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11 ottobre 2020

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Commento spirituale della Parola di Domenica 11 Ottobre 2020
XXVIII Domenica del Tempo Ordinario. Anno A

Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza e con magnificenza in Cristo Gesù.


Prima Lettura        Is 25,6-10


Questo brano, uno dei passi più noti dell’Apocalisse di Isaia, è tra i più ricchi per la sua dottrina. L’immagine del banchetto ci rivela un volto inusuale, ma stupendo di Dio: un Dio impegnato in cucina a preparare un pranzo di grasse vivande, di vini eccellenti e raffinati (“Il Signore degli eserciti preparerà su questo monte, un banchetto di grasse vivande”). Dio non delega la preparazione del banchetto, che nell’Antico Testamento è segno della gioia, della festa, della vita. Secondo Isaia, quindi, Dio non ci vuole innanzitutto dei credenti, ma dei commensali, perché proprio dalla convivialità, dal sedersi a tavola con Lui, mangiando le cose che prepara, cibi succulenti e vini raffinati, nascerà la dinamica della fede. Dio invita tutte le genti a sedersi alla sua mensa, facendo loro fare esperienza di gioia e strappa sul luogo della convivialità il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti. Il velo e la coltre potrebbero alludere alle esperienze religiose meno vere o fasulle di Dio, all’esperienza religiosa ridotta ad un’esperienza sacrale e non un’esperienza comunionale profonda di una convivialità con Dio, in cui si esperimenta Dio dal di fuori, lo si vede da lontano e non si entra nel suo mistero.
Isaia dice che l’esperienza vera di Dio asciugherà le lacrime, cioè eliminerà per sempre la morte, quella morte che nell’uomo si fa presente quando non vive la presenza di Dio e farà scomparire da tutto il paese la condizione disonorevole del suo popolo, poiché il Signore ha parlato. La condizione disonorevole di un popolo consiste nell’assenza della Parola e si verifica quando un popolo si costruisce la sua civiltà, la sua cultura, annullando, esiliando, rifiutando la Parola. Quando una nazione o una struttura esiliano Dio, Egli abbandona quel popolo alla sua libertà e quel popolo assume una condizione disonorante perché deve vivere, sperare, lottare e morire solamente con le parole. Allora la condizione disonorevole di ogni tempo consiste nel reggere la prova della vita solo con le parole umane. È impossibile trovare la serenità, la forza, la luce appoggiandosi a piccole parole emesse da uomini e donne come noi, è impossibile vivere in questo frullato di ideologie, di dibattiti senza fine, da cui si esce sempre con le ossa rotte perché le parole senza la Parola generano mostri. L’assenza della Parola presso un popolo genera le ideologie, parole che pretendono di essere il tutto, come avvenne nel secolo scorso. Quando si smarrisce la Parola ci si disonora, perché si riduce la propria vita ad un’esasperata biologia dominata da un’ideologia predominante che pretende di spiegare e di salvare il senso profondo della vita. Quando, però, la Parola giunge ad un popolo, scompare la condizione disonorevole poiché il Signore parla e l’uomo ritorna ad essere partner di Dio, non di se stesso. L’inconsistenza dei rapporti interpersonali a cui si assiste ai giorni nostri è la prova del nove che la Parola è stata allontanata dalla propria vita, per cui si pretende di essere partner a se stessi e non di Dio. Quando invece il Signore parla si dice: “Ecco il  nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse; questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza, poiché la mano del Signore si poserà su questo monte”.           


Seconda lettura        Fil 4,12-14.19-20

Questo brano della lettera ai Filippesi è una confessione personale di Paolo, che rivela alla comunità che amava la sua interiorità, il suo progetto e i suoi limiti. Oltre all’apostolo, anche altri autori hanno usato il genere confessioni per raccontare la propria vita, ad esempio il profeta Geremia e, in seguito, Sant’Agostino.
La Parola inizia con un’espressione significativa: “Fratelli, ho imparato” che Paolo usa per sottintendere che è stato istruito dalle circostanze della vita che Dio ha permesso e voluto per lui. La vita non è solamente un dono di cui usufruire, ma è anche uno spazio da contemplare nella profondità dello spirito per imparare ciò che Dio ha voluto e vuole dirci. Tutti molte volte ci sentiamo poco capaci di imparare alla scuola di Dio, perché per esserne alunni occorre imparare il dono spirituale del silenzio, l’arte spirituale dello sguardo profondo, il dono spirituale del discernimento tra le pieghe dell’esistenza, per poter scoprire quelle luci che Dio, maestro della nostra vita, vuole darci. Perciò la Parola ci invita alla scuola di Dio che ci istruisce attraverso gli opposti della vita; essi diventano nella mente e nella potenza di Dio un’armonia che ci aiuta a crescere nella piena maturità di Cristo. Paolo infatti dice: “Fratelli, ho imparato ad essere povero e ad essere ricco, sono iniziato a tutto in ogni maniera, alla sazietà, e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza”. L’apostolo usa un verbo ancora più potente (“sono iniziato a tutto”) che richiama i culti misterici dell’antica Grecia o dell’antico Oriente dove esisteva un mistagogo, il maestro del mistero, che iniziava i neofiti, per rimandare alla necessità di entrare in queste dinamiche esistenziali opposte. Allora questa Parola è di uno spessore spirituale ed esistenziale molto profondo perché vorrebbe svelarci il senso positivo dei bisogni. Molte volte ci hanno insegnato a non badare ai bisogni per non sforare nel capriccio e nell’instabilità, mentre i bisogni sono il linguaggio più profondo del nostro io. Paolo parla di una povertà e di una ricchezza sia materiali, che spirituali, parla di una fame e di una sazietà, termini molto cari al linguaggio biblico (il Signore sazia, ha ricolmato di beni gli affamati), di una pregnanza esistenziale molto potente. Invece noi molte volte non maturiamo nella vita spirituale e nello spessore umano perché consideriamo i bisogni come l’immaturità di una dipendenza, in realtà il bisogno, se letto nella luce di Dio, rivela una nostalgia ben più profonda. Perciò questa Parola vorrebbe riconciliarci con i nostri grandi bisogni sostenendo che nessun bisogno in noi è immaturità, perché ogni bisogno nasconde una nostalgia verso l’assoluto di Dio.
Possiamo pensare al bisogno di coccole e di tenerezza che tutti avvertono e che Gesù stesso sentiva, tanto che amava fermarsi a Betania, dove si recava per sentirsi amato. Quando si ignora questo bisogno d’amore, che è una fame che deve essere saziata, non si vive con serenità la propria esistenza terrena, ma si è sempre attenti a pararsi dai colpi degli altri e a vivere in una sorta di equilibrismo.
Ci hanno insegnato che essere iniziati all’interpretazione dei nostri bisogni, delle nostre mancanze o carenze è veramente da persone immature, perché la persona matura è quella che non fa caso a queste cose. Secondo Paolo, invece, il bisogno nasconde l’assenza di una totalità, di una sazietà, per cui la fame, l’indigenza e la povertà dicono una carenza, allora il nostro desiderio del tutto nasconde il bisogno del tutto che è Dio (Francesco d’Assisi diceva: “Mio Dio e mio tutto”e un Salmo recita: “Apri la tua bocca, la voglio riempire”). I nostri bisogni, le nostre insoddisfazioni, le nostre inquietudini, le nostre nostalgie del tutto non sono immaturità psicologiche, ma sono, in un discernimento spirituale, sussulti dello spirito che ci vuole protendere verso il tutto che è Dio.
Allora la nostra vita è inquieta perché le manca il tutto di Dio e lo Spirito, che è maestro di sapienza e nostro maestro spirituale, cerca di stimolarci non con argomenti catechistici, ma con i morsi del bisogno del tutto, per dirci che il nostro tutto non sono le cose o le creature, ma Dio.
Questa lettura intelligente e profonda dei bisogni prepara delle personalità spirituali potenti, liberatrici, profetiche. Dio, nella sua sapienza, si fa sentire in noi toccando le corde dell’arpa dei bisogni, altrimenti non capiremmo e non sentiremmo la sua mancanza.
La vita eterna sarà il tutto, la pienezza e lo spegnimento dei bisogni senza la sazietà, mentre l’inferno sarà il bisogno crudo senza Dio.
Paolo conclude dicendo: “Il mio Dio, (l’uso del possessivo allude ad un’esperienza personale di Dio, non ad una forma di possesso), a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza e con magnificenza in Cristo Gesù”, perché Dio è un gran signore.
Perciò Dio non ignora i nostri bisogni e non ignora nemmeno quel bisogno di immediatismo che abbiamo nella nostra vita perché siamo stati rovinati da un’eccessiva dilazione nel tempo del nostro diritto di essere amati.
In conclusione la Parola ci invita a sprofondare la nostra vita nella lettura di questo mistero di Dio in noi, di questa azione di Dio in noi, per cogliere nelle sensorialità apparentemente psichiche e psicologiche un’azione profonda di Dio e per rileggere la dinamica dei bisogni che vengono estinti in Dio.               


Vangelo    Mt 22,1-14

Il vangelo di Matteo è il vangelo del regno, di cui l’evangelista parla molte volte attraverso immagini e parabole. Per tre domeniche di fila Matteo ci ricorda che gli interlocutori di Gesù sono i principi dei sacerdoti e gli anziani del popolo e ci dà diverse immagini del regno: i due figli, la vigna che non porta frutto, il banchetto di nozze. Matteo usa delle similitudini perché il regno è un mistero di Dio che non è spiegabile in senso esaustivo attraverso concetti o immagini e di cui si può dare solo un’idea attraverso degli esempi; il regno di Dio nella sua profondità fa parte del mistero di Dio. Nell’immagine delle persone che, chiamate dai servi, non vogliono partecipare al banchetto di nozze è rappresentato il popolo d’Israele, il quale, sollecitato dai profeti ad entrare nella nuova alleanza di Gesù, ha rifiutato questa sponsalità, non riconoscendo nel Messia di Nazaret il Messia di Dio. Chi rifiuta questo invito alle nozze di Dio, secondo le parole di Matteo, si imbatte nelle fiamme distruttive di un rifiuto: “Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e siede alle fiamme la loro città”. Matteo, che probabilmente ha davanti agli occhi la distruzione di Gerusalemme avvenuta nel 70 d.C. ad opera dell’imperatore Tito, rilegge in chiave cristiana un evento apparentemente politico.
Quando Dio vede che questo popolo non accoglie il suo passaggio invita i suoi servi, cioè i profeti e anche noi cristiani, a rinnovare l’invito a tutti quelli che si incontrano in nuovi punti di chiamata, i crocicchi delle strade, questo significa che l’annuncio del vangelo è per tutti, deve raggiungere tutti e l’idea del crocicchio della strada ci ricorda che il cristiano va in mezzo alla vita.
“Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi e la sala si riempì di commensali”. L’amore di Dio è irresistibile e la sua chiamata è per tutti.
“Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senza abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: legatelo mani e  piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti”. L’invito è per tutti, ma quando si accoglie l’invito mandato da Dio si deve comprendere che rispondere a quell’invito è aderire ad un’appartenenza, è essere afferrati. Non si può entrare e restare al banchetto di Dio se non si è stati afferrati e se non si è convinti di appartenere ad un amore più grande. Non si può giocare con Dio all’opportunità, perché Dio non è un’opportunità. Dio è un’appartenenza forte che riveste, questo ci ricorda che l’abito nuziale è indice, è segno di un’avvenuta sponsalità, di un’appartenenza totale alla logica del regno. Senza questa appartenenza non è possibile restare nella mensa e nella casa di Dio. Ecco perché non è tanto l’appartenenza canonico sacramentale di cui si parla, ma è il nostro cuore che si lascia appartenere, per cui il primo vincolo ecclesiale non è quello canonico, ma è un vincolo d’amore. Noi siamo di Cristo perché siamo innamorati e battezzati, ma se pretendiamo di essere di Cristo solamente in quanto battezzati, stiamo giocando con la nostra condanna.


Prima Lettura        Is 25,6-10

Questo brano, uno dei passi più noti dell’Apocalisse di Isaia, è tra i più ricchi per la sua dottrina.
Il profeta usa un linguaggio antropomorfico, allegorico: “Il Signore degli eserciti preparerà su questo monte, un banchetto di grasse vivande”. Siamo in un ambito culturale semitico e il profeta media la Parola di Dio attraverso gli ambiti culturali del proprio tempo: un grande banchetto era una grande opportunità per la fame del tempo, oggi in tempo di diete, di centri benessere e di cibi light, l’immagine non dice più di tanto alla nostra generazione. Per questo occorre scavare nella Parola per estrapolarne il senso spirituale. Oggi la Parola ci dice che è Dio che prepara per noi il cibo che ci dà la vita e la gioia. Egli prepara un cibo diverso perché conosce la nostra fame, la fame di ciascuno, i desideri e le urgenze personali e quando nutre un’anima è attento a quell’originalità di sguardo di cui ha diritto ciascuno di noi per essere sfamato in quello che dentro di sé lo fa bramare un cibo diverso.
Oggi siamo in mezzo a gente sazia e disperata, non mancano i cibi, ma mancano i nutrimenti profondi della vita. Manca una grande apertura alla sapienza celeste di Dio che sa interpretare e sa capire ciò di cui ciascuno di noi ha fame. Dentro di noi c’è una fame molto particolare, una fame di Dio, una fame di amore, una fame di appartenenza, di rassicurazione, di perdono, di tenerezza, di luce, di grazia e Dio continua a nutrirci con due mense: la Parola e l’Eucaristia. Quando, però, riduciamo la Parola e l’Eucaristia a cibi umani, questi doni perdono subito quello spessore e quella valenza interiore di cui la nostra anima ha fame.
Prima di darci da mangiare, Dio compie due azioni: “strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni”. Prima del nutrimento, Dio provvede all’illuminazione che deve strappare velo e coltre. Oggi viviamo tutti velati e coperti da una arroganza umana che pretende di spiegare, di dire, di sistematizzare tutta la vita dell’uomo; la gente ha fame di vedere, ma non vede, ha fame di essere acuta nello sguardo, ma c’è una coltre e un velo che glielo impediscono. L’azione di Dio sta nel fatto che, quando un’anima si apre a Lui con tutta la sua fame d’amore, la grazia comincia a operare con l’azione della luce, dello strappare il velo e la coltre.
Tanti cristiani sono incapaci di vedere Dio e quindi incapaci di vedere se stessi e gli altri. Spesso siamo cristiani, ma abbiamo uno sguardo da pagani, abbiamo quella famosa miopia di cui parla l’Apocalisse nella lettera alle chiese. Oggi siamo incapaci di vedere dentro noi stessi perché la nostra preghiera e la nostra esperienza interiore di Dio non sono un vedere spirituale. Dio non si fa vedere a noi con gli occhi della carne, perché altrimenti vedremmo una sua mediazione e una sua immagine, ma non la sua realtà. Dio vuole rendere la nostra vista, il nostro sguardo pieni della sua luce. Quanta gente non vede dentro se stessa, non vede gli altri, non vede Dio, non vede la storia e quando si è miopi e ciechi si danno risposte e si procurano soluzioni da ciechi e da miopi.
Allora, prima del banchetto, l’azione di Dio è un’azione illuminativa (“Alla tua luce vediamo la luce”). In un tempo in cui si moltiplicano i banchetti umani e le aggregazioni conviviali, l’uomo è sempre più sofferente perché è sempre più solo e i figli degli uomini del nostro tempo sono feriti, disagiati e patologici perché all’uomo di oggi manca la luce della vita.
Quando non si vede con la luce di Dio, arriva la morte e la lacrima, perché senza Dio non c’è il senso della vita. Il senso della vita non è una conquista antropologica, razionale, mentale, psicologica, culturale, ma è solo in Dio.
Anche per la chiesa è sempre più difficile annunciare perché diamo per scontato che i referenti siano quelli di trent’anni fa, invece oggi i referenti sono i pagani con i quali gli apostoli ebbero a che fare nei primi anni del cristianesimo. Oggi la vera opera di evangelizzazione è capire e colpire l’uomo nei suoi veri bisogni, è capire e colpire l’uomo di oggi nelle sue vere sofferenze che spesso maschera e cambia. Se oggi la gente si sta staccando sempre di più dalle nostre comunità e da noi cristiani è perché spesso ci meritiamo il diploma di sprovveduti e di incapaci di leggere con una sapienza divina, e perciò affascinante, i suoi disagi e i suoi bisogni. Il cristiano dovrebbe essere quella persona esperta in umanità che, profeticamente dotata dallo Spirito, è capace di leggere in profondità i disagi delle persone per guarirli con l’aiuto dell’amore di Dio.
La società europea non è solo in crisi economica, ma in crisi d’identità perché abbiamo bruciato tutte le radici, tutte le appartenenze vivendo nell’onda del riformismo, della gratificazione dei bisogni immediati, ma l’uomo europeo di oggi non sa chi è.
Il velo e la coltre portano la morte, le lacrime e l’ignominia. Il profeta annuncia che Dio farà scomparire queste cose dalla terra perché il Signore ha parlato, cioè attraverso la potenza della Parola che ha il potere di rifondare una relazione tra creatura e Creatore e, rifondando questa relazione originale, rifonda l’identità di una persona perché viene immessa nel respiro infinito di un Dio che può far sognare l’anima che lo cerca, perché è Dio d’amore.
Dal testo scritto della Scrittura dobbiamo cercare di leggere la Parola scritta nel cuore delle persone che ci sono vicine, altrimenti il cuore degli altri resterà letto nella riduttività di un approccio razionale e psicologico.
Quando Dio fa scomparire le lacrime, la morte e l’ignominia con la sua Parola apre il cuore alla speranza e in quel giorno si dirà: “Ecco il nostro Dio, in lui abbiamo sperato perché ci salvasse, questi è il Signore in cui abbiamo sperato, rallegriamoci esultiamo per la sua salvezza poiché la mano del Signore si poserà su questo monte”. Le esperienze di Dio e con Dio sono esperienze tangibili che toccano e bruciano le nostre sofferenze storico psicologiche razionali. Uno che non si sente liberato dall’esperienza di Dio non può andare al suo banchetto, infatti oggi il banchetto di Dio è sempre più disertato, perché molta gente non dà a questo banchetto il carattere di valore assoluto, anche se magari si tratta di buone persone che “fanno tanto del bene”. Ma il banchetto non può essere paragonato a fare del bene perché nel banchetto ci si sente invitati e amati e soprattutto perché nel banchetto eucaristico Dio si fa assaporare da noi. Se l’Eucaristia non è un assaporare il gusto di Dio, è una triste Eucaristia (“Gustate e vedete quanto è buono il Signore, beato l’uomo che in lui si rifugia”). Quando Gesù ha istituito l’Eucaristia ha usato due elementi sensibili, ma anche gustativi: il pane e il vino. Quando andiamo a questo banchetto di Dio, dovremmo uscire avendo assaporato Dio per farlo gustare a coloro che non lo hanno ancora fatto. La gente sta aspettando una parola diversa, una profondità diversa perché Gesù è una esperienza, non un catechismo, una esperienza d’amore non una morale, un evento d’amore non una religione.
Come può la gente di oggi gustare e assaporare Gesù quando, bussando alle nostre esperienze, ci vede moribondi, sopravvissuti, e derelitti? Non c’è gioia, non si assapora Gesù e Gesù è un sapore, un incontro e un evento, altrimenti non è Gesù. Quando Gesù è passato in mezzo al suo popolo ha fatto gustare, toccare e vedere Dio. La vita spirituale di ciascuno di noi è proprio permettere all’azione della grazia di strappare il velo, la coltre, le lacrime e la morte. Un cristiano se non è nella gioia piena, nella gioia concreta, non è un cristiano perché è un sale senza sapore.
Quando una persona ha la gioia di Dio dentro perché ne ha fatto esperienza, non può lasciare indifferente. Satana in questi anni gioca sull’indifferentismo, sul relativismo e sul qualunquismo. Gesù, quando ha affidato il suo vangelo agli apostoli, prima di tutto li ha resi uomini e donne dello Spirito e dove c’è un uomo e una donna carismatici, cioè pieni dello Spirito, non si può rimanere indifferenti.
Quando la gente si sente compresa, capita, interpretata, toccata in una sapienza celeste è già nella logica della grazia.
Dio è un’esperienza d’amore in cui si entra con la via mistica d’amore, con la preghiera d’amore, con la ricerca di amore e se non si assapora l’amore di Dio si è un cembalo che risuona. Dio sta aspettando per riempirci del suo amore e noi siamo occupati a fare tante cose per lui. Un salmo dice: “Fermatevi e sappiate che io sono Dio”. Non sappiamo fermarci, le giornate sono pieni di cose, ma dov’è Dio? Occorre fermarsi per ricevere il suo amore. Altrimenti non diamo niente.
Il mondo d’oggi sta aspettando Dio, non noi. Finché portiamo noi come rappresentanti di un assente verremo rifiutati. Sotto l’apparenza dell’indifferentismo, la gente sta cercando Dio e alla ricerca viene risposto con servizi stanchi. Edith Stein dice: “Siamo membra del corpo di Cristo. Animati dal suo Spirito noi ci offriamo vittime con lui, per lui e in lui e ci uniamo all’eterna azione di grazia”. Chi cambierà la chiesa sono le anime mistiche, e ce ne sono molte nascoste; saranno le anime mistiche che faranno piangere il mondo di oggi nostalgico di Dio.               


Seconda lettura        Fil 4,12-14.19-20

Questo brano della lettera ai Filippesi è una confessione personale di Paolo, che rivela alla comunità che amava, la sua interiorità, il suo progetto e i suoi limiti.
Il brano contiene un’affermazione potentissima: “Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno”. Tutti abbiamo dei bisogni che Paolo, usando il termine colmerà, interpreta come un vuoto. Egli colmerà ogni nostro bisogno, non qualche bisogno, secondo la sua ricchezza con magnificenza in Cristo Gesù. Questo lo afferma uno che dice ai Filippesi di essere iniziato a tutto: alla povertà, all’abbondanza, alla sazietà, alla fame e all’indigenza, Paolo, infatti, era iniziato a tutto perché si era innamorato di Gesù: “tutto posso in colui che mi dà la forza”. Quando uno è innamorato riesce a fare tutto, è iniziato a tutto. Qui parla un missionario dei primissimi anni del cristianesimo, quest’uomo che, dopo un evento tangibile, assaporabile, visibile e sconvolgente accaduto a Damasco, ha cambiato vita.
Che cambia la storia sono gli uomini di Dio, sono coloro che si innamorano di Gesù.
I bisogni non sono prodotti psicologici di un desiderio razionale dell’uomo, ma sono tutte nostalgie di Dio. I bisogni sono grazie di Dio, non carenze umane, perché in essi Lui tiene viva la nostra nostalgia. Dopo anni di fallimenti umani di coloro che si dichiaravano sportelli competenti dei nostri bisogni, dobbiamo tornare ancora a Dio.
I bisogni sono bocche aperte che attendono nutrimento.
Dio, ci dice ancora l’apostolo, colmerà con magnificenza, perché noi abbiamo bisogno dell’abbondanza, del di più e dello spreco. Dio non misura, non centellina, non fa benevole concessioni, ma ricolma.
Se entrassimo nell’ottica che tutti hanno dei bisogni e spesso chi è aggressivo lo è perché ha bisogni inespressi e non gratificati perché non ha Dio, non giudicheremmo più gli altri perché ci sentiremmo tutti bisognosi della misericordia di Dio.


Vangelo    Mt 22,1-14

Il vangelo di Matteo è il vangelo del regno, di cui l’evangelista parla molte volte attraverso immagini e parabole. Per tre domeniche di fila Matteo ci ricorda che gli interlocutori di Gesù sono i principi dei sacerdoti e gli anziani del popolo e ci dà diverse immagini del regno: i due figli, la vigna che non porta frutto, il banchetto di nozze. Matteo usa delle similitudini perché il regno è un mistero di Dio che non è spiegabile in senso esaustivo attraverso concetti o immagini e di cui si può dare solo un’idea attraverso degli esempi; il regno di Dio nella sua profondità fa parte del mistero di Dio. Nell’immagine delle persone che, chiamate dai servi, non vogliono partecipare al banchetto di nozze è rappresentato il popolo d’Israele, il quale, sollecitato dai profeti ad entrare nella nuova alleanza di Gesù, ha rifiutato questa sponsalità, non riconoscendo nel Messia di Nazaret il Messia di Dio. Chi rifiuta questo invito alle nozze di Dio, secondo le parole di Matteo, si imbatte nelle fiamme distruttive di un rifiuto: “Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e siede alle fiamme la loro città”. Matteo, che probabilmente ha davanti agli occhi la distruzione di Gerusalemme avvenuta nel 70 d.C. ad opera dell’imperatore Tito, rilegge in chiave cristiana un evento apparentemente politico.
Quando Dio vede che questo popolo non accoglie il suo passaggio, invita i suoi servi, cioè i profeti, a rinnovare l’invito a tutti quelli che si incontrano in nuovi punti di chiamata, i crocicchi delle strade, questo significa che l’annuncio del vangelo è per tutti, deve raggiungere tutti.
Che cos’è l’abito nuziale? Per i protestanti è la fede, per i cattolici le buone opere, per altri manuali di pietà è la grazia di Dio santificante. Perché questo convitato va a finire nell’inferno? Perché entra in un matrimonio vestito a lutto. Non ha fatto la differenza, ha confuso il banchetto di nozze con una semplice aggregazione umana festaiola, invece per entrare nella sponsalità di Dio si deve essere rivestiti della vedovanza del mondo, della nostalgia per Lui e della seduzione per il suo amore. Se non abbiamo questo, abbiamo ridotto l’invito di Dio ad una cena paesana o al pranzo degli alpini. Dio non ci ha invitato per fare una festa qualunque, ma ci ha invitato ad un matrimonio, ad una nuzialità, allora l’abito nuziale è il nostro desiderio profondo di essere amati e sposati e si ha questo desiderio se si è lasciato il mondo. Quest’uomo che non indossava l’abito nuziale non aveva capito che Dio è matrimonio, amore, seduzione, festa.
L’abito nuziale, che sarà la nostra veste battesimale da usare per l’eternità, è il nostro desiderio infinito di amore.
Perché siamo entrati al banchetto? Per fare numero o perché abbiamo scambiato l’invito di Dio ad una aggregazione buonistica umana? Siamo entrati con questo profondo desiderio d’amore? Abbiamo riconosciuto che Lui è l’unico sposo?
Quando entriamo senza questo vestito della nostalgia, dell’amore, del desiderio, della seduzione, Lui ci farà buttare fuori perché gli rovineremo la festa, avendolo creduto un elargitore di beneficenza o la mensa dei poveri invece che lo sposo.
Dov’è la nostra fame di amore? La nostra fame di sponsalità divina? Quando non abbiamo questa veste nuziale siamo già nel nostro inferno perché siamo vedovi oppure traditi dal mondo e dalla sua logica.
Se non siamo malati d’amore, non siamo fatti per Dio, se non siamo nel canto d’amore, non siamo adatti a Dio, se non sogniamo, non desideriamo, non bramiamo la seduzione e non vogliamo sentire forte l’amore, non siamo adatti a Dio.   
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