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15 agosto 2019

La Parola > Parola della Domenica

Commento spirituale della Parola di Giovedì 15 Agosto 2019
ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore



Prima lettura         Ap 11,19;12,1-6.10

Si tratta di una pagina dell’Apocalisse che ha avuto un’interpretazione mariologica, sebbene noi sappiamo che la donna rappresenta la Vergine Chiesa, che guarda come modello alla Vergine Maria, patrona, testimone della santità della Chiesa, mentre il drago rappresenta tutto quello che si oppone alla fecondità della Vergine Chiesa. La donna vestita di sole, cioè vestita di Dio, con la luna sotto i suoi piedi, cioè con la mutevolezza e la complessità della storia e sul suo capo una corona di dodici stelle, le dodici tribù d’Israele, che sono le dodici tribù del nuovo Israele, è la Chiesa. Il veggente vede che la donna è incinta e grida per le doglie e il travaglio del parto, ma c’è anche un altro segno nel cielo: un drago rosso, colore del sangue e della violenza, che rappresenta il demonio, con sette teste e dieci corna e, sulle teste, sette diademi, segno che allude chiaramente all’impero romano.
Si tratta di una Parola che vuole dare uno scossone a noi, che siamo la Chiesa. Spesso crediamo che la Chiesa corrisponda al vescovo e ai preti, alle suore e ai frati, cioè alla parte minoritaria dell’aspetto pastorale gerarchico, invece la Chiesa siamo tutti noi e dobbiamo sentirci tutti parte del suo mistero. La Chiesa è un mistero di Dio che viene quotidianamente affogato nel giuridismo e nello strutturalismo dell’uomo, ma una Chiesa troppo strutturata è una Chiesa che non sta bene, una Chiesa che si è lasciata imbrigliare non più dal sole di Dio, ma dai paludamenti del giuridismo e delle leggi. Una Chiesa di questo tipo parla della realtà presente molto dura, sospira perché vede che riesce a far presa solo sugli anziani e piange su se stessa, esiste, ma non fa del male a nessuno, si ostina a essere visibilità sociale, ma in modo ininfluente e viene consultata solamente nei momenti di passaggio (battesimi comunioni, cresime, matrimoni, funerali). È una Chiesa che non fa più paura, nemmeno al drago. Invece la Chiesa deve essere sempre feconda, partoriente e urlante. Oggi, purtroppo, non è più capace di creare un’alternativa esistenziale, culturale e profetica per i suoi figli, perché spesso si è ridotta a sportello di prestazioni, ma l’uomo del nostro tempo cerca dell’altro. Egli si pone davanti al grembo della Chiesa, ma da esso non nasce più nulla, non c’è più l’urlo, il travaglio del parto, non c’è più la lotta frontale tra la vergine Chiesa e il potere del mondo,perché si è creata la mistura dell’accordo e si è voluto collocare la Chiesa nelle agenzie sociali proprie di ogni paese. Questo è il fallimento della Chiesa occidentale attuale: ha perso questa profezia e si accontenta di sopravvivere con i servizi di sempre, piange sul tempo presente, ma non dà risposte alle coppie che falliscono, non raccoglie il grido dei giovani, non analizza nel Signore il palpito della ricerca del presente.
Allora questa Parola dice che la Chiesa deve fuggire nel deserto, ritrovare l’essenzialità, la radice, il motivo fondante della sua presenza, deve rifugiarsi nel deserto di Dio per trovare la fecondità del parto, l’urlo del concepimento e il travaglio della lotta. Alla Chiesa serve il drago, quando il drago svanisce la Chiesa si riduce ad un’agenzia di opere buone. Il mistero della vergine Chiesa, di cui Maria è modello e testimone, è un mistero che parla di una lotta e di un dissidio, di un parto e di un tentativo di divorare quello che la Chiesa partorisce.
Preghiamo, amiamo, seguiamo questa Chiesa, ma diventiamo i collaboratori della sua fecondità.         


Seconda Lettura             1 Cor 15,20-26

Paolo parla di Cristo risuscitato dai morti e lo definisce primizia. Dove c’è una primizia, si dà per forza un raccolto, perché la primizia è il primo frutto della stagione, ecco perché noi siamo certi che saremo raccolto di Dio, perché la primizia è già maturata ed è già stata raccolta dalla sua potenza. Potremmo collegare a questa Parola il brano del vangelo sulla pazienza del Signore, in cui Dio dice di non andare a strappare la zizzania, perché si strapperebbe anche il grano buono, per cui occorre attendere il tempo del raccolto, della mietitura. Cristo è definito da Paolo primizia perché è stato il primo come uomo ad esperimentare l’inguaribile voglia di vita che è propria di Dio. Dio non poteva conoscere la morte, una realtà a Lui estranea, che il Libro della Sapienza spiega come realtà entrata nel mondo per invidia del diavolo. Non essendo sua creatura, Dio volle conoscere direttamente questa realtà, che l’uomo si era procurato con la sua stoltezza, e fece incarnare il Figlio, perché come uomo attraversasse l’esperienza della morte per vincerla. Gesù Cristo apparentemente è stato ingoiato, secondo i padri della Chiesa,  ma la morte, ingoiando Gesù, ha ingoiato la sua morte, cioè la morte è morta in Gesù. Essa, dice Paolo, venne a causa di un uomo, il primo Adamo, l’Adamo terreno, portatore di morte, che si contrappone al nuovo Adamo, portatore di vita e “come tutti muoiono in Adamo”, peccato originale, eredità della morte, “così tutti riceveranno la vita in Cristo”. Perciò in questa prima parte la Parola ci dice che Gesù Cristo è la primizia e noi siamo il raccolto di Dio se ci inseriamo in questo evento, perché, se in Adamo abbiamo ricevuto la morte, in Gesù Cristo avremo la vita. Però Paolo ci parla anche di una gradualità: “Ciascuno però nel suo ordine (riceverà la vita), prima Cristo, che è la primizia”, Cristo fu risuscitato dai morti per opera del Padre e dello Spirito, che ridiede forza e vita al suo corpo umano. Cristo è il primo Vivente, perché è la primizia, poi, alla sua venuta, quando ci sarà la parusìa, quelli che sono di Cristo riceveranno la vita in Lui, cioè quelli che saranno suoi, lo saranno totalmente, anche con il corpo. Questa esperienza, secondo la fede della Chiesa, è stata compiuta solo da Maria, che è già con il corpo in cielo (festa dell’Assunzione).
Perché la Chiesa cattolica afferma la risurrezione della carne? Quando moriremo e saremo sottoposti al giudizio particolare della nostra vita, la carne si scinderà dall’anima, l’anima andrà a Dio, la carne tornerà alla terra. Alla venuta di Cristo, se saremo suoi, saremo salvati totalmente, perché alla fine della storia, Dio in Cristo farà tornare a sé tutti noi, in quanto Egli è inguaribilmente nostalgico di tutti noi fino all’ultimo istante della nostra vita terrena.
Allora questa Parola vuole dire a ciascuno di noi che per Dio nulla è banale, secondario o di poca importanza nella nostra vita, eccetto il peccato, per cui essa, che è fatta di sospiri, di angosce, di attese, di gioie, di  passione, di amore, di innamoramento, di entusiasmo, di bellezza, di colore, di ricerche, viene raccolta in Dio e nulla si perde, perché in Lui anche un nostro sospiro fa storia.
Se Dio  raccoglie tutta la nostra vita, raccoglie anche la nostra carne e quello che la carne produce come carne. Il giudizio sarà contemplare la nostra vita nel mistero di Cristo e di Dio e vedere che Dio è un nostalgico inguaribile della nostra persona, perché noi siamo opera delle sue mani e siamo lo specchio della sua gloria. Allora questa Parola ci parla di un’appartenenza, di una nostalgia di Dio, di una volontà di salvezza e di comunione con noi, perciò dovrebbe portarci alla stima spirituale per tutta la nostra vita, anche per le fragilità, le oscurità, le ricerche.
La Parola dice ancora che bisogna che Egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. Anche noi abbiamo molti nemici che devono essere posti sotto i piedi di Cristo, ad esempio quelle persone, quegli eventi e quelle strutture che ci fanno credere che la nostra vita non è altro che un prodotto di biologia e che le nostre ricerche ed angosce non sono altro che patologie. Un altro nemico che deve essere sconfitto è quella disistima spirituale che ci fa credere di essere persone capricciose, invece siamo solo inquieti, di essere persone instabili, invece siamo persone che cercano di evadere dall’accampamento della mediocrità umana, quella disistima che ci fa credere che la nostra vita sia un nulla, perché dimentichiamo l’inguaribile nostalgia di Dio per noi. Tra le tante nostre nostalgie: quella di un grande amore, quella di sentirci amati senza condizioni, quella di una vita più serena, spesso dimentichiamo quella di Dio, ed è essa che ci permette la vita. infatti se Dio non avesse più nostalgia per noi, noi non potremmo più vivere.
Per Dio tutto è importante, perché Dio non analizza, ama e, amando, celebra la festa della sua misericordia per noi in un’inguaribile nostalgia per noi. Egli desidera questa comunione perfetta con noi, perché ci ha solamente prestato alla storia, infatti siamo suoi e questa è anche la condizione per essere totalmente nostri. Non è forse vero che soffriamo tutti di una certa estraneità interiore? Non è forse vero quando entriamo in noi stessi ci perdiamo e delle cose risultano per noi inspiegabili? Siamo estranei e inspiegabili perché non ci lasciamo cogliere dal palpito della nostalgia di Dio e ci lasciamo torturare dai carnefici dell’analisi.
Allora questa Parola è alleata della qualità della vita, che è nelle radici profonde della vita stessa. Quanta gente sta cercando e non trova, quanta gente è condannata a percepire solo il malessere interiore e non va oltre, quanta gente si autocondanna ad un esilio e ad una infelicità perché non arriva a bere alla sorgente della Parola. Ci dà molta gioia sapere che tutti coloro che ci vogliono rubare la nostalgia che Dio nutre per noi saranno tutti calpestati.
Saremo raccolto di Dio, se ameremo la vita secondo Dio, saremo raccolto di Dio se ci appoggeremo al grembo della sua nostalgia che ci ripete: “Mi manchi”.      
 
       
Vangelo       Lc 1,39-56

Elisabetta, che tutti dicevano sterile, è per Maria il segno che Dio è passato. Elisabetta è la vecchia quercia, che genererà l’ultimo profeta, Giovanni Battista, Maria è l’olivo che genererà Cristo, il Messia. Maria va dalla cugina Elisabetta per compiere un servizio di assistenza, di aiuto, ma il servizio che compie non la imprigiona e non la banalizza nella beneficenza, quel servizio così scontato, che una giovane donna doveva dare ad una donna anziana incinta, diventa evento e passaggio di Dio. Maria non è la donna dei servizi, è la donna della presenza e della testimonianza, ecco perché prima che Maria canti il canto dei poveri del Signore, il Magnificat, abbiamo un dialogo ed un evento. Entrata nella casa di Zaccaria, Maria saluta Elisabetta, non è un gesto scontato legato alla buona educazione, al saluto di Maria risponde Dio, che annuncia la venuta del Cristo attraverso un bambino non nato, non ancora persona secondo il termine umano, storico, il primo evangelizzatore del Nuovo Testamento (se impedirete a queste persone di parlare, grideranno le pietre”). Dio non ha annunciatori ufficiali, si fa annunciare anche da un feto, perché ciò che era nulla di fronte agli uomini è diventato potenza presso Dio. Dopo questo sussulto del bambino nel grembo, Elisabetta è piena di Spirito santo. Il bambino non ha parlato, ma ha sussultato, Dio usa anche l’evangelizzazione degli stati d’animo, il bambino non parla, si muove, anche questo è linguaggio di Dio ed Elisabetta saluterà Maria e le dirà: “Benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo”. Elisabetta chiede: “A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?”, proclama così la fede in Gesù Signore prima ancora della sua nascita, segno che nella Chiesa di Luca la signoria di Gesù era già affermata. “Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo”, perché dove c’è la voce della madre, c’è la presenza del Figlio e dove c’è Maria e la si invoca, si è certi della presenza di Gesù, Maria e Gesù non sono mai disgiunti. Quando si ama Gesù, si ama Maria e quando si cerca Maria,  si cerca Gesù. Allora Maria proclama il suo Magnificat, che è parallelo al cantico di Anna, ed è il canto dei poveri del Signore. Maria ha pregato questo salmo cristiano perché ha fatto esperienza di Dio, è in Dio. “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva”, in questa prima parte Maria si volge a Dio, Dio si volge a Maria. La persona di Dio, il mistico di Dio, è colui che percepisce lo sguardo di Dio, perché sente che il suo piccolo cuore e il suo piccolo sguardo sono rabboccati dal Signore che lo guarda. Per cui, quando Lui ci guarda, dobbiamo avere davanti a noi l’immagine del bicchiere che trabocca, perché Dio non guarda nell’analisi, ma nella misericordia e la misericordia trabocca sempre. Allora da un’esperienza autentica di Dio nasce anche la profezia che Maria fa su se stessa e che troviamo nella seconda parte del Magnificat, “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata”. L’uomo di Dio, sotto lo sguardo del Signore, profetizza su se stesso e sa leggere la storia: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio; ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni; ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi”. Maria, donna di Dio, donna della profezia, legge, interpreta, raccoglie, custodisce il passaggio di Dio nella storia dell’uomo. Per Lei Dio non è un’entità, ma è un passaggio, una presenza storicamente certa che lascia il segno.
Maria dopo tre mesi tornò a casa sua, perché nessun servizio d’amore deve essere esaustivo e nessun servizio d’amore deve prosciugare la nostra libertà.
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