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11 agosto 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 11 Agosto 2019
XIX Domenica Tempo Ordinario Anno C

La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono


Prima Lettura        Sap 18,3.6-9

La prima lettura è tratta dal libro della Sapienza, un prodotto del giudaismo di Alessandria d’Egitto, scritto in greco e non in ebraico per cui non lo troviamo nel canone ebraico delle Scritture. L’autore in questo brano ricorda l’evento della liberazione dell’esodo e come il Signore guidava nel viaggio sconosciuto il suo popolo con una colonna di fuoco e ancora lo scrittore proclama come Dio, fedele al suo popolo, appianò la strada del suo popolo che avrebbe intonato a Dio i canti di lode dei padri. È sempre molto belle vedere come nel cuore della fede d’Israele ci sia l’evento dell’esodo e come questo popolo, quando vuole citare la potenza di Dio e la sua azione in loro favore, citi sempre un evento storico, perché per Israele la presenza di Dio si è manifestata nella sua storia, nel suo emigrare, nel suo cammino in quella grande notte della liberazione.
Anche oggi la Parola di Dio ricade sul nostro tempo in cui forse non ci sentiamo più persone da liberare, in cui magari tutti noi ci sentiamo contenti e sistemati nelle nostre soluzioni esistenziali, eppure la Parola, che non è archeologia, ma è potenza di Dio ed è viva ed efficace ci ricorda che Dio è sempre il liberatore, che Dio ci guida sempre in un viaggio sconosciuto e in un glorioso emigrare: ricevere dal Signore il dono di una liberazione interiore per restare sempre aperti alla grazia di un cammino che la potenza di Dio fa fare alla nostra vita quando ci fa passare dalle nostre sicurezze e da certezze assodate al mistero del futuro e alla difficoltà del cammino. Dio libera ciascuno di noi così, egli non vuole che facciamo del nostro egitto e delle nostre sistemazioni apparentemente logiche il nostro dio, non vuole che ci facciamo imprigionare da abitudini del cuore e della mente che vogliono risparmiarci la fatica di un cammino e il desiderio di un arrivare ad una patria libera e ad una luce che ci guiderà ancora nella vita. Siamo noi questo popolo che attende ancora oggi una liberazione e una guida nella nostra vita e nei nostri giorni.
Oggi la liberazione di Dio è urgente nei nostri cuori e nel nostro esistere perché molte volte il nostro cuore, la nostra vita sono assaliti da un’immagine fallace di libertà che ci impedisce di camminare e di lasciarci liberare dal Signore. Qual è la libertà più grande che oggi Dio promette a noi? Non è più una libertà da una struttura o da un sovrano arroganti, ma la libertà che oggi il Signore promette a chi crede alla sua Parola è la libertà da se stessi. Il nostro io, infatti, quando è senza Dio diventa il nuovo tiranno della nostra vita e il nuovo ostacolo per la libertà. Come fa Dio a liberare il nostro io? Lo libera riempiendolo di luce e di fuoco dello Spirito, perché il nostro io relativizzato nel suo amore non sia più un assoluto che impedisce un cammino, ma sia invece una docilità che ci apre ad un cammino. Essere liberi nel nostro io è essere veramente persone capaci di accogliere l’io degli altri e il cuore degli altri, essere liberi dal nostro io è fare un’autentica esperienza di Dio, in cui Egli non viene più raccolto e messo nell’involucro delle nostre sensazioni, ma viene accolto nella libertà che dà a noi stessi quando ci apriamo completamente al suo passaggio e alla sua liberazione. Entrare nella grazia della Parola e nella grazia di Dio è un glorioso emigrare, è un glorioso cammino dove nulla di assoluto ci trattiene, perché l’unico assoluto sono l’amore di Dio e la sua luce. Quando il nostro io è liberato da questo amore veramente cominciamo a bere la vera libertà.
      

Seconda lettura           Eb 11,1-2.8-19

Nella seconda lettura, tratta dalla lettera agli Ebrei e chiamata anche elogio degli antenati, l’autore cita parecchi nomi: Abramo, Isacco, Giacobbe, Sara, personaggi della Scrittura che hanno fatto una vera esperienza della potenza di Dio. È bello vedere in questo brano uomini e donne, non libri o tesi, che ci raccontano Dio con la loro vita. I grandi nomi di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Sara, i nomi di questa famiglia visitata da Dio e resa feconda sono la prova più grande che Dio entra nel nome, nella vita e nella storia di ciascuno di noi. Oggi certamente essi sono persone lontanissime dalla nostra vita e dalla nostra cultura, perché sono persone collocate in altre culture, in altri momenti eppure ancora oggi la chiesa nella sua Parola fa leggere i nomi di queste persone che attendevano un’altra città. Abramo pensava che Dio fosse capace di far risorgere dai morti e per questo riebbe Isacco come simbolo. Quando ci si lascia catturare da Dio, la propria vita diventa un’audacia, una profezia, una diversità che fa discutere il piattismo di una maggioranza che tiene Dio ai margini della propria vita e che ne discute solamente come un argomento di ragione, mentre per Abramo, Isacco, Giacobbe e Sara Dio è stato un passaggio nella vita, Dio è stato un’esperienza che li ha toccati, che li ha cambiati, che li ha liberati, che li ha resi certi che Dio non mente e che non tradisce le promesse fatte ai suoi figli, al punto che Abramo ebbe la capacità in Dio di liberarsi dall’assolutizzazione di Isacco e di renderlo da dio a dono, perché Dio era capace di far risorgere anche dai morti.
Anche nella nostra vita, forse, Dio ci fa crescere quando ci toglie qualcosa. È molto difficile accettarlo perché, quando ci viene tolto qualcosa di cui pensavamo di avere diritto di possesso, il nostro cuore e la nostra anima si ribellano alla mancanza di quello che ritenevamo indispensabile e di diritto, eppure Dio, quando toglie qualcosa alla nostra vita, lo fa unicamente per farci respirare ancora di più una promessa e una libertà.
Oggi questo brano della lettera agli Ebrei ci ha mostrato nomi di persone che hanno fatto questa esperienza, che hanno vissuto questa storia, che hanno captato l’invisibile nel visibile, che hanno reso il loro cuore docile e hanno permesso a Dio di liberare in loro la vera libertà.  


Vangelo    Lc 12,32-48

Il brano di Luca tratta il tema della vigilanza. L’evangelista inizia con un’esortazione messa in bocca a Gesù: “Non temete, piccolo gregge, perché al padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno. Vendete ciò che avete, datelo in elemosina, fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli perché dove è il vostro tesoro là sarà anche il vostro cuore”. Gesù oggi ci obbliga a cercare il nostro cuore, perché dov’è il nostro cuore lì c’è anche il nostro tesoro. Dove c’è il tesoro della tignola, lì c’è la delusione e l’abbandono, allora al discepolo che accoglie questa Parola Gesù vuole donare la libertà della vigilanza. Cos’è la vigilanza? Non è l’attesa spasmodica della fine del mondo o del ritorno glorioso di Gesù, ma è la lettura sapienziale della vita in cui tutto viene letto e colto nella libertà del cuore. Ecco perché il servo vigilante è un servo che è capace di aprire subito allo sposo che torna dalle nozze. Il servo vigilante è colui che è sempre sveglio, che non si è lasciato narcotizzare dalle dinamiche di una vita che tende ad intorpidire il cuore, il desiderio e l’attesa. Perché quando non c’è più l’attesa di Dio, quando in un cuore non c’è più la certezza che egli ritornerà, quando ciascuno di noi pensa di essere il tutto e il solo della vita, quella vita stessa diventa una prova per altri, perché quando non si aspetta più colui che è eterno e fedele si cominciano ad usare i verbi dell’arroganza e della superficialità: percuotere, mangiare, bere, ubriacarsi.   
Quando non si aspetta più l’eterno, l’onnipotente e il celeste, si mette al centro della propria storia se stessi e si vive la propria vita come arroganza, evasione e insignificanza.
Allora per Luca la vigilanza del discepolo è proprio questa attesa d’amore, questa nostalgia d’amore, questo desiderio d’amore dello sposo che verrà non nella mia ora, ma nella sua ora e sarà solamente l’ora dell’amore e della mietitura nell’amore.
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