12 aprile "Pasqua" 2020 - Sito Sultabor

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12 aprile "Pasqua" 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 12 Aprile 2020
Pasqua di Risurrezione Anno A

Voi siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio





Prima Lettura     At 10,34.37-43


Nel periodo dei cinquanta giorni successivi alla Pasqua fino a Pentecoste leggeremo nella prima lettura brani tratti dagli Atti degli Apostoli. Questo libro, che viene chiamato anche vangelo dello Spirito santo, il cui autore è Luca, ci descrive la nascita della Chiesa a Pentecoste e il suo cammino, l’itinerario della Parola e della Chiesa, che nasce nella città della croce di Dio per arrivare a Roma, allora centro dell’impero e del mondo.
La lettura ci riporta uno dei discorsi che Pietro fa dopo Pentecoste, l’espressione “in quei giorni” richiama infatti il periodo in cui la Chiesa comincia ad essere visibile e annunciante dopo Pentecoste. È interessante vedere come Pietro sintetizzi la storia di Gesù, descrivendo in poche righe l’evento salvifico, secondo quella che viene chiamata anche teologia narrativa.
Pietro racconta l’evento e lo legge nell’interiorità. Ci soffermiamo su un particolare: “In quei giorni Pietro prese la parola e disse”. L’espressione: “Prese la parola” nasconde tutta la spiritualità di una forza della Chiesa e dei discepoli: non è facile ai nostri giorni prendere la parola per la Parola e non si può prendere la parola con efficacia, con fecondità e con significatività se non si è generati dalla Parola (“voi non siete stati generati da un seme corruttibile, ma dalla Parola di Dio viva ed eterna”).
Oggi la maggioranza dei cristiani è imbarazzata e silenziosa sulla Parola e su Dio oppure è impegnata in argomenti e in cose che non costano più di tanto, ad esempio l’orizzontalismo antropologico del buonismo. Prendere la parola per la Parola è rischioso perché significa vivere una spiritualità scomoda, di parte, infatti, quando si prende la parola per la Parola, si diventa partigiani di Dio e, quindi, partigiani dell’uomo e nemici della logica del mondo. È così perché anche Dio è diventato un Dio di parte quando, per salvarci, ha consegnato Gesù alla passione e alla morte, è diventato il Padre. Allora questa Parola ci scava dentro e ci mostra una sindrome, una patologia del nostro tempo: il non assumere mai una parte, non solo nelle cose di Dio, ma anche in quelle della vita, magari in nome del buonismo, del rispetto, della tolleranza, dell’ecumenismo, della comodità. Contro la nostra indecisione, il nostro fluttuare delle decisioni, la Parola ci mostra un Pietro traditore, rinnegatore, che prende la parola per la Parola, assume una parte e diventa visibile, verificabile, diventa un segno. Oggi nei nostri paesi abbondano le persone che non assumono mai una parte, fanno silenzio, invece, se siamo nati dalla Parola e se siamo mossi da essa, dobbiamo assumere una parte. Ad una persona che sta soffrendo non si può dire: “Coraggio”, ma occorre amare la sua sofferenza e schierarsi dalla sua parte, perché la Parola si è schierata dalla parte dell’uomo per essere dalla parte di Dio.
Allora il compito dei cristiani è la sfida della missionarietà, dell’annuncio, di portare la Parola che si è fatta evento, visibilità, carne. Dio sa benissimo come siamo fatti, ecco perché Pietro dice che Gesù Cristo nella sua Pasqua non ha voluto il popolo come testimone: “volle che apparisse non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio”. Dio non ha bisogno di populismo, di approvazione democratica, ma Dio si lascia testimoniare da testimoni prescelti. Dio sceglie. Ecco perché Pietro dice: “apparve a testimoni prescelti, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione”, soffermandosi sui pasti Pasquali di Gesù, che avevano un connotato eucaristico, noi siamo testimoni della Parola in tanto in quanto siamo eucaristici. Senza Eucaristia non siamo testimoni, senza Eucaristia non siamo partigiani di Dio e della Parola, non possiamo testimoniare Dio senza la sua Eucaristia, senza la sua intimità, senza fare esperienza di un dono gratuito che ci viene dato anche oggi perché l’Eucaristia è la vittoria della gratuità di Dio su di noi. Dio si dona a noi senza condizioni e finché vivremo di Eucaristia, finché scommetteremo sull’Eucaristia, finché crederemo all’Eucaristia, saremo testimoni, quindi segno e, se saremo segno, saremo una vedetta in questo mondo soporifero in cui la Pasqua è diventata la fuga dalle città per visitare le località d’arte e i musei.
Dio oggi ci dona una grande luce, una grande gioia: prendere la parola per la Parola e testimoniare.


Seconda Lettura        Col 3,1-4

Il brano presenta la teologia battesimale di Paolo. Nella Chiesa antica il Sabato santo era l’unica sera in cui il vescovo battezzava i catecumeni adulti che si preparavano per un anno e arrivavano al Battesimo dopo una serie di passaggi, ritornati nell’iniziazione degli adulti, come ad esempio la scelta del nome, l’iscrizione nel libro dei catecumeni, gli esorcismi, la consegna del Simbolo, del Pater e, alla vigilia, l’unzione con l’olio dei catecumeni. Nella Chiesa antica, alle spalle di un catecumeno, c’era sempre un cristiano battezzato che si faceva garante per lui davanti al vescovo; i battezzandi adulti venivano spogliati e portati nella vasca battesimale, dove venivano per tre volte immersi e fatti riemergere, un simbolo potentissimo di morte e di vita. Quando uscivano, venivano asciugati e rivestiti di una tunica bianca, che indossavano per otto giorni, e fatti risalire per un’altra scala, verso oriente, a simboleggiare il sole di Cristo.
Allora il battezzato è innanzitutto un risorto, partecipa della dynamis, della forza della risurrezione di Gesù e, in quanto risorto deve assumere, cercare, formarsi alla mentalità di Dio. Per cui un battezzato non può avere una mentalità carnale, umana, razionale, perché il Battesimo è una vera morte, la morte dalla nascita della carne e del sangue, a cui segue una rigenerazione, una rinascita, in cui si pensa alle cose di lassù, cioè si è radicati nella mentalità di Dio, sapendo che qui non si ha una città stabile e permanente, ma che Dio ci ha prestati alla storia.
La spiritualità battesimale è quella che uniforma la nostra vita perché veramente nel Battesimo siamo morti e siamo risorti in Cristo. Ecco perché allora Paolo dice: “Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio”, Cristo è veramente la fessura del muro, di cui parla il Cantico dei Cantici, in cui la nostra vita è nascosta. Ci nasconde solamente chi ci ama.
Ricordiamo l’episodio delle spie mandate da Giosuè nella terra promessa per vedere com’era, che vengono nascoste da Raab, una prostituta, per questo gesto essi le promettono che la risparmieranno assieme alla sua famiglia quando prenderanno la città e la metteranno a ferro e fuoco. Il profeta Isaia dice: “Ha reso la mia bocca come spada affilata (la nostra bocca diventerà così quando prenderemo la parola per la Parola) mi ha nascosto all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita e mi ha riposto nella sua faretra”(Is 49,2). Come è bello questo Dio che ci nasconde perché ci ama. C’è un altro tipo di nascondimento, che però non è di Dio, ed è il nascondimento del peccato: Adamo ed Eva si nascosero perché erano nudi, ed è la condizione degli uomini di oggi, che si nascondono con immaturità dietro il carattere, la disavventura, lo sbandamento perché non vogliono rendere conto della loro scelta e fuggono alle loro responsabilità. Questa gente viene nascosta da se stessa e diventa croce a se stessa. Un Salmo recita: “Mi rifugio sotto l’ombra delle tua ali”: abbiamo bisogno di un nascondimento di Dio, perché Egli, nascondendoci, ci ama e,  amandoci, tutela la nostra vera identità, il nostro mistero, la nostra personalità battesimale, inserita nella dinamica trinitaria.
Dio non ci dà in pasto ad un popolo e, se anche il popolo dicesse male di noi, svernicerebbe solo l’esterno, ma noi siamo nascosti in Dio. Teresa d’Avila diceva che, quando qualcuno parla male di noi, dobbiamo essere liberi, in modo da non farci toccare da questo, pensando che, prima di tutto, offende Dio e per questo è meritevole del Purgatorio e, seconda cosa, è triste perché non ama.
Dove ci si nasconde in Dio in Cristo? Nella preghiera, nella contemplazione, nel silenzio adorante.
Dal nascondimento usciremo quando Cristo si sarà manifestato in noi e allora anche noi saremo manifestati con Lui nella gloria. Ecco la necessità di una vita spirituale interiore perché Cristo cresca in noi in età, sapienza e grazia e, quando avremo Cristo in noi, Egli si manifesterà e noi saremo nella gloria e nella vittoria di Cristo.
Non dobbiamo temere, perché vinceremo in tanto in quanto faremo crescere Cristo in noi.


Vangelo      Gv 20,1-9

Questo vangelo ci mostra che, dopo la morte di Gesù, la sua comunità si sfaldò, tanto che ognuno andava per conto suo, era una Chiesa che non aveva più un capo, una Chiesa dove c’era paura, sconcerto. Questo vangelo ci induce a porci una grande domanda: questa gente che aveva vissuto con Gesù per tre anni non aveva capito nulla del suo mistero? Effettivamente la comunità postpasquale degli inizi è una comunità in lutto che parla di trafugamento di cadavere, non di risurrezione, eppure Gesù aveva annunciato più volte la sua morte e risurrezione. Era una comunità che forse aveva ridotto Gesù ad un rabbì, ad un maestro sapiente, ma non aveva riconosciuto in lui il Figlio, il Messia di Dio; una comunità impreparata ad accogliere il segno potente di Dio. Questo sta a confermare che la risurrezione di Gesù è un evento storico e viene a contestare Feuerbach e tutti i filosofi  dell’Ottocento che distinguevano un Gesù della storia, realmente vissuto e riconosciuto anche da testimonianze extra cristiane, dal Gesù della fede, una proiezione della prima comunità di una idealità su Gesù che sarebbe risorto nella testa dei suoi seguaci. Invece Gesù è veramente risorto e questo è un evento storico inoppugnabile.
Se confrontiamo la risurrezione di Lazzaro con quella di Gesù, possiamo affermare che la prima ebbe dei testimoni, cosa che non accadde per la seconda perché le guardie dormivano, perciò non c’è nessun testimone prescelto da Dio per il momento della risurrezione, che è un dato di fede.
A questo riguardo esistono tre scuole di pensiero: molti teologi sostengono che Gesù è risorto per virtù propria, altri per opera del Padre, altri per opera dello Spirito.
La risurrezione è il punto di termine dell’esilio incarnazionista di Cristo che ha portato a compimento la missione del Padre, in cui era prevista anche la morte. Al termine di questa prova, Gesù, per opera di Dio Padre e dello Spirito, venne reintegrato nella famiglia trinitaria, per cui la Trinità rimise in quel corpo morto la dinamica e la forza trinitaria e ci fu “un grande scoppio di energia”, al punto tale che la sindone, testimone muto e silenzioso su Gesù, rivela che quell’impressione perfetta di un corpo e di un volto non era possibile per un liquido ematico, ma dipende da una energia non umana. Allora la forza di Dio ha reintegrato immediatamente Gesù nella danza trinitaria, che è ritornato alla sua dimensione divina umana. Questa è la vittoria di Dio. Dopo la risurrezione di Gesù, la comunità pasquale è imbarazzata, lo crede un fantasma e Gesù appare più volte a diverse persone, mangia con loro per dire che non è un fantasma, fa toccare le ferite, entra a porte chiuse, dice alla Maddalena di non trattenerlo: è già il Gesù della gloria, che sta preparando la sua comunità ad un passaggio ulteriore. L’Ascensione, invece, non è solo il ritorno di Gesù al Padre, ma è la fine della missione visibile, storica di Gesù, quando  comincia l’altra dimensione, quella invisibile, sacramentale, ecclesiale. Perciò potremmo dividere la storia dell’uomo in cinque fasi: la creazione, la caduta, la redenzione, la Chiesa, la parusia, noi siamo nel penultimo tempo, per cui siamo già entrati nei “tempi ultimi”, siamo in attesa della manifestazione finale di Gesù nella gloria, quando la storia sarà raccolta e giudicata.
La Maddalena va al cenacolo dove erano Simon Pietro e l’altro discepolo e parla di una trafugazione di cadavere, allora Pietro e Giovanni corrono al sepolcro, Giovanni arriva per primo, ma non entra, perché c’è già una coscienza del ruolo primaziale di Pietro nella comunità. Quando entrano, scorgono le bende, il sudario, e allora credono. Giovanni rivela il motivo della loro incredulità anteriore, del loro imbarazzo, non avevano infatti ancora compreso la Scrittura. Comprendere la Scrittura è capire l’evento di Dio, le sorprese di Dio.          
Quando la Parola entra in noi e ci nascondiamo in essa, avremo come dono la fede Pasquale.

Sant’Agostino nel Discorso 258 al terzo paragrafo scrive: “La Parola ha sopportato che la sua carne fosse appesa al legno; la Parola ha sopportato che i chiodi fossero piantati nella sua carne; la Parola ha sopportato che la sua carne fosse trafitta dalla lancia; la Parola ha sopportato che la sua carne fosse deposta nella tomba. La Parola ha risuscitato la sua carne, l’ha offerta allo sguardo dei suoi discepoli, si è prestata ad essere toccato dalle loro mani. Essi toccano e gridano: - Mio Signore e mio Dio. Ecco il giorno che ha fatto il Signore –“.
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