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13 ottobre 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 13 Ottobre 2019
XXVIII Domenica Tempo Ordinario Anno C

La Parola di Dio non è incatenata


Prima Lettura      2 Re 5,14-17


Naaman va dal profeta Eliseo, successore di Elia, per essere guarito dalla lebbra su suggerimento della schiava, catturata durante le razzie. Naaman incontra Eliseo, l’uomo di Dio. Naaman credeva che Eliseo per guarirlo compisse atti magici ed esoterici su di lui, invece il profeta lo manda a fare sette volte il bagno nel Giordano.
La lebbra, la vera lebbra che rovina la nostra vita è il non essere più secondo l’originale immagine e somiglianza di Dio, ma prodotti e conquiste degli uomini e della nostra volontà. Il profeta Eliseo fa una profezia verso il Giordano, perché in quel fiume quell’uomo verrà guarito, ma in quel fiume verrà guarita tutta l’umanità, quando Cristo vi si immergerà. Quando perdiamo l’identità di essere a immagine e somiglianza di Dio, quando perdiamo l’identità del fiume battesimale che ci ha lavato e ci ha risanato, la nostra vita diventa solamente apparenza ed esteriorità.
Naaman, dopo che è guarito, rimane quello di prima, non cambia il suo modo di essere, infatti vuole subito dare al profeta di Dio un regalo, quasi dovesse comprare e ricompensare l’ottenuta guarigione, ma l’uomo di Dio lo ferma. Non è facile cambiare la mentalità umana per tuffarsi nella mentalità di Dio, per re immergersi da figli di Dio nell’acqua battesimale della nostra vita e della nostra vera identità. Quando verremo guariti dalla nostra lebbra? Quando inizieremo ad essere veramente noi stessi secondo la sua immagine e la sua somiglianza, quando ci spoglieremo da tutto quell’insieme che ci rende importanti, affascinanti ed attraenti. L’uomo di Dio affronta Naaman con fermezza e senza nessun tipo di inferiorità, gli uomini di Dio non hanno paura né dei comandanti, né del loro seguito, non si curano delle etichette e dei galatei di corte, ma sono uomini veri.
La potenza di Eliseo è stata la sua parola: “Vai a lavarti nel Giordano”, la potenza degli uomini di Dio è nella loro parola che è eco della Parola che dà la vita.
Quando Naaman vede che Eliseo non vuole essere ricompensato e non si adegua al suo modo di pensare, allora gli chiede un dono, cioè di portare via la terra di quel luogo per fare un altare dove avrebbe offerto olocausti non più agli dei, ma al Signore. Incontri veramente un uomo di Dio nella tua vita, quando egli ti fa star bene, non con una terapia di riabilitazione, ma ti dà benessere perché ti fa ritornare a quell’acqua primordiale dalla quale tu sei nato e sei stato lavato. Che cos’è il peccato? È quell’esasperazione della paura, della solitudine, dell’infedeltà che attenta alla vita dell’uomo. Il peccato è il disfacimento della nostra identità originale, del nostro essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio. La lebbra del peccato non è semplicemente una infrazione alla legge di Dio, ma con il peccato apriamo la porta al disfacimento del nostro essere, della nostra identità; il peccato ci rende estranei a noi stessi perché ci fa vivere e ci fa sentire in maniera amplificata ciò che non è perché il diavolo, padre della menzogna, vuole deturpare, ammalare, rovinare la nostra vita. La guarigione avviene sempre nella potenza della Parola di Dio pronunciata con autorità dagli uomini di Dio. Naaman incontra Eliseo e Naaman è un ruolo, un’apparenza, una funzionalità, fa parte della nomenclatura del suo paese, l’uomo di Dio non ha nulla di questo, ha solo la potenza della Parola e la schiettezza dell’annuncio. Gli uomini di Dio non si comprano, non si usano, ma l’uomo di Dio rimane libero perché è dentro la libertà di Dio. Oggi ci sono uomini di Dio, ma sono pochi e lo constatiamo ogni volta che si dice ad una persona che la lebbra non c’è e che lei è bella così perché è protagonista di se stessa, quando non si dice alla gente di oggi, che ha deciso che Dio non esiste, che la vita va avanti lo stesso, quando non facciamo vedere all’uomo di oggi la lebbra che sta deformando il suo cuore, la sua identità, la sua speranza. Non abbiamo bisogno di uomini ecumenici, abbiamo bisogno di uomini di Dio che abbiano la potenza e la schiettezza di Dio.
Dio comincia a guarirci quando cominciamo a camminare verso il Giordano spirituale, liberandoci dalle nostre prevenzioni, dalle nostre pre comprensioni. Guariamo nell’immersione, quando ci immergiamo in Qualcuno più grande di noi. Solo gli uomini di Dio hanno questo potere di guarirci, il resto fa solo opinione chiacchiere, menzogna.


Seconda lettura    2Tm 2,8-13

Oggi Paolo ci dice che per annunciare il vangelo porta le catene come un malfattore. Sotto la chiesa di santa Maria in Lata, in via del Corso, a Roma, c’è il carcere di Paolo, dove si legge il graffito: verbum dominum non est alligatum. Paolo viene incatenato perché annuncia il vangelo, noi invece abbiamo il potere di incatenare la Parola, quando la riduciamo ad un’opinione, ad un punto di vista, a qualcosa di evanescente che può andare bene a tutti, quando pretendiamo di guidarla e tenerla alle redini con il nostro modo di pensare e di essere. Quando io porto la Parola secondo il mio punto di vista, porto una Parola incatenata dalla mia arroganza e dal mio delirio di onnipotenza verso di essa. Quando incateno la Parola, essa non è più Parola, ma è incatenata nella mia opinione, nella mia ideologia, nel mio modo di vedere le cose. Recentemente il Santo Padre ha detto che nella chiesa c’è troppa divisione perché facciamo del nostro punto di vista e della nostra opinione il dogma fondamentale della nostra fede, perciò ci dividiamo anche sulla Parola, incatenandola ancora di più, perché vogliamo che essa diventi serva e sostegno delle nostre opinioni. Invece la Parola è libera. La Parola di Dio corre, è ingestibile, è inafferrabile, è indomabile. La Parola, quando non trova la mostra collaborazione umile e docile, quando non può più sopportare le catene delle nostre pre comprensioni, corre da sola.
È arrivato il tempo di distinguere tra i praticanti e i credenti, abbiamo praticanti non credenti perché non sono più figli della Parola scatenata, ma sono diventati sudditi della parola incatenata dalla loro opinione e abbiamo non praticanti che sono profondamente credenti perché non tollerano e non respirano più una Parola incatenata e vogliono una Parola senza catene. La Parola senza catene significa che essa non può essere proprietà di nessuno, ma tutti siamo umili collaboratori e servi della Parola.
La Parola non ha catene perché entra in ogni cuore e vince ogni persona, entra in una persona non per incatenarla, ma per liberarla ancora di più dalle catene delle pseudo parole umane che vogliono fare di noi un prodotto soffocante e non liberi figli di Dio.
Quando uno annuncia la Parola senza catene, diventa pericoloso, allora anche oggi la conseguenza è il carcere rappresentato da coloro che diffidano di lui, svuotano di autorevolezza la sua missione. Perché si vuole fermare il vero annunciatore della Parola? Oggi si vuole una Parola che sia al proprio servizio, non che sia libertà di Dio. Oggi si vuole una Parola apparentemente benevola che dica che tutto va bene e che tutti vanno bene, ma questa Parola non esiste. La Parola non è un ultimatum che arriva nella tua vita, non è nemmeno una regolamentazione morale dei cuori, ma essa, quando arriva e ti lasci cogliere dall’incursione della Parola senza catene, vuole farti scoprire quanto Dio c’è dentro di te, quanto tesoro c’è dentro di te, sotto la coltre dello psicologismo, del razionalismo, dell’autodiagnosi che fai di te stesso incatenandoti ancora di più. Il principale nemico della Parola è il diavolo che, nella sua astuzia, vuole colpire la Parola svuotandola della sua libertà, della sua grazia e della sua significatività, rendendola una minestrina ecumenica per tutti, ma quando arriviamo a questo, la Parola è già fuggita altrove lasciandoci la piccola catena della nostra autosufficienza.


Vangelo    Lc 17,11-19

Come mai il Signore incontrando i lebbrosi che se ne stavano a distanza, come prescriveva la legge di Mosè, non ha fatto nessun segno particolare come in altre occasioni? Egli, infatti, dice solo: “Andate dai sacerdoti a presentarvi” (La legge di Mosè prescriveva che se un lebbroso guariva era il sacerdote che verificava l’avvenuta guarigione e gli dava il libello di guarigione in modo da farlo rientrare in società). Questi dieci lebbrosi supplicano Gesù ed Egli li manda a presentarsi ai sacerdoti, è un Gesù spoglio di ogni segno miracolistico, ma anche ritualistico. Luca annota che mentre essi andavano, furono purificati, perché la lebbra è una malattia che è sempre stata considerata commista al peccato. Abbiamo due grandi luci in questa vangelo: per guarire bisogna essere obbedienti a quello che ci dice Gesù, non si può ricorrere al fai da te, dobbiamo avere uno spirito di obbedienza umile. I lebbrosi andarono e, mentre essi andavano, furono purificati, perché l’obbedienza è anche madre di un cammino.  Il cammino è essenziale per guarire perché il cammino non ci rende legati a niente e a nessuno, ma è sempre una progressione. Perché il Signore durante la nostra vita ha permesso che nascessero amicizie o frequentazioni bellissime, esperienze spirituali intense che poi finiscono? Perché nessuna esperienza umana diventi esaustiva del nostro cuore. La didattica di Dio è farci vivere esperienze che ci accompagnano, ma che non devono diventare univoche ed eterne, è il cammino che ci fa maturare. Gli stanziali, i residenti non sono secondo il cuore di Dio.
Solo un lebbroso tra i dieci guariti ritorna, per giunta samaritano, scomunicato, maledetto. In questo gesto comunemente vediamo il senso di gratitudine. È una lettura giusta, però ce ne potrebbe essere un’altra: quest’uomo che torna ha scoperto che non gli bastava essere un miracolato. Quanta gente che ha ricevuto un miracolo si è leccata i baffi, ma ha continuato la vita di prima! Qual è stato il vero miracolo operato sul samaritano? Che da dieci è diventato uno cioè è uscito dal gruppo, dalla maggioranza, e ha fatto un’altra strada. Il miracolo più grande che è avvenuto nel samaritano è che il Signore gli ha fatto riscoprire il suo esser persona unica, libera e in cammino. Quando diventi persona? Quando cammini con le tue gambe in strade che vuoi tu, quando non hai paura di staccarti dai nove, per andare dove senti che devi andare per essere riempito nel cuore. A lui non è bastato essere miracolato, ha voluto essere persona amata e perciò persona che ha deciso di compiere un cammino senza il sostegno degli altri. Diventi persona amata da Dio quando hai in Dio la forza, il coraggio, la grazia di dissociarti dalla maggioranza numerica e di percorrere quella strada che il tuo cuore ti dice di percorrere.
Mentre va da Gesù il samaritano loda Dio a gran  voce, quando arriva da Lui si prostra ai suoi piedi per ringraziarlo: diventi un grande camminatore quando ti inginocchi, rimani in piedi quando ti inginocchi, sei grande quando ti inginocchi. L’adorazione al Signore è il fondamento della libertà e dell’essere persona amata, infatti Gesù osserva: “Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono?” quei nove hanno percorso la strada dell’ovvio, dello scontato, la strada di tutti, ma la strada di tutti, non è la strada degli amici di Dio che percorrono una loro strada. Gesù gli dice: “Alzati e va’, la tua fede ti ha salvato”. La fede ti salva quando scopri di essere persona amata e libera, capace di un cammino senza supporto di maggioranze numeriche.

   
Prima Lettura      2 Re 5,14-17

I veri profeti di Dio non sono profeti ritualistici, magici, esoterici, non sono persone tra il santone e l’indovino, ma sono uomini di Dio e i veri uomini di Dio o le vere donne di Dio, quando incontrano un’anima che va da loro, indicano ma non si sostituiscono, cioè indicano che cosa si deve fare ma non possono farlo al posto di chi li ha interpellati. Eliseo indicò a Naaman di immergersi sette volte nel Giordano. Naaman precederà nell’immersione Gesù Cristo, e dopo la settima volta venne risanato. Sette è un numero perfetto, un numero biblico ricorrente, che potrebbe essere interpretato come l’immersione dei cristiani nel settenario sacramentale e nei sette doni dello Spirito santo.
Questa Parola è così bella perché nel gesto dell’immersione che Eliseo ordina di fare a Naaman è prefigurata l’autentica esperienza di Dio. In Dio ci si deve immergere, come dice santa Elisabetta della Trinità. L’immersione nelle acque del Giordano è il segno dell’autentica esperienza saporosa, gustosa, sensibile, spiritualmente parlando, di Dio, perché noi siamo sempre “emergenti”. Un uomo e una donna che non sanno immergersi nell’esperienza di Dio sono uomini e donne segnati dalla frettolosità, dalla commercialità e dalla superficialità.
Oggi molti cristiani non sono più abilitati a parlare di Dio perché non si può parlare di Lui senza avere prima la grazia dell’immersione nel suo mistero e,  quando ci si immerge nel mistero di Dio attraverso la contemplazione e la preghiera del cuore, si sente veramente che il mistero di Dio ci sovrasta. È proprio immergendosi che si incontra Dio e la sua grazia nel nostro sommerso e nel nostro profondo. C’è un aspetto di noi, della nostra persona, che non può essere toccato dall’uomo e dagli avvenimenti dell’uomo ed è qui, in quel famoso punto di incrocio tra lo spirito, l’anima e la midolla, nel proprio profondo, che non siamo capaci nemmeno noi di capire e di afferrare, che, immergendosi e lasciandosi sommergere dalla marea d’amore di Dio, si comincia a guarire da quella lebbra spirituale che ci rende sformati e falsati nella bellezza primogenita.
Tutti noi abbiamo una lebbra nell’anima che è prodotta dall’arroganza, dalla padronanza e dalla incursione del temporale, del relativo e del transitorio che ci sformano e ci impediscono di essere segno della bellezza divina originaria che ha dato origine alla nostra storia, alla nostra presenza e alla nostra vita.
Il Giordano è il fiume di grazia che allieta la città di Dio, è quel grembo profondo di Dio dove io ci dobbiamo immergere per emergere. È la dinamica battesimale della chiesa primitiva, che immergeva per tre volte il neofita nel fonte battesimale per farlo riemergere creatura nuova.
Allora l’esperienza di Dio che il profeta indica è un’esperienza di totale immersione e di totale superiorità di Dio su di noi. La vera esperienza di Dio non si improvvisa, non si spaccia, non si contrabbanda, o si fa o non si fa e se si fa non è per proprio merito, ma è perché si risponde ad una grazia previa che porta dentro questo mistero di Dio.
Naaman vorrebbe pagare il profeta per sdebitarsi, ma egli rifiuta questa logica perché non è né un indovino, né un taumaturgo, né un guaritore, è semplicemente un uomo di Dio e fa capire a Naaman che Dio non si paga e che i doni di Dio sono pura gratuità di grazia. Naaman non ha ricevuto un favore da Eliseo, ma ha ricevuto la grazia da Dio, e allora quest’uomo, idolatra, si porta a casa la terra dove abitava Eliseo. Anche noi molte volte dovremmo portarci a casa, cioè mettere nel nostro cuore, la terra di Dio, e la terra di Dio non è altro che la base, la struttura ferma dell’amore di Dio nella quale noi facciamo esperienza profonda di Dio. Nella preghiera di contemplazione le radici nascoste, silenziose, misteriose non affondano più nel concime dell’uomo che ti dà per la produzione di qualcosa che si aspetta da te, ma affondano nella terra dell’amore di Dio perché amano immergersi ancora di più nella profondità misteriosa dell’amore di Dio. Immergersi e radicarsi, due verbi dell’uomo spirituale che vuole veramente guarire da quella lebbra sformante che è la tirannia del presente, dell’effimero, dell’attività, della scadenza, della prestazione. È una lebbra che sforma il nostro cuore, che sforma la nostra vita, che ci impedisce di essere capaci di sentire e di amare la profondità di Dio. Solo Dio nella immersione e nella radicazione profonda nella terra dell’amore può guarire questa lebbra.
Non si arriva al Giordano e alla terra di Dio grazie ad una indicazione libresca, moralistica, strutturale, non è una struttura che porta a Dio, è sempre un profeta e il profeta è l’uomo o la donna che ti hanno preceduto nella stessa esperienza e che non fanno da maestro, ma che ti indicano la modalità di grazia e di salvezza perché tu possa essere ripennellato con la bellezza originaria di Dio, che è il respiro dello Spirito e della sua libertà.           


Seconda lettura    2Tm 2,8-13

Paolo è imprigionato per la Parola, porta le catene come un malfattore e proprio questa esperienza di incatenato lo porta a fare un’affermazione fantastica: la Parola di Dio non è incatenata. Finché non faremo esperienza della Parola “scatenata”, non faremo esperienza della Parola.
Qual è il frutto più amaro delle persone che non hanno l’incontro con la Parola? Sono persone ridotte a pura modalità di pre comprensione e di pre costruzione. Quando non si è dentro la sapienza e la potenza della Parola, la relazione con se stessi e con gli altri è fatta di pura modalità.
Ma ciascuno di noi non è una modalità. Molte volte i genitori falliscono nel dialogo con i loro figli perché lo impostano sulla modalità educativa, relazionale, morale che distrugge in loro il desiderio di non essere incatenati e compressi nella comprensione della modalità.
Paolo, quando è in carcere, capisce veramente che la Parola di Dio non ha bisogno di nessuno. La Parola chiede la nostra collaborazione, ma se tutti le voltano le spalle non per questo si ferma. Più si approfondisce l’intimità con la Parola più si comprende che essa è l’icona purissima della trasgressione divina per amore. La Parola è quella chiave attraverso la quale si vede come Dio per amore e per amore non generico, ma per amore di ogni volto, di ogni storia, arriva ad andare contro se stesso e ad annientare se stesso perché Egli non è né modalità, né è incatenato a nessuna pre comprensione e pre costituzione. Ecco perché la Parola fa respirare.
Se siamo profondamente sinceri noi siamo stati incatenati parecchi anni da forme educative ricevute e da relazioni subite perché siamo stati obbligati a percorrere quel solco che altri avevano tracciato per noi, invece la Parola di Dio è libera e non è incatenata. Prima di tutto non è incatenata dalla chiesa, perché è più grande della chiesa stessa ed opera anche al di fuori dei suoi confini visibili, perché la Parola non ragiona per paletti. La Parola non è incatenata da nessuna scuola teologica, da nessuna opinione teologica e da nessuna speculazione teologica, da nessuna morale, da nessuna dottrina perché essa porta in sé quella forza audace e quella grazia particolare di percorrere strade non precostituite e molte volte sconosciute e sorprendenti.
La Parola di Dio non viene distribuita solamente durante l’omelia domenicale, che rimane l’evento comunque più importante, ma la Parola arriva nei cuori delle persone a nostra insaputa e ad insaputa anche di una struttura che la custodisce e che la protegge dai venti di una non verità su di lei. Molte volte non vediamo che la Parola è giù arrivata nel cuore di qualcuno e ci ostiniamo, essendo ammalati di precomprensione e di modalità, a voler che egli potesse fiorire in quello che noi ci aspettiamo, dimenticando che la Parola è inesauribile diversità, originalità ed intelligenza. Quando uno ha la Parola dentro di lui, e la Parola arriva dal cielo e non ritorna al cielo senza effetto, senza aver operato ciò per cui è stata mandata, non dobbiamo aspettarci o pretendere che egli citi il vangelo, perché molte volte egli proclama la Parola in un apparente paganesimo umanesimo orizzontale, ma dietro questa verbalizzazione, apparentemente profana, c’è la forza della Parola che lo sta spingendo a cercare nel profondo il vero, il significativo, l’importante.  La Parola porta il desiderio inestinguibile di Dio, per cui la Parola misteriosa e la Parola scatenata precede molte volte la Parola cartacea della bibbia. Ciò significa che porterà quella persona gradualmente a dissetarsi alla Parola rivelata e scritta, ma la Parola di Dio non è rinchiusa solo nella bibbia. In questo  tempo così complicato, così confuso, così conflittuale la missione della Parola è ancora più presente e la Parola, conoscendo bene gli uomini e le donne del nostro tempo e incontrandole come originalità e non come modalità, sa come toccare la corda del cuore perché la Parola diventi vita. Certamente al giorno d’oggi la Parola non comincia da una morale o da una metodica, da un codice o da una regola, a cui tutti siamo allergici. La Parola scatenata comincia da quella sete di profondità, di senso, di sapienza, di non banalità che sta bagnando tanti cuori.
Quei cuori arriveranno alla Parola cartacea, all’Eucaristia, all’esperienza di chiesa? Sì se lasceremo fare alla Parola, perché con la sua intelligenza, con la sua sapienza e con la sua pazienza sta lavorando.
Forse non ci siamo nemmeno accorti di queste persone, perché siamo troppo abituati all’occhio stanco della modalità visibile di appartenenza ecclesiale sacramentale. Forse il gregge misterioso di Dio non è tutto dove riteniamo noi, forse tre quarti sono al ciglio della strada, ma nessuno li vede perché bisogna avere il dono della profezia non incatenata per passare dalla modalità alla profondità di relazione con un cuore che cerca.
    

Vangelo    Lc 17,11-19

Questi dieci lebbrosi maleodoranti e ripugnanti si avvicinano a Gesù, gli stanno a distanza secondo la legge di Mosè e gridano di essere guariti. Gesù li guarisce con la potenza della Parola, li guarisce in itinere e li manda dai sacerdoti perché possano ricevere il libello di guarigione prescritto dalla legge. Si potrebbe dire che Gesù ha trattato questi lebbrosi come una modalità, li ha fatti guarire, ma il particolare sconvolgente è che egli ha lodato, ha elogiato, ha amato un lebbroso che non è restato in fila, è uscito dalla fila e ha fatto una scelta personale: è tornato indietro. A quel lebbroso non è bastato il dono, egli voleva avere il contatto con il donatore, con colui che aveva fatto il dono. Non gli bastava essere un miracolato, voleva essere un discepolo, voleva incontrare Gesù, voleva capire, voleva vedere il Messia di Dio che l’aveva guarito.
Coloro che non stanno in fila sono i profeti e i santi; essi creano un sacco di guai alla struttura che mette in fila come modalità dopo aver fatto le dovute misurazioni. Mettersi in fila è rassicurante perché agli occhi appare  uno spettacolo di uniformità, eppure in questo essere in fila non si potrà mai incontrare Gesù.
Allora potremmo dire anche che l’eccessiva enfatizzazione della comunità cristiana non ha senso, perché prima di una comunità viene la persona. Se venisse prima la comunità, Gesù avrebbe sposato una mentalità aziendale, strutturale invece Gesù cerca le persone, i volti, i nomi.
Chi va fuori della fila? Un disgraziato scomunicato, uno scismatico, un samaritano. Egli ha avuto il coraggio di lasciare la fila rassicurante dei miracolati, non è diventato né movimentista né gruppettaro, ha deciso di tornare indietro non perché era educato e voleva ringraziare, ma perché voleva incontrare e fare l’esperienza del discepolo di questo donatore che l’aveva guarito dalla lebbra malattia, ma anche dalla lebbra della modalità piattistica.
Il lebbroso non ha chiesto l’approvazione degli altri per tornare indietro, perché i santi hanno un “difetto” non chiedono mai il permesso per quello che fanno ma, seguendo la potenza dello Spirito e la potenza del cuore di Dio, lasciano i nove rassicurati e modali e da soli vanno cercare Dio.
Tutti i santi hanno sempre iniziato da soli, sono rimasti soli e sono sempre stati giudicati squilibrati da coloro che erano rimasti nella rassicurazione della fila. Gesù divide: o stai in fila o lasci la fila e vai da solo a cercarlo, a diventare discepolo, a rendere gloria.
Gli altri nove dove sono? Erano già sazi del dono, non gli importava nulla del donatore; solo questo straniero è tornato a rendere lode a Dio.
Tutti santi hanno rotto la fila, non sono stati in fila, sono tornati da soli per vivere l’esperienza di Gesù. Se siamo in fila Gesù piange perché ci siamo saziati di una modalità d’ordine, se rompiamo la fila e fuggiamo da una maggioranza sazia di miracoli allora Gesù si rallegrerà, perché anche noi vivremo lo sconvolgimento di essere discepoli.
La fila trattiene in un ordine apparente rassicurante, il lasciarla immerge nell’avventura dell’amore. I santi hanno avuto tutti questa vocazione: hanno lasciato la fila, sono rimasti da soli, ma finalmente hanno incontrato Gesù.     


Prima Lettura      2 Re 5,14-17

Il secondo libro dei Re racconta la storia degli ultimi sovrani dei regni di Giuda e d’Israele. La prima parte (capp. 1-17) parla della rovina del regno d’Israele mal governato da re infedeli a Dio, per questo Egli lascia che il re d’Assiria si impadronisca della città di Samaria, capitale del regno del Nord, verso il 721 a.C. e che molti dei suoi abitanti vengano deportati. Parecchi capitoli sono dominati dalla figura del profeta Eliseo, discepolo e successore di Elia. La seconda parte (capp. 18-25) rievoca i circa 130 anni durante i quali il regno di Giuda sopravvive da solo fino a quando Nabucodonosor, re di Babilonia, impadronitosi di Gerusalemme nel 587 a.C., distrugge il tempio e deporta a Babilonia gran parte della popolazione di Giuda.  
Naaman, ufficiale dell’esercito del re di Aram, aveva la lebbra e una giovinetta ebrea, rapita da bande aramee durante una razzia e finita al servizio della moglie di Naaman, disse alla sua padrona che se Naaman fosse andato nel suo paese, Eliseo, un uomo di Dio, avrebbe potuto guarirlo. Naaman giunse con tutto il suo seguito in Israele ed Eliseo gli mandò a dire di bagnarsi sette volte nel fiume Giordano. Naaman, sdegnatosi perché pensava che Eliseo avrebbe invocato il suo Dio con rituali magici, aveva deciso di andarsene, ma i servi lo convinsero a fare ciò che Eliseo gli aveva ordinato, così Naaman si bagnò e venne guarito.
Eliseo, noto come taumaturgo, è un profeta molto potente. Naaman rimane stupito del metodo usato dal profeta per guarirlo, egli credeva che avrebbe usato la magia, invece il profeta si differenzia perché non è un uomo del sortilegio, ma l’uomo della Parola.
Il confine tra esperienza religiosa e magia è invisibile come un capello e molte volte in un’esperienza di fede può entrare facilmente il sortilegio, l’esoterico. Il desiderio di magia è fortemente presente nell’uomo perché la magia è violentare Dio nella sua volontà con artifici umani. Oggi molti uomini di chiesa hanno esiliato la dimensione soprannaturale e si crede molto poco che Dio possa guarire o risolvere problemi umani, si ha un grande sospetto nei miracoli di Dio per paura del miracolismo, ma il profeta si caratterizza per due cose: innanzitutto egli ordina con la potenza della Parola di Dio, che è potenza generante il suo mistero, e poi agisce nella perfetta gratuità, anticipando una Parola di Gesù: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.
Eliseo fa bagnare Natan sette volte nel Giordano, il fiume nel quale Israele aveva vissuto il secondo esodo per conquistare Gerico. Il Giordano è il fiume in cui, secondo gli evangelisti, si manifesta il mistero di Cristo, ma il particolare interessante è che Eliseo lo manda a bagnarsi sette volte (sette numero perfetto) cioè forse il profeta, per indurlo a fare questo, ha usato la numerologia rituale, però in questo bagnarsi sette volte si potrebbe vedere in chiave allegorico simbolica anche l’azione indispensabile misteriosa ed efficace dei sacramenti. Per fede sappiamo che nei sacramenti c’è la presenza, l’azione e la forza di Dio. La struttura sacramentale si serve di un’apparente debolezza di elemento, perché il sacramento agisce per la potenza di Dio. Allora i sacramenti sono anche i canali della guarigione. Oggi, in un tempo di decadenza di fede, i sacramenti sono diventati facoltativi, opinabili e sono alla deriva perché si è sostituita l’azione di Dio con quella dell’uomo. L’azione dei sacramenti è un’azione efficace, discreta e apparentemente innocua. I sacramenti esigono fede, obbedienza, umiltà e ripetitività. La più terribile malattia che dobbiamo guarire è quella del secondo me, del me stesso, non è il nostro sentire che determina il nostro pregare o l’andare in chiesa. L’esperienza di guarigione si realizza in questi segni misteriosi di Dio.
È molto bello il particolare della terra che Naaman vuole caricare sul mulo per portarla in Siria per offrire olocausti al Signore e non più agli dei. In questi particolari potremmo vedere la terra buona dove cade il seme e la terra buona è l’apertura del cuore, è la collaborazione con la grazia, perciò Naaman, uscendo da una forte esperienza di Dio e dei suoi segni, vuol portare con sé la terra sulla quale ha vissuto questa esperienza. Pensiamo a tanta gente che partecipa ai segni di Dio, ma non porta a casa nulla, pensiamo alla dissipazione spirituale presente in quelle persone che, appena hanno celebrato un sacramento, hanno già smarrito tutto, non si portano a casa la terra buona sulla quale il seme della fede può crescere.
Il brano ci ricorda anche che non possiamo guarire da soli con il fai da te, e che non si può guarire con la magia, ma possiamo guarire se incontriamo un profeta. Il profeta guarisce senza nessun segno esterno, usa solamente una Parola. Dovremmo veramente entrare nella logica di guarigione di Dio: i sacramenti, la preghiera, la Parola, Maria ci guariscono in un cammino di vita, in una silenziosa e fedele potenza della grazia.
La condizione migliore per ricevere la guarigione di Dio e per accostarci ai suoi sacramenti è la nostra consapevolezza di essere malati: “Non sono venuto a  chiamare i sani ma i malati”. Le nostre malattie sono la paura, la solitudine, la poca fede, il senso di impotenza nei confronti della vita e hanno bisogno di guarigione divina.   
La guarigione del Signore avviene per la forza della fede.


Seconda lettura    2Tm 2,8-13

Continua anche questa Domenica la lettura della seconda lettera di Timoteo. Nelle prime righe del brano troviamo una sintetica professione di fede della comunità apostolica. È una lettera della prigionia. È una Parola molto forte perché ci dice che quando siamo servi della Parola, quando viviamo nella grazia lo “scatenamento” della Parola, veniamo subito incatenati e imprigionati dai giudizi del mondo e della gente che non regge la nostra testimonianza e non la vuole.
Gli uomini e le donne della Parola sono uomini e donne libere che vivono la dinamica di grazia e di potenza di una Parola che non è incatenata. Però la Parola ci domanda di non vergognarci di lei e del vangelo. Vergognarsi della Parola vuol dire usare silenzi colpevoli oppure scorciatoie illecite nei riguardi di Dio. Quando sostituisco la Parola con un ragionamento o con il buon senso umano, ho già scartato la Parola e sto percorrendo la sapienza della carne. Siamo nati dalla potenza della Parola e la Parola di Dio, quando viene incatenata dai nostri ragionamenti o dalle prese di distanza, quella Parola si scatena da sola e percorre da sola le strade del mondo, ma guai a quella comunità che incatena la Parola, perché la conseguenza è la morte per asfissia. Una comunità che non lascia libera la Parola, che non si lascia interpellare dalla Parola, che non si mette sotto la signoria della Parola è una comunità impegnata a fare dell’altro, dimenticando che il primo comandamento è: Ascolta, Israele.
Monsignor Bello diceva che la Parola è inquietudine di Dio: una Parola ci inquieta perché ci vuole liberare dal piattismo e dal compromesso con il quale stiamo rovinando la nostra vita.
La Parola cerca collaboratori perché deve essere annunciata, testimoniata, predicata ma la Parola non si ferma se i predicatori mancano. La Parola agisce perché è libera e ha ricadute misteriose su ciascuna persona. La Parola ha pazienza, intelligenza, entra nel nostro vissuto umano, incendiando illuminando, comprendendo la nostra grande nostalgia di Dio, magari nascosta nelle pieghe di una sintomatologia psicologica.
Oggi assistiamo ad una lontananza ad una disaffezione della Parola ma, direbbe san Girolamo che l’ignoranza della Parola è ignoranza di Cristo, perché ci manca il dna di Dio e al posto della Parola mettiamo la sapienza umana. Senza la Parola non è nemmeno possibile il dialogo. È la Parola che fa la differenza, è la Parola il fascino della nostra vita. Paolo dice una cosa forte: se lo rinneghiamo anch’egli ci rinnegherà. Ecco perché la Parola è potenza di Dio.   
La Parola è discreta e lavora con tanta discrezione e insegue le persone, anzi dice Paolo, che essa corre e molte volte si nasconde e sa valutare i tempi di una persona, ha pazienza. E magari suscita nella persona che vuol salvare grandi desideri di impegno per poi arrivare a far capire nel momento della grazia che solamente Dio può dare un senso al nostro desiderio e alla nostra vita.
La sofferenza per il vangelo è fecondità infinita: la sofferenza di una mamma per la fede di un figlio è sofferenza di un prima, ma è fecondità di un poi. Santa Monica ce lo insegna.   


Vangelo    Lc 17,11-19

Il vangelo non è una pagina di galateo da cui imparare a ringraziare, ma è molto più profondo. La malattia del nostro tempo è come quella di questi lebbrosi che si vedevano malati e dovevano fermarsi a distanza, infatti oggi la gente è lebbrosa di una lebbra interiore, spirituale, il peccato, ma a differenza di queste persone, si ferma a distanza di Gesù e non alza la voce. Da tante anime e da tante persone Gesù è distante, ma non viene richiamato. Quanta gente oggi rimane a distanza da Dio e rimane autocentrata in un suo dolore e in una sia malattia! Quanta gente oggi vorrebbe incontrare Gesù, ma c’è una distanza che glielo impedisce! Oggi il primo servizio d’amore dovrebbe essere quello di aiutare le persone ad alzare la voce con Gesù, iniziarle alla preghiera. Oggi c’è una crisi di preghiera profonda e c’è un’attrazione a ritualità di preghiere. Le preghiere rituali sono preghiere che gratificano la nostra religione, invece la preghiera profonda è l’incontro con chi ci può salvare. La preghiera è una seduzione tra noi e Dio. I lebbrosi gridano, Gesù non si avvicina, ma li invita a presentarsi ai sacerdoti per avere il libello della guarigione. Essi vanno e, andando, guariscono, ma nove non tornano indietro, uno torna, è il samaritano cioè il maledetto, lo scomunicato. Gli altri nove si sono saziati con un miracolo tangibile, la guarigione, egli invece ha colto, insieme alla guarigione, altri quattro miracoli di Dio: prima di tutto Gesù lo guarisce nella preghiera: egli ritorna indietro lodando Dio, passando dalla preghiera di supplica, di intercessione (Gesù, abbi pietà di noi) alla preghiera di lode, in secondo luogo lodava Dio a gran voce, diventa, cioè, testimone visibile, udibile, si colloca, sceglie, dice a gran voce di chi è; poi si gettò ai piedi di Gesù, è il dono della fede, lo riconobbe Messia di Dio e infine lo adorò.
Il lebbroso si accorge che in Gesù aveva operato la potenza di Dio e lui non è solamente un guarito, ma un credente: torna indietro perché, prima del dono, vuole scegliere il Donatore.
Quanta gente riceve i doni, ma non cambia nel cuore. Il dono ricevuto comporta che ti innamori del donatore, è quello l’importante.
Ancora una riflessione: il samaritano non si è fatto condizionare dalla maggioranza. Nove non sono andati, lui sì; il cristiano deve essere diverso, non si mette in fila, non fa coro, ma cerca Dio.  
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