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14 luglio 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Domenica 14 Luglio 2019
XV Domenica Tempo Ordinario Anno C


Prima Lettura        Dt 30,10-14


La prima lettura è tratta dal libro del Deuteronomio, che significa seconda alleanza, ed è una raccolta di omelie attribuite a Mosè. In questo brano, che è di una bellezza e di una tensione spirituale uniche, c’è un’affermazione che fa vibrare il cuore del discepolo della Parola: “Obbedirai alla voce del Signore tuo Dio”. L’obbedire attraverso l’ascolto è il fondamento di ogni esperienza spirituale, obbedire cioè ascoltare e accogliere la voce del Signore Dio è proprio la base e la stabilità d’amore di ogni esperienza di Dio. Obbedire alla voce del Signore significa entrare nelle sue esigenze d’amore e convertire tutto il cuore e tutta l’anima a Lui. Una vita spirituale senza il primato dell’obbedienza alla Parola, senza il primato dell’adesione d’amore alla Parola e senza il primato della conversione al Signore attraverso la Parola non può esistere perché è proprio l’ascolto profondo spirituale libero e umile che fa crescere in noi l’identità e la dignità di discepoli. Non possiamo essere discepoli dell’amore e del mistero di Dio se al centro non poniamo l’ascolto del sussurro d’amore della voce di Dio, e questo non è semplicemente una pratica spirituale o monastica, ma è una esigenza di vita, è una esigenza senza la quale non possiamo avere la vita. L’ascolto di Dio è impellente, è necessario tutti i giorni della nostra vita perché senza questo ascolto profondo fatto nell’amore noi non possiamo avere dentro di noi quella salinità sapienziale propria della Parola di Dio che ci rende capaci di essere creature e discepoli della Parola che dà la vita.  L’ascolto della Parola di Dio e della voce di Dio è necessario ed indispensabile per risanare e guarire in noi quelle forme immature di egoismo e di egocentrismo che impediscono alle volte una relazione fruttuosa con gli altri. È proprio nell’ascolto di Dio, un ascolto quotidiano, feriale, umile, perseverante, tutti segni di un amore, che noi possiamo vivere una vita serena e profonda.
Oggi più che mai c’è urgenza di questo ascolto e ascoltare Dio prima di tutto significa non strumentalizzare la sua Parola per i nostri fini o per la nostra sapienza, ma prima di tutto ascoltare Dio significa ascoltarlo con amore, non pretendere di commentare o di discutere la Parola, perché l’ascolto è prima di tutto e soprattutto l’apertura del terreno del cuore perché questa Parola scenda, si impianti e porti la vita. Oggi la Parola di Dio in molti ambiti più che ascoltata è massacrata da ipotesi teologiche, da ermeneutiche infinite, dimenticando che Francesco d’Assisi affermava che la Parola non ha bisogno delle glosse esplicative, ma ha bisogno solo dell’amore; perciò la Parola di Dio non si presta a dibattiti e non si può usare come supporto di argomenti, ma la Parola di Dio prima di tutto è quella sposa fedele del grembo di Dio che giunge nel nostro cuore per abitarvi. È la Parola obbedita, ascoltata, che converte il nostro cuore perché il nostro cuore deve convertirsi all’essenzialità dell’amore. Dio non porta argomenti convincenti, Dio porta la sua Parola e la sua voce, cioè la Parola viva della voce dell’amore. Ecco perché la Parola del Deuteronomio dice che quello che il Signore ci ordina non è troppo alto né troppo lontano da noi , ma questa Parola è molto vicina a noi, nella nostra bocca e nel nostro cuore, perché la bocca è la porta e il cuore è la dimora.
Quando la Parola giunge nel nostro cuore con la discrezione e l’intelligenza propria della Parola ripassa dalla bocca ed esce ancora nella storia per diventare luce e guarigione per tanta gente che è tormentata da un demonio elegante e apparentemente innocuo: l’indurimento del cuore e l’ascolto solamente di se stessi. La Parola, quando giunge, combatte questo demonio, lo annienta e ci apre alla nostra identità di discepolo, che è colui che fa spazio alla Parola in un silenzio d’attesa e di amore.
       

Seconda Lettura       Col 1,15-20

Paolo apre la lettera ai Colossesi con un inno complesso ed originale che, secondo alcuni biblisti era usato nelle prime celebrazioni di queste comunità. È un inno che canta il mistero di Cristo. Nel primo quadro si canta il primato di Cristo che è immagine, icona reale del Padre, primogenito, cioè superiore e preminente a tutto l’essere creato, che è il centro, la radice, l’origine dell’unità e dell’armonia e nel secondo quadro si canta il primato di Cristo nella chiesa di cui egli è capo e primogenito. Cantare Cristo, cantare il mistero di Cristo, cantare la bellezza di Cristo è proprio delle anime innamorate e toccate dall’amore di Gesù. Veramente Cristo è il centro di ogni esperienza d’amore, veramente Cristo è proprio l’immagine della pienezza di Dio, della riconciliazione di Dio, della rappacificazione con il sangue della sua croce. Per cantare Cristo non è necessario conoscere note e pentagrammi, perché c’è un cantico spirituale dell’anima che non è fatto con le note musicali, ma è fatto con il trasporto d’amore dell’anima verso l’Amato.
Papa Benedetto XVI diceva recentemente che la vera teologia è la strada che ci aiuta a scoprire e ad amare sempre più l’Amato. Perciò Cristo è l’Amato, Gesù Cristo, immagine del mistero invisibile di Dio, deve essere l’Amato e, quando l’anima scopre l’Amato, tutto il suo amore diventa canto, gloria, celebrazione della sua presenza e della sua bellezza. Che cosa dovrebbe essere la liturgia se non lo spazio nel quale la chiesa canta la bellezza del suo Signore, l’esperienza del suo Signore, il primato del suo Signore, la grazia del suo Signore. Il canto dell’anima per Gesù è un’esperienza interiore mistica che nasce dal dono dello Spirito ed è proprio nell’esperienza profonda dell’Amato che l’anima canta con un canto spirituale, canta la gioia, l’esperienza dell’Amato scoperto e abbracciato. Solamente Paolo poteva comporre questo inno d’amore per il Cristo, solamente un’anima innamorata può cantare con i moti silenziosi interiori dell’anima stessa. Che cos’è la preghiera se non questo canto contemplativo del mistero, dove al centro il volto bello di Cristo mette nell’anima folate d’amore che l’anima trasforma in canto spirituale, il vero canto nuovo dell’Amato?       


Vangelo     Lc 10,25-37

Leggiamo oggi la parabola del samaritano. Questo vangelo molte volte viene ridotto ad un brano esortativo, morale sulla necessità di prendersi cura del prossimo. In questo vangelo, però, possiamo veramente trovare che cosa significhi prendersi cura. Prendersi cura del bisogno degli altri non è semplicemente assistenzialismo o buonismo, ma prendersi cura degli altri e dei bisogni degli altri è invece un dono profondo di grazia che nasce da Dio. Solamente se veniamo generati dal grembo dell’amore materno di Dio, possiamo prenderci cura degli altri che sono stati massacrati dai briganti della vita, i quali hanno rubato loro il sogno, l’amore e la speranza.
Accanto al malcapitato, Gesù fa passare tre categorie di persone: il sacerdote e il levita, che passano oltre, ed il samaritano, un uomo impuro e maledetto per l’ebraismo ufficiale, che si ferma e si prende cura del bisognoso e del bisogno.
Oggi abbiamo delegato la cura dei bisognosi e del bisogno a persone e ad ambiti di stretta competenza, perché pensiamo che i bisogni delle persone siano immediati, umani, materiali, da soccorrere con una certa competenza organizzativa e di intervento. Invece oggi di fronte a questo vangelo Gesù ci insegna prima di tutto a scrutare con il suo occhio i veri bisogni della gente, elencabili in alcune richieste che rimangono molte volte inevase: il primo bisogno è l’essere guardati e l’essere amati come persone, il secondo bisogno è la tenerezza e l’umiltà dell’aiuto, il terzo bisogno è la cura adeguata ed efficace per le ferite di ciascuno di noi.
Gli uomini e le donne di Dio sanno cogliere i veri bisogni della gente, i veri bisogni del loro tempo. Pensiamo a tutti i santi che hanno fatto grandi opere sociali, hanno colto il bisogno del loro tempo e questo è solamente frutto dello Spirito e dell’amore di Dio che ci rende capaci di capire e di accogliere i veri bisogni del nostro tempo, che non nascono da un osservatorio sociale, ma che nascono dal palpito del grembo di Dio per l’umanità.
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