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11 novembre 2018

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 11 Novembre 2018
Domenica XXXII Tempo ordinario


Prima Lettura     1Re 17,10-16


In questa prima lettura primeggia la figura del profeta Elia, padre del profetismo, uomo incandescente dell’amore di Dio, uomo estremista ed estremo nella fedeltà a Dio. Il profeta Elia è cuore e fondamento di ogni profetismo. Quanto bisogno abbiamo oggi che i profeti si alzino e non vengano più a Zarepta di Sidone, quanto bisogno abbiamo dell’itineranza profetica nella nostra vita, nel nostro vissuto, nelle nostre città.
Il profeta arriva alla porta di quella città e vede e incontra una vedova che raccoglie legna. Quando un profeta arriva nel vissuto di una comunità o di una persona, evidenzia e si accorge subito alcune cose che mancano alla loro vita: manca l’appartenenza alla sponsalità di Dio, siamo tutti vedovi perché abbiamo sposato noi stessi, le nostre idee, le nostre passioni, le nostre attività, i nostri fremiti, il nostro scontato, il nostro apparente riuscito e facile, manca Dio come sposo e in quella città mancava tutto. Quando manca la sponsalità di Dio, manca veramente il colore e il calore della vita. Quando manca la sponsalità di Dio non c’è più vita, ma mera sopravvivenza.
In quella città Elia scopre un’altra cosa, c’è la fame, si è arrivati al fondo del barile. Nelle nostre città, nelle nostre storie c’è una fame misteriosa della Parola come echeggia il profeta Amos: “Verranno giorni in cui manderò nel paese una fame, non di pane, ma fame della Parola. Vagheranno, andranno da un mare all’altro, ma non la troveranno”. Il profeta quando passa nella nostra vita, si accorge di questa fame. C’è fame di un significato profondo, c’è fame di una ermeneutica profonda della vita, c’è fame di eternità, di infinito, di immenso, di immortale, di eterno. Nella città di Zarepta c’era la carestia e questa vedova stava consumando l’ultimo pasto. Nelle nostre città c’è una carestia d’amore: matrimoni che si infrangono, famiglie che si distruggono, vocazioni che si perdono, presbiteri di Dio che abbandonano, cristiani che lasciano. I profeti passano e i profeti affermano che Dio non farà morire di fame la sua gente. Quanto bisogno abbiamo oggi di presenze profetiche, la presenza massiva di funzionari ha rattristato la città, la presenza massiva di operatori umani di soluzioni di felicità ha sfiancato l’uomo, la presenza di persone semplicemente mediocri ha rabbuiato il sole della vita.
Devono alzarsi i profeti, devono andare a Zarepta. Dobbiamo incontrare il profeta, dobbiamo vivere la sua audacia profetica, dobbiamo mangiare con lui, dobbiamo credere alla sua fedeltà e alla fedeltà di Dio, perché i profeti sono icone e immagini vive della sua presenza.
Zarepta, la nostra città, è in attesa. Elia profeta, alzati e vieni!
 

Seconda lettura       Eb 9,24-28

La lettera agli Ebrei, che ci accompagna da parecchie domeniche, continua la riflessione sulla sacerdotalità di Gesù. Oggi lo scrittore ribadisce che Gesù non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per celebrare la liturgia della espiazione e dell’annullamento del peccato che Egli ha compiuto una volta per sempre nella liturgia sconvolgente della croce. È molto interessante quello che dice lo scrittore nelle prime due righe: “Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero (riferimento al tempio di Gerusalemme), ma nel cielo stesso”. Qui la Parola oggi vorrebbe ricordarci che tutto ciò che tenta di visibilizzare Dio, l’amore di Dio, la grazia di Dio è sempre tutto relativo, sono solamente piccole voci, piccole immagini che fanno parte della scena di questo mondo e che un domani, quando tutto sarà ricapitolato, saranno definitivamente annullate e lasciate. Che cosa ci insegna oggi questa Parola dove Gesù è proclamato sommo sacerdote del santuario del cielo? Ci insegna a saper sapientemente relativizzare e a non assolutizzare le mediazioni su di Lui. La sacerdotalità di Gesù del cielo è libera da ogni struttura visibilizzata umana che rappresenta il santuario vero, ma con lo scarto di una differenza e di un limite. Gesù ci insegna a vivere nella profonda libertà propria di Dio, la vita intima con Lui. Non sono le strutture che parlano in suo nome il punto di arrivo, non sono le strutturazioni visibili, giuridiche, liturgiche, dogmatiche, teologiche che sono l’assoluto di Dio, tutto ciò è sempre una parte della scena che appartiene a questo mondo. Ecco perché compartecipare alla sacerdotalità di Gesù è crescere in una libertà spirituale, interiore, dove il nostro rapporto con Dio, pur crescendo e facendo riferimento alla necessaria mediazione della chiesa come sacramento di salvezza, va oltre. Non sono le strutture che possono contenere il nostro cuore, non sono le strutturazioni e le mediazioni strutturali che riempiranno il nostro cuore, nulla che è mediato in nome suo può riempire di pienezza il nostro cuore. Gli stessi sacramenti, eventi di grazia, dove la sua presenza è vera e fedele, lasciano sempre quell’amaro in bocca della non pienezza e della non definitività. L’itineranza del nostro cammino ci porta veramente a vivere nella libertà destrutturante del cielo. Gesù celebra offre la sua offerta per la storia umana di peccato in questo santuario del cielo e da lì è viva in noi l’attesa del suo ritorno. La parusia finale di Cristo non è solamente un evento di giudizio e di differenziazione delle due schiere: eletti e dannati, non è nemmeno solamente il suo ritorno nella gloria, dove i nostri occhi saranno stupiti, ma la parusia sarà la definitiva vittoria di Dio sulle mediazioni che non possono sostituirsi all’infinita nostalgia per Dio.   


Vangelo        Mc 12,38-44

Gesù è un acuto osservatore e ci insegna oggi ad essere anche noi acuti osservatori della vita, non ispettori degli altri, ma osservatori, con l’occhio spirituale e profondo di Dio. Gesù nel tempio comincia a guardare e vede gli scribi, le passeggiate, le lunghe vesti, i saluti ossequiosi, i primi seggi nelle sinagoghe, i primi posti nei banchetti. Oggi potremmo dire che Gesù sta guardando la cultura dell’immagine, a noi molto cara, e per conservare  la quale siamo disposti a sacrifici infiniti di diete, di palestre e di centri benessere. Vivere l’immagine, essere immagine è veramente celebrare il vuoto dentro di noi. Quando una persona diventa immagine, ha celebrato se stessa nell’effimero dell’epidermico, perché l’immagine senza la radice del cuore in Dio si dissolve.
Gesù si mette seduto di fronte al tesoro del tempio e osserva gli offerenti. Nel tesoro del tempio c’erano parecchie casse che corrispondevano a diverse elargizioni, anche questa era una celebrazione dell’immagine, ma Gesù guarda il particolare e vede una vedova. Dobbiamo chiedere allo Spirito che ci doni l’occhio di Dio che guarda il particolare, il secondario, quello che non si nota nello stordimento e nella fluorescenza dell’immagine. L’occhio di Dio ci abitua a guardare ciò che molte volte non vediamo perché riteniamo parte di un arredamento, di un paesaggio, di un dovuto e di un ripetitivo. L’occhio di Dio invece vede in Gesù questa vedova che ha gettato tutto. Gesù non fa questione con noi di oblazioni di danaro, oggi Gesù ci invita a gettare tutto quello che abbiamo da dare, non il superfluo cioè quello che piace e che è la nostra immagine, ma a dare tutto di noi, cioè quello che non comprendiamo, quello che non vorremmo, quello che ci crea disagio o peso. Gettare tutto in Lui è un grande gesto di libertà e di santa indifferenza spirituale.
Getta nel Signore il tuo affanno, getta nel Signore la tua vita! Quando avrai gettato tutto, avrai celebrato il funerale al tuo protagonismo e comincerai a respirare l’indifferenza spirituale, respiro della libertà dell’anima.   


Prima Lettura     1Re 17,10-16

La prima lettura di oggi ci presenta Elia, il padre del profetismo, il più grande profeta d’Israele. Nell’ebraismo rabbinico Elia era considerato la persona più grande in Israele; Gesù paragona a lui Giovanni Battista perché nel mondo rabbinico si attendeva il ritorno di Elia prima del Messia. Questo episodio fa parte del ciclo di Elia e sembrerebbe un racconto stile fioretto di san Francesco. Noi raccogliamo due luci per la nostra lettura spirituale: anche Elia sta soffrendo la carestia; è un momento difficile per il suo popolo e per la sua gente, anche i profeti condividono le fatiche della storia, però egli si alza e va a sconfinare a Zarepta di Sidone, una città fenicia in territorio pagano. È molto strano che un profeta esca dall’ambito di Israele, Elia invece sfora la geografia sacrale e va a Zarepta, una terra che non era sua. Lì incontra la vedova che sta per morire. I profeti di Dio, mossi dal suo Spirito, sanno sconfinare dai confini, altrimenti non sono più profeti e sanno entrare in ambiti, in dimensioni, in aree, estranei. Oggi Zarepta di Sidone potrebbe essere dentro il nostro cuore quando anche nella nostra vita ci sono zone d’ombra, zone di estraneità dove ci perdiamo, dove non comprendiamo. Il profeta sconfina, entra anche in zone su cui non è preparato perché è il soffio dello Spirito che lo muove e che gli indica un itinerario di presenza e di profetismo.
Quella vedova può rappresentare benissimo la nostra fragilità, la nostra solitudine, la nostra vedovanza dall’amore di Dio. In quella vedova c’è ciascuno di noi. La fragilità senza profezia diventa morte. Il profeta e la profezia devono incontrare la fragilità e la povertà dell’uomo, altrimenti l’uomo e la donna fragile, e tutti noi lo siamo, sono solo in attesa della morte.
La fragilità è la non interpretazione di una dimensione della nostra vita che è cara a Dio, anzi a Dio è più cara la nostra fragilità che la nostra fortezza, perché la fortezza molte volte è costruita da scelte e da supporti umani, la fragilità è invece quella regione straniera che non riusciamo né a percorrere né a gestire perché non la conosciamo. Una fragilità senza un’interpretazione profetica diventa una sopravvivenza, anzi diventa un conto alla rovescia con la morte: “Mangeremo e poi moriremo”. Quando siamo vedovi dell’amore di Dio, quando non abbiamo un profeta che ci inserisce nell’amore di Dio, la nostra povertà, la nostra fragilità, il nostro limite ci schiacciano perché contiamo e calcoliamo solamente con la mente e non con il cuore. La vedova è allora proprio il segno di tutti noi in varie stagioni della vita quando tiriamo avanti, quando sopravviviamo perché siamo certi che moriremo, perché non c’è più niente per noi.
Oggi la fragilità, la vedovanza della gente dall’amore di Dio, ha bisogno solamente di una terapia profetica. E chi sono i profeti? Sono coloro che vivono dentro la dinamica della Parola di Dio e Dio, sposando il profeta ne sposa anche la parola, per cui la parola del profeta diventa gemello siamese della Parola di Dio. Il profeta ha una parola autoritativa, perché la sua parola è gravida della potenza di Dio e dello Spirito di Dio. Perciò, quando accogliamo un profeta, accogliamo un uomo e una donna che ci tolgono la misura della sopravvivenza e ci danno finalmente l’eccesso abbondante e smisurato della gioia della vita, perché un profeta prima di tutto ci guarisce nella vita quando, con la forza di Dio, ci dice che non siamo arrivati alla fine.
I profeti sono gli ottimisti di Dio. I profeti non si rassegnano che uno soffra e che uno sopravviva, i profeti sono coloro che, nel nome del Signore, ci dicono che per Dio l’olio non diminuirà e la farina della giara non verrà meno.
Oggi c’è urgenza di questa gente destrutturata, non templare e non rabbinica perché il profeta nasce direttamente dal grembo di Dio che non è un’istituzione. Mai come oggi Dio sta cambiando il mondo attraverso i profeti che sono solitari, audaci e sanno entrare anche nelle città straniere dell’uomo, perché un profeta è sempre un pioniere in quanto in lui vince sempre il primato dell’amore.
Una comunità non sta in piedi perché c’è il consiglio pastorale o il campanile, ma una comunità sta in piedi se sarà provvidenzialmente contagiata dai profeti. Gesù ha detto di Gerusalemme, maledicendola: “Tu hai ucciso i profeti”. Non si possono uccidere i profeti.
Il profetismo è la carezza di Dio, il sollievo e la guarigione di Dio, perché le nostre misure con il profeta vengono tutte annullate. Il profeta è colui che ci dice che una misura pigiata, scossa, traboccante ci verrà versata in grembo.
Allora in questa scena non c’è un miracolismo alla san Francesco, c’è la potenza di una Parola e di una presenza e questo avviene con una vedova pagana, in una terra pagana, in una estraneità, perché per Dio non è estraneo nessuno. Quindi l’intelligenza e l’amore di Dio fanno sì che Egli si lasci cercare da miliardi di strade; l’importante è cercarlo.          
A volte nelle nostra parrocchie i migliori non sono i più presenti, ma sono gli assenti, perché i più presenti li hanno zittiti con la loro arroganza di competenza e di prepotenza. I profeti sono sempre fuori, non sono strumenti di corte.


Seconda lettura       Eb 9,24-28

La festa più grande dell’ebraismo era ed è la festa del kippur in cui il sommo sacerdote una volta all’anno faceva il rituale di purificazione, caricando il capro nero di tutte le colpe di Israele, capro che poi veniva abbandonato nel deserto e dedicato ad Azazel, il demonio del deserto. Un altro capro veniva immolato e con il suo sangue il sacerdote aspergeva i fedeli che venivano purificati.
Questo scrittore ci dice che questo rito era un rito religioso, ripetitivo, perché si era convinti che la ripetitività e l’atto religioso ancestrale procurassero il perdono dei peccati, invece è Gesù il vero, unico, sommo, eterno sacerdote che non è andato a morire e a immolarsi nel santo dei santi, ma sul Calvario e questo una volta sola, perché Dio non ripete ciò che dà una volta e per sempre.
L’amore non ha bisogno di strutture psicologiche ripetitive che ti rassicurano delle tue paure, l’amore di Cristo non è stato un atto religioso, un rito, ma l’amore di Gesù è stato un atto d’amore divino fatto una volta per sempre.  Perciò l’Eucaristia è quell’unico atto d’amore nato nel cenacolo che non può essere sporcato dalle nostre gratificazioni celebrative che riempiono solo la nostra testa e la nostra emotività. L’atto immolativo di Gesù è celebrato in ogni santa messa, anzi la messa più è silenziosa, povera e scarna di elementi più profonda è, perché Gesù ha fatto questo una volta per sempre. Dio non ripete ciò che ti ha dato perché te lo dà per sempre, ecco il carattere dei sacramenti.
Cristo vivrà una duplice esperienza: l’incarnazione e la seconda quando verrà senza alcuna relazione con il peccato, già pagato, e verrà per coloro che lo aspettano per la loro salvezza. E chi sono costoro? Sono coloro che tengono vivo l’amore di Gesù e, tenendolo vivo, si collocano, perché sono nella verità, in una precisa collocazione, perché dove c’è l’amore vero, l’amore donato, l’amore crocefisso, in forza di questo amore vero si creano due schieramenti: gli innamorati e i non innamorati. Perciò l’uomo si illude che l’amore di Dio sia un amore che non fa differenze. È un’eresia dire che andremo tutti in paradiso, perché questo amore non sarebbe amore, ma sarebbe un atto dannoso per i veri amanti. Dio non può costringerci ad amarlo. Perciò il vero amore diversifica, crea due schieramenti. Sarebbe un Dio triste quello che costringesse le sue creature ad amarlo, per cui la salvezza di Dio operata in uno che non vuole sarebbe una violenza alla sua libertà. Dio non lo farà mai, ecco perché l’inferno è necessario, è la prova più grande della mia libertà.
Coloro che lo aspetteranno per la loro salvezza sono gli innamorati, i destrutturati nell’amore.
 

Vangelo        Mc 12,38-44

Marco ci mostra un Gesù duro, tremendo, che dice: “Guardatevi dagli scribi”. Egli ha emesso un giudizio, ha segnato una categoria e ha dipinto queste persone come erano, perché Gesù era un uomo che guardava la vita. Chi erano gli scribi? Essi erano coloro che amavano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi posti nei banchetti, cioè la gente che vuole il primato, la priorità. Questo era il loro aspetto pubblico, ma nel privato divoravano le case delle vedove. Con questa gente Gesù non vuole avere a che fare e non vuole che nemmeno i suoi discepoli abbiano affari, infatti li esorta a guardarsene. Oggi varrebbe la pena di riflettere perché spesso cambiamo il verbo guardatevi in guardateli. Come è tremendo Gesù che dipinge questa gente dai loro atteggiamenti esteriori e dalla loro vita privata intima!
Poi Marco sposta Gesù nel tempio, seduto davanti al tesoro. Il tesoro era diviso in tante casse una per ogni categoria. I ricchi gettavano tante monete, invece una vedova, una persona indifesa, povera, vi gettò due monetine. Allora Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse loro che tutti avevano gettato parte del loro superfluo, erano uomini calcolatori, strutturati, persone rispettabili, dio di se stessi, la vedova, invece, nella sua miseria aveva gettato tutto ciò che aveva per vivere: era una donna di cuore che a Dio ha dato tutto, perché sapeva che Dio per lei era tutto. Una donna che non ha misurato, che non si è tutelata, una donna innamorata, una donna che ha ricevuto la grazia di essere guardata da Gesù e egli la addita ai suoi discepoli come una grande donna.
Gesù che guarda il tesoro è Gesù che guarda anche la sua chiesa in cui c’è di tutto e di più. Proprio nella chiesa le persone più grandi sono queste persone povere che hanno dato tutto, che non hanno misurato. Dio ama queste persone perché sono le più somiglianti al suo cuore.
Gesù non guarda quello che dai, ma come lo dai. Questo spicciolo è il tuo cuore, Gesù non ha bisogno dei tuoi risultati, vuole te.
Quello di questo brano è un grande Gesù che ci lascia con una parola: “guardatevi”, cioè non associatevi, prendete le distanze, è un Gesù poco ecumenico, poco tollerante che ci invita a essere diversi, ad essere di Dio, ad essere secondo il cuore di Dio. Sono proprio queste persone, che sono i profeti di Dio, coloro che ancora oggi fanno respirare il mondo.
    

Prima Lettura     1Re 17,10-16

La prima lettura ci parla del profeta Elia, il profeta del fuoco, dell’ardore, il padre del profetismo e della fedeltà a Dio, un uomo solo. Questo profeta arriva a Zarepta. Oggi il profeta non va più a Zarepta, ma i veri profeti di Dio, con la sua grazia, arrivano alle porte del nostro cuore. Non c’è più una città che sta morendo, ci sono i cuori che stanno morendo, e i cuori stanno morendo perché sono vedovi di Dio e hanno rassegnato il loro cuore a morire. Oggi la vera carestia non è, almeno per quanto ci riguarda, una carestia di cibo, la vera carestia è la carestia della Parola, dell’amore di Dio, la carestia della forza profetica.
Quando il profeta arriva a Zarepta, incontra una vedova che raccoglie legna, la chiama e le dà un ordine impossibile: prendergli un po’ d’acqua e un pezzo di pane. Lei, sconsolata, dice che non ha nulla di cotto e non ha più nulla. Quando il nostro cuore è senza Dio oppure non vibra più per Dio, è privo anche della mediazione profetica. Solo i profeti che ci fanno sentire Dio, gli altri ci strutturano dentro un discorso, ma i discorsi ci fanno morire o intossicare di troppo verbalismo. Il profeta di Dio, quando passa e viene nella nostra vita, ci fa vibrare e la prima grande liberazione che fa un profeta a chi lo accoglie nel proprio cuore è smentire la certezza delle nostre misure e dei nostri calcoli. Il profeta non è un uomo matematico, è l’uomo dell’irruenza e della sorpresa della Parola.
La prima guarigione per il nostro cuore, della nostra Zarepta, è il non legarci al nostro modo di vedere, al nostro calcolo, al nostro pensare e alla nostra rassegnazione: mangeremo e poi moriremo. Il cuore dei nostri amici, dei nostri figli, è un cuore rassegnato. Abbiamo cuori rassegnati nel calcolo della scorta e della misura umana, la vedova era certa che ormai aveva raggiunto il fondo del barile, invece il profeta la smentisce. Che cosa uccide un cuore? Un cuore viene ucciso dal nostro punto di vista, quando guardiamo noi stessi con noi stessi; senza la mediazione profetica, non vediamo la vibrazione della nostra anima, ma solo una misura, vediamo una carestia, una sconfitta, una rassegnazione, vediamo una morte. Chi è il profeta? Ciascuno di noi con il battesimo e il profeta è colui che smentisce una misura, che smentisce l’evidenza, ma che soprattutto capisce che fame ha il cuore.
Il nostro cuore, la nostra anima, la nostra vita hanno fame di Dio, questa è la fame fondamentale. Abbiamo fame di Dio perché siamo stati saziati da discorsi su Dio, ma essi non riempiono la fame della nostra anima, siamo tutti saturi di mediazioni, di ragionamenti, di proposte su Dio, ma molte volte questi discorsi ci danno un’estraneità da lui, perché Dio non si lascia incartare dai discorsi, Dio è una vita che passa, un incontro che avviene, una sorpresa che ci viene incontro. È solamente il profeta che può farci vibrare di questa potenza e di questa presenza, perché il profeta per tutta la vita ha un amore e un odio, l’amore è Dio nella sua Parola e nella sua libertà, l’odio è per la strutturazione senza Dio di Dio.
Il profeta passa e incontra questa donna e le insegna una priorità: prima deve portare a lui da mangiare e poi mangeranno lei e suo figlio; il profeta insegna prima di tutto che dobbiamo sfamare la nostra fame di Dio, la nostra fame di profezia e di profondo, allora il secondo cibo avrà senso, perché, quando incontriamo una strutturazione e non un profeta, la nostra anima viene saziata di cose, di idee, di punti di vista, ma essa muore. Senza il profeta Zarepta sarebbe stata la città della morte, con il profeta il nostro cuore è la città della vita e possiamo mangiare noi e nostro figlio, perché quando mangiamo ciò che il profeta ha benedetto e consacrato, diventiamo fecondi di una figliolanza spirituale, di una fecondità spirituale, perché dove passa il profeta, passa Dio e dove passa Dio la carestia è finita.
    

Seconda lettura       Eb 9,24-28

Che bello sapere che Cristo sacerdote non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo! Cristo non è qualcosa che costruiamo noi, non si lega ad una ritualità, ad una ripetitività, ad un’arcana liturgia che favorirebbe molto la nostra fame di religioso. I sacerdoti non devono essere né mestieranti né una sorta di maghi, ma devono essere santi, uomini mistici, uomini di Dio, cioè uomini che devono percorrere la via mistica del mistero profondo di Dio.
Cristo non rientra nelle cose preparate da noi. Forse Gesù sorride, in senso buono, di tutti i preparativi che facciamo per Lui, anche pieni di buona volontà e di amore, perché Lui è più grande di tutte le modalità di accoglienza e di celebrazione, di recezione, perché Cristo da sacerdote è questo sacerdote ingestibile e misterioso che non segue un rito, ma segue un amore, ciascuno di noi. Ciascuno di noi è la sua liturgia, la sua celebrazione, la sua vita, il suo obiettivo e il suo ideale. Cristo, quando ci insegue, lo fa perché Lui spudoratamente è dalla nostra parte, infatti la Parola dice: “Per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore”.
Quando Dio Padre riceve l’oblazione misteriosa, la liturgia misteriosa di questo sacerdote sommo, libero, eterno, non legato a schemi rituali, il Padre riceve un’offerta preparata e consacrata da un amore di parte di Cristo. Essere di parte molte volte non è bello, però essere amati con un amore di parte gratifica, è bello sapere che sei la predilezione di Gesù, sapere che Gesù celebra te, presentandoti al Padre e gli presenta non la nostra realtà oggettiva, ma noi stessi nella rigenerazione di un amore che evidenzia al mistero del Padre tutto quel bello, quel buono, quel dono che è dentro di noi. Questo Gesù sommo sacerdote è un ricercatore, non è superficiale, perché sa che nel profondo di noi trova i tesori. Ciò che facciamo vedere al nostro paese è una parte pubblica, modale e costruita di noi, ma il nostro mistero, il nostro tesoro non è così facile da capire. Gesù non celebra il nostro io sociale, costruito dalla paura e dall’orgoglio, Gesù offre al Padre il nostro io misterico, perché Gesù è il grande mistico di Dio che dentro di noi sta cercando la nostra parte bella, infinita, preziosa. Questo sacerdote non offre nella frenesia ripetitiva, non ha offerto più volte il suo sacrificio, ma quel sacrificio, fatto una volta, rimane, perché l’amore non deve essere ripetuto, perché l’amore quando è tale rimane in eterno, deve essere solamente riofferto e ridonato, ma è l’unico amore.
Perciò Gesù libera da un approccio religioso con Dio fatto di ripetitività, di ossessività, di ritualità in cui pensiamo che il ripetere sia la condizione per essere graditi. Dobbiamo entrare in questa unicità del suo amore. Egli ha tolto il peccato e il peccato che ci ha tolto Gesù è l’approccio che abbiamo con il mistero di Dio in una ritualità religiosa e non in una follia d’amore con lui.
Dio non si dà alle persone religiose, Dio si dona ai follemente innamorati di lui, Dio non è una modalità, è una presenza viva che sconvolge il cuore, ma dobbiamo entrare nell’amore.
Che triste per Dio avere uomini religiosi rituali com’erano i farisei, che gioia, invece, per Dio quando ha come interlocutori gli innamorati. E gli innamorati non si rassegnano, non entrano nello schema, perché l’innamorato non cerca cose, cerca l’Amato e, quando Gesù ci porta all’Amato, che è il Padre, egli sfacciatamente ci ama con un amore di parte, che è vincolante per Gesù sacerdote. Noi siamo unici doni e Lui è in nostro favore perché chi ci ama è sempre dalla nostra parte e per amarci alle volte sa “litigare” con l’Amato al quale deve offrire l’amante.      


Vangelo        Mc 12,38-44

Gesù ci insegna una cosa importante per la nostra vita: guardare e osservare la vita in profondità. In questa Parola sembra quasi che Gesù faccia un servizio giornalistico in diretta sulla vita del suo tempo. Innanzitutto Gesù ci insegna a guardarci, dobbiamo amare tutti, certamente, ma dobbiamo essere guardinghi, perché non possiamo entrare nel gioco di coloro che fanno della vita una passeggiata, un’immagine, un’apparenza, un contare, un primeggiare, un comandare. Gesù non è tenero: essi riceveranno una condanna più severa. Noi non siamo uomini e donne immagine. Gesù contesterebbe la cultura dell’immagine di oggi. L’apparenza è l’icona più chiara della nostra schiavitù, dobbiamo essere un modo, un risultato e una gratificazione per contare. Gesù in queste poche righe esamina gli atteggiamenti: il passeggiare in lunghe vesti, essere evidenti, ricevere i saluti nelle piazze, avere i primi posti nell’ufficialità. Ma Gesù guarda anche la vita privata di queste persone che divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Con questi Gesù non vuole avere nessun tipo di rapporto.
La Parola ci invita ad essere capaci di guardare la vita con criticità positiva, con intelligenza e con libertà. Noi non siamo  importanti perché contiamo e siamo immagine, siamo importanti quando non contiamo e non siamo immagine, perché finalmente siamo di Dio.
Poi Gesù si siede davanti al tesoro ed osserva come le persone vi gettavano monete. Gesù fa della sua vita un’osservazione profonda. Vede una vedova, una presenza insignificante, perciò anche noi siamo invitati a saper guardare l’insignificante, il marginale. Che bello sarebbe se nelle nostre comunità potessimo scoprire le persone che sono ai margini e sono insignificanti per la struttura, lì forse troveremmo tanti amici di Dio che hanno un carisma: fanno silenzio perché li hanno zittiti e con questo carisma costruiscono la chiesa.
Quella vedova getta nel tesoro quello che aveva, cioè due monete che fanno un soldo. Quando siamo liberi? Quando non siamo più imbarazzati della nostra povertà, quando non siamo più legati ad una nostra apparenza, quando non abbiamo più vergogna di offrire il poco, sapendo che quel poco è nella misura umana, ma per Dio è tutto, perché diamo veramente tutto di noi, in quanto non abbiamo più l’idolatria di quantificare quanto valiamo, ma diamo nella verità quello che siamo, cioè tutto.
Noi saremo veramente tesoro di Dio quando saremo liberi dal nostro apparire, dal nostro contare e non saremo più imbarazzati del nostro poco, perché in quel poco Dio mette il suo tutto.       
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