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14 giugno 2020

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Commento spirituale della Parola di Domenica 14 Giugno 2020

SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO Anno A

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui.


Prima lettura       Dt 8,2-3.14-16


Il Deuteronomio contiene i tre grandi discorsi che la classe sacerdotale attribuisce a Mosè per rifondare la fede e la speranza del popolo d'Israele. In un periodo di grande benessere il popolo ebraico stava dimenticando le proprie origini, l'esperienza dell'esodo e della schiavitù ed era diventato un popolo di sedentari. Si era costruito certezze e stava dimenticando le radici della sua storia. In poche righe abbiamo tutto il racconto dell’esodo.
La cosa più importante per noi è il verbo ricordare che non significa semplicemente avere memoria, ma anche credere a quello che il Signore ha fatto nella nostra vita: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore ti ha fatto percorrere”. Oggi, davanti a questa Parola di Dio, ciascuno di noi potrebbe domandarsi che senso ha tutta la vita che abbiamo vissuto e saremmo tentati di chiederci se quello che abbiamo vissuto, quello che ci è capitato, quello che ci ha gratificato o deluso, quello che abbiamo provato che senso ha? Se crediamo a quello che dice la Parola, potremmo chiederci perché il Signore ci avrebbe fatto percorrere un cammino a volte nebbioso, tenebroso, difficoltoso, arido? Che senso ha la nostra vita? Il senso è in Dio perché la nostra vita non è una cronaca da giornale, ma ha il palpito dell’eternità e noi non sappiamo perché Dio non vuol rivelarcelo, forse perché non ci serve il filo che lui ha messo alla nostra vita. Ogni vita ha un senso, anche quella del delinquente. La prima cosa è adorare, credere, amare la misteriosa volontà di Dio nella nostra vita, soprattutto, senza preoccuparci di sapere tutti i perché, in quanto egli ci ha fatto camminare nella nostra vita per metterci alla prova, cioè per verificare la nostra libertà e per sapere quello che avevamo nel cuore. L’amore di Dio vuole sapere quello che c’è nel nostro cuore perché è in esso la verità della nostra vita, non nei nostri ideali o nella nostra testa. Il cuore muove tante cose e Dio conosce il nostro cuore perché è lui che l’ha plasmato. Il nostro cuore rimane in gran parte inspiegabile e non dobbiamo cadere nella trappola di verificarci sempre con la ragione, con l’intelligenza, con la logica, noi siamo qualcosa di più, noi siamo un palpito divino consegnato alla storia.
Quello che è ancora più bello in questa Parola è che è stato Dio a creare in noi i bisogni: la fame, la sete, la libertà. Noi pensiamo molte volte che i nostri bisogni siano esigenze capricciose di qualcosa che ci manca eppure anche noi abbiamo fame, sete, desiderio di libertà, ecc. quello che è ancora più bello è che Dio ha risposto ai nostri bisogni con qualcosa di originale e di diverso: nella fame ha risposto con la manna, un cibo che Dio ha procurato al suo popolo, per cui la nostra anima, la nostra storia, la nostra vita ha fame di qualcosa di diverso; se mangiamo questo cibo, vivremo, perché Dio ci nutre con la sua originalità, con la sua diversità, con la sua eternità con la sua bontà, è Dio che sfama i nostri bisogni.
I bisogni non sono sensori ribelli di qualcosa che non gestiamo, Dio li ha messi in noi perché non desideriamo solo i bisogni ma colui che può placare i nostri bisogni con il suo amore. Dio allora ci libera dalla schiavitù che è quando ci accontentiamo di quello che abbiamo.
Gli israeliti nel deserto volevano tornare indietro per le cipolle, per la carne, per i porri e per i cocomeri: quando ci accontentiamo di quello che abbiamo, di quello che siamo, quando non abbiamo più il fremito e la ribellione al già visto e al già dato, siamo nella schiavitù. È Dio che farà uscire il suo popolo dall’Egitto, prendendo come guida Mosè, è lui che vuole dare la libertà oggi alla sua chiesa e ai suoi figli.
Spesso siamo malcontenti delle nostre comunità e di noi stessi, perché sentiamo che ciò che celebriamo, ciò che aspettiamo non diventa sogno personale di ciascuno di noi. Oggi la gente ha un solo sogno: essere capita nei suoi bisogni, essere amata per quello che è, essere stimata per quello che è, essere cercata per quello che è, essere benedetta per quello che è. Quando una persona ti accoglie per quello che sei, senza farti processi, cominciamo a costruire il mondo secondo Dio.
In questo deserto che è la vita abbiamo i serpenti velenosi e gli scorpioni che sono tutti quei veleni che ci vengono inoculati e che ci soffocano nel respiro di Dio, quando veniamo paralizzati nel nostro cammino di sogno verso Dio. L’acqua della roccia durissima, simbolo dello Spirito, e la manna, simbolo dell’Eucaristia, sarebbero i doni di Dio dati per la nostra felicità. Gesù ha donato l’Eucaristia non per un bisogno, ma perché vuole nutrire continuamente il nostro cuore del suo sogno, del suo cielo, della sua gioia. L’Eucaristia è la festa di Dio perché possiamo essere in festa con lui, e lo siamo quando siamo certi, per fede, che lui ci ama, ci cerca, ci stima per quello che siamo. L’Eucaristia dovrebbe essere la mensa dei poveri di Dio, la mensa dei traumatizzati della vita, la mensa degli sconfitti della vita che ritrovano in essa la gioia di vivere perché sanno che c’è un amore più grande che li guarisce, li riempie, li riconforta: “Beati gli invitati alla mensa del Signore”. L’Eucaristia è un grande sacramento di guarigione del cuore e il catechismo della chiesa cattolica dice che, tramite essa, diventiamo uomini spirituali, cioè uomini di Dio.
Quando vado all’Eucaristia il mio sangue è il suo sangue, il mio corpo è il suo corpo, il suo corpo è il mio corpo, il suo sangue è il mio sangue. L’Eucaristia è il sacramento dell’amore di Dio per me, senza condizioni. L’Eucaristia non è condivisibile, è celebrata com’unitariamente, ma poi Gesù viene donato a ciascuno. La parte più bella della messa è dopo la comunione perché cominciano le meraviglie di Dio. Noi non sappiamo che cosa farà Gesù per me dopo la comunione, quando scompare dentro di me e io non posso più gestirlo, è il momento delle grazie e della pace.          


Seconda lettura        1Cor 10,16-17

Nella prima lettera ai Corinzi troviamo la più antica testimonianza scritturistica riguardante l'Eucaristia. In questo brano Paolo evidenzia le due caratteristiche dell'Eucaristia: l'essere vera comunione con il corpo e con il sangue di Gesù Cristo e il suo far fruttificare l'unità. L'Eucaristia, mistero di unità che si dona ad una molteplicità, fa brillare l'immagine di una chiesa composta da persone diverse, con una loro storia, una loro sensibilità, un loro cammino, una loro maturità, che formano però un corpo solo. Così l'Eucaristia costruisce l'unità, senza spegnere la molteplicità.
L’Eucaristia è il dono di Dio che viene donato alla chiesa per garantire la pluriformità dei suoi invitati. L’Eucaristia è l’unico Gesù, il solo Gesù, che si dona a molti. L’Eucaristia aborrisce l’uniformità perché è una manifestazione di grazia di pluriformità, cioè Gesù ha accettato che il suo dono del corpo e del sangue venisse donato a persone diverse che resteranno sempre diverse. L’Eucaristia viene donata a storie diverse, a sensibilità diverse, ad età diverse, ad esperienze diverse. L’Eucaristia ci unifica perché siamo un cuore solo e un’anima sola attorno a Gesù, ma poi ciascuno ha un suo modo, un suo stile, una sua sensibilità davanti a Dio e nell’Eucaristia ogni cuore, ogni coscienza, ogni storia viene amata, accolta, benedetta, viene eucaristicizzata. L’Eucaristia è proprio la manifestazione più vera della diversità di ciascuno di noi che il corpo e il sangue di Gesù raccolgono. Consacrano e tutelano. L’Eucaristia ci rende sempre unici e originali davanti a Dio perché lui sa che la pluriformità non è di impedimento all’unità.
È bello sapere che nell’Eucaristia Dio mi riceve così come sono, mi ama così come sono, non mi fa processi perché diventa mio cibo, non mi fa minacce perché mi nutre, non mi fa scomuniche perché si dona.
Quando ricevo questo dono d’amore so che veramente Dio mi ama. Ogni Eucaristia è un evento nuovo di Gesù e produce grazia che, magari non vedo, di cui non sono consapevole, ma viene data e compie le sue meraviglie. Non dobbiamo misurare la grazia con la nostra misura, perché la grazia di Dio percorre sentieri e strade talmente misteriosi che ci sorprende sempre.
   

Vangelo      Gv 6,51-58

È il pensiero eucaristico di Gesù che Giovanni sistematizza e le prime parole: “Io sono il pane vivo se uno mangia questo pane…” sembra che fosse la formula di consacrazione delle chiese giovannee. Quello che ci sconvolge in questo discorso è l’ostacolo grande che noi poniamo tra noi e Dio. Dio ci dona l’impossibile, l’ineffabile, l’impensabile e quando lui ci racconta questo dono noi ci mettiamo a discutere aspramente, come i giudei, perché vogliamo capire le modalità dell’insieme. E così perdiamo il dono di Dio. L’amore infinito di Dio per ciascuno di noi è davanti a noi, anche se non lo sentiamo. Noi ci muoviamo, viviamo, esistiamo in Lui. Lui ci darebbe più di tutto, ma non ce lo dà perché noi dettiamo le regole del suo agire e gli diciamo ciò in cui crediamo, allora i suoi doni egli non ce li può dare perché, per avere i doni di Dio, bisogna essere fuori di testa in senso spirituale: capire che Dio è ineffabile ed esagerato nell’amore.
Ci siamo troppo abituati all’Eucaristia e tante volte siamo più preoccupati delle stoviglie che del dono, siamo più preoccupati di come preparare la tavola che del dono, ma l’Eucaristia è il grande dono di Dio che fa discutere aspramente e fa allontanare da lui, perché molti dissero che quel linguaggio era duro da intendere. Dio mette alla prova la nostra ragione, la nostra logicità perché ci chiede di credere che nell’umile segno del pane c’è presente Lui. Riceviamo Dio vivo e vero mediato e nascosto dal sacramento, ma vivo e vero, altro che ridurre la messa al pic nic della fraternità e della solidarietà, l’Eucaristia è l’irruzione di Dio nella nostra vita. Noi roviniamo tutto, perché, invece di stupirci e di tramortirci, buttiamo questo dono nella discussione aspra. Come può costui darci la sua carne da mangiare? I Giudei non diventarono commensali di Gesù, se ne andarono.
Un’altra frase è il punto chiave di questa solennità: “Colui che mangia me vivrà per me”. Nell’Eucaristia siamo noi in Lui, siamo Gesù, non in senso ontologico divino, siamo il Gesù donato agli uomini nascosto in noi. Ogni cristiano è presenza viva di Gesù. Dopo l’Eucaristia siamo cristiformi, non roviniamo tutto con il nostro discutere sul dono! Viviamolo!                
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