aderiva alla fede.
Allora la nostra comunità diventa missionaria e profetica con l’interpretazione e con il discernimento spirituale delle mormorazioni.
Il servizio in una comunità cristiana è proprio un’arte santa di profeti e di innamorati, altrimenti si fanno prestazione d’opera, ma non si trasmette la diaconia di Gesù.


Seconda Lettura          1 Pt 2,4-9

La lettura di Pietro è uno splendido trattato di ecclesiologia e parla del mistero della chiesa e di Gesù, che Pietro chiama pietra viva, rifiutata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio. Dobbiamo incontrare questa pietra e stringerci ad essa per essere chiesa, per diventare, a nostra volta, pietre vive per costruire l’edificio spirituale, una delle immagini della chiesa. Essere chiesa non è formare un’istituzione, ma essere stretti a Gesù, pietra viva, e credenti. Chi è il credente? Quello che obbedisce alla Parola, i non credenti sono quelli che non obbediscono alla Parola e perciò inciampano nella pietra. Un credente nasce da un’obbedienza.
Quando entro nel mistero della chiesa ricevo parecchi doni. Il primo è la riscoperta di un’identità più grande: io non sono colui che racconta la carta d’identità, se entro nella chiesa sono stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato. Pietro dice anche che noi, essendo pietre vive, veniamo costruite per un sacerdozio santo, perciò nella chiesa l’aspetto sacerdotale battesimale di tutti noi dovrebbe essere molto esercitato, perché serve per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio mediante Gesù Cristo. La dimensione di un cristiano è un offertorio continuo, inarrestabile. Se io credo al mio sacerdozio battesimale, penso veramente che la messa non è finita quando il sacerdote mi congeda, ma che dalla messa sacramentale prolungo la messa mistica. Molte volte noi cristiani non esercitiamo il sacerdozio battesimale perché ci accontentiamo dell’offertorio della messa, e molte volte su quella patena non deponiamo niente. Tutto il giorno dovrebbe essere una celebrazione offertoriale del mio sacerdozio battesimale perché i sacrifici spirituali sono tutti quegli eventi legati alla mia vita e alla mia storia: un dolore, un’offesa, una gioia, una caduta, una malattia… se non offri, soffri, se offri, vivi. Quando offro a Dio le mie cose, quello che offro diventa di Dio e per cui rimane a me il merito dell’offerta, la preziosità dell’offerta e l’eternità dell’offerta.
Se offriamo, allora daremo santità alla chiesa e potremo proclamare le opere ammirevoli di Dio che ci ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.  
Se sappiamo offrire, investiamo in qualcosa di potente, perché i nostri sacrifici spirituali sono nostri e, se li offriamo, li diamo a Dio che li fa fruttificare eternizzandoli nel suo amore; facendoli fruttificare fanno scendere su di noi grazie su grazie.


Vangelo     Gv 14,1-12


In questo vangelo abbiamo due apostoli, Tommaso e Filippo che non capiscono il catechismo di Gesù. Innanzitutto egli ci parla di un posto, di un luogo, ma non intende che è andato avanti per fare il condominio dei salvati, Gesù non ci dà un luogo circoscritto, ma Gesù è andato a preparare la nostra gioia nell’amore di Dio. Ha anticipato l’ascensione perché vuole che tutta la famiglia dei figli di Dio si riunisca intorno al Padre. Il prepararci il posto è l’intercessione continua di Gesù presso il Padre perché possiamo raggiungere quell’amore a cui siamo destinati dove Dio, come dice Giovanni, sarà tutto in tutti. Il nostro posto sarà nel cuore di Dio, saremo dentro al mistero di Dio, non come Dio è dentro al suo mistero, ma dentro all’amore di Dio che ci darà la pace, la gioia, perché saremo finalmente a casa.
Tommaso dice a Gesù che non sa dove andrà e Filippo gli chiede di mostrargli il Padre. La frequenza e la familiarità con Gesù molte volte non sono intimità. Impressiona il rimprovero di Gesù a Filippo: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo” (il verbo conoscere per Giovanni è amare). L’essere frequentanti di Gesù non vuol dire automaticamente essere intimi suoi, come il figlio prodigo che da tanti anni era in casa, ma non amava il padre.
La nostra vita cristiana è l’intimità profonda con Gesù. Quand’è che creiamo questa intimità? Quando permettiamo a Gesù di crearla e noi rimaniamo nell’ascolto di un amore. Quando ci mettiamo con umiltà dinanzi la mistero di Gesù e gli chiediamo di sentire il suo amore, vogliamo essere nel suo amore. Quando lasciamo che Gesù diventi in noi Gesù e questa è la preghiera unitiva e la dimensione contemplativa sponsale dei mistici, che non è una cosa impossibile. Con la grazia di Dio la via unitiva è possibile.
Gesù ci dice una cosa sconvolgente: “Chi crede in me farà opere più grandi di me”. È una parola potente che non va sminata. Giovanni ha messo queste parole in bocca a Gesù, vuol dire che Gesù aveva parlato a Giovanni di questa autoconsapevolezza sua trasmessa. Quando crediamo che Gesù è Gesù, vediamo cose grandi. Occorre credere con umiltà, perché Gesù fa i miracoli alle persone umili, cioè a quelle che si ritengono indegne di ricevere un miracolo. Gesù esige da noi la fede.  
stampa







 
Torna ai contenuti | Torna al menu