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12 luglio 2020

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di domenica 12 luglio 2020
XV Domenica del Tempo Ordinario. Anno A


Prima lettura  Is 55,10-11


L’oracolo profetico, tratto dal secondo Isaia, descrive la potenza della Parola di Dio nella vita e nella storia dell’uomo attraverso dei paragoni naturali: la pioggia e la neve che scendono dal cielo. La potenza della Parola di Dio sta nel fatto che non è parola nostra, discende dall’alto, cioè da Dio, e non è toccata, sporcata, confezionata dalle opinioni transitorie degli uomini. La parola di Dio ha una sua verginità, una sua provenienza che è il cuore di Dio stesso, si è incarnata in un modo espressivo umano in una cultura, in sensibilità diverse di scrittori ispirati, ma rimane sempre Parola di Dio. Essa non può essere usata o abusata per sostenere nostri modi di vedere, nostre opinioni, nostri schieramenti, come molte volte avviene, non sponsorizza alcun partito, alcuna ideologia, filosofia o opinione perché è Parola vergine, santa di Dio che viene data unicamente perché porti frutto e perché torni vittoriosa a chi l’ha mandata.
La Parola di Dio è il cibo quotidiano dell’anima perché innanzitutto ci insegna una grande virtù e un grande stile di vita che noi abbiamo perduto anche nella chiesa, presi dal fremito della fretta e dell’opportunità. La parola ci insegna la pazienza, non ha fretta di svolgere la sua missione, non è morsa dall’attivismo di una vittoria, ma è mandata, giunge a chi è mandata e sa attendere: è l’attesa di Dio per ogni anima, per ogni vita, per ogni storia, per ogni volto. La Parola ha la certezza da Dio, il mandante, che non ritornerà a Lui senza effetto, senza aver operato ciò che Egli desidera e senza aver compiuto il motivo per cui è stata mandata. La Parola è il tesoro che Dio ci consegna e noi molte volte possiamo sporcare e banalizzare commentando questa Parola con un metro miope e umano di estraneità ad essa. Possiamo insultare, oltraggiare questa parola quando siamo frettolosi e quando ne vogliamo ricavare solamente un frutto etico, normativo, dottrinale che magari appoggi la nostra posizione. Molte volte leggiamo la Parola senza un coinvolgimento affettivo, dimenticando che essa è vita, che porta vita, che lo statuto fondamentale è che è viva, efficace e penetra negli incroci dell’uomo, dove non arriva la sensorialità umana.
Ripartire dalla Parola, amare la Parola, essere estremisti di amore per la Parola perché essa rimanga sempre vita, e vita eterna e non venga sfiorita nella cronaca triste delle opinioni.         


Seconda lettura   Rm 8,18-23

Paolo ci parla di un dolore di parto che percorre tutta la creazione, che percorre tutti i figli di Dio, perché tutta la creazione e tutti i figli di Dio sono protesi verso la rivelazione piena che Egli farà di se stesso a loro e alla storia. Oggi per tanti cristiani invece non c’è più una doglia di parto, ma c’è una stanchezza di rassegnazione, oggi per molti cristiani non c’è più un pulsare per una vita nuova, ma per un sopravvivere in una stanchezza e in una sconfitta e invece lo Spirito vuole portarci queste doglie di un parto. Il primo parto è partorire noi stessi nella fecondità di Dio per non essere più zombie antropologici di un’auto centratura arrogante, ma stupore e gloria dell’amore divino. Dobbiamo ripartorire anche la nostra madre chiesa con la nostra santità, con la nostra audacia, con la nostra profezia, con la nostra fecondità interiore della Parola e della vita di Dio. Dobbiamo ripartorire una storia personale, locale, mondiale che è sempre più estranea all’azione dello Spirito e non sa leggere in profondità le primizie dello Spirito e nemmeno i dolori del parto. I cristiani per natura sono gravidi di una vita interiore dello Spirito, i cristiani per natura sono fecondi perché generati e rigenerati da quell’acqua battesimale potente del sabato santo dove la vita è stata immessa dalla potenza del Cristo risorto e del Cristo luce. Un cristiano che non è gravido di Cristo è un pover’uomo più degli altri, un cristiano che non ha più le doglie di parto è un pover’uomo che smercia piccole opinioni, piccole morali, piccole chiacchiere ininfluenti che non toccano la vita. Lo Spirito e solo lo Spirito ci dona le sue primizie che sono il gemito interiore, la protensione e il desiderio verso la pienezza e l’attesa della rivelazione d’amore che Dio farà ai suoi eletti e questo sarà il momento del grande parto di noi stessi nella gloria e nella gioia di Dio.   


Vangelo      Mt13,1-23

Gesù ci ha raccontato la parabola del seminatore ed egli stesso ne ha fatto l’esegesi. Di fronte a questa icona evangelica del divino seminatore ciò che colpisce è che la semente per essere sparsa prima deve essere nella mano di Gesù. Quella mano che ha fatto una promessa a noi che nessuno ci rapirà da essa, quella mano che non è una bilancia elettronica perfetta, ma è una mano che si adegua alla misura del momento e che sa spargere anche nel terreno sterile e inospitale il grano buono della Parola, perché Gesù non è un manager infallibile di produttività, ma è il grande spargitore dell’amore di Dio. Gesù sa anche che i suoi semi potranno morire, non potranno radicarsi nei terreni sterili, nei terreni poco fecondi, nei terreni ribelli alla logica della Parola, ma Egli semina perché sa che la sua semente troverà anche un terreno buono e questo terreno è colui che ascolta la Parola e la comprende. La comprende non in senso solo intellettivo ed esegetico, ma la comprende perché la mette dentro il suo cuore e la sua vita. La prima missione del seme della Parola non è farsi capire nella intellettività, ma è farsi ospitare da un cuore che si apre e rimane fecondo grembo del frutto. Il nemico della Parola, l’ha detto Gesù, è il maligno che è l’anti parola per eccellenza. Il maligno produce opinione, relativismo, protesta, punti di vista, filosofie, verità distorte. Egli, non avendo l’amore, sa generare e seminare solo la divisione. Il maligno ruba la Parola perché non vuole che diventi per noi vita, gioia e speranza; il maligno ruba la Parola quando non è amata, cercata, venerata, contemplata. Egli ruba la Parola per lasciarci una generica strategia di bene, illudendoci così di essere nel cuore di Dio. La Parola deve essere, invece, conservata nel cuore e Maria è l’icona, il modello della docilità, dell’accoglienza, della custodia, dell’amore per la Parola, ecco perché è la madre della chiesa ed è nostra madre e la prima grazia che Maria ottiene dallo Spirito è che ciascuno di noi, conservando la Parola nel suo cuore, impedisca al maligno di compiere l’ennesimo furto del tesoro della nostra vita.        
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