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10 ottobre 2021

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 10 Ottobre 2021
Domenica XXVIII Tempo ordinario


Prima Lettura           Sap 7, 7-11


Sebbene Dio sia misterioso, alle volte impenetrabile, inscrutabile, ineffabile e non possa essere catturato dal nostro pensiero, la sapienza e la prudenza sono due riflessi del suo esistere e della sua presenza in noi. La prudenza e la sapienza, che l’uomo biblico chiede a Dio, non sono dei traguardi che l’uomo può raggiungere con le proprie forze, non sono degli atteggiamenti confezionati dalla nostra intelligenza, ma sono due doni, due grazie e la chiave della sapienza e della prudenza è nel primo verbo: pregai. Nel nostro tempo in cui si sbandiera continuamente il concetto di diritto e la dimensione dell’umano è l’unica ritenuta possibile,  in cui tutto sembra un gioco di forza raggiungibile da parte nostra, questa Parola ci spiazza. Prudenza e sapienza vengono dalla preghiera e dall’implorazione. Per riceverle dobbiamo essere familiari con Dio, intimi con Dio, di essere alla luce del suo riflesso di luce altrimenti, se il suo riflesso non ci illumina, saremo costruttori di noi stessi, realizzatori di obiettivi, ma non avremo la sua sapienza e la sua prudenza. Senza la sua sapienza e la sua prudenza, che ci vengono date per grazia e per dono, non riusciamo a comprendere chi siamo, dove andiamo, cosa ci aspetta. Senza di esse diventiamo peso e problema a noi stessi perché non abbiamo il potere nel nostro dna di interpretarci sapientemente e prudentemente, perché  non siamo creatori di noi stessi, ma siamo visibilità di un dono, di una grazia, e di una bontà gratuita. Oggi si parla molto dei diritti delle persone, abbiamo una chiesa che continua a dire di non puntare il dito contro nessuno e di rispettare i diritti di tutti, peccato che, non puntando il dito per amore, molte persone perdono il tesoro più grande che hanno che è l’anima e, quando permettiamo a tante anime di perdersi, non siamo capaci di amore e non siamo segni d’amore.
La prudenza e la sapienza sono questi riflessi di luce, queste folate d’amore che Dio mette in noi e che ci rendono capaci di mettere al posto giusto tutti i valori e le priorità della vita.
Senza la sapienza dataci per grazia, senza la prudenza ricevuta per misericordia, ci sottraiamo al riflesso d’amore di Dio e allora impoveriamo noi stessi perché ci accontentiamo di una visione orizzontale e impoveriamo gli altri perché doniamo loro una disponibilità e una relazione puramente orizzontali, perciò insipienti ed imprudenti.
Oggi pensiamo che la persona, quando ha gratificato i suoi diritti e le sue voglie, sia felice, abbiamo ridotto l’amore del prossimo al riempirgli la pancia e al dargli una casa, ma questo non basta, è essere dimezzati perché non siamo né sapienti né prudenti. Gli uomini e le donne sapienti non sono quelli che sanno tutto o sanno cavarsela, ma sono uomini e donne che, portando il riflesso di luce della sapienza e della prudenza di Dio, umilmente ri-insegnano agli altri ad alfabetizzare il proprio cuore, il proprio bisogno e la propria nostalgia di eternità.
Abbiamo ridotto la relazione e il vivere umano ad un accontentarsi, ad un compromesso e ci stiamo illudendo che, accontentando le voglie dell’uomo, lo faremo felice, ma questo è un tradimento della persona e di Dio.

      
Seconda Lettura    Eb 4,1 2-13

Questo brano rivela l’identità della Parola. La Parola è viva.
Ci soffermiamo sul passo: “Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto”. La Parola non è opinione o ideologia, è viva ed ha una missione: penetrare dove noi non possiamo dirci, raccontarci o capirci. Il terreno della Parola è entrare nel nostro silenziato, nel nostro misterioso portando la vita. Quando accogliamo la Parola, passiamo dall’uomo intellettuale alla persona innamorata. La Parola, quando arriva nel pianeta misterioso di ciò che noi non possiamo dire e raccontare e non capiamo, ci porta la vita perché ci fa passare dal puro intellegere all’amore, perché libera nel punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, i sentimenti e i pensieri della profondità del nostro cuore. La Parola è rieducatrice del nostro cuore interiore, è narratrice e racconta ciò che noi non sappiamo raccontare o comprendere perché, venendo a noi, tutela il nostro mistero, il nostro segreto e il nostro stupore. La Parola, quando arriva nel nostro cuore, non viene a spiegare una lezione, ma quando prende possesso dei nostri sentimenti e del nostro cuore, ci fa memoria che ciò che saremo non è stato ancora rivelato, per cui non ci conclude come argomento di conoscenza, ma tiene aperto in noi il divenire e ciò che saremo, di cui ancora non vediamo, non sappiamo e non conosciamo. La Parola ci ricorda che noi non siamo un argomento chiuso, ma quando conquista il nostro cuore tiene aperto lo stupore e il mistero di ciò che saremo. Quando siamo davanti alla Parola, che è Dio stesso, siamo nudi perché quando la Parola arriva a noi, arriva con la forza dell’eden primordiale e, quando ci conquista, non siamo più infagottati nel perizoma di Adamo del dopo, ma siamo ancora nel nudo dell’origine, del prima, dell’inizio, cioè siamo relazione innamorata con il nostro Dio, senza la sovrastruttura del vestito che ci creano la vita, la modalità, la società, la paura e la cultura. La Parola vuole uomini e donne nudi, perché Dio li vuole rivestire con la luce e l’eleganza del suo cuore.
Quando uso la Parola come ideologia, la tradisco, perché la Parola non si presta a nessuna campagna elettorale. La Parola non ci mette a nudo per imbarazzarci, ma ci mette a nudo per portarci all’origine perché vuole che noi, nella forza di Dio, possiamo cominciare sempre il sogno primordiale, l’ascolto, l’incontro e lo stupore con il nostro Dio.   
   

Vangelo      Mc 10,1 7-30

Oggi sono pochi coloro che fanno una domanda così precisa: “Maestro che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. È una domanda scomparsa dalle nostre comunità in cui si parla più frequentemente di urgenze sociali, di diritti dell’uomo, di benessere delle persone, di fare spirito di corpo. Eppure Gesù ha detto: “Che cosa serve ad un uomo guadagnare il mondo se poi perde la sua anima?”. Anche molti cristiani hanno tolto la priorità della vita eterna e stanno investendo nella vita non eterna, invece questa persona dimostra di avere una sete, un desiderio di eternità. Era una brava persona perché osservava i comandamenti, infatti Gesù non lo smentisce, ma lo guarda, lo fissa e lo ama; aveva una tensione verso la santità, l’eternità e la profondità, ma gli mancava una cosa, quella che Gesù lo invita a fare: “Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro, poi viene e seguimi”. Gesù non sta parlando dei beni materiali, perché la cosa più difficile da vendere è noi stessi. Vendere le cose è relativamente facile, ma vendere se stessi a Gesù e per Gesù è un’impresa molto difficile. Santa Teresa d’Avila nella sua vita scrive che perse molti anni perché amava chiacchierare con la gente, amava la cultura.
Che cosa vuol dire vendere noi stessi? Vuol dire lasciarci afferrare e imprigionare da Gesù ed arrivare a dire quello che disse Paolo: “Io, il prigioniero del Signore”. Vendere se stessi vuol dire vendere la propria faccia, la propria stima, la propria onorabilità, ma quando ci si vende a Gesù cominciano i problemi. Finché non perderemo la faccia per Gesù, non potremo dire di amarlo. Gesù voleva da questo uomo che passasse dall’osservanza dei comandamenti alla vendita di se stesso per il Signore e che diventasse un segno vivo della passione per il Signore. Spesso abbiamo con Gesù un rapporto part time, precario e, quando Gesù ci comanda tutto e vuole essere sempre con noi, accampiamo i nostri diritti. La santità l’innamoramento sono questo: vendere se stessi. Quando venderemo noi stessi, non saremo compresi da chi non si vende, ma avremo in noi una gioia, una felicità interiori perché ci sentiremo veramente di Gesù.
Questo giovane è migliore di san Pietro perché non domanda il contraccambio, ma vuole fermarsi ad essere osservante.
Quando ci si vende per Gesù, la prima grazia è che non si è dei venduti degli uomini e la seconda è che si appartiene totalmente a lui, allora lui comincerà ad operare in noi le sue meraviglie, ma l’atto di vendersi è solo nostro e non ci si può vendere per delega.   


Prima Lettura           Sap 7, 7-11

La lettura di questa domenica esalta la virtù della sapienza, paragonandola ad una gemma inestimabile e ad un tesoro, il più grande che Dio può dare alle sue creature. La sapienza, che nella teologia cattolica è il primo dei sette doni dello Spirito santo, è quel dono, quella manifestazione di Dio ad un’anima, perché possa veramente gustare, insaporire, capire in profondità la realtà. La realtà che ci circonda, la realtà di Dio, la realtà dell’oltre non può essere colta dai sensi umani, ma deve essere vista, contemplata, amata, compresa da questa sapienza che viene dall’alto. Essa è l’emanazione dell’infinita sapienza di Dio e una compartecipazione come creature al suo modo di vedere, di leggere, di capire la realtà. Ecco perché lo scrittore, quasi in maniera audace ed esagerata, dice che ha amato la sapienza più della salute e della bellezza e che ha preferito avere lei piuttosto che la luce, perché la luce che viene dalla sapienza, non tramonta. La sapienza genera i sapienti che sono gli uomini e le donne di Dio che si lasciano plasmare, riempire, che si lasciano veramente impregnare da questa luce, da questa forza, da questa grazia che viene dall’alto.
Oggi in un mondo di insipienti, che sono tutti coloro che leggono, che vivono, che toccano la realtà in maniera insufficiente e restrittiva propria della visuale ristretta dell’uomo, la sapienza è quella grazia gratuita e misteriosa che, generando i sapienti che sono figli di Dio e della sua sapienza, rendono la storia, la vita e il cammino dell’uomo pregnanti di una presenza e di una profondità. Infatti la realtà che ci circonda e la stessa creazione che Dio ci dona non si fermano all’esterno, ma esigono una introspezione e una profondità di lettura per ritrovare ancora di più la nostra identità di creature amate e generate da questa sapienza divina che genera verità e certezze e sconfigge opinioni insipienti che rendono fragile ogni appartenenza e ogni entusiasmo nell’amore e in Dio.      


Seconda Lettura    Eb 4,1 2-13

La seconda lettura, tratta dalla lettera agli Ebrei, ci presenta l’identità della Parola di Dio. Lo scrittore racconta della Parola alcune operazioni, alcune identificazioni. La Parola di Dio è viva, efficace, più tagliente di ogni spada a doppio taglio e penetra al punto di divisione dell’anima e dello spirito, discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Diventare ascoltatori della Parola significa diventarne interlocutori. La Parola di Dio, rivelata e donata a noi nelle modalità umane della trasmissione umana dello scrivere, contiene una ricchezza e una grazia propria che aiutano veramente a scoprire quel mistero profondo che c’è in ciascuno di noi e che è il cuore con i suoi sentimenti e i suoi pensieri. La Parola mette a nudo tutto ciò che raggiunge, non per umiliare, ma per riportare all’origine, all’essenzialità, alla verità e alla ricchezza della nostra vita in Dio.
Quando noi accogliamo, ospitiamo, facciamo casa nella nostra vita alla Parola, inizia in noi un moto di conversione che la Parola produce in coloro che l’accolgono con l’umiltà dei discepoli e con lo stupore degli innamorati. Un grande mistico orientale, san Serafino, diceva: “Quando io mi converto, porto la pace a tantissimi uomini nel mondo”. La conversione è questo parto della Parola che entra nella vita di ognuno di noi per riportarla alla splendida dimensione del principio e dell’origine di ciascuna storia in Dio.
 

Vangelo      Mc 10,1 7-30

Il vangelo ci mostra un tale, di cui non si dice il nome, che chiede a Gesù che cosa doveva fare per avere in eredità la vita eterna. Quante volte noi cosifichiamo la fede, l’esperienza religiosa e la rendiamo quasi un adempimento, un qualcosa da dare, un qualcosa da operare! Quante volte riduciamo la fede ad una pratica, invece la vita eterna e la pienezza di gioia di Dio non sono legate ad un fare, ma ad un essere. Il cardinale Scola nella lettera pastorale alla Diocesi ha scritto recentemente: “Non è più il tempo della militanza, ma è il tempo della testimonianza” cioè non è più il tempo di generare strutturazione o schiere, ma è il tempo provvidenziale in cui ciascuno di noi, quando è riempito della sapienza di Dio, può anticipare nel mondo dell’immanente, del transitorio, la dimensione eterna ed affascinante dell’amore in Dio e per Dio.
Quando quel tale dice a Gesù che era osservante e praticante, Lui, amandolo e guardandolo negli occhi, perché la relazione di Gesù è sempre una relazione di nome, di volto, di sguardo e di occhi, gli dice: “Una sola cosa ti manca: va’ vendi quello che hai e dallo ai poveri”. Che cosa devo vendere per diventare testimone dell’eternità e della pienezza in Dio? Devo vendere me stesso con tutte le sue assolutizzazioni, con tutte le sue certezze, con tutte le sue arroganze, al punto tale che molte volte l’arroganza di noi stessi pretende anche di uniformare Dio alla nostra misura. Siamo troppo ricchi di noi stessi, ricchi delle nostre certezze, ricchi delle nostre scoperte, legati alle nostre asserzioni che sono più infallibili dell’infallibilità di Dio. Quando vendo me stesso, quando sono capace di farlo, divento un collaboratore docile di Dio e della sua presenza, quando vendo me stesso e vendo ciò che ritengo indispensabile ai poveri, cioè condivido con gli altri la mia sete di Dio e la mia ricerca, allora comincio ad entrare e a percepire il soffio, il fascino e il bacio dell’eternità. Dio non si raggiunge facendo qualcosa, Dio e il grembo eterno di Dio ci vengono donati vendendo la nostra arrogante certezza di creature per lasciarci abbracciare e portare nel grembo di Dio con l’amore del Creatore. Questa è la vita eterna, questa è l’unica, vera e grande ricchezza.
Edith Stein diceva in una dei suoi tanti scritti: Non possiamo pretendere di avere diritti sul cuore di Dio fintanto che non lasceremo pieno diritto a Dio del nostro cuore”. Ecco la vera ricchezza, la vera porta che conduce l’anima a gustare e a dimorare in Dio.       


Prima Lettura           Sap 7, 7-11

Il libro della Sapienza fa parte dei libri sapienziali, deuterocanonici, che i padri della Chiesa utilizzarono fin dal II secolo. È diviso in 19 capitoli e i temi principali sono: il ruolo della Sapienza nel destino dell’uomo e della sorte dei giusti e degli empi durante e dopo la vita (capp. 1-5); origine e natura della Sapienza e modi per ottenerla (capp 6-9); opera della Sapienza e di Dio nel popolo eletto (capp. lO-19). Il libro, scritto in greco, venne attribuito a Salomone, in quanto simbolo della Sapienza d’Israele, anche se è molto più probabile che l’autore fosse un ebreo ellenizzato, cioè un individuo che, pur avendo una grande fede nel Dio dei padri, aveva avuto contatti con la cultura greca, poiché viveva ad Alessandria d’Egitto dove era avvenuta una grossa diaspora ebraica. È interessante trovare in questo libro un’idea estranea al pensiero biblico, l’idea di risurrezione, che viene spiritualizzata per conciliarsi con la filosofia greca e per accordarsi con la dottrina biblica sull’immortalità.
Il brano di questa Domenica inizia con un verbo (pregai), riferito ad un soggetto sottinteso, che è il re Salomone, figlio di Davide, simbolo della sapienza biblica.
Questo soggetto che domanda la sapienza siamo ciascuno di noi, ed è bello vedere come questa sapienza nel Nuovo Testamento diventerà una persona: Gesù, la sapienza increata del Padre, la sapienza incarnata che sconvolge la sapienza del mondo: ciò che era stolto agli occhi degli uomini è diventato sapiente agli occhi di Dio, dice Paolo; e ancora Matteo e Luca: “Ti benedico, Padre,signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti”. Quello che è bellissimo è che la sapienza è considerata un frutto della preghiera. Che cos’è la preghiera? Ci sono mille definizioni della preghiera, ma una molto bella, propria dei monaci, dice che la preghiera è quella grazia che ti rigenera ogni giorno il cuore, il volto e la vita. Il volto perché tu abbia le caratteristiche divine, il cuore perché tu ami secondo il cuore di Dio, la vita perché diventi luogo dove doni questo. La preghiera, la vera preghiera, è sottoporsi tutti i giorni al maquillage di Dio, lasciarsi plasmare, rigenerare, inondare, abbellire dall’amore di Dio.
In questa parola si dice che, prima della sapienza, viene elargita a Salomone la prudenza. Essa non va confusa con l’equilibrio, il savoir faire, la prudenza nella vita spirituale è quel grembo che genera la sapienza ed è quell’atteggiamento nel quale l’amore diventa delicatezza e capolavoro di carezza, la prudenza è quel saper colorare e donare la verità nell’amore. La verità di Dio si deve dire e mai smentire, ma la prudenza ci aiuta a fare una modalità d’amore nel dono.
Chissà quante volte per la nostra imprudenza, la nostra intempestività, nella nostra vita abbiamo procurato dei danni per la nostra non capacità di attendere, di rendere l’amore silenzioso come un fruscio e questo si impara alla scuola di Dio. Saper colorare sempre l’amore di prudenza che è il dosare gli interventi della verità, il saperli dare.
La sapienza da che cosa nasce? Non nasce da essere praticoni, non nasce dalle nostre esperienza, la sapienza celeste che dà sapore alla nostra anima, alla nostra vita, al nostro cammino, non è altro che la conseguenza di una permanenza e di una familiarità rispettosa con Dio. La sapienza nasce dall’intimità con Dio, dall’essere suoi familiari, ma non familiari arroganti, sentendoci di casa. La sapienza viene donata ad un uomo che tutti i giorni sta con Dio, che tutti i giorni cerca Dio, che fa della sua giornata una continua familiarità d’amore con Dio.
La preghiera sia breve e frequente, le famose giaculatorie, per tener viva l’intensità e il desiderio della sapienza. Quando si è con la sapienza di Dio manifestata in Gesù, allora tutto il resto: oro, argento, scettro, potere passa in secondo piano.
Quando con lo Spirito santo Dio ci concede il dono della sapienza, che è il sapore di Dio nella nostra vita, il primo frutto è la nostra imperturbabilità di fronte al vociare dell’uomo e alla cronaca dell’uomo, a quello che l’uomo può dire di noi, allora si diventa imperturbabili perché si è entrati nella pace di Dio.


Seconda Lettura    Eb 4,1 2-13

In questo piccolo brano della lettera agli Ebrei c’è la carta d’identità della Parola, la sua identità missionaria, il suo dinamismo, la sua potenza. La Parola di Dio ha cinque caratteristiche: prima di tutto è viva, poi è efficace, cioè compie quello che dice, è più tagliente di una spada a doppio taglio, penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito e scruta i pensieri e i sentimenti del cuore.
Solamente la parola arriva alla persona totale. Nel nostro mistero di persone c’è una parte che non raggiungiamo mai, che nel linguaggio spirituale è questo punto di divisione. La parola penetra perché è una spada d’amore che vuole raggiungere la profondità di ciascuno di noi. Senza la parola di Dio, il primo frutto amaro è la riduzione antropologica dell’uomo, senza la parola di Dio la dimensione pneumatologica non viene presa in considerazione e viene barattata con la dimensione religiosa taroccata che gioca su un sentimento religioso della persona che non porta a nulla, perché quel religioso diventa auto gratificazione, ma non è un venire a contatto con la rivelazione.
Il religioso taroccato che non nasce dalla parola è un religioso che ci tradisce perché stimola la nostra sensorialità sensibile e lascia vuota la nostra profondità, dove lo Spirito vorrebbe costruire la novità di Dio.
Perciò la parola di Dio, quando la accogliamo, diventa una grazia penetrante e il primo dono che essa fa a chi la accosta con fede è la nudità ( ma tutto è nudo e scoperto agli occhi), cioè la parola ci fa riscoprire la nostra nudità gloriosa, mentre il mondo ci dona l’aggressione alla nostra nudità vergognosa. Il mondo tabuizza le nostre nudità, la parola le spoglia. La nudità gloriosa è la nudità del principio, quando Dio ci ha creati liberi da tutti i condizionamenti psichici, storici, educativi della nostra vita. La parola, quando è accolta nello Spirito, ci riporta ad una nudità gloriosa per farci ricordare da dove siamo venuti, chi ci ha creato, dove abbiamo avuto principio e dove dobbiamo andare.
Che cosa sarà la vita beata del paradiso? Sarà improvvisamente trovarci senza condizionamenti storici, psichici per vivere questa nudità gloriosa con Dio. Perciò la parola è la psicologia di Dio è la pedagogia di Dio è la grazia di Dio al mistero dell’uomo che oggi viene ridotto come centro di bisogni. L’uomo è ammalato perché la parola di Dio rimane troppo sigillata e non viene donata come guarigione e come vita. La parola non è un moralismo, un buonismo, una esortazione a fare del bene, ma la parola è viva, efficace e tagliente perché, tagliando, rifà i confini chiari e netti della verità e dell’errore, della luce e delle tenebre, e dice a ciascuno di assumere una parte.
Un cattolico che non ha la frequentazione quotidiana alla parola di Dio e all’eucaristia rimarrà sempre un nano o uno che va in cerca di religioso.
Vangelo      Mc 10,1 7-30

È un brano densissimo di idee. La stessa parabola è presente anche in Matteo, ed è detta impropriamente la parabola del giovane ricco, perché della persona che interpella Gesù non si conoscono né il nome né l’età.
Potremmo applicare questo brano in maniera immediata ai religiosi, a coloro che vendono tutto per essere di Gesù, anche questa è una lettura buona, ma riduttiva.
Innanzitutto Marco ci dice che non basta essere buoni. Questo tale, che è ciascuno di noi, si inginocchia davanti a Gesù, fermandolo lungo la strada, in un luogo profano, e gli fa una grande domanda: che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?
Gesù si mette al suo livello e gli dice di osservare i comandamenti. Marco cita solo i comandamenti orizzontali perché è scontato che quando si incontra l’uomo con amore, si incontra Dio. Quel giovane disse che li aveva sempre osservati. Era un uomo buono, bravo, devoto, ma ciò non basta. Gesù, fissandolo e amandolo, gli dice che gli mancava una cosa: essere discepolo. Tutti possono essere buoni, anche quelli che non vanno in chiesa possono avere una bontà umana e un impegno umano che ci fanno alle volte arrossire, ma non basta la bontà, Gesù vuole trasformare quel tale e anche noi in discepoli. “Va’ vendi quello che hai” a Gesù non interessano le nostre cose, gli interessiamo noi. Vendere significa vendere se stessi, ed è la grazia più preziosa e la risposta più impegnativa che possiamo dare. Vendere se stessi vuol dire non fare di se stessi la misura di tutte le cose, non  fare di se stessi la misura di Dio, non fare di se stessi il centro dell’universo.
Chi è il discepolo? È quello che vende l’intelligenza, la ragione, la sensibilità, la bravura, il benessere, li mette sotto i piedi e fa della relazione con Dio non più un’osservanza, ma un amore.
Il vangelo di Gesù non è un’osservanza, ma è un seguire Lui che non ti dice dove va che non ha strutture, ma che ti porta alla libertà di Dio. Vendersi vuol dire quotidianamente destrutturarsi, lasciarsi destrutturare dalla potenza della parola per rimanere liberi come discepoli.
Gli apostoli si spaventano quando assistono alla scena, perché si chiedono chi si possa salvare, se non vi è più l’osservanza che ci apre il paradiso. Gesù dice che la salvezza è un affare totale di Dio.
Tutto è possibile a Dio.
Quando non sei libero e discepolo hai due gobbe nella vita, come i discepoli, la gobba della nostra strutturazione e della nostra rassicurazione artificiosa che ci costruiamo. Quando noi siamo strutturati dobbiamo anche rassicurarci e ci rassicuriamo moltiplicando meccanismi di sicurezza e tutelativi che sono ripetitivi, maniacali. A queste persone è difficile che passi questo vangelo, ecco perché è più facile essere religiosi che discepoli.
Il Signore ci chiede di trasformarci da buoni a discepoli, vendendo se stessi nella destrutturazione propria di Gesù. Gesù è morto perché ha destrutturato il tempio, la classe sacerdotale, la torah, perché in Gesù è finita la religione ed è cominciato l’amore.
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