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12 settembre 2021

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 12 Settembre 2021
Domenica XXIV Tempo ordinario

Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza

Prima lettura    Is 50,5-9


Questa domenica la liturgia ci propone un frammento del terzo dei quattro carmi del servo sofferente, che leggiamo in Quaresima quando la Parola di Isaia viene compiuta dalla fedeltà di Gesù al Padre. Leggendo questa Parola, che è un’icona viva di una persona misteriosa per gli Ebrei, mentre per noi cristiani è conosciuta e misteriosa nello stesso tempo, possiamo cogliere raffigurato l’amore appassionato di Gesù, ma faremo un torto allo Spirito pensare che questa Parola sia stata solamente un preannuncio della Parola d’amore sconvolgente che è stata la croce di Gesù. Infatti, quando contempliamo questa Parola vediamo che tutti i flagelli, tutte le sofferenze sono state inflitte a questo servo del Signore a casa del suo orecchio aperto alla Parola, alla potenza di Dio: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”. Quanto bisogno ha oggi la Chiesa di parole vive generate dalla Parola! Molte volte pensiamo che leggere la Parola sia una pratica spirituale importante per la vita interiore, e questo è fuor di dubbio, ma leggere la Parola non è solo riflettere su un testo, creando quasi un rapporto frontale tra noi e la Parola scritta, questa domenica la prima lettura ci dice che la Parola è persona e quando noi incontriamo, sposiamo, scrutiamo questa Parola fatta persona essa ci genera Parola fatta persona.
La Parola di Dio non ha primariamente bisogno di un servizio qualificato e scientifico di interpretazione, sebbene questo sia importante e fondamentale per il rispetto e la preziosità della Parola, ma la Parola prima di tutto ha bisogno di innamorati che si lasciano generare da quel seme incorruttibile che è la Parola stessa. Nel nostro tempo così sfiancato dalle opinioni, così deturpato dalla dittatura del relativismo, nel nostro tempo in cui si ritiene libertà un confronto infinito di idee, una persona che diventa Parola è un evento di grazia, è un dono profetico dello Spirito in una stagione dell’umanità a cui manca vera creatività, vera libertà e vera tensione per Dio.
Il Santo Padre Benedetto XVI ha detto recentemente ad un gruppo di vescovi brasiliani che un cuore senza Dio è il vero deserto, perciò la potenza della Parola genera parole fatte carne, fatte vita; la Parola entra e sposa un volto, una storia, un carattere, una sensibilità, una Parola. Essa ripete la legge dell’Incarnazione: si incarna in coloro che, aprendo il cuore docilmente al soffio dello Spirito, non diventano ascoltatori smemorati, ma diventano Parola fatta persona perché la Parola di Dio non è una Parola intellettuale, culturale, una Parola di opinioni, ma la Parola di Dio trova la sua bellezza nell’incarnarsi, nel generare se stessa nelle diverse originalità delle creature che umilmente diventano Parola.
La Parola, allora, diventa una persona, una vita, un volto da vedere, toccare, ascoltare. Queste parole vive attraversano un’umanità, quella di oggi, ormai sfibrata nelle mille opinioni che rubano il cuore e tolgono il respiro del cielo all’uomo. Quando una persona diventa Parola e la Parola diventa signoria sovrana su quella vita, quella persona, inserita in uno spazio, in un tempo, in un ambiente paga il prezzo dell’amore. Se non paghiamo nessun prezzo alla Parola significa che la Parola non ci ha confermati e il prezzo da pagare alla Parola, come l’ha pagato Gesù, Parola eterna del Padre, è il dileggio, l’insulto, l’essere calpestati come persone, il non ricevere dal mondo un’approvazione e una stima, perché il mondo ama solo ciò che è suo.
Una persona che diventa Parola e cammina, vive opera nella storia tenebrosa del peccato che incanta l’uomo di oggi con la falsa libertà dell’opinione e della moda diventa una presenza profetica perché scava un solco. La persona fatta Parola frantuma tutte quelle illusioni e tutte quelle falsità fatte in nome di una libertà che non c’è, di un amore che non esiste.
Questo servo del Signore perseguitato non ci fa lo sconto, perché Dio non ha fatto sconto nemmeno a suo Figlio, ma mai come oggi il mondo ha bisogno di questa radicalità e di questa totalizzante sovranità della Parola per tornare a vivere e a sperare mentre gli scenari illusori delle opinioni democratiche si sfaldano di fronte alla luce gloriosa dell’unica verità: la Parola di Dio.   
  

Seconda lettura             Gc 2,14-18

San Giacomo sembrerebbe quasi in conflitto con Paolo, infatti mentre quest’ultimo evidenzia la necessità e la sufficienza della fede, il primo sostiene che c’è bisogno sia della fede che delle opere. Innanzitutto la lettera di Giacomo è uno spiraglio aperto su un sano pluralismo che si respirava già nella chiesa primitiva in cui diverse scuole spirituali legate agli apostoli scrutavano e coglievano dall’infinito oceano che è la Parola. Innanzitutto tra fede e opere non c’è opposizione, non c’è una scissura, certamente le opere senza la fede non sono un evento profetico e non sono un evento di Dio. Oggi molta gente, anche nella chiesa, si illude che sia sufficiente essere operativi in organizzazioni di opere buone, anzi molti dicono che solo lì si vede l’autenticità di un discepolo, di un cristiano. Si ha quasi paura di proporre la fede. Qualche tempo fa il papa si è detto preoccupato perché in molte regioni della terra si sta spegnendo la fede. Ma che cos’è la fede? Essa non è un’opera buona, è un dono gratuito, un’esperienza gratuita di Dio che ci viene data se il nostro cuore non si sazia di se stesso, non si sazia della sua autosufficienza e della sua autogratificazione di bontà costruita con le opere. La fede è l’unica vera grande opera buona dell’uomo perché la fede è un’accoglienza gratuita di una grazia che ci racconta, che ci dona la bellezza di Dio.
Le opere buone dovrebbero essere le figlie della fede, dovrebbero essere il frutto del grembo della fede. Se pensiamo che le opere siano sufficienti abbiamo già ridotto l’uomo ad un essere con piccole esigenze, al quale bastano alcuni approcci immediati di una risoluzione di un bisogno, ma non è così. La fede è la prima grande opera buona che ciascuno di noi dovrebbe donare a chi incontra. Oggi la sete di Dio si fa sempre più acuta e la ricerca di Dio si fa sempre più cocente nel deserto dell’umanità, oggi molta gente sta cercando il senso profondo della vita e anche questa domanda viene cosificata e ridotta ad una prestazione d’opera fatta da maestri di dubbia verità o da agenzie dove lo Spirito è totalmente assente. Le opere e la vera buona opera è l’esperienza di fede che diventa testimonianza e missionarietà per donare all’uomo che si pone le grandi domande di sempre una risposta e un significato, un obiettivo e un fine.


Vangelo         Mc 8,27-35

Siamo nel cuore del vangelo di Marco. Egli ci dice che a Cesarea di Filippo Gesù domanda ai suoi discepoli che cosa dice la gente di lui. Gesù vuole ascoltare dai suoi discepoli le opinioni della gente. La gente vive di opinioni riguardanti le persone e anche Gesù, opinioni costruite dalla mente di ciascuno, dalla sensibilità di ciascuno e dalla coloritura che ciascuno dà ad una persona ad un evento, ad un fatto. Così i discepoli portano a Gesù diverse valutazioni su di lui: la voce della piazza è sempre una voce molto riduttiva e oggi purtroppo dobbiamo constatare che anche nella chiesa entra con prepotenza la voce della piazza, la voce di chi grida più forte, di chi ha un’opinione maggioritaria, la voce di chi afferma che le cose di Dio vanno trattate democraticamente attraverso organismi dove magari al centro c’è la propria autogratificazione di presenza e di protagonismo, ma non c’è più lo Spirito. Gesù allora fa una seconda domanda e la fa a Pietro, gli chiede di dirgli chi è per lui e Pietro dice: “Tu sei il Cristo”. Sapendo che Pietro aveva dato una risposta giusta, ma rivestita di un messianismo ebraico di potenza e forza, egli comincia a spiegare a Pietro chi è il Cristo. Pietro allora lo rimprovera e lo vuole zittire. È il dramma del nostro tempo, quando siamo convinti che Dio sia il frutto della nostra capacità mentale, che Dio sia frutto di una nostra opinione su di lui, che Dio sia quello che pensiamo noi. Oggi la gente che vive questa fiera delle opinioni, è diventata opinionista anche su Dio al punto tale che si dimentica che Dio non lo si può conoscere se non attraverso una grazia particolare che è chiamata Rivelazione. Non è l’uomo che dice Dio, ma è Dio che racconta se stesso. Siccome Pietro vede che Gesù scalfisce la sua opinione mentale, ebraica, politica, guerresca e vittoriosa non accetta questo Dio perché in Pietro, come in noi, la mente diventa l’assolutizzazione di tutto. Quando noi siamo solo mente e tutta mente riceviamo da Gesù un rimprovero: “Va’ dietro a me, satana” perché non pensiamo secondo Dio ma secondo gli uomini.
Satana non è il folclorismo delle immagini ridicole sul nemico, ma il satana che è dentro ciascuno di noi è l’onnipotenza della mente che pretende di filtrare, di dire, di soffocare la libertà di iniziativa di Dio che dice all’uomo che arriverà ad amarlo fino all’estremo. Ecco perché chi vuole salvare la propria vita la perderà, chi vuole fare della propria vita un risultato mentale, la perderà perché la mente non ci svelerà e non ci donerà il significato profondo della vita. Si invece la nostra vita sarà immersa in Gesù e nella rivoluzionante Parola del Vangelo sarà salvata perché finalmente la nostra mente verrà superata dall’amore infinito di Dio.   
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