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13 gennaio 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di domenica 13 gennaio 2019
BATTESIMO DEL SIGNORE


Prima lettura       Is 40,1-5.9-11


Il capitolo 40 del libro di Isaia è chiamato il libro della consolazione, infatti comincia con due verbi all’imperativo presente: “Consolate, consolate”.
Chi è Dio? È il Consolatore. San paolo scrive così: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché anche noi possiamo consolare con lo stesso genere di consolazione ogni tipo di afflizione”. Tutto il mistero della Trinità è un mistero di consolazione, ma la consolazione non è una tisana buonistica ed emotiva, non è un fremito di sensorialità commotiva, la consolazione è ricevere la grazia di parlare al cuore (seconda riga). Parlare al cuore non è una strategia da marketing, non è una scuola psicologica o è un’astuzia di comunicatore, parlare al cuore di ogni persona è una grazia che compartecipiamo se siamo intimi nella consolazione di Dio.
Tanta gente non ha una relazione con Dio, perché con Lui si pone in una relazione frontale, razionale, religiosa, rituale, ma allora è ancora centrata su se stessa. Anche il papa più volte ha affermato che Gesù è venuto a salvarci dalla nostra auto centratura su noi stessi, che ci riteniamo sufficienti, completi e bastanti.
Quando non parliamo al cuore, non costruiamo nessun tipo di relazione né con noi stessi né con gli altri, perché se non parliamo al cuore facciamo solo rumore. La nostra vita è un mare di parole, ma solo poche ci hanno scalfito perché sono quelle parole che hanno parlato al cuore. Senza il linguaggio del cuore, si fanno solamente rumori, discorsi, comizi, polemiche, avvisi parrocchiali, ma non tocca niente. Per parlare al cuore bisogna ricevere una grazia previa e la si riceve solamente se siamo alla scuola dell’intimità con Dio.
Quando non usiamo il linguaggio del cuore, creiamo delle persone isolate e ci isoliamo tutti nelle prerogative rassicuranti di un discorso che fa solo rumore; quando non parliamo il linguaggio del cuore siamo condannati ad una sterilità spirituale, umana, relazionale, sociale perché dalla bocca esce solo rumore.
Che cosa sarà la nuova evangelizzazione? Uomini e donne che parleranno al cuore. Che cos’è il cuore in noi? È la sede profonda delle decisioni, delle certezze, dei desideri, dei sogni, delle paure e la parte più profonda di noi è stata censurata da coloro che, non usando il linguaggio del cuore, hanno usato solamente il linguaggio della sentenza, della condanna e dell’aggressione. Ma questo linguaggio non genera nulla.
Perché bisogna parlare al cuore? Per gridare che la tribolazione è finita e che la colpa è scontata. Quando parliamo al cuore, annunciamo che l’amore di Dio è sempre vincitore sulla nostra vita. Nel cuore nascondiamo i traumi, le delusioni, le violenze, le sconfitte, gli imbarazzi. Per parlare al cuore bisogna essere voce, non rumore.
Perché c’è lo sfacelo delle coppie, della vita religiosa, dell’Italia? Perché il linguaggio del cuore è stato abbandonato e sostituito dal linguaggio della rivendicazione, della polemica, della ragione, del conflitto e della predominanza, ma questi sono tutti linguaggi figli di un aborto del dialogo. Siamo pieni di rumori, ma le voci non ci sono più. Perché la voce si distingue dal suono? Perché la voce parla con il cuore e raggiunge il cuore. Quando parliamo al cuore perché viviamo la grazia di Dio che parla al cuore, facciamo ritrovare all’uomo quattro strade che lui non vede: innanzitutto la strada del suo deserto. Il deserto non ha strade, basta una tempesta di sabbia perché tutto venga cancellato, perché la strada di Dio per noi non è ovvia, visibile, è proprio nel profondo deserto del nostro cuore che Dio, da sotto, con un solco di vita comincia a farci vivere. Per farcela scoprire ci devono essere uomini e donne di Dio che parlano al cuore. La seconda strada è quella nella steppa, dove c’è il nostro aspetto selvatico, ruggente, rabbioso, rivendicativo, fangoso, anche lì si può preparare la strada per il nostro Dio. Tutto ciò che è diventato steppa è il risultato di tante aggressività del linguaggio che non è del cuore. Poi ci sono tutte le nostre complicazioni che sono diventate valli, monti, terreni accidentati, esse, lo annuncia la voce, saranno spianate.
La voce va su un alto monte ad annunciare, il monte della Parola. Si deve fuggire dalla pianura delle opinioni. Gli uomini che parlano al cuore hanno l’intolleranza passionale e sono sul monte. Finché saremo nella pianura, avremo solo rapporti frontali e moriremo asfissiati dalle ideologie e dalle opinioni degli altri.
Il Signore sta arrivando, siamo vicini al suo arrivo. È importante trovare uomini e donne che parlino al cuore delle persone.
Quando non parliamo al cuore, parliamo a tutti e, quando parliamo a tutti, non parliamo a nessuno.            


Seconda Lettura       Tt 2,11-14;3,4-7

Ci soffermiamo a gustare l’espressione con cui si apre la lettera di Paolo a Tito: “Figlio mio”. Che cosa ci manca? Un padre nello spirito, siamo tutti orfani. Santa Teresina l’ha tanto cercato nella vita e non l’ha mai trovato. L’apostolo Paolo, che era un uomo irruento, emotivo, intelligente, complicato, difficilissimo nella convivenza si rivolge a Tito chiamandolo: “Figlio mio”.
Chi sono un padre o una madre nello spirito? Sono un uomo o una donna di Dio che sono vicini alla nostra vita, non per regolamentare il nostro operare, ma per aiutarci a tenere fermo e fisso il nostro cuore. Un padre nello spirito non ti mette in imbarazzo, non si scandalizza dei tuoi scivoloni, sapendo che siamo tutti peccatori; un padre nello spirito ti sta vicino per aiutarti con lo Spirito santo a decifrare la mappa di Dio nella tua vita. Il padre nello spirito ti è vicino per darti solo amore, perché se fosse un padre della normatività, della regolarità o della precettistica sarebbe un funzionario. Un padre nello spirito ti ama con il cuore di Dio, vuole solo rassicurarti che il suo amore è presente in te e che Dio non ti valuta per i tuoi successi o insuccessi, Dio non ti stima per le tue riuscite o le non riuscite, ma che Dio ti ama così come sei.
È raro trovare oggi padri e madri nello spirito, perché tutti temiamo la fatica della relazione profonda e l’abbiamo sostituita con la logica comunitaria di relazioni part-time.
Un padre e una madre nello spirito provano gioia quando incontrano un figlio, che non è loro, ma di Dio e gli viene affidato, perché possano rinfrancarlo ed incoraggiarlo a cercare il vero volto di Dio. Il padre nello spirito non fa analisi, ti porta dentro la grazia che è apparsa e che giustifica (sono i termini che usa Paolo nella lettera a Tito) e il padre nello spirito  ti rassicura continuamente che Dio ti salva non per quello che fai (“Egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia”) e la sua salvezza è attuale e perseverante perché Dio ti ama.
Il padre spirituale ti aiuta a restare sempre nella via di Dio per non ricadere nella via dell’inquietudine, del rimorso, del senso di colpa, della disistima, dell’autoespiazione, della religione, della ritualità, della purità rituale. Il padre nello spirito che si avvicina a te e tu lo accetti come tale, è un uomo o una donna debole e fragile come te, ma più avanti di te perché è stato perdonato più di te e amato più di te.
Giovanni della Croce afferma che senza i padri nello spirito non è possibile camminare nella via di Dio. Santa Teresa d’Avila diceva alle sue monache di trovare padri nello spirito intelligenti, santi se possibile, ma soprattutto intelligenti, perché senza questa condizione non si poteva cominciare nulla.
Il padre nello spirito ti fa sentire dentro la vibrazione dell’amore di Dio, che non è legato alle tue opere, anche se le opere buone sono necessarie perché la fede senza le opere è morta. Tra queste affermazioni non c’è contrasto perché le nostre opere non sono imprenditoria di riuscita del nostro io spirituale e nemmeno doveri di beneficienza, ma sono quel scintillio di luce che ti conferma che hai incontrato Dio.        


Vangelo     Lc 3,10-18

Anche oggi siamo in attesa: “In quel tempo, poiché il popolo era in attesa”. Che cosa sono le nostre attese? Sono il profondo del nostro cuore che diventa sogno, desiderio, speranza, progetto nostalgia. Giovanni Battista, che era intelligente, ha capito il fraintendimento e ha subito chiarito: “Non sono io l’atteso”. Se consegneremo le nostre attese agli uomini, rimarremo solennemente delusi, infatti essi le demoliranno, le distruggeranno, le rifiuteranno, le bocceranno, diranno che sono follie, capricci. Non consegnare mai le tue attese agli altri, perché l’Atteso che può raccogliere le nostre attese è solo Gesù. Con gli altri diventi un obiettivo di sparo, con Gesù diventi un trionfo d’amore. Diamo a Lui tutte le nostre attese, perché solo Gesù le porterà a compimento.
“Mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera”, Gesù va con i peccatori, si mette in fila con loro, ma non è peccatore perché lui è uguale a noi in tutto, escluso il peccato. Lui era in mezzo ai peccatori però si è distinto e Luca dice che, mentre i peccatori venivano battezzati, lui pregava. Cos’è la preghiera? È la visibilizzazione di una nostra diversità e di una nostra non appartenenza alla maggioranza del momento. Quando uno prega si tira fuori dal coro dell’ovvio, diventa diverso, diventa altro, diventa profeta, diventa segno. Non salveremo la gente diventando come loro, perché saremo uno in più che si aggrega alla compagnia, ma salveremo la gente se rimarremo ostinatamente diversi da loro.   
La preghiera è quella forza che apre i cieli. Perché il cielo si apre? Perché la voce, non più da un alto monte, ma dal cielo, racconta chi è quel messia galileo. Non è Gesù che si dice, noi non siamo quello che pensano gli altri. Chi siamo, ce lo dice Lui, le autoreferenze non valgono.
Chi è ognuno di noi? L’amato. Dio l’ha detto a Gesù in senso stretto, ma nel Figlio siamo tutti figli. I grandi avvenimenti di Dio sono avvenuti al Giordano e non al tempio, perché Dio sapeva che altrimenti i funzionari avrebbero catturato la sua libertà.


Prima lettura       Is 40,1-5.9-11

Questo brano inizia il secondo Isaia, detto anche libro della consolazione. Gli esuli stanno ritornando da Babilonia e il profeta interpreta profeticamente questo momento, dandogli un senso, perché i profeti danno un senso alle stagioni della vita. La nostra vita è fatta di esili e di ritorni, di prigionie e di liberazioni, di luce e di tenebre, di vita e di morte. Questa stagionalità può essere interpretata solo da un profeta; egli è colui che riceve un imperativo da Dio: “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio”. Consolare il popolo non è fare le condoglianze o dire parole dolci, è imparare la lingua di Dio, parlare al cuore di Gerusalemme, parlare al cuore di una società, di una persona. Parlare al cuore non significa parlare all’emotività o all’emozionalità psicologica- psichica di una persona, ma significa raggiungere quel territorio intimo, interiore, dove risiedono i suoi segreti, i suoi dolori, i suoi sogni, le sue aspettative. Parlare al cuore è raggiungere il linguaggio non verbalizzato e non esteriorizzato di un disagio. La consolazione, allora, comincia con il parlare al cuore, la consolazione prosegue con un gridare, gridare cosa? Isaia dice agli esuli: “La tribolazione è compiuta, la colpa è scontata perché abbiamo ricevuto dalla mano del Signore il doppio per i nostri peccati”, ma oggi, leggendo questa parola di Dio dell’Antico Testamento attraverso Gesù Cristo che è la chiave ermeneutica interpretativa di tutta la Scrittura, un profeta deve dire al cuore delle persone che i loro peccati, i loro errori, le nostre ribellioni sono già state pagate e scontate dall’espiazione di Gesù. Cambia tutto se annunciamo un’espiazione che ci viene data per grazia e non per meriti. Noi siamo salvati dalla potenza di Gesù.
La consolazione è una voce che grida, che grida cosa? Di preparare nel deserto la via al Signore, di spianare nella steppa la strada del nostro Dio, che “ogni valle sia innalzata, ogni colle abbassato, il terreno accidentato diventi piano e quello scosceso vallata”. La voce della consolazione, il profeta, che è sempre una voce singola, perché il profeta è sempre un cuore che decide per Dio, può consolare perché sa vedere nell’apparente impedimento del deserto, della steppa e del terreno accidentato una strada di Dio che viene preparata e percorsa da Dio stesso. Ecco perché il profeta è capace di trovare in ogni cuore e per ogni cuore la strada di Dio.
Il profeta parla, grida e sale su un alto monte, sale perché vede la storia, la cronaca, gli eventi dall’alto. Quando un profeta è in Dio, lo sguardo di Dio diventa la sua terrazza. Da questo sguardo può veramente alzare la voce e recare un lieto annunzio: l’arrivo di Dio, un Dio che il profeta dipinge come pastore che ha la pazienza e l’intelligenza di adeguare il suo passo al nostro.
In questa parola c’è un passo molto bello: “Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna, porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri” le pecore madri sono le anime che sono gravide dello Spirito e che se non vengono accompagnate, condotte dolcemente, non possono partorire i segni di luce, di pace e di gioia che lo Spirito ha messo dentro il loro grembo. Quando siamo in Dio, quando riceviamo questa consolazione, il nostro cuore è gravido di speranza, di luce e di amore. Allora che cos’è la consolazione? La consolazione è vivere quello che dice il salmo responsoriale: “Amore e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno” la consolazione è esperimentare, è ricevere nel nostro cuore la verità di Dio, cioè la verità che supera la verità del verismo dei dati. Quando andiamo da Dio e vogliamo ricevere la sua consolazione siamo ancora in un rapporto ammalato con lui, cioè il rapporto razionale, mentale, perché arriviamo da lui con la nostra mente, con i nostro pesi, con quello che vediamo nella nostra vita, mentre Dio invece ci svela e ci dona la sua verità del cuore. Ecco la consolazione: la verità del cuore che guarisce la verità della mente. La verità della mente è solo capace di descrivere e di raccontare eventi visibili, la verità del cuore, divina, è capace di leggere e di scoprire le radici nascoste di questa apparente visibilità che esaurisce il tutto. La nostra verità è solo in Dio. La verità della mente che arriva alla verità del cuore riceve questa consolazione che diventa respiro e ossigeno perché sfora i confini della mente, perché lo dice il salmo: “Ascolterò che cosa dice il Signore, egli annunzia la pace per il suo popolo e i suoi fedeli”. La consolazione divina, allora, è capire, comprendere, accogliere che al centro del discorso tra noi e Dio non ci sono le infrazioni, ma ci siamo noi (Luca, parabola del figliol prodigo).


Seconda Lettura       Tt 2,11-14;3,4-7

La lettera di Tito, insieme alle due lettere a Timoteo, fa parte delle lettere pastorali indirizzate da Paolo a singoli pastori di alcune comunità cristiane, per dare loro delle indicazioni sul modo di governare bene la Chiesa. In tutti e tre i casi Paolo, che aveva un rapporto figliale con i suoi collaboratori, rivolge ai destinatari l'appellativo di figlio (Timoteo, mio vero figlio nella fede, 1Tim1,2; Timoteo, mio figlio diletto 2Tim 1,2 e Tito, mio vero figlio nella fede comune Tt1,4).
Dal II fino al XIX secolo la paternità paolina di queste tre lettere è rimasta indiscussa, oggi, secondo gli ultimi studi esegetico-biblici, sembrerebbe che la paternità sia invece da attribuire ad alcuni discepoli di Paolo o della sua cerchia che avrebbero scritto queste lettere dando loro l'autorità dell'apostolo.
Tito era un pagano che si convertì, divenendo discepolo e collaboratore di Paolo. Mai menzionato negli Atti degli Apostoli, accompagnò, verso il 49 d.C., Paolo e Barnaba al Concilio di Gerusalemme, in cui si discusse sulla circoncisione di coloro che aderivano alla fede cristiana provenendo dall'area non ebraica.
Questo breve brano viene scelto come seconda lettura della messa di Natale, perché nelle parole rivolte da Paolo a Tito: "Carissimo, è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza", viene descritto il Natale del Signore, il mistero dell'Incarnazione. Potremmo cercare di definire questo mistero come il lasciarsi vincere  dalla nostalgia da parte di Dio Padre che, ricordando quando Lui passeggiava nel paradiso terrestre alla brezza della sera per incontrare le sue creature, ha mandato il Verbo a camminare nelle strade del mondo, perché il passaggio di Dio fosse ancora visibilizzato e storicizzato nella vita dell'umanità.
Paolo definisce Gesù "la grazia di Dio", il dono di Dio per eccellenza, che appare nella storia, perché Dio non è rimasto neutrale, ma si è fatto visibile, perché l'uomo venisse raccolto, visitato, salvato nel grande mistero della vita. Il farsi Verbo da parte di Dio poggia su due punti importanti: Dio nasce e poi muore e risorge per l'uomo ("È apparsa la grazia di Dio ed Egli ha dato se stesso" ) così la nostra vita si racchiude tra due poli, la nascita da un lato e la morte e la risurrezione dall'altro. Dio, visitando la storia dell'uomo e facendosi visibile, ha portato la salvezza. Paolo, dicendo ad un certo punto della lettera: "Egli ha dato se stesso per noi", ci rivela che siamo noi i destinatari di Dio, così nella prima lettura, tratta dal profeta Isaia, abbiamo letto: "Un bambino è nato per noi", ciò significa che Egli non ha visitato la storia per se stesso, ma per noi, perché Dio è follemente innamorato dell'uomo. Nel Natale, attraverso gli occhi di un bambino, che è il Verbo, Dio ci guarda e ci vede non come siamo o come vorremmo essere, ma ci guarda per quello che saremo, perché il suo sguardo porta eternità alla creatura guardata. Perciò Dio non ci può non amare, perché davanti a sé è già svelato il mistero di quello che saremo, mentre a noi è ancora sigillato. Nel Natale Dio, attraverso gli occhi del Figlio, supera le identità pressapochiste e le autoanalisi che facciamo di noi stessi, perché Lui ci guarda nel filtro dell'eternità. Se potessimo anche noi a Natale ricevere il dono di  avere nei nostri occhi un frammento dello sguardo di Dio, per poter rendere eternità il nostro sguardo! Invece il nostro sguardo alle volte non incide, alle volte spoglia e non riveste, perché è uno sguardo privo di eternità, è uno sguardo che pesa, che calcola, che analizza il mistero del fratello. Paolo dice ancora:"Dio ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e per formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone", cioè il Signore sa benissimo che il lavoro con l'uomo è un lavoro lungo, eterno, per questo è in eterna rigenerazione e creazione del suo popolo: Dio ci sta formando e lo fa per un unico dono, per il dono dell'appartenenza.
Nel giorno di Natale, quando a pranzo saremo tutti a festeggiare, qualcuno nel nostro paese, nella nostra parrocchia rimarrà da solo e nessuno si accorgerà di lui Sarebbe bello poter accogliere l'insegnamento di Gesù ed invitare a mensa coloro che non potranno ricambiare il nostro invito, per  accogliere Dio presente nei suoi poveri. Se nel giorno di Natale non potremo far questo, quando incontreremo qualche persona sola o disperata, evitiamo di fargli un augurio banale e scontato, diciamogli invece: "Tu sei di Dio, tu appartieni a Dio", visiteremo la vita dell'uomo con la Parola di Dio, di questo Dio che a Natale, avendo un’incontenibile nostalgia dell'uomo, torna a passeggiare non più nel giardino dell'Eden, ma nell'ingorgo della storia domandandoci ancora una volta: "Dov'è tuo fratello?"


Vangelo     Lc 3,10-18

La narrazione lucana di questa settimana si costruisce su due poli. Da un lato troviamo l’attesa e la speranza umana che si concretizzano nella domanda: “Che cosa dobbiamo fare?”, una domanda che Luca scandisce per ben tre volte e che, secondo alcuni esegeti, apparteneva al rituale battesimale della Chiesa primitiva. La risposta del Battista è dettagliata e si circostanzia in varie categorie sociali del suo tempo, svelando una prospettiva cara al vangelo di Luca, che consiste nella novità della vita: la gioia che apre il cuore è possibile solo attraverso la condivisione dei beni e l’attenzione al povero e all’oppresso. Il secondo polo del brano è nell’annuncio del Cristo che il Battista lancia al popolo in attesa. Tutti i primi capitoli del vangelo di Luca sono intrisi di questa idea e ci presentano icone di attesa (Simeone Lc 2,25 con Anna la profetessa); l’oggetto dell’attesa è quasi comune: il consolatore, il liberatore, il purificatore definitivo, il Cristo Signore.  È molto bello soffermarci su un particolare che Giovanni Battista inserisce per spiegare l’identità del Cristo. “Giovanni Battista rispose a tutti dicendo: - Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito santo e fuoco-“. L’immagine del fuoco, che Giovanni Battista lega alla figura del Messia, è un motivo per pensare agli effetti dell’azione dello Spirito santo in noi. Questa azione, che è misteriosa, viene mediata attraverso icone ed immagini, ma ciò non ne intacca il mistero. Lo Spirito è il soffio creatore di Dio, il Suo respiro, il vento misterioso di Dio ed è anche il fuoco, il fuoco della Pentecoste, il calore che brucia e distrugge un mondo che non è di Dio. Aprirsi all’azione misteriosa dello Spirito significa entrare nella spiritualità del fuoco, questo fuoco che consuma tutti gli impedimenti, le sovrastrutture, le idolatrie,  gli schemi, le piccole mentalità che ci impediscono molte volte di aprirci ad una potenza e ad una presenza di Dio. L’azione dello Spirito ci libera da tanti idoli presenti nella nostra vita che Luca elenca in questo brano: la ricchezza, i guadagni illeciti, l’aspra passione per il denaro, la carriera e la sete di conquista e di potere. Lo Spirito, con il suo fuoco perenne, rende la nostra vita e la nostra storia il nuovo monte di Dio, il nuovo Oreb, rende il nostro cuore un nuovo roveto ardente; questa spiritualità del fuoco è continua, perseverante e fedele, perché tutti i giorni della nostra vita devono essere purificati da questo fuoco, che fonde le scorie per creare un oro purissimo della nostra fede. Lo Spirito è un fuoco che riscalda ed illumina, che ci rende pane di Dio nell’eucaristia della vita, in cui è presente con la sua dolcezza, il suo calore, la sua potenza, ma anche con il suo traumatismo pentecostale per bruciare continuamente gli scenari falsi che noi costruiamo. Questo battesimo nello Spirito santo è il battesimo quotidiano, fedele, feriale, perché, senza lo Spirito, non potremmo nemmeno invocare Gesù, non potremmo pregare. L’azione dello Spirito è dirompente ma non distrugge, è un’azione rigenerante, che ci fa sognare, aprire il cuore all’immenso cuore di Dio. Questa Parola ci ricorda che noi siamo questa terra, dove tutti giorni lo Spirito lotta perché il nostro cuore venga definitivamente conquistato alla sua signoria, perciò siamo sua vittoria e sua pace, sua gloria e sua proprietà. La presenza dello Spirito nella nostra vita non si arrende, non si stanca di agire dentro di noi e per noi, non si stanca di agire in un battesimo continuo di fuoco.
Sant’Ambrogio, in un commento al vangelo di Luca, dice: “Sia in ciascuno l’anima di Maria per magnificare il Signore, sia in ciascuno lo spirito di Maria, per esultare in Dio. Ogni anima che potrà mantenersi così, magnifica il Signore, come magnificò il Signore l’anima di Maria e il suo spirito esultò in Dio salvatore”. Maria sposa dello Spirito santo, tempio dello Spirito è l’icona di ogni discepolo, è lei la donna che rosseggia nel torrente di fuoco dello Spirito, è lei che beve il vino rosso e spumeggiante di Cana, segno dello Spirito, è lei che apparentemente arrossisce davanti al suo Signore, invece è il rosso vivo dello sposo, lo Spirito, che rende il suo volto rosseggiante d’amore.  
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