11 aprile 2021 - Sito Sultabor

Vai ai contenuti

Menu principale:

11 aprile 2021

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 11 Aprile 2021
Domenica II di Pasqua


Domenica della Divina Misericordia


Prima Lettura     At 4,32-35


Il concetto fondamentale degli Atti è la forza della risurrezione di Cristo che prima agisce a Gerusalemme e poi, dopo la lapidazione di Stefano, nella prima diaspora in Samaria; quindi,con Paolo, iniziano i primi viaggi missionari e gli Atti si concludono a Roma quando la Parola del Vangelo giunge al centro della storia di allora. Luca ha molto cara l’idea di questo dinamismo geografico tutto spirituale.
Questo brano ci parla della prima comunità cristiana che era contrassegnata dalla comunione dei beni. Oggi, solo le comunità dei religiosi o di qualche movimento, vivono la comunione dei beni di cui ci parla la Parola. Allora che cosa vuole dire a noi, che non abbiamo venduto i nostri possedimenti, questo brano? La comunità di Gerusalemme era una moltitudine, dice Luca, probabilmente qualche centinaio di credenti che si erano aggregati a Pentecoste, aumentava giorno dopo giorno ed era caratterizzata dal fatto che tutti avevano un cuore solo e un’anima sola. Che cosa significa avere un cuore solo e un’anima sola? Nella chiesa di Gesù ciò avverrà quando ognuno di noi sarà rispettato nel suo cuore e nella sua anima, senza pretese di clonazione, di massificazione o di uniformità dei cuori, perché la comunione di un cuore solo e di un’anima sola nella comunità di Gesù avviene nella gioia, nel rispetto e nell’armonia di ogni diversità e di ogni creatività. Se nella chiesa anche un solo cuore e una sola anima non venissero accolti, sarebbe già il fallimento della comunità di Gesù, perché essa è una comunità dove si respira la profonda unione nella profonda libertà. Allora oggi le nostre comunità avrebbero una grande possibilità evangelizzatrice se potessero investire nell’accoglienza, non solo di marocchini o di extracomunitari, ma nell’accoglienza di persone normali che hanno qualche difficoltà. Accogliere i cuori, ascoltare i cuori, perché la comunità di Gesù, la chiesa, è quella comunità nella quale ciascun cuore viene accolto, amato, difeso, tutelato nella sua unicità inspiegabile.
Gesù è dentro di noi e ciò che Lui compie nei cuori non è visibile all’esterno, allora oggi le comunità non devono più vendere le case e i campi, ma devono vendere soprattutto l’assolutizzazione delle modalità pastorali erette a dio. Non possiamo fare della comunità una discriminazione dei cuori e delle anime in nome di modalità dogmatizzate ad assolute; le modalità generano orari, punti di vista o altre cose relative. Una comunità di Gesù che fa della modalità un dogma, ha già perso i cuori e le anime, le rimangono solo gli avvisi parrocchiali per i fantasmi.
Un cuore solo e un’anima sola si generano quando non assolutizziamo il nostro punto di vista, il nostro modo di pensare, di essere, di fare, ma lo relativizziamo, sapendo che lo Spirito santo non è né monocolore né monovoce né mono modalità, anzi dove c’è la ricchezza dello Spirito c’è creatività. A questo riguardo san Benedetto invitava l’abate che doveva prendere una decisione importante ad ascoltare sia il monaco più anziano sia quello più giovane, come portatori entrambi di una luce.
Ecco il cuore solo e l’anima sola che non sono i potentati di alcuni che filtrano con la loro sensibilità o con la loro spiritualità, seppur buonissime santissime, l’insieme. I cuori e le anime diventeranno un cuor solo e un’anima sola quando saranno accolti nella profezia del loro essere cuore e anima e non nell’asfissia di una modalità. Oggi le modalità e le normatività erette a sistema allontanano la gente che cerca un grembo di amore, di accoglienza, di ascolto.
È più facile massificare e dire: tutti insieme appassionatamente, ma è molto più carismatico ed è molto più secondo Dio dire: tutti insieme diversamente. Allora le chiese diventerebbero quel grembo profetico e quelle comunità appetibili dove ciascuno di noi sa che il suo cuore e la sua anima non viene censurato o scomunicato, ma viene letto in una lettura profonda e valoriale della propria profondità d’amore, in quanto Gesù opera dentro di noi.
I punti di vista, le modalità, le normatività, come le case e i campi, vanno messe ai piedi degli apostoli, cioè ce ne dobbiamo servire, non li dobbiamo servire. Una comunità dove c’è questo respiro d’amore, dove ogni sensibilità e ogni diversità vengono accolte, è veramente la comunità di Gesù. Gesù insiste molto su questo punto perché Lui ha avuto la prima comunità di apostoli ed erano tutti diversi, non andavano sempre d’accordo tra di loro, litigavano per chi aveva più potere, infatti c’era Giuda Iscariota, il cassiere che rubava i soldi dalla cassa, il mistico Giovanni, l’irruento ed emotivo Pietro, il carrierista Giacomo, l’incredulo Tommaso, eppure Gesù li ha tenuti insieme, li ha amati tutti, così com’erano.
Quando Gesù incontrava le persone, non parlava mai loro di modalità, ad eccezione del caso del lebbroso, mandato a farsi vedere dal sacerdote una volta guarito per essere riammesso nella società umana.
In tutti noi e per tutti noi lo Spirito ha sempre sorprese meravigliose.


Seconda lettura      1Gv. 5,1-6


La fede si sposa sempre con l’esperienza della preghiera. Potremmo dire che la preghiera, ogni volta che la compiamo nello Spirito santo, ci riporta sempre nel grembo di Dio perché è la rigenerazione della nostra vita, del nostro cuore, della nostra anima, della nostra fede nell’entrare e nell’uscire da questo grembo. Giovanni adopera il verbo generato: “Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio”. La fede senza la preghiera diventa opinione, teologia e punto di vista disciplinare. La crisi della fede si vince con il diventare santi, con l’obbedienza, con il rientrare nel grembo di Dio per portare gli altri a riposare nelle viscere di misericordia del nostro Dio, perché Dio ragiona di pancia, non di testa. Quando ci lasciamo catturare dalla grazia della preghiera, diamo gioia a Dio di sentirsi perennemente gravido di noi.
Quando la preghiera accompagna la fede, allora la fede diventa la narrazione dell’amore di Dio, non un racconto freddo e arido di una conoscenza teologica ed è questa fede che vince il mondo, è questa fede che fa affermare che i suoi comandamenti non sono gravosi. I comandamenti non sono un elenco di norme, infatti per Giovanni il comandamento è uno solo: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”. I comandamenti sono la declinazione dell’amore. Oggi la gente è devastata dalle bugie sull’amore, la società odierna vive di bugie sul senso della vita, sull’amore, ma le bugie sulla vita generano le vittime della vita. Se alla gente parliamo della qualità dell’amore e della loro insoddisfazione sull’amore, perché manca la profezia intensa della Parola, allora vinciamo il mondo. La fede vince il mondo (che per Giovanni è tutto ciò che si struttura contro Cristo) noi vinciamo il mondo se siamo credenti, perché crediamo in Colui che ha detto: “Io ho vinto il mondo” e poi perché abbiamo un fascino e un carisma che il mondo non ha che possiamo usare con autorevolezza: il diritto e il dono di essere diversi. Se in un paese anche una sola persona è diversa e dona agli altri una diversità profetica, quella persona ha già rotto il fronte maggioritario di un esercito sbaragliato. Non è lo scontro razionale è la diversità esistenziale che provoca domande.
Se non vinciamo più il mondo è perché siamo diventati come lui. Spesso giochiamo a tenere i piedi in due staffe, e nella mediocrità il diavolo gongola perché ama molto la tolleranza e la non scelta.
Il mondo viene vinto dove c’è un cristiano autentico, dove c’è qualcuno che è innamorato di Gesù, e con umiltà, senza fare da maestro, è diverso.
Non salviamo il mondo se parliamo il suo linguaggio, Gesù lo ha salvato perché lo ha contestato ed è diventato diverso dal mondo per salvarlo. Ecco la vittoria sul mondo, la nostra diversità, il nostro declinare l’amore con la Parola di Dio. I comandamenti sono la lettura intelligente dell’inquietudine del cuore.
Tutto avviene nello Spirito perché esso dà testimonianza, in quanto è la verità.
Oggi la più grave eresia cristologica dei credenti è quella di illudersi di essere testimoni di Gesù essendo buoni e disponibili, ma questo non basta, prima c’è un argomento previo: essere innamorati di Lui.


Vangelo   Gv 20,19-31


È bello un particolare che ci riferisce Giovanni: la sera di quel giorno, il primo della settimana. Gesù ama sorprenderci, sballando l’orologio della nostra cronologia, perché egli ha l’orologio dell’amore. Quella sera, mentre gli apostoli erano delusi e paurosi, arriva Gesù. Che bello questo Gesù che passa a porte chiuse! Gesù non si ferma davanti a nessun ostacolo. Non possiamo forzare noi le porte chiuse dei cuori, faremmo uno scasso e rovineremmo la porta, senza riuscire ad entrare. È Gesù che passa attraverso le porte e le fa aprire, non noi, rovineremmo tutto. Dietro una porta chiusa c’è un cuore che aspetta Gesù, ma l’ora dell’incursione dell’amore di Gesù la stabilisce Lui. Gesù arriva, ha pazienza, è tenace.
Otto giorni dopo la prima visita, le porte sono ancora chiuse perché gli apostoli avevano paura dei giudei. Perché noi chiudiamo le porte? Ognuno di noi ha le sue paure e la paura è l’esasperazione cerebrale di un vuoto d’amore, allora noi chiudiamo le porte. Però il nostro Dio è bello perché passa attraverso di esse senza romperle.
A questi uomini così paurosi fa il dono del sacramento della Confessione: “Ricevete lo Spirito santo”. Il vero peccato è l’esasperazione strutturale della nostra testa quando vogliamo fare tutto da soli.
Giovanni dice che Gesù ha fatto tanti segni e tutti non sono stati scritti nel suo libro. C’è una bibbia attuale: è il nostro cuore dove i segni continuano, sono infiniti. Il guaio è che molte volte siamo analfabeti della calligrafia di Gesù nel nostro cuore, perché siamo monotematici in una lettura grammaticale della nostra testa.
La preghiera del cuore ci aiuta a scoprire anche oggi quello che Gesù sta scrivendo nel cuore di ciascuno di noi, perché i suoi segni non sono finiti.


Prima Lettura     At 4,32-35

Il libro degli Atti degli Apostoli, chiamato anche vangelo dello Spirito santo, è stato scritto dall’evangelista Luca e racconta le vicende, i sogni, le speranze della prima comunità ecclesiale. Con alcune pennellate sintetiche, ma molto profonde, l’evangelista ci mostra la vita di questa prima Chiesa, storicamente nata a Gerusalemme dove, dopo l’Ascensione e la discesa dello Spirito, i cristiani cominciarono a dare figura, vita ed immagine al sogno di Gesù. Infatti potremmo definire la Chiesa mistero profondo di Cristo e tentativo continuo di dare figura e realtà al sogno di Gesù.
Luca ci presenta una comunità che definisce moltitudine, infatti sappiamo dagli Atti che il primo successo apostolico, dopo l’evento di Gesù, fu il battesimo in un giorno solo di tremila persone che si aggregarono al numero dei Dodici. Certamente la comunità che Luca descrive era una comunità in crescita, una comunità approdata ad una spiaggia di profezia, di diversità e di alternativa. Coloro che erano diventati credenti professavano che Gesù era morto e risorto, era questa la fede della comunità apostolica. Questa comunità, dice Luca, aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra  loro tutto era comune: una comunità che vuole essere di Gesù è una comunità che nasce dal cuore di Dio, che nasce da un dono dello Spirito, una comunità che esperimenta Gesù in mezzo ad essa. Quando una comunità dimentica la sua radice, dimentica la priorità del cuore di Dio, quella comunità diventa solo un insieme di persone che necessitano della priorità organizzativa per stare insieme. Invece questa prima comunità metteva ogni cosa in comune. Se facciamo una lettura socialista della Parola, potremmo vedere qui espressa l’idea di una comune, certamente i primi credenti avevano un forte senso di appartenenza a questa comunità, ma oggi soprattutto nelle nostre comunità che formano il tessuto della chiesa deve essere presente e fortemente prioritario il cuore di Dio. Una comunità di Gesù è una comunità del cuore. Siccome in una comunità del cuore di Dio brilla ancora di più l’unicità e la differenza dei cuori, la chiesa ha come specifico, come dono carismatico dello Spirito, la capacità di accogliere, di valorizzare e di amare ogni cuore. Questo è il compito della Chiesa: essere un’oasi dove i cuori sono accolti per quello che sono per farli diventare, secondo il cuore di Dio, sua gloria e sua luce. La comunità, allora, è una comunità dove ogni unicità, ogni diversità, ogni complessità non viene esclusa, ma immessa nell’armonia della carità secondo lo Spirito.
I discepoli di Gesù sono lettori finissimi, attraverso lo Spirito, del cuore degli altri, questa è la comunione; e il cuore, cioè la dimensione interiore della persona, quando diventa un dono ed è accolto come dono, in quella comunità si compone un bellissimo mosaico dove ciascuno, con un colore diverso, con una forma diversa, compone l’insieme e l’armonia della Chiesa. Oggi, invece, vediamo che nelle nostre comunità c’è una sottolineatura e una priorità canonico-organizzativa e questo va a danno di una priorità al cuore. Nella nostra comunità di appartenenza dovremmo sentire il battito del cuore di Dio, quando non lo si percepisce, silenziosamente si emigra dalle proprie comunità, non perché le si disprezzi o perché non la si ami, ma perché si avverte che il proprio cuore ha bisogno di qualcosa che lì non c’è. Allora la comunità di appartenenza non è quella anagrafica territoriale, ma sempre di più diventa quella in cui si percepisce che il proprio cuore sta bene, dove si viene accolti con lo stile e con la finezza di Dio. Ecco perché oggi bisogna creare delle comunità del cuore in cui certamente l’aspetto organizzativo è presente, ma non è la priorità del colore.
Oggi la Parola ci insegna un’altra sapienza spirituale. “Nessuno era tra loro bisognoso perché quanti possedevano campi o case li vendevano e portavano il ricavato di quanto era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli” e poi veniva distribuito: quando si è dentro il cuore di Dio,  le proprie cose, non solo quelle materiali, ma anche le proprie strutture mentali, le proprie richieste interiori, vanno messe ai piedi; un uomo del cuore, un discepolo di Gesù, deve portare ai piedi ciò che non deve essere nel suo cuore: questa è la liberazione sapienziale dalle cose. Quando non si è nella serenità, vuol dire che le cose, le certezze, le appartenenze, le conquiste, le rabbie, le aggressività di cui tutti siamo pieni, non sono più ai nostri piedi, ma sono dentro il nostro cuore. Se esso è riempito di queste cose, non siamo credenti e non possiamo dare testimonianza con forza di Gesù e della sua risurrezione. La Parola ci dice che quando una persona è nel cuore di Dio, è dentro il cuore di Dio, gode di grande favore perché diventa profeta audace dell’interpretazione misericordiosa del cuore e il cuore è l’incrocio di Dio e l’uomo. Nel nostro cuore molte volte ci sono eventi, realtà, che non abbiamo né la forza né la possibilità di manifestare se il Signore, con la sua grazia, non vi entra e le consacra, le santifica, le valorizza.
Questa comunità del cuore è bellissima perché diventa subito una comunità affascinante. Molto spesso nelle nostre comunità si è solo utenti di un servizio, ma i drammi di un cuore non interessano a nessuno.
Le comunità hanno un cuore solo e un’anima sola se sono generate dal cuore di Dio. Tutto è centrato qui. Quando abbiamo il cuore di Dio e siamo nel cuore di Dio siamo capaci di distribuire secondo il bisogno, non secondo l’opportunità.
Nell’ultima riga vediamo una Chiesa ministeriale del cuore che non usa le persone, ma distribuisce secondo il bisogno, cioè secondo il desiderio di sentirsi amati con il cuore sapiente di Dio. Spesso il nostro cuore non ha bisogno di una risposta, ma di un’attenzione, di uno sguardo diverso, di una tenerezza diversa, di una misericordia diversa. Molti cuori si chiudono per colpa delle letture deficienti della gente, ma dentro rimane il disagio.
Allora la comunità del cuore di Dio è chiamata anche a guarire.    
       

Seconda lettura      1Gv. 5,1-6

Questa Parola mette al centro il simbolo della chiesa primitiva: “Chiunque crede che Gesù è il Cristo è stato generato da Dio”. Credere vuol dire essere generati dall’amore di Dio, dall’amore del Padre, e quando si è generati, si ama chi ti ha generato, il Padre, e chi è stato generato dal Padre, il Figlio, e nello Spirito fai verità di questo amore.
La Parola oggi afferma con forza che per vivere questa generazione continua di Dio c’è una sola dimensione che dobbiamo fare nostra: la preghiera. È nella preghiera che veniamo continuamente rigenerati. Quando un cristiano non vive questa vita di preghiera d’amore, presto sarà generato da qualcos’altro, non da Qualcuno. I cristiani generati dalle cose sono i cristiani che dimenticano la priorità dell’amore e mettono come priorità il fare, ma questi cristiani non vincono il mondo, perché i cristiani che fanno bene e con tempestività, sono riconosciuti come propri dal mondo. Per Giovanni il mondo sono quelle strutture che si oppongono apertamente  a Gesù, al vangelo e alla Parola. Il cristiano che vince il mondo è il cristiano generato da Dio e noi veniamo generati continuamente nella preghiera. La preghiera è il “liquido amniotico” del grembo di Dio. Dobbiamo nuotare come un pesce nella preghiera, come diceva san Giovanni Maria Vianney, perché se non abbiamo al centro della nostra vita la preghiera del cuore, dell’amore, noi non possiamo nemmeno osservare i comandamenti, perché essi non sono gravosi se vengono continuamente donati e vissuti nella dimensione della preghiera. La preghiera è l’insistenza di tornare sempre dal Padre, la preghiera è sedersi sulle ginocchia di Dio, la preghiera è cercare continuamente lo sguardo rassicurante di Dio, allora saremo generati continuamente e rigenerati dall’amore di Dio. È la preghiera che fa la differenza. È questa preghiera del cuore, la preghiera profonda, che ci immette nei tre cuori, quello del Generante, quello del Generato e quello dell’amore che ha generato, è questo circolo dell’amore che vince il mondo. Una persona che è immersa nella preghiera e attraverso la preghiera vive della grazia della rigenerazione divina, è una persona che vince il mondo perché ha dentro di sé e lo irradia il dono della pace.
Nella preghiera veniamo rigenerati dal liquido amniotico di Dio che è l’amore. Nell’amore veniamo colorati dall’acqua e dal sangue di Gesù, è in questa preghiera che riscopriamo che i comandamenti di Dio non sono gravosi perché sono parole d’amore della rigenerazione d’amore che Dio opera in noi. I comandamenti sono antipatici alla gente perché li abbiamo inchiodati ad un codice legale, invece sono i sussurri discreti dell’amore di Dio, e ci sono stati dati per la nostra gioia e la nostra felicità.
Il lavoro, le relazioni, gli impegni, le cose ci succhiano e ci rinsecchiscono. Quanta gente non ha più la linfa interna dell’amore! Attraverso la preghiera, che ci porta ad un’esperienza di fede, attraverso il grembo di Dio e attraverso i fiumi dell’amore di Gesù, acqua e sangue, possiamo sconfiggere il mondo perché diventiamo portatori di una pace che il mondo non ha e che non produce in nessun modo. Il vero cristiano, il vero discepolo ha un fascino interiore: se si è veramente generati da Dio il primo segno è che dove si va e con chi si sta si porta la pace di Dio.
I veri cristiani non sono mai angosciati, affannati, ma sono veramente riposati nell’amore. La preghiera è frenare improvvisamente, scendere dalla macchina della vita e fermarsi., altrimenti si diventa un meccanismo. Fermarsi nell’oasi dell’amore, riscoprire chi siamo, sentire che attraverso la preghiera del cuore, la preghiera del silenzio, della contemplazione, della grazia, dello Spirito, sentiamo che entra in noi una energia, volto della grazia, che rigenera la nostra stanchezza e ci ridona al mondo con il fascino dell’amore di Dio.
Quando non siamo capaci di fermarci, diventiamo nevrotici e senza accorgercene emettiamo ansia che distrugge le relazioni, gli sguardi d’amore.            


Vangelo   Gv 20,19-31

L’evangelista Giovanni ci presenta il vespero della Pasqua, ci parla della prima apparizione di Gesù agli apostoli, la prima comunità, e ci trasmette l’augurio di Gesù: “Pace a voi”. Giovanni sottolinea che gli Undici si trovano ancora con le porte chiuse in quel luogo in cui stanno vivendo il timore dei Giudei ed il trauma della morte di Gesù. Egli entra in mezzo a loro, a porte chiuse e mostra loro la sua icona d’amore: le mani e il costato.
Il primo particolare di questo brano è la paura: “La sera di quel giorno, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù”. Abbiamo paura perché molte volte ci stacchiamo dal cuore di Dio e precipitiamo nella mente, e la mente ci fa produrre paure, anche ipotetiche, oppure dalla mente ricadiamo nel nostro cuore, ma esso è piccolo e ci soffoca. Il nostro cuore molte volte è avvelenato di psichicità e non è parola attendibile per la nostra libertà. Allora di fronte alla paura si chiudono le porte, ci chiudiamo, e quando chiudiamo le porte non passa più il vento dello Spirito e dentro di noi c’è un’aria viziata, l’aria della paura. Quando abbiamo tanta paura, non viviamo. Gesù ci ricorda una cosa: la gente oggi non ha paura di morire, ma di soffrire, perché la gente oggi ha paura di vivere, allora vive una vita nella gasosità di una effervescenza di spumante perché ha paura di incontrare il volto della vera vita. Tutti oggi sono fuggitivi dalla vita, perché la vita fa paura.
Gesù entra attraverso le porte chiuse, perché Gesù non ha paura di noi e della nostra aria viziata, ma ci raggiunge la sera di quello stesso giorno, facendoci l’ultimo dono del suo amore: il sacramento del perdono, perché se non lo avesse donato in quella sera, la notte avrebbe inghiottito gli apostoli, come accadde a Giuda. L’unico antidoto alla paura è il perdono.
Perdonare significa avere il cuore libero, avendo trasferito tutte le nostre paure nel cuore di Dio. Finché teniamo nel cuore gli eventi traumatici del non perdono, le porte rimarranno chiuse, potremmo confessarci anche mille volte, ma non riceveremmo il perdono che guarisce. Questo avviene perché non vogliamo consegnare al cuore di Dio ciò che ci ha ferito e lo continuiamo ad esaminare con la mente, allora diventiamo Tommaso, l’ispettore di Dio.
La nostra tragedia è qui: abbiamo paura di vivere, abbiamo paura di tutto. Il perdono, per essere guarigione, deve entrare nell’incrocio della nostra paura, altrimenti essa non ci verrà tolta. Abbiamo paura di noi stessi, dei nostri sentimenti, dei nostri traumi, tanto è vero che è faticosissimo aprire il cuore, e allora ci rifugiamo, per paura di vivere, nella persona ispettiva, matematica e furba di Tommaso che fa della mente il suo dio, pensando che il dato ispettivo, ispezionato e visto dalla mente, ci dia la pace.    
stampa




 
Torna ai contenuti | Torna al menu