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10 novembre 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 10 Novembre 2019
XXXII Domenica Tempo Ordinario Anno C


Non di tutti è la fede.  

Prima Lettura     2 Mac 7,1-2.9-14


I Maccabei narrano un momento difficile della storia del popolo d’Israele: Antioco IV Epifane invade Israele e lo vuole a tutti i costi ellenizzare e paganizzare. La maggior parte del popolo d’Israele abbandonò la fede, eccetto un gruppo, tra questi i sette fratelli e la loro madre e Giuda che coalizzò un gruppo e che resistette ad Antioco nella fortezza di Massada. Inoltre il libro dei Maccabei risente del libro della Sapienza e parla della risurrezione personale e della retribuzione personale post mortem. In Israele l’idea di risurrezione e di retribuzione personale avanzerà molto adagio e arriverà molto tardi rispetto ad esempio agli Egiziani che avevano già un culto dei morti. Faremmo una lettura piuttosto riduttiva di questo brano se lo leggessimo solo come un martirologio ebraico di questi sette fratelli maccabei.
Questa Parola ci ricorda che la fatica di ognuno di noi consiste nel conservare in noi il dna originale divino che ci permette di essere diversi, significativi e originali, infatti essa ci ricorda come è difficile visibilizzarsi di fronte agli altri e visibilizzare la nostra scelta e la nostra identità. Oggi si è portati ad essere anonimi in mezzo ad una maggioranza pagana e a restare tali cercando di barcamenarsi, associandosi, magari, ad iniziative umanitarie, ecologiche buonistiche con i non credenti.
Il primo peccato delle chiesa fu quello di Pietro che, quando venne visibilizzato dalla serva e identificato, negò di essere un discepolo di Gesù. Oggi c’è una tentazione molto sottile di giustificare la nostra vigliaccheria cristiana dicendo che noi siamo lievito della storia, ed il lievito va dentro la pasta e si mescola con essa, ma ci dà più fastidio essere sale, luce e città posta sul monte perché la secolarizzazione aggredisce e vuole imporre una sola mentalità, una sola strada e una sola cultura. I cristiani di oggi, non essendo più diversi, originali, alternativi, visibilizzati, rompiscatole, profeti, sono una componente di una società che tiene dentro tutti.
I sette fratelli con la loro madre diedero problemi ad Antioco perché avevano fatto una prima scelta profetica: essere diversi, ed oggi questo non viene perdonato. Quando si diventa visibili, identificabili, salati, si rompe una maggioranza di comunità cristiana che vuole il quieto vivere ed usa una sola parola magica: dialogo con tutti, tranne che con Gesù Cristo e la sua verità.
Prima c’era la tensione evangelizzatrice missionaria di portare a tutti Cristo, oggi si dice che ogni religione è buona, e tutti facciano le loro scelte.
Perché Gesù Cristo fu affascinante al suo tempo? Perché era diverso, pur essendo un ebreo inserito nell’alveo giudaico (Giovanni ce lo presenta devoto a tutte le feste ebraiche). Gesù fu diverso in tre cose: prima di tutto in un grande criterio di rottura: egli violò il sabato e i rabbini dicevano che era il sabato che aveva salvato Israele, lui, invece, guarì la donna in giorno di sabato e cominciarono a perseguitarlo; la seconda grande colpa di Gesù fu di mangiare con i peccatori e andare nelle case dei peccatori. Terza cosa: parlò ed amò le donne del suo tempo, cosa inaudita per un rabbì.
Lo scandalo della diversità, della rottura con la maggioranza è proprio dei martiri. La non diversità, la non visibilità di una diversità fa molto male alla storia del mondo e ai non credenti perché noi cristiani, facendo silenzio ed adattandoci, affermiamo che c’è una sola strada da percorrere ed è quella che propone la maggioranza chiassosa ed arrogante.
Nei Maccabei con la loro madre possiamo vedere la chiesa che genera figli per la martirìa, per la testimonianza. Oggi il martirio è non aver paura di mostrare che si è discepoli di Gesù, e questo non verrà perdonato e si dirà che siamo fondamentalisti, intolleranti. Essere discepoli è rompere un paese, una maggioranza, rompere anche solamente con la propria presenza.
Il buonismo e la diplomazia che respiriamo ovunque non hanno portato a nulla, il cristianesimo primitivo si è diffuso perché era diverso e se non torniamo a questo, Antioco Epifane regnerà anche oggi. Dobbiamo essere cristiani che hanno il fascino di una minoranza diversa che non ha paura di dare la vita, ma non vende la propria anima. La diversità, la significatività, la profezia.  
Gesù non ha portato l’unità, ha portato la spada e la spada ha diviso il mondo in due: o di Cristo o contro di lui.


Seconda Lettura       2Ts 2,16-3,5

Paolo mette al centro il cuore e il nostro cuore ha bisogno, per la grazia di Dio, di una consolazione eterna, di una buona speranza e di un conforto, perché è il nostro cuore la sede dove prendiamo la decisione per Dio, dove decidiamo la sequela, dove decidiamo per noi stessi e per gli altri. Quando una persona non ha al centro il cuore, difficilmente può essere attratto dalla Parola. Ecco perché Paolo dice di pregare per lui perché la Parola del Signore si diffonda e sia glorifica perché, se la Parola non si diffonde e non viene glorificata, imperverseranno gli uomini perversi e malvagi, capeggiati dal maligno. Paolo ci dice che non di tutti è la fede per cui la fede è una discriminante fortissima. Possiamo essere aggrediti dagli uomini perversi e malvagi, che sono gli uomini che non vengono generati dalla Parola, perché vengono a noi per catturarci, per imbonirci, per usarci, per pesarci e per scaricarci quando è tutto finito. Gli uomini della non Parola sono i veri nemici del nostro cuore e della nostra pace perché sono capeggiati dal maligno, dal quale noi siamo custoditi dalla fedeltà del Signore.
Dove non si scatena una lotta non è arrivata la Parola, perché quando arriva la Parola arriva la spada. È facile aggregarci sui campi scuola o sull’ACR, ma metterci di fronte alla Parola e farci giudicare da essa è una guerra continua. Paolo si augura che il Signore diriga i nostri cuori nell’amore di Dio. I nostri cuori hanno bisogno di essere diretti, perché tutte le persone che incontriamo sono ammalate di cuore, ammalate nel cuore spirituale, intossicate, avvelenate dalla loro lontananza da Dio e dalla Parola. Il non riconoscere Dio e la sua Parola è la colpa che avvelena la vita e, quando non si è dentro questo grembo della Parola, si va ad elemosinare l’amore altrove, si cerca nelle creature la risposta alle nostre domande.
Allora la Parola deve diffondersi ed essere glorificata e bisogna pregare per questo e bisogna rendere grazie al Signore che ci ha amati, ci ha dato per sua grazia una consolazione eterna ed una buona speranza. Questo è il conforto del cuore. Se abbiamo Dio, abbiamo tutto.


Vangelo      Lc 20,27-38

I Sadducei, fondati dal sommo sacerdote Sadoc, erano l’intellighenzia, la cultura del tempo di Gesù, e negavano la risurrezione. Essi interrogano Gesù con una questione capziosa e costruita, citando una legge di Mosè che diceva che una vedova poteva unirsi al cognato, anche se sposato, per dare figli al fratello defunto. I Sadducei non vanno al cuore della risurrezione, ma chiedono di chi sarà questa donna nella risurrezione, perché essi pensavano che la risurrezione fosse un prolungamento della prima vita, invece la risurrezione è il giorno nuovissimo.
La risurrezione, la vita eterna, l’andare da Dio avrà due valenze: finalmente ci sposeremo con il Creatore da cui siamo usciti e, come secondo aspetto, sarà il giorno della guarigione dai limiti insopportabili di noi stessi, della storia e degli altri. Dobbiamo essere guariti perché noi nasciamo con il dna di Dio (“Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”) Dio, creandoci nella primordialità, ci aveva creati senza limiti, poi sono arrivati il lavoro, la malattia, il sudore, la guerra…
La vita eterna è sposalizio e guarigione perché distruggerà ogni appartenenza storica che ci ha esaltato e soffocato, che ci ha beato e dannato. Nella vita eterna, quando Dio ci attrarrà a sé, allora cominceremo a cambiare anche le relazioni, perché nel dopo non costruiremo rapporti del prima. Dio guarisce e sposa l’anima nella sua sete infinita di infinito. La vita eterna è essere assorbiti nella dinamica trinitaria di Dio, nell’amato, nell’amante, nell’amore perché l’anima deve gustare questo infinito brivido di Dio, allora saremo veramente liberi perché saremo solo di Dio e tutti i legami appartenenti alla scena di questo mondo spariranno. Dio sarà tutto in tutti.
Abbiamo bisogno di questa libertà. Saremo di Dio perché la nostra anima cerca solo Dio.


Prima Lettura     2 Mac 7,1-2.9-14

I due libri dei Maccabei narrano le gesta epiche di Giuda, l’eroe fortissimo del popolo d’Israele, di altri personaggi e dei sette fratelli Maccabei con la loro madre. Il re Antioco IV Epifane aveva invaso Israele, vi aveva introdotto la cultura ellenistica con palestre e filosofia e aveva sostituito il culto del vero Dio con quello di Giove. Bruciati i libri della legge, aveva proibito di pregare e di manifestare la fede. La maggioranza degli Ebrei si era adeguata, era scesa a compromesso, invece una minoranza non aveva ceduto e tra queste persone c’erano i sette fratelli Maccabei che avrebbero preferito morire piuttosto che tradire la loro fede in Dio.
Il futuro della chiesa è sempre nei martiri. Il martire non è solamente quello che sa tingere di rosso il suo martirio, esiste un martirio bianco, quello dei monaci. Oggi potremmo chiamare martirio dell’identità e della fedeltà la testimonianza dei cristiani del nostro tempo in cui si vorrebbe che anche i cristiani facessero parte di una maggioranza arrogante, cortigiana, ma i cristiani se facessero parte di una maggioranza, anche in nome di un senso di pace e di comunione, sarebbero sale che perde il suo sapore e luce che perde il suo fulgore e al vangelo verrebbe meno il suo sapore. Ecco perché i fratelli Maccabei sono l’icona delle minoranze profetiche e creative con le quali Dio dà ossigeno alla storia. Chi è un martire? Anche oggi un martire è una persona che ha il coraggio nel Signore di dire di no ad un’arrogante maggioranza e ad arroganti sovrani. Il martire è colui che prima di tutto cerca Dio, dimora in Dio e resta con Dio. Quando un cristiano diventa segno, verrà subito aggredito, perché non vorrà mangiare quelle che gli altri chiamano prelibatezze e non vorrà essere ciò che gli fanno mangiare. Le carni suine, che erano proibite per la legge ebraica, sono il segno chiaro che noi siamo ciò che mangiamo: la maggioranza arrogante ci fa mangiare menzogna, una cultura positivista senza Dio e ci dice che questo cibo è unico, è il migliore ed è anche nutriente. Ma in Giovanni Gesù dice: “Chi mangia di me, vivrà per me”, quando mangiamo ciò che mangiano tutti, diventiamo un clone, una fotocopia e una maggioranza senza profezia, quando invece ci rifiutiamo e mangiamo il cibo di Dio, che è l’Eucaristia, la Parola di Dio,la vita di Dio, diventiamo diversi e la nostra diversità diventa insopportabile perché i sovrani intolleranti vogliono avere sempre il consenso totale e pieno.
Per rompere una maggioranza basta anche solo una persona che se ne stacca, allora la maggioranza non è più assoluta.
Soffermiamoci su un altro particolare: la madre dei Maccabei sembra inumana perché li esorta a morire. Questa madre dovrebbe essere l’immagine della maternità forte della chiesa che dovrebbe incoraggiarci a recuperare la vocazione martiriale, che è la vocazione specifica di ogni cristiano. È la madre chiesa che dovrebbe incoraggiarci ad essere persone diverse, libere, trasgressive rispetto ad una maggioranza che si ritiene onnipotente ed onnisciente. La via del martirio è una via impopolare, è molto più comoda la via del pacifismo, dell’andiamo d’accordo e della comunione, perché è una via in cui ti illudi di essere il sale buono del mondo, ma vieni impacchettato nell’insipido della maggioranza che non vuole Dio e la sua sovranità.
Quando nella comunità e nella vita siamo cristiani, ma al nostro passaggio non si inquieta nessuno, non stimoliamo persecuzioni, irrisioni o derisioni, dobbiamo chiederci umilmente se ci siamo collocati in una tranquillità di compromesso o se siamo ancora segno nella libertà di Dio. I fratelli Maccabei ci ricordano che la testimonianza è la via ordinaria per essere di Dio e questo dovrebbe essere l’esortazione di una madre chiesa che non livella, non clona, non vive la teologia della mediocrità con la scusa di non spezzare la canna incrinata e il lucignolo fumigante, una chiesa che stimola i figli migliori, che vogliono essere martiri, ad essere segno. La madre dei Maccabei è il simbolo forte di una madre chiesa che esorta i suoi figli ad essere testimoni di un Dio che vince l’arroganza della storia con le minoranze numeriche, ma con le maggioranze d’amore.    


Seconda Lettura       2Ts 2,16-3,5

Occorre lasciar fare allo Spirito santo e lasciarsi fare dallo Spirito santo. Quando lo Spirito santo ci porta a fare una vera e forte esperienza di Dio, perché quella di Dio è esperienza, non conoscenza cartacea, non dottrina, non informazione varia, riceviamo quattro grazie che Paolo elenca in questi passi: esperimentiamo l’amore, Dio parte sempre dall’amore e l’amore di Dio è sempre purissimo, non è inquinato da sensi di aspettativa o di utilizzazioni varie, perché Dio non ci ama per ciò che facciamo, ma ci ama semplicemente perché ci siamo e siamo suoi. La seconda grazia è la consolazione, perché l’amore di Dio consola, cioè legge nel profondo le nostre ferite e le riempie di senso e di merito. La terza grazia è il conforto, cioè Dio diventa una presenza vicina e tenera che guarisce gli artigli di coloro che ci hanno calpestato e non amato. La quarta grazia è la conferma in ciò che facciamo.
Paolo dice ancora che, quando facciamo un’esperienza di Dio, entriamo nella dinamica della Parola e la Parola di Dio deve essere supportata con la nostra preghiera perché possa correre ed essere glorificata. La Parola corre perché vuole precedere sempre il nostro cammino e non vuole che siamo sedentari rassegnati della vita. Quando mettiamo seduta la Parola, essa non è più glorificata perché, se è placata dai nostri schemi mentali, diventa un brodino insipido che non fa male a nessuno e non fa bene a nessuno. Quando facciamo sedere la Parola, si siede una comunità, quando imbrigliamo la Parola nella corsa, si ferma un’intera comunità, si imbriglia la chiesa. Bisogna pregare che la Parola corra, perché, correndo, fa ritrovare a chi la accoglie la dinamica della vita. Infatti, quando siamo sedentari, ci creiamo i nostri percorsi preferenziali che rassicuriamo con l’abitudine, la ripetitività, la Parola, invece, ci porta a sfociare oltre  e ci dice che,  se corriamo con lei, vediamo panorami nuovi, nuovi mondi, nuovi modi di essere e di vivere.
La Parola detesta la nostra rassegnazione, il nostro sederci, ma dobbiamo correre con la Parola ed essa deve avere la priorità della corsa perché ci darà anche l’ebbrezza e la gioia di andare sempre avanti nella vita. Solo la Parola ci fa scoprire in noi quello che ancora non abbiamo scoperto, perché molte volte viviamo di un passato e di una condoglianza eterna e non vediamo le nuove opportunità che essa ci mostra nella vita. Noi facciamo della Parola un involucro cartaceo, innocuo inoffensivo, insipido e seduto, ma questa non è la Parola. Quando Gesù risorge, la Maddalena corre perché la Parola viva ha messo in lei la forza per correre ad annunciare che la corsa era ripresa con Gesù vivo, Parola del Padre. Quando corriamo con la Parola, essa subito ci invita a prestare attenzione nelle relazioni perché la fede non è di tutti, in quanto non è un monopolio, ma è un dono, legato all’accoglienza di ognuno, perciò potremmo incorrere in uomini malvagi e corrotti. Corrotti perché vivono di vantaggio, di uso e di abuso, malvagi perché ci usano e non ci amano. Quando ci relazioniamo con uomini che non hanno fede, possiamo incorrere in malvagità e corruzione, dalle quali dobbiamo fuggire.
Paolo augura ai Tessalonicesi: “Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo”. Che cos’è la pazienza di Cristo? Quella di paolo non è un’esortazione alla pazienza passiva e alla sopportazione delle scarogne della vita, ma la pazienza di Cristo è credere fermamente che il seme diventerà albero e frutto, ma occorre dare al seme il tempo di maturare. Dovremmo avere uno sguardo che sfora, che non si ferma al visibile, al momento, sapendo che in ogni seme c’è un albero e un frutto. La pazienza di Cristo è quell’arte intelligente e spirituale per la quale nella vita non si vive solo di risultati, ma soprattutto di seminagione e di fiducia nella fecondità di Dio.


Vangelo      Lc 20,27-38

Quando non si vuole coinvolgersi in qualcosa, si creano sempre casi limite e su questi casi limite, costruiti per discutere all’infinito, si trova l’alibi perfetto per non coinvolgersi o compromettersi con nulla.
I sadducei erano l’intellighenzia di Gerusalemme che si opponeva ai farisei perché essi negavano la risurrezione dai morti e la vita futura. I sadducei presentano questa questione a Gesù, citando la legge del Levirato, un'antica usanza praticata dagli Ebrei, dagli arabi e dagli antichi indiani, secondo la quale, se un uomo sposato moriva senza figli, suo fratello o il suo parente più prossimo doveva sposare la vedova, e il loro figlio primogenito sarebbe stato considerato legalmente figlio del defunto.
Gesù ci dà una Parola illuminante sul matrimonio e sull’amore. Perché i sette fratelli sono morti? Perché un matrimonio e una coppia muoiono quando è solo riproduzione biologica. Nella mentalità ebraica bisognava dare una discendenza al fratello morto eppure i riproduttori sono morti tutti, perché l’amore è un’altra cosa. Prima di amare una persona, bisogna domandarsi se noi siamo discendenza di Dio, se siamo figli di Dio, perché quando non abbiamo l’amore e non abbiamo Dio nel cuore, riteniamo di avere diritto di proprietà sugli altri.
Questo non è il matrimonio cristiano. Non abbiamo proprietà su nulla, Dio ci consegna e ci affida una creatura da amare e per amarla dovremmo tutelarla nella diversità, nell’originalità, nella libertà. Perché una coppia scoppia? Di motivi ne potremmo addurre un’infinità, ma tutti riconducibili ad uno: perché uno dei due è diventato soffocamento della libertà intelligente, spirituale e divina dell’altro. Secondo quanto afferma Gesù, questa donna, che viene usata da sette uomini, non sarà di nessuno, ma solo di Dio.
Quando entriamo nell’eternità, perdiamo alcuni gingilli di questa vita: lo stato civile, il cognome, l’identità sessuale, che cosa facevamo nella vita, rimarrà di noi la nostra esistenza di figlio di Dio con il nostro nome ricevuto nel battesimo (perché Gesù ci ha detto: “Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti in cielo”). Gesù ci ricorda che tutte le appartenenze di quaggiù, se non sono relative, diventano bestemmia all’assoluto amore geloso di Dio per ciascuna sua creatura. Nessun rapporto terreno può essere totalizzante e può accampare proprietà. Siamo unicamente di Dio e Dio ci concede, ci presta, nella storia umana ad un’altra creatura perché deve tutelare in noi il nostro dna originario: noi siamo di Dio, siamo figli di Dio, non siamo un’occasione, non siamo una fortuna, non siamo un investimento, siamo figli di Dio.
L’amore finisce perché uno dei due ha voluto diventare proprietario dell’altro, mettersi in due vuol dire creare un’armonia di diversità, di complementarietà e di libertà secondo il disegno originario di Dio. Il matrimonio dovrebbe essere quella scuola nella quale la libertà diventa l’obiettivo assoluto e primario di due persone che stanno insieme perché libere in Dio. Quando non si è più in Dio, si diventa libertinaggio, intolleranza, aggressività.
Questa donna non è di nessuno, sarà solo di Dio, perché Dio solo ha diritto di proprietà sul nostro cuore, sulla nostra vita, sulla nostra storia, sulla nostra vicenda, e questa è una Parola di grande respiro. Molte volte il Signore, che legge i cuori, capisce anche le ferite, le aggressioni, i drammi di coloro, donne ed uomini, che sono diventati proprietà di qualcuno e forse hanno avuto la forza nel Signore di dire di no. Per cui quando l’amore diventa proprietà o accampa proprietà non è più secondo il progetto originale del Creatore, perché i figli di Dio non sono mai dati in proprietà, ma sempre in dono.     
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